PORNO FOR PYROS – Porno for Pyros (Warner Bros.)  

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Pagando pegno per aver consegnato i Jane’s Addiction al passato, Perry Farrell troverà un’accoglienza tiepida e prevenuta al suo nuovo progetto. Qualche applauso, inevitabili quanto gratuiti paragoni, recensioni che da accalorate si sono fatte adesso tiepide come un tegamino lasciato a raffreddare sul fornello, qualche fiammifero acceso più per cercare di bruciare le ali all’Icaro del rock alternativo americano che per altro, colpevole di non aver salvato il rock americano ancora una volta.  

Certo, Porno for Pyros non ha più quell’aria da apoteosi rock di un disco come Nothing’s Shocking ma è in qualche modo erede naturale di quel Ritual de lo Habitual che ne aveva già placato l’ardore dentro un braciere di ceneri tribali e psichedeliche. Una tentazione che non viene dissimulata su questo nuovo disco ma ulteriormente esplorata attraverso una formula che prevede tutti gli elementi chiave della vecchia esperienza dei Jane’s Addiction, dai tamburi di chiara matrice Pil al crossover funky (con l’aggiunta di un’armonica a bocca dissonante), ma riassemblati in maniera più morbida, liquida, languida, forse anche involuta, incerta e sperimentale, evitando la spettacolarizzazione a tutti i costi. E se è vero che alcune tracce come Packin’ .25, Orgasm o Blood Rag trovano a fatica (o non lo trovano affatto) uno sbocco effettivo, tutta la prima parte del disco (quella che da una Sadness dal vago sapore Bauhaus conduce fino al soffice tappeto di Pets) si muove come un cucciolo di drago tra le rovine del suono degli ultimi Jane’s Addiction lanciando ancora qualche sana boccata di fiamme buona per bruciare gli scalpi agli ultimi capelloni del grunge ancora in circolazione.  

Perry Farrell stavolta non è venuto a salvare nessuno. Pensateci voi a mettervi in salvo, se ci tenete.          

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

YO LA TENGO – New Wave Hot Dogs (Coyote)

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I panini new wave degli Yo La Tengo sono imbottiti con filetti strappati alla carne di un Neil Young ancora vivo. Anzi, più vivo che mai.

È l’inaugurazione di quel percorso che sfocerà nel garage-rock di Orange Song e nelle tempeste di fuoco elettrico che si alzano sulle ceneri del vecchio folk-rock della band su quel Giordano Bruno sulle fiamme che sarà Mushroom Cloud of Hiss.

Lo strappo non è ancora netto. Arrivano, di tanto in tanto, delle carezze come quella di It’s All Right (The Way That You Live), di Did I Tell You, quella languida e tutta piovosa di piano elettrico e chitarre arpeggiate di Lost in Bessemer o come quella alla Meat Puppets di 3 Blocks from Groove St. a ricordarci come Lou Reed e il Nilsson di Everybody’s Talkin’ debbano ancora costantemente in heavy rotation sull’autoradio in dotazione al furgone del gruppo però a marcare (a fuoco, dico ancora una volta) New Wave Hot Dogs sono canzoni come “Clunk”, House Fall Down, Let’s Compromise, A Shy Dog, The Story of Jazz in cui sembra di vedere i gruppi della SST (Sonic Youth e Dinosaur Jr. compresi) entrare incappucciati e armati fino ai denti in qualche stazione di servizio di Hoboken per arraffare quello che c’è in cassa. E in cassa, anche stavolta, c’è davvero un bel bottino. Uno dei migliori di tutto l’alternative rock americano stretto in quel collo di bottiglia che dal Paisley Underground della prima metà degli anni Ottanta sarebbe arrivato al grunge di fine decennio e i cui gas coprirono il cielo americano di scorie che ancora oggi ci marcano la pelle, anche a noi che le respirammo al di qua dell’Oceano.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

KING GIZZARD AND THE LIZARD WIZARD – L.W. (Flightness)

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L’aspra contesa con i norvegesi Motorpsycho per lo scettro di band più prolífica del mondo alla fine si è risolta a favore dei King Gizzard: una vera e propria industria discografica che, tra uscite ufficiali, bootleg legalizzati e addirittura incoraggiati dalla stessa band ha prodotto in soli dieci anni una discografia smisurata cui si fatica (anche economicamente) a stare dietro.

L.W. è, cronologicamente, ideologicamente e semanticamente (oltre che graficamente), il sequel di K.G. ed esce a soli tre mesi da quello. La breve traccia introduttiva di quello funge qui da sigla conclusiva, trasfigurata in un mastodontico riff stoner che si protrae quasi fin sulla soglia dei dieci minuti. Complessivamente, lo trovo più affine ai miei gusti, anche nell’ampio ventaglio di stili che la band australiana mette in mostra e che sovrappone psichedelia, prog-rock, elementi di musica orientale, coloriture funky o acid-jazz, hard-rock, King Crimson e musica etnica. E una gran propensione per pisciare fuori dall’orinatoio, come sempre. Vizio e virtù delle band prodigiose, va da sé. Una prolissità che è appunto condivisa con quella dei Motorpsycho e che, come sui dischi di quelli, funziona quasi sempre, almeno fin quando la buona disposizione all’artificio coincide con una struttura che ha tratti tribali ben riconoscibili da chi frequenta queste pianure: Pleura, O.N.E. e Ataraxia ne sono efficaci esempi. Sono i brani più facili al compromesso e all’immediatezza che ci fanno sentire a casa dentro un disco rock. I King Gizzard invece tendono spesso a trascinarci altrove, a farci sentire spaesati. A mostrarci strade più lunghe, più impervie, lontane dalle rapide scorciatoie. Anche se alla fine non ci si perde mai davvero. Si trova sempre la via di casa, nei dischi dei King Gizzard. Anche se magari rientri con in testa un fez, con addosso un kimono o con in mano un narghilè. Pronti a sederci a tavola per prendere un tè col cappellaio matto.         

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

IT’S ALL MEAT – It’s All Meat (Columbia)

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Per praticità potremmo chiamarli come la versione canadese dei Lollipop Shoppe: la capacità di armeggiare con psichedelia, acid-rock, garage-punk e hard-blues è identica se non superiore. Rispetto al tono nasale di Fred Cole, quello di Jed McKay, organista della formazione di Toronto, è un vigoroso e carnale prequel di quella che sarà la sguaiata vocalità di David Johansen.

Il suono è più che altro un agguerrito assalto al suono degli Animals, esibendo omologhe peculiarità e radici blues, pur se contraffate e piegate ad un approccio spietato, esposte ad un incalzante assalto proto-hard che anticipa l’Alice Cooper di Pretties for You, Easy Action e Killer, come quello esibito su Make Some Use of Your Friends, Roll My Own o You Bought Me Back to My Senses ma contrapposto o affiancato a questo, il lato più folkedelico si risolve in evanescenti ballate come If Only o Sunday Love o in un precipitato acido come Crying into the Deep Lake, con echi di Jefferson Airplane e Pink Floyd, bilanciando il peso di questa perla confinata tra i ghiacci canadesi, conservata come la carne in scatola cui gli It’s All Meat resero tributo nella loro brevissima carriera.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

NICK CAVE & WARREN ELLIS – Carnage (Goliath)

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La notizia vera, ovvero che Carnage è l’ennesimo disco pensato e realizzato durante il lockdown, non è più una notizia. La convivenza con la pandemia è il nuovo ordine mondiale e sarà la caratteristica di questo secolo. La ridefinizione della propria personalità, non solo artistica, passa da lì. Così come le modalità logistiche per la realizzazione e diffusione del proprio lavoro, che sia quello di musicista o meno. Quindi anche la scelta di prediligere i canali digitali per la sua uscita in luogo dei supporti fisici ne è diretta conseguenza.

Che il sodalizio artistico di Nick Cave con Warren Ellis sia non solo longevo ma pure strettamente connesso alle mutazioni stilistiche che hanno interessato il musicista australiano degli ultimi anni, reinventandone in larga parte lo stile, è analogamente di dominio pubblico.  

Dunque la vera notizia è che, per la prima volta, il duo mette in cantiere un disco “pensato” non come installazione sonora di una pellicola ma bensì come sonorizzazione di quella stessa società che si è trovata di colpo catapultata dentro un film il cui senso tragico è legittimamente vicino alla musica prediletta dai due.

Carnage è un disco di filigrane. Che sono la parte tattile dei fantasmi, quelli che ad esempio abitavano Ghosteen e dei quali qui sembra toccare le cartilagini.

Una sorta di spiritual apocalittico suonato di fronte alle acque che si sono chiuse sul mondo, inghiottendo i suoi abitanti più stolti.

Un disco in cui risuona tutta l’immensità che viene ad abbracciarci mentre le chiudiamo le porte sperando di sfuggirle.

Stolti, dicevo.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

JAY-JAYS – Jay-Jays (Philips)

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Del nome usato fino all’anno precedente avrebbero mantenuto solo le iniziali gli svedesi Jay-Jays quando arrivano sul mercato col loro fenomenale album, tutto pieno di sussulti kinksiani e di beat-music truce e spettinata. Dal catalogo di Ray Davies prenderanno in prestito entrambi i pezzi del singolo con cui debuttano alla fine del 1965 col nuovo nome, offrendo ai beat olandesi quello che i beat olandesi cercano: una musica pelvica e feroce, bianchissima come la loro pelle ma con un’anima nera che si agita dentro: So Mystifing e la cover di Bald Headed Woman verranno poi imbarcate assieme ad altre dieci tracce per il loro album omonimo che riconferma il contratto già attivo con la Philips sin dai tempi dei Jumping Jewels e dove a risplendere è soprattutto la trilogia I Keep Tryin’, To-day I’m Gay, Come Back If You Dare, tutti pezzi che passeranno di mano in mano tra i fanatici del garage-rock per più di mezzo secolo dopo e forse anche oltre. Ma i Jay-Jays sembrano divertirsi un po’ con tutto, dal surf indiavolato di Cruncher alle ballate un po’ melense, dall’R&B col pepe al culo alla Yardbirds al rock and roll di Little Richard del quale qui fanno una versione tutta scomposta e irsuta di All Around the World che è tra le cose più fenomenali del disco. Che è musica per capelloni, badate bene, e se ci cercate dentro chissà quali rifugi per l’anima ve ne tornerete a casa senza neppure un cerotto. Se invece avete ancora un residuo di lanugine sulla pelata, qui potrete provare a fare lo shake ai pidocchi.      

           

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

NIGHTINGALES – Pigs on Purpose (Call of the Void)

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La generosa ristampa in doppio vinile per l’ormai quarantenne debutto dei Nightingales esce a ridosso di King Rocker, il documentario di Sky Arts che investiga sulla storia della band e del loro leader Robert Lloyd e contribuisce ad alimentare il suo status di cult-hero che in Inghilterra è forse secondo solo a quello di Mark E. Smith, il leader della band di Manchester che con la sua condivide un suono tutto livido di uncini e al pari dei suoi Nightingales definisce in maniera definitiva il suono indie della giovane Inghilterra, tutto giocato su chitarre sbrindellate e isteria ritmica qui ravvisabile in episodi come Start from Scratch, The Hedonists Sigh, The Crunch, Don’t Blink e piccoli, risoluti anthem da battaglia come Joking Apart e Well Done Underdog (o, tra gli “allegati” che ne triplicano adesso la durata, la fantastica Paraffin Brain e i petardi punk di Blisters).

Musica sussultoria, quella dei Nightingales.

E ostile.

Sempre in fuori gioco, ma sempre davanti alla porta avversaria, guardando negli occhi la curva rivale, decisa a sfiancare i nemici.      

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE WYLDE TRYFLES – Fuzzed and Confused (Soundflat)

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Ecco il nuovo assalto fuzz della band di Bordeaux di stanza presso le scuderie Soundflat. Fuzzed and Confused prosegue quanto già espresso su Upside Down e Go Fuzz Yourself, motivo per cui chi si era sentito a suo agio dentro quelle mura rivestite di distorsioni fuzz e vischiosa gelatina organistica, si troverà perfettamente a casa sua dentro questa nuova dozzina di canzoni che vi suoneranno familiari (What’s Wrong with You è poco più che una variazione su Don’t Crowd Me di Keith Kessler, My Confuzzion una rilettura del classico minor-hit degli Omens, I Just Wanna Make Love to You è…I Just Wanna Make Love to You) pur tra i suoi rantoli di armonica, anzi soprattutto quando fra le crepe di casa fanno capolino proprio loro, come nella devastante versione del classico di Muddy Waters o nel beat tutto sporco di Out of Sight, oltre allo spiritato suono di tastiere che domina un capolavoro come Creepy Thing o nella cinetica Don’t Miss the Deadline.   

A dimostrazione che se tutto è stato detto, un ripasso non è mai male. 

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

ACTION NOW – All Your Dreams (Lolita)

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Paula Pierce scrive quasi tutto, musica e testi, ma suona pochissimo sull’unico disco degli Action Now, la sua primissima band professionale (ma non la sua prima in senso assoluto, visto che già dalla tenerissima età di quattordici anni aveva già bazzicato in numerosi gruppetti, alcuni morti già sul nascere), quella che prima della folgorazione per il garage rock le dà modo di esplorare il lato morbido dei sixties: i Beatles, i Byrds, gli Hollies, il pop caramelloso di band come Easybeats e Outsiders (dei quali riprenderanno, prima dei nostri Sick Rose, la bellissima I’m Not Trying to Hurt You), il folk-rock e il power-pop.

Il disco che riescono a dare alle stampe prima di implodere su se stessi una volta abbandonati dalla Pierce, racchiuso in una bella copertina in cui il quintetto è avvolto nella bandiera americana in una parodia del celebre scatto della formazione che per prima coniò il termine power-pop, è uno dei più sottovalutati capolavori della effimera stagione power-pop americana dei primi anni Ottanta, con numeri formidabili come Then and Now, You Say, I Want You, This One Chance (scritta da Peter Case), Stop Pretending (si, proprio quella delle Pandoras, qui ancora nella sua implume versione folky), Taking Care, All Your Dreams che tenteranno ancora una volta di promuovere in serie A una musica da sempre considerata di serie B.   

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

NOTWIST – Vertigo Days (Morr)

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Non hanno bisogno di ulteriori reverenze ne’ di altre referenze i Notwist, ormai da anni una certezza in quell’ambito post-rock tutto sminuzzato, che tra elettronica essenziale e vitrea e una malinconia tutta indie cerca di ridisegnare una space-age music intimista, tutta carica di vuoti siderali che sono buchi neri situati fra il diaframma e lo stomaco piuttosto che al largo di Orione e le altre stelle fisse che i Notwist usano spesso come riferimento per orientarsi lungo il percorso di questo loro nuovo album che suona un po’ come se Robert Wyatt si fosse messo alla guida della capsula degli Air che cerca di atterrare nell’eliporto dei Blonde Redhead anche se le due tracce più belle e compiute, Exit Strategy to Myself e Sans Soleil suonano rispettivamente come una versione ellittica e sci-fi dei Joy Division e come uno di quegli smile con la bocca all’ingiù dei dEUS più mesti.  

Roba che vien voglia di accucciarsi a sentire, se non ci è consentita una carezza, la soffice coccola di un piumone mentre dall’altra stanza ci arrivano i suoni del nostro Atari 2600 dimenticato acceso dal 1982 e che adesso, abbandonato a sé stesso come noialtri a noi medesimi, sembra voler cercare un contatto con gli alieni non potendo più comunicare con noi.             

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro