DENIZ TEK – Long Before Day (Career)

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Insomma. Che Deniz mi apparisse un po’ appannato lo avevo già detto/scritto a proposito del disco in coppia con James Williamson, così come non avanzavo grosse aspettative per questo annunciato disco solista riuscito solo a metà. Long Before Day è un disco che “si lascia ascoltare”, il che non equivale per me ad un complimento. Perché se hai scritto la storia, non è che te ne puoi uscire scrivendo storielle, soprattutto se hai ancora la classe per scrivere un blues marziano come Rear View Mirror e di dire tutto usando un solo accordo come accade in Where.

 Invece la maggior parte dell’album sembra un po’ “sgonfio”, come certi palloni con cui ci ostinavamo a giocare nelle pigre giornate estive, pur di avere con che divertirci. E qualche palleggio riusciva, come per miracolo. Offrendoci l’alibi giusto per tutti quello che invece mancavamo. Che è esattamente quello che succede qui.

Nulla che scenda al di sotto del dignitoso, per carità. Però ecco, volendo dare un senso al titolo, sembra una lunga notte prima di un esame portato a casa con un risicato ventiquattro e la consapevolezza che forse era meglio presentarsi un po’ più riposati.

 

                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE SOUND – Heads and Hearts (Statik)

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Dopo il contorto All Fall Down Adrian Borland e i Sound finiscono nuovamente su una piccola etichetta, pubblicando uno dei loro dischi migliori.

Heads and Hearts è l’album con cui la musica della band inglese diventa epica conservando i tratti decadenti e misantropi che la caratterizzano ma intraprendendo anche quella sorta di inseguimento alle calcagna degli U2 e, in una proiezione del passato condivisa in quel periodo con le band dell’area di Liverpool più che col resto della new wave “dannata”, dei Doors che non porterà loro grande vantaggio e ne smonterà le ambizioni una alla volta, come un Meccano che si rompe, scegliendo in qualche modo il ruolo di ricognitori all’inseguimento dei grandi sottomarini.

Una dimensione ben riassunta da Total Recall, archetipo di questa architettura dai tetti spioventi che la band usa per le canzoni del nuovo disco in cui appare anche uno stranito sassofono piovuto chissà da dove, a coprire il cielo come gli uomini-ombrello di Magritte.

Il tentativo di raccordare emozioni (cuore) e raziocinio (cervello) è irrisolvibile sin dall’inizio, come insegna la grande tradizione della letteratura classica e quelle dell’etica moderna. Ed è dunque una aperta asserzione di insoluta irrequietezza quella che i Sound dichiarano sin dal titolo, una scelta divisoria che poi si ripercuote nell’anima delle canzoni, voragini aperte fra i sentimenti e la ragione, nel gioco chiaroscurale fra ombre e luci che si corteggiano senza incontrarsi mai, generando quelle depressioni lagunari di Burning Part of Me, Wildest Dreams, One Thousand Dreams, Mining for Heart e quelle moltitudini di fuochi fatui che visti da lontano sembrano luci da bivacco che illuminano Whirlpool, Love Is Not a Ghost, Restless Time, Total Recall.    

 

                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE OPTIC NERVE – ON! (Guerssen)

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L’assaggio c’era stato sei/sette anni fa con un sette pollici pubblicato dalla State che documentava il tentativo (risalente al gennaio del 2005) di Bobby Belfiore, Tony Matura, Tom Ward e Mike Linn di dare un seguito all’avventura iniziata dallo stesso Belfiore assieme ai fratelli Portnoy venti anni prima e mai giunta a completa maturazione. ON! arriva adesso alla sua pubblicazione integrale e ci restituisce una band e un album fuori dal tempo, un arrendevole abbraccio al suono di gruppi come Lovin’ Spoonful, Monkees, Turtles, Association e Beau Brummels lungo quindici canzoni dove a farla da padrona sono delicati suoni acustici e tènere armonizzazioni vocali che sembrano sfuggite al controllo temporale e piombate in un’epoca in cui di questa fragilità così manifesta si sa davvero poco cosa farne.

ON! è un disco che parla all’orecchio di chi subisce e accoglie il fascino di questi suoni e di quest’attitudine non compromessa con la modernità, pronta ad assumersi i rischi di passare per vecchia, old-style, retrò, passatista, conservatrice, cosciente del fatto che un pezzo come In Love Again non potrebbe mai passare in radio ne’ nel 2005 quando venne scritta ne’ adesso che viene pubblicata e il mondo si è fatto ancora più feroce. Un disco che se non mostra l’altra guancia, esibisce comunque un sorriso, in questo mondo che mostra solo denti digrignati imprigionati in foto sempre più ritoccate, sempre più finte, sempre più vittime degli spazi infosferici in cui siamo intrappolati.  

 

                                                                               Franco “Lys” Dimauro

NEIL YOUNG & CRAZY HORSE – Rust Never Sleeps (Reprise)

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La legittimazione di Johnny Rotten come erede naturale di Elvis e come custode dello spirito rivoluzionario del rock and roll viene celebrata, un po’ a sorpresa, da un artista che sembrava essersi tenuto a debita distanza sia dal punk che dal rockabilly, preferendo a quella purezza la genuina schiettezza della musica country e del folk.

Quella verso Rotten è una passione sincera, avvalorata dalla T-shirt dei Sex Pistols che Young indossa durante la svitata esibizione coi Devo registrata per Human Highway in cui destrutturano anche questo suo nuovo cavallo di battaglia che si intitola Hey Hey My My e che rappresenta l’epitome delle due facce del musicista canadese: quella acustica e quella elettrica. In questa duplice veste viene “raccolta” su Rust Never Sleeps, disco che celebra il rapporto duale fra il Neil Young solitario e quello caciarone dei Crazy Horse che lo accompagnano nella seconda facciata dell’album, con le chitarre a sporcare il selciato alzando l’asticella del folk-rock dei Byrds e di CSN&Y in direzione di un guitar-rock rapsodico e solenne.

Un abbeveratoio di acqua torbida dove alci e licaoni bagnano le loro lingue placando la sete dell’ultimo pasto della giornata, mentre il sole muore per l’ennesima volta alle loro spalle, lasciandoli affamati di luce.     

 

                                                                               Franco “Lys” Dimauro

ROBYN HITCHCOCK AND THE EGYPTIANS – Element of Light (Midnight Music)

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Il jingle-jangle spavaldo alla Church di If You Were a Priest apre Element of Light, il disco chiamato a testimoniare come la reunion coi vecchi compagni dei Soft Boys celebrata con fegMANIA! e il bel live Gotta Let This Len Out non sia stato solo un estemporaneo abbraccio. Un disco fatto di luci ed ombre, con un occhio che lancia uno sguardo deciso verso il rock chitarristico dei R.E.M. e l’altro che, stranamente, fa l’occhiolino a John Lennon innestandolo in un suono marciante alla Waterboys come nell’atipico passo di Somewhere Apart.

Il meglio viene fuori però dove le due istanze trovano un equilibrio perfetto, come su Bass, tutta linee di basso funky e organetto in levare come negli Specials, ritornello sornione che si fa gabbo dell’abitudine alla melodia accattivante, passo baldanzoso interrotto da ponti di meravigliosa pioggia paisley oppure sul blues rabdomante di Lady Waters & the Hooded One con tanto di coda di pavone che si apre fra i singhiozzi di una miniatura chitarristica alla Peter Buck e di un basso rigurgitante.

Ma il più delle volte (Winchester, Ted, Woody and Junior, Airscape, Raymond Chandler Evening, Never Stop Bleeding) Hitchcock torna alla fase onirica dei treni di cui sogna durante la veglia e mentre dorme. E noi, alla fine, ci facciamo trascinare più dal sonno che dai sogni che lo arredano.  

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

BEBALONCAR – Suicide Lovers (Rubber Soul)

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La musa ispiratrice è, ovviamente, l’attrice jugoslava ricordata in Italia per Ho incontrato un’ombra e per gli sketch con Lando Buzzanca e Gino Bramieri. Chi si immaginasse però una pioggia di colori vintage alla Pizzicato Five, resterà deluso: Bebaloncar è una band impregnata di umori folk anche abbastanza cupi e introversi, quasi sempre adagiati sui suoni felpati di una chitarra acustica cui si innesta un organo retrò ma anche strumenti orchestrali che ne accentuano la drammaticità, ne forgiano il carattere umbratile, schivo che a me ricorda più Douglas Pearce che i Velvet Underground e i Jesus and Mary Chain citati dalla band stessa e quindi, come è abitudine della pigra stampa ufficiale italiana, adottata per creare il framing del prodotto. L’uso del flauto sprigiona semmai qualche paragone con il neo-folk anglosassone dei primi anni ’70, pur senza assorbirne lo spirito progressista ma riadattandolo al livore contemporaneo, creando un disco di grande fascino. Uno shoegaze inaridito, a piedi scalzi, purulento come le ferite che si aprono sulle piante rinsecchite dei nostri piedi.

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

CRISTINA DONÁ – Tregua (Mescal)

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Un debutto coi fiocchi, quello della trentenne Cristina Donà. Voce folk capace di cantare testi complessi e intelligentissimi con la leggerezza dell’ape e arrangiamenti che si increspano, diventano obliqui o fanno spazio (come nella splendida Senza disturbare) ad una interpretazione sempre misurata ma capace di farsi creta e argilla, modellandosi su ogni canzone come fosse un abito di seta.  

Qualcosa che viaggia fra Robert Wyatt e Jeff Buckley.

Un cuscino di piume in un letto di spine.

Superbamente prodotto da Manuel Agnelli, Tregua è un disco di meraviglie che invece non conosce soluzione di continuità.

Sta lì come un bimbo abbandonato in una cesta mentre fuori incombe la battaglia.

Aspetta di essere raccolto. O abbandonato definitivamente alla sua sorte.

Un disco che ci educa alla bellezza e alla vita, alla lungimiranza che è una disciplina della sopravvivenza. All’abbandono. E alla saggia consapevolezza che non esiste il superuomo, ma solo superdonne. Quantunque rare.  

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

BLACK SNAKE MOAN – Revelation & Vision (Dead Music/Tufo Rock) / MONOS – Jizz (autoproduzione) / LISA BEAT E I BUGIARDI – La decima vittima/Io non esisto più/Sole (Area Pirata)

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Black Snake Moan è un po’ l’Uffe Lorenzen italiano, un musicista impegnato ad attivare le sue mani coordinandole col suo terzo occhio, in un mondo di ciclopi. Revelation e Vision sono, già dal titolo, esplicative di questo approccio, dipanato in due tracce speculari dove un pregevole lavoro di organo onirico si intreccia alle sempre evocative e pregiatissime trame chitarristiche di Marco Contestabile, uno che suona con gli artigli piumati. Senza disperdere il seme in onanismi superflui, Black Snake Moan usa il dono prezioso della sintesi e regala due tracce essenziali, due fazzoletti di pascolo verde dove potrete saziare il vostro unicorno, sempre che nel frattempo non vi siate dati al birdwatching e che non proviate piacere a guardare gli uccelli altrui.      

Non conosco le dinamiche che hanno portato il 7” dei Monos a finire nella mia buca postale ma non posso che essere grato al demone del rock and roll per la sua intercessione, trovando gran diletto nei dodici minuti di esposizione al virus della band fiorentina. Robaccia impastata con tutte i liquidi corporei che potete immaginare. Sei pezzi veloci. Una ravanata alle palle e via l’altra. Con le teste infilate fra le tette, come negli anni gloriosi in cui il sesso era un tabù e che è stata spazzata via da quest’epoca così poco incline al peccaminoso in cui se commenti un bel paio di chiappe ti rinchiudono a Rebibbia.

Atmosfere sicuramente più leggere nel nuovo, secondo singolo dei Bugiardi, alle prese con una cover dei MiniVip, band che tenni a battesimo quasi due decenni fa sulle pagine di un giornaletto italiano ormai datosi a contenuti osceni, e con due originali come Sole e Io non esisto più che battono su quel versante più incline al blue-eyed soul e alla bubblegum del glorioso beat italiano e che sono l’elogio alla spensieratezza capellona cui anche Cochi e Renato pagarono tributo e di cui non ne avremo mai abbastanza.

 

                                                                               Franco “Lys” Dimauro

ENZO CARELLA – Barbara e altri Carella (It)

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La nascita dell’It.pop, quarant’anni prima che venisse chiamato così e mille volte meglio di quello che adesso è stato omologato da Tommaso Paradiso o Franco126.

Un uomo col “cuore fuori moda”, Enzo Carella.

Deriva esistenziale del Battisti più sperimentale, variante alla morfina dell’Alan Sorrenti che invece in quel periodo si perde fra le polveri e i bagordi di Los Angeles e New York, variabile imprevista da insolazione sugli sketch di Venditti (Lupo riannoda il giro armonico de Il telegiornale strangolandolo sulla medesima idea di proto-spot, NdLYS), artificiose acrobazie disco-pop sul “trapezio” di Renato Zero, quelli di Carella sono proto-mostri di languida ed esuberante musica pop “rossa con le mandorle”, intrecciata alle zollette di zucchero intinte nel petrolio di Pasquale Panella. Sono storie d’amore che si prendono in giro da sole, galleggiando nella banalità in cui gli altri affondano, felici di affondare. Tornando addirittura sul luogo del misfatto, con una Malamore che era stato un successo inaspettato due anni prima e che qui su Barbara e altri Carella torna con la sua scorta di cerotti e con la banda adesiva prosciugata e la striscia di garza abrasa.

Mezz’ora essenziale, con numeri di stralunata vertigine pop come Carmé, Sentimenti, Barbara, Foto, Amara e Malamore a separare il fiele dal miele e poi mischiarli di nuovo assieme, facendoci bere l’una e l’altra in un’unica, indistinta colata di succo agrodolce.       

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

STRAY CATS – Gonna Ball (Arista)

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Mentre in America non se li fila nessuno se non qualche sparuta comitiva di ragazzi che bruciano ancora dell’entusiasmo sull’onda lunga di Grease, in Inghilterra e in Europa gli Stray Cats diventano delle star raggiungendo col debutto la top ten degli album più venduti in Olanda, Svezia e Inghilterra.

Il seguito a quell’esplosivo esordio e soprattutto la risposta a quel clamoroso successo (il disco viene realizzato solo per i mercati stranieri che hanno accolto la proposta retrò della band senza storcere il naso, NdLYS) è pronto nel giro di pochi mesi pur ottenendo meno successo in virtù di una leggera sterzata verso suoni dall’aria meno ribelle e più oleografici e di una manifesta volontà di dimostrare le affinate capacità tecniche del terzetto, Setzer in primis. La sua maestria negli assoli vorticosi di Crazy Mixed Up Kid, nel felpato rockabilly di Baby Blue Eyes, nel boogie metallico ma fuori luogo di Wicked Whisky, nella slide sudista di You Don’t Believe Me (che fa capolino pure nella bella Little Miss Prissy) o nel trascinante shuffle di Gonna Ball rappresentano la testa d’ariete di un disco che disserta più verso il country-blues, la ballata old-style, il Chuck Berry più stereotipato e il jazz da cool cats. Come a dire che i gatti saltano ovunque. Anche se nel nostro o perlomeno nel mio immaginario ci piacciono più quando saltano sui secchi della spazzatura che non sulle formine della marmellata di nonna.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro