JIM JONES AND THE RIGHTEOUS MIND – CollectiV (MaSonic) 

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Da vecchio fanatico degli Stones ho cominciato l’ascolto a rovescio, curioso di sentire al lavoro la Gibson Hummingbird di Keith Richards manovrata da Alan Clayton dei Dirty Strangers sulla conclusiva Shazam.

Quello di Alan non è l’unico “guest” del secondo album di Jones con i suoi Righteous Mind ma è ovviamente quello che incuriosisce di più chi, come me, ha amato alla follia un disco come Exile on Main St.

E il pezzo una roba assolutamente fantastica piena di decadente e sozzo rock ‘n’ roll anni Settanta. Del tipo che Iggy Pop praticava con James Williamson quando tutti lo davano per spacciato, per capirci. Del tipo, ancora, che se Jones avesse fatto fuori un disco di questo tenore saremmo davanti al capolavoro.

(S)fortunatamente non lo fa e CollectiV sfuma spesso in una sorta di gotico tarantiniano a metà fra Chris Isaak e Ry Cooder (Going There Anyway, Dark Secrets, Meth Church), nelle consuete canzoni storpie da bucaniere a lui tanto care come Satan’s Got His Heart Set on You e Out Align o si accende addirittura di flashback delle sue vite passate (vedere alla voce Hypnotics e Black Moses) con pezzi come Attack of the Killer Brainz, il gospel bruciato dal fuzz di I Found a Love e la stramba O Genie con cui il buon Jim Jones avanza ipotesi evolutive sul genere, senza tuttavia trovarne una degna di poter fare ipoteche sul futuro.

Dal funambolico performer inglese che finora non ha quasi mai sbagliato un colpo e dalle fiamme sprigionate dal singolo Sex Robot mi sarei aspettato onestamente molto di più e CollectiV mi suona un po’ come una bella occasione sprecata. Come quando inviti qualcuno “per un caffè”. E bevi solo il caffè.       

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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BLACK NITE CRASH – Conflict of Disinterest (Neon Sigh) 

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Da sempre relegati nelle retrovie dello shoegaze nonostante aver scritto anni orsono una cosa monumentale come Falling Down, tornano sul mercato i Black Nite Crash. O meglio, torna quel che ne rimane, che nel frattempo tra le fila della band di Seattle c’è stato un fuggi-fuggi generale. Conflict of Disinterest, se non mi sono perso nulla, è il quarto album della band che muove le chitarre con la stessa lussuria di manovratori del rumore bianco come Black Rebel Motorcycle Club e Jesus and Mary Chain. Al pubblico che ama sguazzare in quelle piscine di distorsione aspettando di venire salvato all’occorrenza da una bella ciambella gonfia di ossigeno melodico, Conflict of Disinterest piacerà e piacerà anche tanto: pezzi come Heart of Stone, Here It Comes, All the Times I Never Slept, Somebody Kill Me, This Is Mine e la lunga, ripetitiva marcia di Bring It Down sono prigioni dalle spesse sbarre da cui è impossibile scappare. Anche perché fuggendo da lì, come accade nell’incerta Come Easy che sembra una di quelle orribili canzoni messe sulle stampelle dalle tante band che si proclamano ispirate ai Verve, si capisce che era meglio restare chiusi là dentro e stordirsi con i fischi degli ampli valvolari, fin che ci resta un po’ di udito da sacrificare per una giusta causa.     

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

SEBADOH – Act Surprised (Fire)

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Chi lo sa: forse lo skateboard che appare al minuto esatto del loro video più recente è un omaggio dispettoso al vecchio compagno J Mascis e alla sua passione oramai di pubblico dominio per le “tavole”. Ma l’omaggio, supposto che lo sia, ai Dinosaur Jr. finisce lì: il disco che segna il ritorno di Lou Barlow e dei Sebadoh suona piuttosto approssimativamente come se i Pearl Jam avessero avuto i Meat Puppets, i Ween e i Camper Van Beethoven come propri punti di riferimento anziché Neil Young e certo hard-rock.

La capacità di Barlow di fare anche delle ciambelle senza buco le torte migliori del mondo resta immutata e le quindici canzoni di questo Act Surprised sono un buffet di muffin e donut forse un po’ abbondanti di zucchero come Phantom, Sunshine, Battery, Follow the Breath, See-Saw, Medicate ma dal richiamo irrinunciabile.

Poi magari andremo a lavare i denti, quei pochi che ci sono rimasti, prima di andare a dormire. E domani mattina torneremo ad addentarle, perché se non lo faremo saranno loro che verranno ad addentarci, come in passato tutte le altre creature animate e pelose di Barlow.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

THE REACTION – Message in the Fire (Handclap) 

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L’Olanda ha una tradizione di efferatezze teen-punk non indifferente.

Sono i nomi cui state pensando nell’attimo stesso in cui leggete e a cui i Reaction, anagraficamente loro nipoti, si riallacciano in qualche modo, pur con una deviazione molto british (Down and Out e Eyyy! tracimano nel beat dionisiaco dei Prisoners ad esempio, mentre in un altro paio di tracce sono evidenti i richiami al banghra-pop che dai Beatles ai Kula Shaker ha sempre affascinato l’Inghilterra).

Il loro disco di debutto è un album di chiara ispirazione retroattiva. Non solo il garage, il beat e l’R ‘n B bianco e cisposo ma pure certo soul-punk e certo blues-rock vengono aggiunti alla miscela, tanto da non disdegnare un certo protagonismo strumentale che spesso viene perseguitato come la peste in produzioni di estrazione più garage in senso stretto.

Pezzi come I’m Gonna Love Ya, Message in the Fire, The Nunnery devono tutto alla riuscita connivenza fra questi due elementi, a questo approccio per nulla fanatico ma pronto al compromesso costruttivo.

Forse non ancora pronto a bruciare le carni ma destinato a lasciare qualche segno sicuramente si.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE TELESCOPES – Exploding Head Syndrome (Tapete) 

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La sindrome della testa che scoppia ci disturba le notti.

A disturbarci le ore di veglia ci pensano, ormai da decenni, i Telescopes.

Alcuni loro dischi sono insormontabili montagne di rumore pesanti come rocce, angosciose e opprimenti discese negli inferi della terra attraverso cunicoli dove il rumore bianco viene iperamplificato fino a diventare tridimensionale.

Il nuovo Exploding Head Syndrome sceglie invece strade meno impervie, quasi che Stephen Lawrie abbia deciso di dissociarsi da quel disturbo del sonno e abbia scelto di farsi antidoto a quello e a sé stesso.

C’è un’accogliente pianura di feltro che si stende sui solchi del suo nuovo disco, offrendoci una accessibile via di fuga percorribile in entrambi i sensi, anche se quella che conduce verso lo stato onirico è forse preferibile.

Nessun pezzo segue uno sviluppo in senso melodico ma procede in maniera orizzontale, sovrapponendo lastre di morbido rumore fino a creare uno straniamento sensoriale all’inizio impercettibile, poi sempre più deciso, piacevole, rasserenante, quasi terapeutico.

Stephen Lawrie si conferma il Virgilio in grado di guidarci nelle viscere della nostra mente. Voi, continuate pure a prenotare i viaggi per allontanarvene.   

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

PETER DOHERTY & THE PUTA MADRES – Peter Doherty & The Puta Madres (Strap Original)

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Qualcuno, non io, ha deciso anni fa che Peter Doherty avesse del talento.

Se dunque dovreste sentire una sensazione simile a quella di due coglioni che si crepano mentre ascoltate questo ennesimo disco, accreditato a quella che sembra una gang del Cartello di Cali non dovete chiedere la mia, di testa.

Il disco di debutto dei suoi Puta Madres è come quei film che guardi assieme a qualcuno ma di cui non ti interessa un cazzo. Ma quel qualcuno è qualcuno cui vuoi bene e allora soffochi gli sbadigli finendo per lacrimare dagli occhi e sfiatare dal naso, come fosse uno sfintere piazzato nel posto meno conveniente al mondo.

Lui, la band, l’etichetta, il distributore, Rockol ci tengono tutti a farci sapere che il disco è stato registrato in un villaggio di pescatori, lo stesso da cui parte Capitan Findus per raccogliere gli scarti di merluzzo lasciati dagli squali durante le traversate sui mari del nord.

Qualora fosse un alibi, serve comunque a poco. Se invece lo scopo è di rivestire di stracci buskers quella che nei momenti migliori sembra una versione povera (di idee, più che di strumenti) dei Waterboys e nei peggiori una dei Blur sorpresi dai paparazzi a cantare le canzoni dei fratelli Gallagher sbracati e fradici di doppio malto in un pub irlandese, serve a poco comunque.

Se proprio sono riusciti a plagiarvi facendovi credere che Doherty sia il Johnny Thunders del nuovo secolo, andate a riprendervi i dischi dei Libertines. Perlomeno avrete qualcosa da poter cantare.    

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE LINK QUARTET – Minimal Animal (Soundflat)  

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Il Link Quartet deve aver perso il mio indirizzo, infatti non mi manda più i suoi dischi. La Soundflat del resto ormai da anni si è piegata alla distribuzione di promo solo in formato digitale, finendo automaticamente nello spam della mia casella email.

Ecco spiegato perché questo Minimal Animal l’ho ascoltato con quasi due anni di ritardo, trovandolo per puro caso. Se il sette pollici che lo aveva preceduto di qualche mese mi aveva lasciato parzialmente scontento (forse per una mia colpevole mancanza di empatia con le voci femminili, salvo qualche eccezione), questo Minimal Animal mi ha conquistato dal primo ascolto. Il ritorno alle forme puramente strumentali giova alla scaletta ed è la formula efficace per mettere in risalto il virtuosismo incredibile dei musicisti del quartetto guidato da Paolo Apollo Negri. Senza mai eccedere negli sbrodolamenti ma curando ogni minimo dettaglio, scegliendo accuratamente ogni nota e ogni spazio sonoro il quartetto orgoglio dell’Hammond-beat nazionale non sbaglia un colpo: Coquette, Hippo-Tize Me, Owl Train, Crime Squid, Gnu York, Black Bug, Bear Walk, Disco-Tize Me, Voodoo Kangaroo sono bellissime già dai titoli, uniche parole concesse a noi ascoltatori (nel caso di Black Bug le uniche due che ci è permesso di ascoltare, NdLYS) che stringiamo tra le mani questo prezioso scrigno di musica che meriterebbe di riempire il vuoto che avvolge come un sudario le nostre strade.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

JOHNNY THUNDERS – Que sera, sera (resurrected) (Jungle) 

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Doveva essere una festa senza fine. Così avevano promesso i due vecchi amici David Johansen e Johnny Thunders ad inizio carriera e Thunders lo aveva ribadito proprio in chiusura di Que sera, sera.

Invece la festa finì. Come tutte le feste, ma peggio di tante altre.

E in effetti, anche mentre era in corso, era più una festa di eccessi che altro. Thunders era una bambola cresciuta tra gli eccessi e vizi che non riusciva neppure a pagarsi, tanto da riformare gli Heartbreakers ogni volta che i debiti diventavano così enormi che l’unica alternativa sarebbe stata quella di prostituirsi e da trasformare la ricerca di una casa discografica in una via crucis. Finché, dopo sei anni dal disco di debutto, la Jungle Records gli dà la possibilità di realizzarne il sequel. E sia quel che sia.

Il disco che ne viene fuori è una parata di stelle: Wilko Johnson dei Dr. Feelgood, John Perry degli Only Ones, Michael Monroe e Nasty Suicide degli Hanoi Rocks, Stiv Bators e Dave Tregunna dei Lords of the New Church, Billy Rath e Jerry Nolan degli Heartbreakers, John Earle, Patti Palladin. J-C Carroll dei Members, Glen Matlock dei Sex Pistols, John Earle dei Rumour di Graham Parker. Roba da leccarsi le orecchie anche solo a scorrere le note di copertina.  

Quel che i nomi promettono viene mantenuto in una scaletta che regala una scorta di canzoni come Cool Operator, Blame It on Mom, Short Lives, la Billy Boy pensata come omaggio a Billy Murcia e poi diventata uno strumentale, Alone in a Crowd, M.I.A., la misogina Little Bit of Whore e la delicatissima I Only Wrote This Song for You che vengono “resuscitate” in occasione del Records Store Day del 2019 dalla stessa etichetta che le pubblicò più di trent’anni prima e che adesso le ristampa accompagnata dalle consuete, attente, note di copertina di Nina Antonia e da un intero secondo disco trasparente zeppo di outtakes registrate in studio e brani fotografati dal vivo a Lione nel Novembre del 1984.

Dalla scaletta manca inspiegabilmente Tie Me Up, il pezzo duettato con Patti Palladin, assente pure nella versione inedita di Copy Cats che assieme ad una rarissima Taking You Up Avenue D rappresenta il vero valore aggiunto di questa nuova edizione.

Ciao Johnny.

Grazie per essere tornato a salutarci dopo essere andato via in fretta.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

UNKLE – The Road part II / Lost Highway (Songs for the Def) 

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Ogni qualvolta James Lavelle annuncia un nuovo disco degli UNKLE la prima domanda che ci balena in mente è: chi avrà convocato stavolta? E ogni volta la lista degli ospiti ci obbliga a voler curiosare dentro quei solchi.

Stavolta tocca a Mark Lanegan, Ian Atsbury, Keaton Henson, Mick Jones, Jon Theodore dei QOTSA, Tom Smith degli Editors, Miink, Chris Goss, Liela Moss dei Duke Spirit, il figlio di George Harrison, la moglie di Stanley Kubrick, un paio di Primal Scream e i Big Pink per intero affollare il salone delle feste del musicista di Oxford, come sempre addobbato a festa.

Il disco, doppio (e addirittura triplo, nella versione che contempla pure gli strumentali), potrebbe sembrare infinito e apparentemente insormontabile ma la varietà di atmosfere gioca a suo favore, lambendo i territori del trip-hop di classica impronta Massive Attack e di certa musica ambientale di stampo 4AD ma anche, proprio grazie ai featuring, costruendo un ottimo ponte tra elettronica e attitudine dark/rock per certi versi assimilabile a quello edificato su sponde diverse dai Depeche Mode, dai Radiohead e, anche se non fa politicamente corretto ammetterlo, Madonna.

Certo, quest’odore di “saga” di cui questo rappresenta il secondo capitolo puzza un po’ come i corridoi dei multisala quando partono le macchine dei popcorn ma Lavelle è uno per cui la megalomania ha sempre fatto parte del suo concetto di artista in grado di passare se non sopra, attraverso gli stili.

Su The Road part II / Lost Highway non mancano i pezzi per cui vale la pena di fare la fila al casello pur di percorrere se non tutto, almeno un tratto di queste nuove strade dell’architetto Lavelle. Non moltissimi, ma ci sono. E non saranno gli stessi per tutti, vista la vasta capacità di adattamento degli UNKLE i quali stavolta operano per gran parte dell’opera lavorando sul concetto di sottrazione di elementi, con pianoforti quasi solitari e voci altrettanto sospese come lampadari di cristallo che ciondolano dal soffitto e la cui luce spesso soccombe sotto il grandissimo mantello della loro stessa ombra.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

E.T. EXPLORE ME – Shine (Voodoo Rhythm) 

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Succede che due dozzine di anni e anche oltre gli olandesi E.T. Explore Me hanno inciso qualcosa solo quando ne avevano voglia, ossia quasi mai. Diciamo mediamente un singoletto ogni due anni e mezzo o giù di lì.

E invece adesso accade che nel giro di undici mesi il loro album di debutto arrivi nei negozi ben due volte: una prima lo scorso Aprile, senza titolo e marchiato Suburban Records e una seconda nel Marzo del 2019 sotto l’egida della svizzera Voodoo Rhythm e col titolo che vedete.

Un disco dominato dal suono di un classico organo compatto degli anni Sessanta anche se l’atmosfera di Shine è nei fatti parecchio ma parecchio lontana dal sound solare delle party-band dell’epoca e si intorbidi spesso e volentieri le mani con certo sudiciume gotico. Che non sono solo i Cramps e tutta le riverberanti scene surf e psychobilly cui piace abitare i cimiteri ma addirittura vere e proprie istituzioni del genere come Joy Division e Stranglers.

Strano? Può darsi. Non fosse che pezzi come Demons, Butcher o H.Z. Statue, ovvero quelli dove certi richiami si fanno più evidenti, siano quasi i migliori del lotto proprio per questa loro capacità di allontanarsi dai cliché più ovvi, anche questi tuttavia capaci di corroborarci con perversi e necrofili riverberi rock ‘n’ roll (Dig Me Baby, Ink, Fincheye e Soy un bruto su tutte), come avessimo tra le mani un vibratore ancora grondante, appena tirato fuori dalle carni rosee di Poison Ivy e Candy Del Mar.  

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro