ANDRE WILLIAMS – Silky (In the Red) 

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Una risata da vecchio porco.

Quindi dei tamburi riverberati così tanto da creare un effetto Doppler da cerimonia voodoo.

Poi entra un riff che è praticamente quello di Destination Lonely degli Huns rattoppato con il nastro da carrozziere.

Sembrano i Gories.

Anzi, SONO i Gories.

Mick Collins e Dan Kroha rabberciano il doppiopetto gessato di Mr. Andre Williams e gli fanno il nodo alla cravatta.

E poi lui parte, con una delle sue classiche poesie d’amore: Tutti cercano il modo per mettere il piede sulla luna, io quello per mettere qualcos’altro nel grembo di una donna.

Con Andre Williams e i Gories un mare di altra gente: Joe Greenwald, Phil Carlisi, Ewolf, Lou Gene Phillips, Jim Diamond, Matt Smith, Mary Restrepo, Jeff Meier e ancora altri a pestare i piedi e le nocche delle mani mentre lui parla di fregne che puzzano e minaccia di cavare gli occhi a chi gli ha portato via la macchina (“tieniti pure mia moglie, ma ridammi indietro l’auto, immediatamente”).

Silky è un disco di spettacolare, fumante black ‘n’ roll, pieno di canzoni zozze, turpiloqui da pornazzo, riff lerci e stomp da saloon come Bonin’, Only Black Man in South Dakota, Car with the Star, Let Me Put It In, Agile, Mobile & Hostile, Pussy Stank, Everybody Knew cantanti in ginocchio davanti ad una fica, perché schiuda le sue fauci rosee e ci inghiotta per intero.

Andre Williams è lo zio sporcaccione con le dita più lunghe d’America.

                                                          

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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THE PALE FOUNTAINS – Pacific Street (Virgin)  

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Flauti che sembrano il cinguettio degli uccelli nascosti tra i rami degli alberi delle copertine dei Love, qualche vezzo bossanova e lampi orchestrali che paiono una svendita di Broadway, qualche vigore politico in stile Scritti Politti e Dexy’s Midnight Ramblers, un po’ di svolazzante soul da evirati che invece ricorda Aztec Camera e Lotus Eaters e un bisbiglio new-wave vellutato dal gusto China Crisis.

C’è abbastanza aria snob per stare sui coglioni a tanta gente e ce n’è altrettanta per passare dalle scuole d’obbligo della nuova onda britannica agli istituti superiori d’arredamento, anche se seduti nei banchi in fondo all’aula.

In ogni caso nel 1984 i Pale Fountains sembrano una band predestinata al successo, sull’onda di formazioni come Style Council e Commotions e del suono inglese meno plastificato.

Non hanno in mano il Sacro Graal, i quattro ragazzoni di Liverpool. Ma quel che tengono in pugno sembra destinato a funzionare, tanto che è la Virgin a volerli in scuderia e a finanziare il loro album di debutto, senza lesinare sterline sonanti.  

E invece l’asso pigliatutto l’avrebbero lanciato sul tavolo gli Smiths, facendo man bassa e costringendo molti ad alzarsi dal tavolo da gioco e versare alla cassa quello che avevano vinto alla prima mano e un largo anticipo sui sogni del futuro, adesso ipotecati.

Non fu un peccato, perché gli Smiths avevano certamente le carte in regola per vincere senza bluffare. Però ancora oggi quando, stanco di aspettare che per puro caso una loro canzone passi in radio (cosa che dal 1985 non avverrà MAI PIU’), metto sul piatto Reach, Natural, Southboud Excursion, You’ll Start a War, Faithful Pillow mi assale come l’impressione, il dubbio, il sospetto che la storia (scritta da chi ha vinto la guerra) si trascini con sé sempre qualche rimorso e qualche rimpianto. E che qualche errore poteva essere evitato.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

FERDINANDO MOLTENI – Banana Republic 1979 (Vololibero Edizioni) 

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Di Banana Republic ricordo i ritagli di giornale appiccicati sul diario di scuola di mia sorella.

Ricordo il film-concerto proiettato nella sede della FGCI.

Ricordo le canzoni, passate dalle radio libere (ma libere veramente).

Ricordo che era il periodo trionfale dei dischi collettivi, dal cantautorato che esplodeva nei Palasport e nelle arene grazie all’avvenuto matrimonio con le band elettriche: De André con la P.F.M., Guccini coi Nomadi e Lucio Dalla e Francesco De Gregori con ben due band di supporto di cui una sarebbe da lì a qualche anno diventata un’entità autonoma e storica col nome di Stadio, ché lì era nata: negli stadi dove si era celebrata la tournée più chiacchierata della fine degli anni Settanta e che, affrontando i rischi che Molteni ben racconta su questo volumetto agile e spedito, “sbloccò” gli anni Settanta ormai vittime della pericolosa macchina delle rappresaglie e dell’antagonismo fanatico e violento.  

Ferdinando Molteni si fa carico di raccontarci a parole i retroscena di quello che all’epoca venne documentato da un disco e da un film entrambi di pessima (e anche un po’ truffaldina) fattura (e qui scoprirete perchè, NdLYS) ovvero il “matrimonio artistico” di Lucio Dalla e Francesco De Gregori e il debutto nel circuito della musica d’autore di Rosalino Cellamare, da quel momento e per tutti Ron. Un tour epocale in un momento cruciale per la società italiana e per la carriera dei loro protagonisti. Il disco-evento che con canzoni come Banana Republic e Ma come fanno i marinai li svincola dal peso mortale di autori impegnati per buttarsi con intelligenza, coraggio e senso di sfida tra le braccia del disimpegno. Liberando sé stessi e tutta la musica italiana, nei modi che vi invito a scoprire sfogliando queste pagine e il racconto di come la terra dei partigiani diventò una distesa di alberi tropicali. E della scimmia e dell’orso bruno che vi abitavano fra i rami.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE KAAMS – Kick It (Area Pirata) 

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Traccia n.3: Walk Out the Door.

Ecco la tana dove si sono andati a rifugiare i Jam due mesi dopo aver pubblicato The Gift.

Ed è una tana tutta italiana, scavata nel giardino dei Kaams, che dovrebbe trovarsi nei dintorni di Bergamo.

Kick It continua quel progresso di affinamento che già trapelava sul disco precedente e che svincola ormai definitivamente i Kaams dalla musica garage per spostarsi in area power-pop, pur trascinandosi dietro l’energia sanguigna dei primi giorni, già manifestata dall’assalto frontale di Misery, che come il piscio di gatto serve per marcare il territorio. Poi, una volta “a casa” i Kaams regalano le perle della loro produzione: Walk Out the Door innanzitutto, Don’t Forget My Name costruita sulla linea melodica di Dandy dei Kinks, Free, Up All Night, Cold in My Bones, Dark Days, My Destiny.

Poi lasciano uno stronzo psichedelico (Follow the Sun) sulla lettiera e vanno via.

Canzonacce vestite con la giacca a tre bottoni, quelle di Kick It, come insegna il teppismo di classe degli Who e dei Jam.

Certo, avessero deciso di essere eleganti anche al momento di scegliere la copertina anziché decidere che forse la minaccia di uno sputo li avrebbe rappresentati meglio, avrei apprezzato il gesto.

Forse perché di sputi ne ho ricevuti fin troppi e adesso il disgusto monta come liquido seminale durante una fellatio. Che mi pare un paragone poco fine ma in sintonia con l’erezione provata per un disco come questo.

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

I MITOMANI BEAT – Figli dei figli dei fiori (autoproduzione) 

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Eve LaBlonde? Non c’è.

Maurizio Chiavelli? Non c’è.

Marco Stazi? Non c’è.

E allora chi c’è?

Sembra un riadattamento de La gatta mammona e invece è la storia de I Mitomani Beat che tra una fermata e l’altra del loro pulmino beat si sono scordati ai cessi degli autogrill cantante, chitarra solista e basso.

Me cojoni. Ecco spiegato perché fra il primo e questo nuovo disco siano passati ben cinque anni, che cambiare tre musicisti su cinque è ben più complicato di dover sostituire un paio di pneumatici.

Figli dei figli dei fiori però adesso è qui e, onestamente, a me piace molto ma molto di più rispetto a Fuori dal tempo che per me non andava oltre una risicatissima sufficienza.

Il raggio d’azione del complesso romano è chiaro sin dal nome che si è scelto, quindi sciocco ed inutile chiedere di più: siamo dentro un’allegrissima giostra beat dove, come nei singoli de I Ribelli o di Augusto Righetti, convivono maccheroniche rivisitazioni dello yè-yè, dell’R&B e del garage-sound americano.

Musica che ha la capacità di allietare pomeriggi e serate aderendo allo stesso tempo ad uno stile, ad un’idea di musica, a dei riferimenti culturali ben precisi e in questa nuova scaletta Pulmino Beat, Calamita-Calamità, Pa Pa Pa, L’orologio, Mai (Lies dei Knickerbockers), La canzone di protesta, Lei mi ama e non lo sa assolvono pienamente al loro compito, figlie (dei figli) di quella spensieratezza tutta sixties che adesso fa un po’ sorridere. E meno male, ché per il resto di questi tempi non c’è veramente ma veramente nulla di che sorridere.      

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

PSYCHOMOTOR PLUCK – Kill Your Lunch (autoproduzione) 

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Che gli Psychomotor Pluck, leggenda underground senese degli anni Ottanta, continuassero a suonare dal vivo e a registrar dentro qualche sperduto studio della loro terra lo vengo a sapere una mattina di Marzo del 2019, direttamente sul mio whatsapp e direttamente da loro.

Chiedo le prove.

E le prove arrivano.

La più schiacciante si chiama Kill Your Lunch, autoproduzione registrata al Casino di Siena nel 2015 mentre Babbo Natale faceva la messa a punto alla sua slitta.

Della partita ci sono Al Mitchell al basso e Daniele Bolognesi detto Il Pulce alla voce/chitarra (i reduci), Roberto Migliorini all’altra chitarra, Alessandro Dionisi alla batteria, Matteo Addabbo (dell’omonimo Trio jazz) all’Hammond e un paio di comparsate alla seconda voce e all’armonica da parte di Silvia Bolognesi e Nicolas Beaugunin.

È proprio il suono dell’Hammond la pregiudiziale che sposta l’asse del sound dei Psychomotor Pluck che ricordav(am)o accostandolo a quello dei Prisoners omaggiati qui in due interpretazioni riuscite tanto quanto quella conclusiva alla Ain’t No Square dei Creeps. Occorre dunque riadeguare la nostra memoria: quella miscela metallica che importava polveri pesanti dall’Australia e dagli scarti di Detroit si è inglesizzata (che l’organo Hammond fu, malgrado il suo certificato di nascita e i sermoni jazz di Jimmy Smith, affare soprattutto inglese) e ha cambiato amalgama.

Un po’ come se alla sua dentatura canina avesse aggiunto due premolari d’avorio, continuando a mordere.

Il risultato è un disco coi controcazzi, col suono che gronda dalle casse (il tecnico del suono del resto è Griffin Alan Rodriguez, uno che sa come tirare fuori il groove anche da un assorbente usato, NdLYS) laddove il loro album di debutto si arrabattava in un piattume che impediva al gruppo di prendere il volo e che si riannoda, ravvivandola, alla tradizione underground toscana di band impetuose come Pikes in Panic e Boot Hill Five.  

Religious Game, An American Mith, Alma & Ulisse Minor Blues, The Truth & the Illusion, Kill Your Lunch, Underground Down the Town ci riconsegnano a sorpresa una band lucidissima e capace.

E io sono orgoglioso di averlo scoperto.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

ROBERTO TAX FARANO & PAOLO SPACCAMONTI – Young Till I Die (Escape from Today/Dunque) 

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Marzo 2019: la mia quattromillesima recensione è dedicata a Marco Mathieu, come una delle prime. 

Il 6 di questo mese Marco ha compiuto 55 anni. Il 15 Luglio di quest’anno invece, se le cose non si evolveranno, i suoi occhi saranno chiusi da due, ovvero da quella maledetta notte in cui è rimasto coinvolto in un incidente sulla Roma-Ostia a bordo del suo scooter. Da quel giorno la pagina social di Marco è uno sbocciare di messaggi in cui l’amore e la speranza si è sostituita lentamente alla rabbia e all’incredulità ma in cui non ha mai fatto capolino l’ombra vile della rassegnazione.

Un altro Luglio nero per i Negazione, quattro anni dopo quello che si portò via Fabrizio Fiegl, il batterista di …Lo spirito continua….

Lo spirito non si arresta ancora adesso che il loro vecchio amico Tax ha voluto omaggiare Marco e sostenere in parte le spese mediche della famiglia col ricavato di questo disco (due brani, non un album come qualche rivista online per ragazzini borchiati ha volutamente equivocato, NdLYS) che vede coinvolti il musicista Paolo Spaccamonti e Speaker DeeMo che ne ha curato invece la splendida, evocativa copertina.

Chi cercasse qui un tuffo nei mari hardcore sappia che dovrà tuffarsi in altre onde, che qui ben altri naufragi troverà. Lo spirito continua e Young Till I Die sono due divagazioni strumentali per chitarre meditabonde che rifiutano ogni retorica, sia quella delle parole sia quella delle facili scappatoie su terre conosciute, forse nel tentativo di raggiungere l’amico Marco in quelle terre altre dove ha preso dimora, di stringergli le mani lì dove la fisicità è un affare sconosciuto, tutt’al più un vago, inafferrabile ricordo.

Un vinile (serigrafato) che va comprato e compreso per l’amore metafisico che lo avvolge prima che per tutto il resto.

Ciao Marco, su quel furgone ci siamo tutti noi.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

JOE STRUMMER & THE MESCALEROS – Streetcore (Hellcat)  

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Barry “Scratchy” Myers, il dj che aveva aperto i tour dei Clash per Give ‘em Enough Rope e che viene accreditato come “il deejay n. 1” sulla copertina interna di London Calling torna a lavorare con Strummer per l’ultimo tour dei Mescaleros. Sarà lui a dichiarare che Joe aveva fatto in cinquant’anni quello che molti non avrebbero mai potuto fare neppure se avessero avuto a disposizione cinquanta vite.

A noi piace davvero pensare che, si, Joe Strummer era riuscito a vivere ogni giorno come fosse l’ultimo, spremendolo fino all’ultima goccia. Purtroppo però quell’ultimo giorno arrivò per davvero. È il 22 Dicembre del 2002 e Strummer sta lavorando a Streetcore con i modi che gli sono congeniali in quegli anni ovvero vivendo praticamente dentro lo studio di incisione, dormendo su un giaciglio di fortuna assieme ai suoi appunti, alla sua chitarra, ad un mangianastri dove può fermare su nastro le idee che passano come stormi dentro la sua testa, colpendoli prima che scompaiano all’orizzonte o che stramazzino a terra. Non sa ancora che toccherà a Martin Slattery e Scott Shields, i Mescaleros di vecchia data, l’onere di completare quel che lui ha iniziato e che la sorte non gli consentirà di completare (Midnight Jam è infatti orfana del suo testo, anche se la voce di Strummer compare con degli intercalari del suo programma radio).  

Streetcore è il disco dove Strummer torna a parlare di una Londra che torna a bruciare, il disco dove per ironia del destino decide di reincidere quella Redemption Song che era già stata testamento di uno dei suoi eroi, il disco dove Strummer compie finalmente il suo nostos, il suo ritorno a casa che è anche un po’ il nostro. È il suono meticcio dei Clash e anche un po’ di quello dei Big Audio Dynamite, c’è il reggae, il country & western, il combat-rock. C’è Strummer e con lui gran parte della nostra vita.      

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

GROUNDHOGS – Blues Obituary (Fire)  

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Che mi prenda un colpo! Blues Obituary dei Groundhogs, disco e gruppo stagionati del blues inglese, su Fire Records, etichetta simbolo dell’indie-music britannica! Per giunta in vinile e spreco di sovracopertina.

Un po’ come se…

Un po’ come se niente, che in Italia non abbiamo un gruppo blues di pari fama e neppure un’etichetta indipendente con una storia così lunga.

Quindi il paragone trovatevelo voi.

Siamo nel 1969, l’anno in cui le formazioni triangolari dominano il mondo: Jimi Hendrix Experience, Blue Cheer e Cream lo fanno, in effetti. I Groundhogs un po’ meno: vengono dal blues e con Blues Obituary stanno progredendo verso un suono sempre vincolato al blues ma meno radicale e più aperto alla contaminazione.

Non vorrei sbagliare, che a sostegno della mia tesi nessuna testimonianza mi viene in aiuto, ma ho il sospetto fortissimo che Jeffrey Lee Pierce abbia consumato un disco come questo e che la sua voce sia in qualche modo una sorta di versione disperatamente romantica e voodoo di quella di Tony McPhee. Sia come sia, l’”obitorio blues” è disco che a cinquant’anni dalla sua uscita riesce ancora a stillare veleno blues. Speriamo non serva un disco di Ty Segall a ricordarcelo e a farvelo scoprire e che stavolta possiate fare tutto da voi.

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

GEOFF FARINA – Reverse Eclipse (Southern)  

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Geoff Farina è il Ben Watt coltivato sotto i funghi post-rock dei Karate. Anche se a volte, quando ascolto le pennate più asciutte di Fire ad esempio, a me piace descriverlo come il Billy Bragg della stagione emo-core, pure se questa chitarra non vuole uccidere niente e nessuno.

La chitarra di Farina è un ammazzamosche a salve, una paletta di cartone che accompagna gli insetti verso la via di fuga, verso quella fessura che le separa dalla libertà.

Se Geoff ha degli artigli, ma dubito ne abbia, li nasconde sotto due guanti di sottile fustagno, accarezzando a lungo le corde della sua chitarra finché da sotto i polpastrelli non veda apparire un sogno sottoforma di nuvola, senza lasciare alcuna impronta sulle corde. La sua carezza è una moina jazz, una lusinga bossanova, una carezza folk. Reverse Eclipse è il suono dei frigoriferi vuoti, lasciati accesi ma a porta socchiusa per evitare il puzzo di muffa, illudendo loro e noi stessi che un giorno torneranno ad essere scorta per saziare ogni organo che sia sotto il cuore.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro