PRINCE AND THE REVOLUTION – Around the World in a Day (Paisley Park)

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Around the World in a Day è il viaggio pata-psichedelico di Prince. Intrapreso quando, soltanto replicando Purple Rain, sarebbe potuto ascendere al trono celeste e sedere alla destra del padre. Che in quel momento storico è considerato Michael Jackson. Il musicista di Minneapolis invece tradisce le aspettative e dà alle stampe un disco musicalmente più avventuroso e in qualche modo fiabesco, nel modo che potrebbe intenderlo il Cappellaio Matto di Alice nel Paese delle Meraviglie.

Il primo disco in cui i Revolution sono, visivamente e artisticamente, una band e non solo la backing band di Prince. Una band che ha preso residenza nel parco Paisley, con il loro principe intento a visitare e frequentare le tane di elfi come i Three O’Clock e di fate come le Bangles.

E chi a quel punto ha vissuto l’epopea del Paisley Underground ha già capito. Gli altri non capiranno ne’ allora ne’ dopo. Ma capiranno la stravaganza dell’insieme, il carosello di colori con cui Prince veste sé stesso, la sua musica e il suo disco, con tanto di cerchio optical che ricorda la grafica dei concerti del Fillmore, quando la psichedelia era, oltre che un vezzo, la madre di tutti i vizi. Quello di Around the World in a Day è, invece, un mondo di variopinta beatitudine, di leggerezza pop, di palloncini d’elio che portano in alto canzoni già leggere, fluttuanti, galleggianti in una sorta di placenta di musiche che verso gli anni Sessanta hanno un debito di leggerezza sublime, di sottile straniamento, di spensierata vaghezza che ha in qualche modo a che fare con la felicità. Insomma, l’arcobaleno dopo il diluvio di pioggia purpurea che lo ha eletto a Noè della black music. Dei Beatles, che diventano per la critica più superficiale l’ovvio riferimento retroattivo, Prince si porta dietro giusto qualche odore di incenso orientale e davvero poco altro. C’è invece per la prima volta in un suo disco uno strumento tipico degli anni Ottanta come il sassofono, qualche tinta di violino e violoncello e una sfilata di strumenti etnici come quelli che fanno passerella sulla title-track. A sommarsi al basso funky, alle tastiere e a quel battito essenziale e meccanico di batteria che verrà adottato oltreoceano, fra gli altri, dai Fine Young Cannibals e che fanno di Around the World in a Day un disco nipote dei Sixties ma figlio diretto della sua epoca e del suo autore.      

 

                                                                               Franco “Lys” Dimauro

SWELL MAPS – Jane from Occupied Europe (Rather/Rough Trade)

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Jane gira l’Europa su un catorcio tutto ammaccato. Un trabiccolo che tiene appena la strada, coi paraurti accartocciati e la carrozzeria tenuta assieme da un rotolo e mezzo di nastro per pacchi. Una latta su quattro ruote che cade a pezzi e che urta su ogni cosa: bidoni di spazzatura, semafori, auto in sosta, cabine telefoniche. Come una calamita attratta dalla ferraglia. E non va meglio quando, sprovveduta com’è, sceglie strade meno affollate prendendo quota con un deltaplano, finendo per perderla e scontrarsi addirittura con un sommozzatore.

Jane non andrà lontano, ovviamente. E con lei gli altri due occupanti dell’auto, ovvero i fratelli Godfrey coi loro passaporti falsi. A quel punto procederanno a piedi, per vie separate: Jane non imparerà mai a guidare, Nikki Sudden ed Epic Soundtracks si, anche se spesso lo faranno da brilli. Non che l’avventura brevissima degli Swell Maps sia stato un esempio di sobrietà: dopo un debutto di scarabocchi punk, Jane from Occupied Europe aveva rincarato la dose finendo per suonare come un taccuino di appunti buttati un po’ a casaccio, con una punta appena meno appuntita di quella usata per il viaggio a Marineville, anche quello fatto a bordo della stessa vettura diroccata.

Anche stavolta il paesaggio è variegato: ponti appena costruiti, fabbriche di robot, campi vuoti, deserti, negozi di dolci, isole segrete, paludi di mangrovia, villaggi di minatori, città di confine, enormi distese arabe prive di alberi e sorvolate da elicotteri spia. Un mondo folle quanto l’auto che lo percorre e quanto le musiche che escono dal suo stereo8, sempre pronte ad accogliere uno sghiribizzo (come l’assolo in pieno stile no-wave dentro il garage-rock alla Seeds di Let’s Buy a Bridge o il pianoforte scordato che fa capolino su Border Country) o a confondersi con la muzak del luogo.

O di altri luoghi.

Mischiando il presente con mille altri presenti paralleli, come il Caino di Saramago.

Come lui, incazzate con Dio.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

NOT MOVING – Jesus Loves His Children (Spittle)  

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Non so quali siano le memorie che i Not Moving, che ognuno dei Not Moving conserva relativamente a Jesus Loves His Children. Quel che ricordo io è che la band, a cavallo tra Sinnermen e quello che si rivelerà l’ultimo atto della line-up classica della band arriva nella mia terra per un paio di occasioni “eccentriche”, con un concerto in piazza ad Acireale e in una improbabile serata per ricconi in abiti di seta e macramè a Taormina. Quel che ricordo io, ancora minorenne, è una band che sembra provenire da una delle cento città rock ‘n’ roll di cui leggevo avidamente sulle riviste del periodo. Londra, Manchester, Los Angeles, Minneapolis, Sydney, New York, Detroit. Ricordo pelle, pantaloni e collant sdruciti, bandane, cappelli, cinturoni, borchie, odore di tabacco e puzzo di sudore. E un set che avrebbe steso chiunque, adesso aperto a squarci melodici più netti. Come quelli di I Want You, il pezzo che apre il nuovo mini-LP e che ci ritroveremo a cantare in cento o in dieci sotto il loro palco o nella nostra altissima solitudine che adesso ci sembrava meno solitaria. Oppure nella maglia di controcanti della bellissima Spider o nelle conosciute liriche di Break on Through dei Doors, risolta in una cavalcata acidissima su cui Dome La Muerte passa col rullo compattatore sui corpi di centinaia di chitarristi di belle speranze e immeritata gloria usciti fuori dall’Italia in quegli anni. C’è ancora del veleno, anche se ad attirare gli stolti sarà il caramello dentro cui è avvolto il cuore di un disco finalmente prodotto come Dio comanda, con gli strumenti che non si schiacciano l’uno sull’altro ma esplodono come frammenti di un’unica bomba carta.    

La burrasca dentro cui il gruppo piacentino ha navigato per cinque anni si sta però per abbattere sul loro vascello pirata. Perché Dio ama i suoi figli, ma a tutti chiede loro un sacrificio.

                       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

BRUCE SPRINGSTEEN – Born to Run (Columbia)

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All’indomani di Pat Garret & Billy the Kid, il contratto di Dylan con la Columbia va in crisi. La Columbia ha bisogno di rimpiazzare il suo pupillo e lo fa mettendo sotto contratto Bruce Springsteen e promuovendolo come “il Dylan del New Jersey”. Così non è, ovviamente: Springsteen non è e non sarà mai il nuovo Dylan. Diverso il suo immaginario, diverso il suo modo di suonare e cantare, diverse le sue radici, diversi i suoi rami, il più florido dei quali fiorisce nel 1975 e si chiama Born to Run. Che viene venduto come gli altri come un disco di Springsteen ma che è in realtà l’album di un gruppo. Una band fra le più solide della storia della musica americana, non una backing-band qualsiasi, tanto da finire nella Hall of Fame, quindici anni dopo l’ingresso del Boss. “Nascosta” sulle note di copertina, secondo il volere della casa discografica, la E Street Band “esplode” e si palesa con furiosa prepotenza dal vivo. E nel 1975, l’anno di Born to Run, i concerti di Springsteen e della sua band arrivano a colonizzare anche il vecchio continente mettendo sullo stesso palco abiti proletari da camionisti in birreria e eleganti vestiti bianchi da papponi neri: tutto il mondo della periferia americana in una sola occhiata.

Sui solchi di Born to Run di Dylan neppure l’ombra. Quelle di Springsteen non sono canzoni di protesta ma una raccolta di racconti sul sogno americano, ammaccato come una Cadillac di quarta mano, col suo cambio inceppato, le ruote un po’ sgonfie, la pelle dei sedili consumata, lacerata come l’anima di chi le scarrozza lungo le strade della città. Laddove il cuore si ammalinconisce, sembra piuttosto di incontrare Tom Waits. È l’America dalle pareti annerite. Che ha però una sua epica di riscatto, trionfale quanto quella della sconfitta. Jungleland, Backstreets, Born to Run, Night, Thunder Road, Tenth Avenue Freeze-Out sono piene di strade su cui correre o attraverso cui scappare, di vicoli in cui nascondersi, di autostrade dove schiantarsi, se capita. Dentro una decappottabile rosa.

Canzoni piene di tutti gli accidenti della vita, di sgambetti, di lavori malpagati, di cuori smangiucchiati dalla vita. Raccontate in maniera maestosa. Come se la Statua della Libertà avesse la stessa dignità di chi ogni giorno quella libertà se la deve conquistare col sudore della fronte, restando senza un riparo mentre il cielo piscia su di loro.

 

                                                                               Franco “Lys” Dimauro

SUGAR – File Under: Easy Listening (Rykodisc)  

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Può succedere di passare per provocatori anche quando non fai altro che dare un titolo onesto alla tua musica. Accade così con il secondo album degli Sugar, che dichiara sin dalla copertina il suo contenuto.

Isolata la molecola zuccherosa degli Hüskers Bob Mould decide infatti ancora una volta di rilanciare la sua scrittura melodiosa per scatenare una pandemia a presa rapida. Chitarroni ultrasaturi che si impennano come puledri selvaggi, subito ammaestrati dalla voce del domatore Mould. Ancora una volta la formula non è molto diversa da quella degli Hüsker Dü degli ultimi dischi, almeno a livello epidermico. Eppure una differenza sostanziale c’è e non è una differenza da poco.

Manca, a livello emozionale, l’urgenza espressiva che aveva fatto grande la vecchia band di Mould.

È come se quelle montagne di ghiaccio di Ice Cold Ice che si erano innalzate come estrema barriera alla rabbia giovanile si fossero adesso sciolte in un lago ghiacciato su cui Mould ora scivola mostrando tutta la sua abilità di pattinatore.

Noi si resta meravigliati a guardarlo e ad applaudire alla sua bravura, per scaldarci le mani. Assiderati dal freddo.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

LIPSTICK KILLERS – Strange Flash – Studio & Live ’78-’81 (Grown Up Wrong!)

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Tutta la sfortunata storia dei Lipstick Killers raccolta per i posteri di quella veloce meteora che solcò il cielo da Sydney a Los Angeles e ritorno, lasciando poco più che una striscia di polvere stellare. Anche se sono certo che il ricco documento interesserà più noi Re Magi che all’epoca quella cometa la vidimo sfrecciare: un solo singolo nel 1979, poi una infruttuosa session con Lobby Loyde alla consolle (qui riproposta per intero) che sembra intenzionato a trasformare il gruppo in una pub-rock band, un anno carico di aspettative in California, un ultimo Natale lontano da casa mangiando cipolle e fagioli rifritti e un rientro in patria sullo stesso aereo, ma su posti distanti e separati: l’avventura dei Lipstick Killers era già finita nonostante le promesse di Greg Shaw della Voxx e Chris D. dei Flesh Eaters.

Le due sezioni più interessanti della doppia raccolta della Grown Up Wrong!, visto che la forza impattante di Hindu Gods (of Love) e Shakedown U.S.A. e dei loro live set è cosa nota, sono proprio le due sessions in studio datate 1978 e 1981. Più selvaggia, irruenta e grezza la prima, più addomesticata quella presso gli Albert Studios nonostante sia quella che preferisco proprio in virtù dell’inedita verve power-pop sviscerata da Loyde e che se a primo acchito può apparire innaturale, a me risulta particolarmente gradevole. In coda ai quarantacinque pezzi dei Killers, i quattro pezzi già conosciuti dei Psycho-Surgeons, ovvero la primissima incarnazione della band, con ancora addosso i vestiti d’ordinanza del punk. Che forse dovremmo un po’ tutti sganciare dal chiodo.      

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE MEKONS – The Quality of Mercy Is Not Strnen (Virgin)

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Come le scimmie del paradosso di Borel, a furia di suonare qualche accordo a casaccio i Mekons riescono a riprodurre un intero album di musica punk, che sembra appiccicato con lo scotch, come quei patchwork grafici derivati tanto dal dada che dalle approssimative tecniche della criminalità organizzata tanto cari proprio all’immaginario punk. Like Spoons No More, il pezzo che apre il loro primo vero album, è tutto costruito in questo modo, con la chitarra che sembra rimbalzare a casaccio sulla pulsante ritmica di Jon Langford e un canto nevrotico doppiato nel bridge da un coro quasi doo-wop, come se i Gang of Four facessero a pugni con i Four Tops. Che è scontro matematico, razziale e stilistico insieme, lo vedete da voi. Tutta apparentemente disancorata alla base è anche Trevira Trousers, così come Beetroot e l’asfissiante Lonely and Wet sulla seconda facciata mentre Dan Dare, I Saw You Dance e What Are We Going Tonight tornano alla slam-dance del punk facendo il verso ai Clash, ai Jam e ai Circle Jerks. Rosanne e Watch the Film sono le più sfilacciate del lotto, visioni pre-fugaziane di un rock che si smembra come un reticolato di filo spinato sotto la fame tagliente delle cesoie.

Scimmia vede, scimmia fa.

E, arrampicandosi, mostra a tutti il culo.  

 

                                                                     Franco “Lys” Dimauro  

 

QUEEN – A Night at the Opera (EMI)  

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My Fairy King, sul debutto di due anni prima, aveva già apertamente dichiarato quanto Freddie Mercury fosse morbosamente affascinato ed attratto dal mondo dell’opera lirica e del travestitismo teatrale. Quanto fosse forte in lui la necessità di crearsi un alter-ego, anche quello lo aveva dichiarato subito affidando la sua identità artistica al Dio Mercurio. Rivelando altresì un paritetico fascino per il mondo delle religioni, dell’astrologia, del simbolismo, dello zoroastrismo e dell’ambiguità.  

A Night at the Opera è il disco che indossa trionfalmente le prove di quegli indizi.

Sin dal titolo.

Sin dalla copertina, dove esordisce il logo che la band esibirà con orgoglio per moltissimo tempo. Disegnato dallo stesso Mercury, riunisce i simboli zodiacali dei quattro musicisti, sormontati da una fenice simbolo di rinascita anche dopo la morte. Un azzardo divinatorio che si rivelerà esatto: i Queen risorgeranno più e più volte anche dopo la tragica scomparsa del loro leader.

Sin dalla “matrice” che rappresenta l’intero disco e, a dispetto delle grandi hit successive, la foto sul passaporto della formazione inglese ovvero quella Bohemian Rhapsody che solo l’ostinazione della band salverà dalle pattumiere della EMI. Perché quando scrivono quella canzone costata lunghissime segregazioni in studio, alla ricerca di una maniacale ed ambiziosa perfezione raggiunta dopo sessions lunghe anche dodici ore e protratte per settimane e settimane provano forse quella stessa vibrazione che devono aver avvertito i Beatles scrivendo A Day in the Life o gli Zeppelin quando avevano buttato giù Stairway to Heaven. La consapevolezza di un’ispirazione che sta sbocciando aprendosi come un’amante che si concede all’uomo che ama, la contezza assoluta che stai superando te stesso, che stai lanciando un sasso oltre lo stagno dell’ordinario, anche a rischio che quel sasso ti venga tirato addosso una volta che ha toccato la riva opposta.

Un rischio che la band sente di dover correre, perché quello è il suo momento perfetto: Bohemian Rhapsody, bizzarra sin dal titolo, è il momento culminante dell’”opera”, il clou dello spettacolo, l’apogeo della messinscena regalato al pubblico un attimo prima che il siparista faccia scorrere le tende e l’inno dei regnanti sottolinei l’uscita di scena delle rockstar-regine. Una canzone talmente complessa ed artificiosa da obbligare la band ad abbandonare il palco allo scoccare del secondo minuto, lasciando al tecnico il compito di mascherare con tempismo perfetto il pit-stop sostituendo il gruppo con le voci multiple registrate su disco. Bohemian Rhapsody diventa la gabbia artistica dei Queen, il burattino che muove le fila del suo Geppetto. Però è anche la canzone che offre la vertigine sonora che può consegnare e di fatto consegna i Queen alla storia. Un carosello barocco dove fiaba e realtà si inseguono e si confondono lasciando irrisolto l’interrogativo iniziale “Is this the real life or is this just fantasy?”. Il protagonista che confessa alla madre di “aver ucciso un uomo” rivelando di fatto al mondo intero la sua omosessualità vive in quei sei minuti tutti i suoi conflitti interiori ma anche, con pienezza travolgente, la libertà che solo l’atto di una confessione può darti. Ambiguo, oltre a questo dubbio, è anche l’interrogativo che i Queen sembrano offrire al pubblico, ovvero quanto di questo viaggio fra teatro, musical, operetta, vaudeville, musiche da commedia romantica sia una parodia dissacrante e critica di un passato da cui la musica rock ha tentato di separarsi ma nel quale con la musica prog e le improbabili fusioni tra hard-rock e musica sinfonica è invece andata a chiedere asilo e a cui i Queen adesso bussano con forza. Parodie o modelli ispirativi cui i Queen non rinunceranno mai nella loro carriera e che tuttavia rivelano il carattere bivalente della band. Che è quella roba lì: una magistrale macchina che costruisce la propria identità nel caos delle mille facce che la caratterizzano, una sterminata galleria di maschere allegoriche da teatranti pronti a rinnegare sé stessi ad ogni canzone.

A volte, dentro la medesima canzone. La porta dell’ambiguità è sempre aperta (la parte più melodica e struggente di Bohemian Rhapsody, vale la pena ricordarlo, viene scritta da Mercury al pianoforte mentre gli praticano un blowjob), così come lo è quella dell’ego. E la scelta del loro nome ne aveva già avallato e garantito in merito.

A Night at the Opera è dunque una sala degli specchi dove il “grande bugiardo” può mettere in scena ogni trucco alla sua portata e provarne di nuovi, pur di avere il pubblico dalla sua.

Sfiorando il cattivo gusto.

Superandolo.

Oltrepassandolo.

Rasentando talvolta l’abominevole. 

Purché lo spettacolo continui e non abbia mai fine, come loro stessi canteranno quindici anni dopo. Ancora una volta un attimo prima che il siparista chiudesse le pesanti tende del loro teatro. Stavolta per (quasi) sempre.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE FALL – Live at the Witch Trials (Step-Forward)

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Rispetto all’austera compostezza dei Joy Division, l’altra “cosa nuova” di Manchester esplosa subito dopo il punk, la musica dei Fall sembrava musica da rigattieri, approntata nel retrobottega di un robivecchi. Live at the Witch Trials recupera le scocche più elementari delle macchinine garage rock e le butta in una discarica piena di lamiere contorte e fusti arrugginiti. Nessun singolo, nessun ritornello, nessun inciso da mandare a memoria e per il povero John Quays neppure la gioia posticcia di un Natale. Nulla cui aggrapparsi dentro la caduta a strapiombo di queste dieci canzoni prive di sbocco, appiccicate al palato, scadenti, deviate ed imperfette come quelle delle Shaggs, suonate su una ridicola testiera Snoopy e su una chitarra che ha il rumore di un arco deformato che schiocca a vuoto qualche freccia avvelenata, biascicate da una voce da Johnny Rotten sbronzo.

Canzoni indisciplinate come una scolaresca durante la visita guidata agli scavi archeologici.

Che mostrano i sederi dall’ultima fila di sedie del pullman e sputano dai finestrini.

E pisciano sui roghi delle streghe.      

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

DIED PRETTY – Diggin’ in the dirt

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Ci sono dischi che ti tracciano solchi nella carne, che ti tirano fuori l’anima e te la appendono sui fili del bucato. Dischi rotondi, ma uncinati.

Piccole sacche emozionali che ti porti dentro, anche se credi di averle seppelite tre le muffe della soffitta. Free Dirt è uno di questi dischi. Lo puoi ascoltare cento volte e trovarci dentro sempre qualcosa che ti stordisce come la prima volta. Come quando, tutti attenti alla polvere alzata dagli stivaloni di Sid Griffin e Steve Wynn mentre la febbre roots montava dall’America Paisley dovemmo arrenderci di fronte all’evidenza: il miglior album di rock acido arrivava come l’uragano che incombeva sulla sua copertina e veniva dall’Australia.

I Died Pretty erano, allora, un gruppo che ti ammazzava. Lo avevano palesato con i primi, immensi singoli (Out of the UnknownMirror BluesNext to Nothing) e lo confermavano nel 1986 con quello che resta uno dei debutti più cocenti della storia del rock, dove si consuma lo scontro a fuoco tra il chitarrismo furioso dei Television, il folk svogliato di Dylan e le piogge acide delle tastiere dei Doors.

Un disco monumentale, scolpito nella sabbia e nella roccia del deserto aborigeno.

La band lo registra nel Novembre del 1985 ai Trafalgar Studios di Rob Younger, con lo stesso ex-Birdman alla produzione. Il suono è un incredibile arco di trionfo eretto tra il caotico maelstrom chitarristico di Velvet Underground, Television, Hendrix e il tormento di tastiere di Suicide, Doors, Modern Lovers. Ha in sé qualcosa di straordinariamente epico (l’attacco di Life to Go sarà lo stesso usato dagli U2 per la loro Bullet the Blue Sky) ma allo stesso tempo di estremamente decadente e torbido come la vena di un eroinomane.

Qualcosa che li pone a metà strada tra una garage band e un gruppo di art-rock.

Perché Free Dirt, al di là degli innegabili ed evidenti richiami al classico rock americano (Through Another Door impreziosita dalla bellissima pedal steel di Graham Lee dei Triffids il picco della loro anima roots mentre agli amanti dei R.E.M. di Lifes Rich Pageant piacerà senz’altro Blue Sky Day), è intinto nel calamaio del suono maledetto di band allucinate e trasversali come Pere Ubu, Contortions, Stooges (l’uragano che si abbatte sul terzo minuto di quella Next to Nothing che, quando riparte, ti viene voglia di tirar su le persiane, il violino alla John Cale che gira su Wig-Out, le distorsioni che dilaniano la carne e strappano l’epidermide di Just Skin). È questo a renderlo così maledettamente aderente al nostro spleen, questo dolore sotteso che ci alita addosso come vapore di sudore freddo durante i nostri sogni tormentati, questo sgomento che sembra affettare l’ aria come quando il vento soffia ad annunciare un terremoto imminente, sfibrando i cuori.

La spazzatura roots di Free Dirt risuona di tutto il miglior rock che si possa sognare di cantare mentre si viene spazzati via dalla pioggia. Un disco indispensabile, come la gioia e come il dolore.

Portatevelo anche dentro la fossa.

 

Il secondo album dei Died Pretty segna uno dei più inaspettati e clamorosi tracolli artistici di tutti gli anni Ottanta. Lost dissipa in tre quarti d’ora un’attesa lunga due anni che il bel singolo Winterland, con i suoi grumi infetti di sangue loureediano (What Goes On si muove come un’ombra spettrale dietro tutto il pezzo, NdLYS) era riuscita a caricare di aspettative, amplificando alla fine la delusione per un album in cui tutta la tensione drammatica che è stata tipica della formazione australiana fino a quel momento si stempera in uno sciatto repertorio di blande ballate inacidite più dalla svogliatezza che dal sacro veleno del rock ‘n’ roll. Ron Peno sembra “perduto” in un romanticismo stereotipato che giunge al culmine del suo languore da patetico crooner nella conclusiva Free Dirt (un duetto che dovrebbe essere appassionato con Astrid Munday e l’elusivo accompagnamento al piano di Don Walker dei Cold Chisel) dopo averci ammorbato con canzoni dall’aplomb autunnale come Springenfall, As Must Have, Towers of Strength, in una tediosa allegoria della desolazione fertile dei Died Pretty desertici del primo album, lontani da quell’approssimazione verso il nulla che ci aveva incantato ascoltando blues capaci di coprire distanze paradossali e senza un solo ciuffo d’albero che ci riparasse dal buco del culo del sole.

Adesso i Died Pretty ci riaccompagnavano a casa in un carro coperto, passandoci qualche borraccia d’acqua. Ma facendoci rimpiangere l’arsura urticante e selvaggia del primo indimenticabile viaggio.

 

All’epoca della sua uscita ho odiato profondamente Every Brilliant Eye. Del resto avevo già odiato Lost e avrei continuato così per ogni album dei Died Pretty successivo a Free Dirt, che giudicavo e ancora giudico la loro vetta inarrivabile.

Ma Every Brilliant Eye lo odiavo ancora più forte, perché quando lo ebbi fra le mani mi accorsi che il nome di Frank Brunetti che sul primo album era indicato, secondo la tradizione che il gruppo a lungo conserverà, primo fra i primi, stavolta non c’era proprio. Neppure quello di Mark Lock c’era, del resto.

I Died Pretty cominciavano a diventare un affare dei soli Ron Peno e Brett Myers.

Ce n’era ancora abbastanza per spettinarsi, certo. Che quando Myers comincia a soffiare forte diventa Ezechiele e noi dei poveri porcellini. E Peno è sempre un po’ la versione da orco di Dylan e di Young.

Però…sai quando avverti che il romanzo sta prendendo una brutta piega? Ecco, Every Brilliant Eye era quel momento lì. Poi con gli anni certe intransigenze si sono smussate, avendo accatastato tante delusioni quanto metà della mia collezione di dischi. E sono diventato più accomodante.

Col senno del poi e la schiena che comincia ad apprezzare più il riposo che la fatica, il terzo disco dei Died Pretty non è affatto male. Anche perché Brunetti è andato via ma, non si sa come, ha lasciato lì le sue tastiere.

Certo, Face Toward the Sun andava sfrondata di almeno due minuti. Che la schiena è diventata quel che dicevo ma le palle sono rimaste sempre uguali. E True Fools Fall e Rue the Day girano un po’ a vuoto, con una “brillantezza” che mal si combina con i toni tempestosi e torvi di cose come Prayer, Sight Unseen, Whitlam Square, From the Belly o del vertice del disco The Underbelly.

Arrivano e portano ancora polvere, i Died Pretty. Anche adesso che la tempesta è passata da un pezzo.

 

Registrato nuovamente a casa dopo l’esperienza californiana dell’album precedente ma in realtà “pensato” per gran parte a Londra nell’appartamento inglese di John Needham, Doughboy Hollow regala ai Died Pretty le prime soddisfazioni in patria, portando la band al primo posto della indie chart e al 24mo di quella ufficiale. Merito soprattutto ma non soltanto, della “spianata” di violini ad opera di Amanda Brown dei Go-Betweens che, come la famosa bibita che sa di rossetto sciolto, mette le ali al singolo D.C., ma non solo. Perché il quarto album della formazione australiana, pur scavando qualche cunicolo che li riporta ai giorni epici dei primi anni (come la splendida Sweetheart scritta pensando ad un serial killer ma mascherata da canzone d’amore, NdLYS) rievocati dagli scatti di Paul Tatz che sembrano volutamente un sequel della copertina di Pre Deity, ha una baldanza e una forza d’urto che può piacere a tratti anche a chi stravede per Springsteen e Patti Smith (Godbless) o per gli Smiths (Out in the Rain in particolare), e che ovviamente sono in tanti pure laggiù in Australia.

Euforia e malinconia si rincorrono dentro il labirinto dei Died Pretty, in una giostra magica. Forse per l’ultima volta.

 

Trace porta ai Died Pretty un buon successo commerciale, dovuto più che altro a un effetto “risonanza” del disco precedente che al valore intrinseco del nuovo album, forse il peggio riuscito della formazione australiana che ne prenderà le distanze evidenziandone le debolezze e confessando tacitamente (con un assoluto e risoluto silenzio stampa promozionale, NdLYS), come in effetti fosse più il frutto di un obbligo contrattuale che di una reale esigenza artistica.

Si tratta in effetti di un album spento, fatti salvi un paio di episodi come Harness Up (che, inspiegabilmente, esce con due videoclip differenti per il mercato autoctono e quello americano che la Columbia sta puntando a conquistare. Ma brutti entrambi, NdLYS) e il funky inacidito di 110 B.P.M.. E dire che il risultato è, a quanto dice la Sony Music sul sampler Caressing Swine che viene regalato a noi giornalisti, il risultato di una scrematura di una trentina di pezzi che i Died Pretty hanno preparato durante il tour di Doughboy Hollow.

Della ciambella promessa, stavolta, solo il buco.

 

Penalizzato da una sfilza di recensioni scritte “a tavolino”, ovvero pensate già prima che il disco fosse uscito, sulla scorta emotiva della delusione regalata da Trace, Sold è invece il disco che riscatta la dignità dei Died Pretty dopo le brutture del dell’album precedente.

Non un’assoluzione piena ma il tempo ci avrebbe insegnato che se volevamo custodire a lungo nel cuore i nostri eroi giovanili, dovevamo concedere loro una magnanimità di cui dieci anni prima non saremmo stati capaci. Negli anni Novanta lo avremmo imparato con Morrissey e con i R.E.M. ad esempio.

E così, togliendomi dal capo il cappuccio da boia, posso dire che Sold è un album due volte onesto: la prima quando dichiara candidamente che la band si è un po’ venduta alle logiche dell’ascolto facile e la seconda quando, con tutta la consapevolezza del caso, lascia però intravedere le tracce di un passato che sembra riaffiorare tra i solchi (o forse sono crepe?, NdLYS) del disco.

Prendete ad esempio una cosa come Cry, un torrente elettrico che sembra straripare da tutte le parti. Oppure, per mettervi al riparo dalle ecatombi, nuotate nelle acque più quiete ma non meno torbide di Which Way to Go o sfidate i salmoni risalendo le correnti di Cuttin’ Up Her Legs in cui Peno porta un biglietto con dedica all’ex-compagna, senza mazzi di fiori in mano.

Oppure fidatevi di chi ha già messo i suoi, di fiori, su una lapide che non è ancora pronta a ricevere la salma. Anche se sembra “allegramente morta”.

 

Nel 1998 i Died Pretty varcano di nuovo la soglia della Citadel. Zoppicando, come fanno da un po’. Using My Gills as a Roadmap è un po’ come una coda di lucertola, che continua a dimenarsi anche dopo che l’hai tranciata dal tronco vivo del rettile.

È una vita agonizzante, quella che si dibatte sulle nove tracce del nuovo disco dei Died Pretty, ormai più prossimi alla morte di quanto potessero augurarsi quando decisero di battezzarsi così. Pezzi mediamente lunghi il doppio di quanto sia necessario come Gone, The Daddy Act, She Was, Paint It Black, You Devils e Away tentano forse di recuperare i cocci dello specchio infranto di Mirror Blues, senza più averne la visione.

Il ritorno alla casa madre, da molti annunciato anche a posteriori come un recupero delle loro radici, è un bluff.

La semiotica è una scienza imperfetta.

 

I Died Pretty ci lasciano con un sogno piccolino. Con il canto di Ronald Peno ridotto ormai ad un fastidioso miagolio, come un gatto che fruga tra sacchetti di pattume elettronico cercando qualcosa di commestibile.

Peccato che di veramente commestibile dentro Everydaydream ci sia davvero poco. E quel poco, sicuramente poco assimilabile ai Died Pretty.

Riuscireste a capire chi ha messo fuori dalla porta la busta di That Look Before? Oppure le carcasse di orologi a cucù guasti e i vecchi numeri sgualciti di Radiorama che si trovano dentro i sacchetti di Call Me Sir, di Special Way, di The Evening Shadows? O a sospettare siano stati proprio i vecchi leoni impolverati di Free Dirt o gli eroi arrugginiti di Doughboy Hollow?

Su dal primo piano qualcuno canta in falsetto guastandoci il mattino.

Forse è arrivato il momento di alzarsi. E di andare anche noi a buttare la spazzatura.

   Franco “Lys” Dimauro

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