PHILIPPE DEBARGE with THE PRETTY THINGS – Rock St. Trop (Madfish.)  

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Tra la pubblicazione di S.F. Sorrow e le registrazioni di Parachute, i Pretty Things accettano l’insolito invito di un loro fanatico ammiratore. Non è un ammiratore qualunque. È uno dei personaggi che contano nella dolce vita francese.

È uno che nella sua villa in Costa Azzurra organizza mega-feste in piscina dove donne bellissime e rockers dalle belle speranze possono annegare dopo aver fatto prova di apnea dentro flûte  ricolmi di champagne. Ama la bella vita e ha vezzi e vizi da ricco. Tra cui quello di incidere un disco. Possibilmente accompagnato dalla sua band preferita: i Pretty Things. È un periodo travagliato per il gruppo inglese: Dick Taylor e Twink hanno di fatto abbandonato il progetto in mano a Phil May e Wally Waller e la EMI è insoddisfatta delle vendite esigue del loro ultimo lavoro.

E forse è tempo per una vacanza, anche se non del tutto: i Pretty Things sono in un periodo di grande fermento creativo, anche se gli obblighi contrattuali impongono loro uno stop in attesa che le vendite di S.F. Sorrow subiscano un’impennata.

Il materiale del periodo viene pubblicato sotto il nome Electric Banana, per un’etichetta dedita alle musiche da film e, parte di questo, viene “esportato” in Francia, a Saint-Tropez, nella residenza di Mr. Philippe Debarge per registrare quel disco pirata che il gigolò francese tanto desidera e che circolerà solo in acetato, per i veti di cui vi ho parlato. Quell’acetato, in pessime condizioni, viene acquistato da un ragazzo finlandese di nome Jorma Saarikangas ma a rimettere in moto l’opera di restauro quasi quarant’anni dopo è Mike Stax, che coinvolge Wally Waller in una riedizione che viene pubblicata per la sua etichetta personale. Passano ancora otto anni per vedere quel disco pubblicato allora in edizione limitata per la Ugly Things godere di una ristampa e distribuzione europea, con l’aggiunta di un paio di suppellettili a valle (due demo dei tanti provini al Westbourne Terrace) e una bella copertina dove Debarge strimpella assieme a Johnny Hallyday e la Bardot se la ride beata.           

Tutt’altro che un disco di “serie B”, Rock St. Trop è una buona cornucopia del periodo psichedelico dei Pretty Things, quello carico di aromi e di fragranze freakbeat che si stanno espandendo dal braciere inglese per tutto il vecchio continente, con pezzoni di folk stralunato e capolavori come It’ll Never Be Me, Alexander, You Might Even Say, You’re Running You and Me, Eagle’s Son che ribadiscono ancora una volta chi, nel magico circo beat inglese, può fare l’ammaestratore di belve e chi invece continuerà a spargere segatura sulla merda degli elefanti, beneficiando dell’eco dell’applauso che il pubblico in quegli anni lì dispensa a chiunque vesta una giubba vittoriana e si appresti ad occupare la pista.      

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE SMITHS – The Queen Is Dead (Warner Bros.)  

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Ho provato a disintegrarmi. E ad immaginare per qualche giorno di essere tornato sedicenne.

È la primavera del 1986 ed è in procinto di uscire il terzo album degli Smiths, compagni della mia adolescenza solinga ed inquieta. Il singolo che è appena stato pubblicato si intitola Bigmouth Strikes Again ed è di una bellezza straripante, con la sua chitarra martellante e la voce di Morrissey animata da una stizza inedita e doppiata da un controcanto femminile ancora più arcigno.

È un’attesa virginea, non deturpata da nulla che non sia lo strazio bellissimo e apparentemente interminabile dell’attesa stessa. L’attesa gioiosa di un sabato pomeriggio infinito.    

La notizia sarebbe fioccata su un mensile di musica. Poi, il mese successivo ci sarebbe stata la recensione in anteprima che avrebbe aumentato la salivazione. E poi, ancora attesa. Fino a quel traguardo finale, a quell’orgasmo pregustato ed ora finalmente raggiunto.

Ho provato. Ed ho fallito. Come avrebbe detto Morrissey ad inizio carriera.

Ho provato e non è stato affatto uguale.

Ho provato ad aspettare di riaprire il libro di una favola di cui conoscevo già la fine. E l’unica cosa inedita era la consapevolezza di non avere più quei sedici anni.

E che neppure il mondo li aveva più.

Era un mondo infinitamente più veloce ma anche immensamente più vecchio. Incapace di emozionarsi, proprio come me.

Condannato all’immobilità. Ad ingrassare davanti ad un pc. A diventare obeso di notizie, di gossip, di opinioni, di sentenze. Un suino rotolante che grugnisce mentre si rigira nella sua stessa merda.

Un mondo che non sapeva più godersi l’attesa. Ingordo di tutte quelle piccole cose che guastano la sorpresa illudendoti di essere lì per lusingarti il palato. E che invece ti saziano. Come gli aperitivi con troppe olive.

Un mondo in cui la Regina non era ancora morta, ma erano morti tutti gli altri. I suoi sudditi e i suoi detrattori. Smiths compresi. Era l’attesa per una favola conosciuta e senza lieto fine.

E ho capito, malgrado tutto, che a volte è necessario aspettare proprio per acquisire la consapevolezza che si è invecchiati. Che siamo legati ad un mondo che ci appartiene sempre meno. Che quel senso di estraneità e di non appartenenza non era solo un vezzo adolescenziale. Che era una scelta di vita. Che potevamo portarla all’estremo pur tentando di vivere una vita “adeguata”. Il lavoro, la moglie, i figli, l’auto per andare in ufficio, la palestra, le cene sociali. Tutte quelle robe lì. E che malgrado tutto ciò la tua bandiera soffiava sempre sul lato sbagliato del pennone, nonostante fossi venuto a patti col mondo, barattando il nostro ultimo banco per un posto vicino alla finestra.

Avremmo potuto essere orgogliosi. Avremmo potuto essere altro, per sempre. Avremmo sempre avuto Moz dalla nostra parte, come gli altri avevano Keats e Yeats e lui Wilde. Avremmo potuto. Ma c’era sempre il fatto che in quei lunghi trent’anni, assieme al mondo, era cambiato pure lui. O la nostra percezione di lui.

O ancora avremmo potuto parlarne coi nostri figli. Dir loro “ascolta, questi erano grandi per davvero”. Mentre loro guardano un cofanetto di cartone e non capiscono perché ci debba essere della carta attorno alla musica. E perché sotto quella musica ci debba essere una chitarra. E perché accanto a quella chitarra ci debba essere una voce che sembra lagnarsi di tutto e mostrare una supponenza colta e inadeguata. E capiremo che era una favola che non potremo raccontare a chi vogliamo bene. Che la dovremo condividere con altri di cui non ci frega nulla. Centinaia, migliaia di altre anime gemelle che una trent’anni fa immaginavamo tormentate e bellissime e che ora abbiamo conosciuto in rete, senza riconoscere dentro i loro sguardi neppure una sfumatura del nostro.  

 

Quindi eccomi qui, trent’anni dopo, a simulare un entusiasmo che non è che il pallido riflesso di quello di allora. Perché un conto è vivere gli eventi, un altro è leggerli sui libri di storia. Così come la frenesia dell’attesa per il disco destinato a cambiarti clamorosamente una fetta di vita non potrà mai essere eguagliata dal piacere languido ma ormai orfano di periglio della sua riscoperta, del suo riascolto dopo aver mangiato un terzo di quella torta. O dopo esserti lasciato divorare.  

Dunque cosa aggiunge questa ristampa a ciò che già allora ci parse definitivo ed inviolabile? Nulla, in realtà, se non un vago senso di sacralità violata che stride con la volontà di consacrazione che avrebbe dovuto spingere alla sua riedizione.  

Se il primo disco è tutto sommato un comprensibile riadeguamento dei master originali alle nuove dinamiche audio, le fotografie delle larve di quelle canzoni non hanno nulla di poetico. Così come non c’era poesia dentro il laboratorio di Lombroso. Così come non ce n’è in un esame autoptico. Così come non ce n’è in quel fotogramma de Il Ribelle di Algeri che vede Alain Delon alzare leggermente la mano dal petto per abbassare le palpebre prima dell’ultimo respiro e che, per paradosso, è molto più simile a quello scelto da Cover Lovers per The Smiths is 25 che a quella del disco originale. Così come non ve n’è nel tentativo di spiccare un volo ma ve ne è tanta nel momento stesso in cui il volo è spiccato, in quell’attimo infinito in cui i piedi si staccano da terra e sembrano non volerci più fare ritorno.

Se dunque misurammo come capolavoro The Queen Is Dead al momento della sua uscita con la consapevolezza che non erano solo le sue dieci canzoni a renderlo tale, ma l’equilibrio con cui quelle canzoni erano state elaborate, modellate, abbellite, ritoccate prima di giunge fino a noi nella loro forma eterna, nella sua malta non più plasmabile, sarebbe un controsenso adesso ammirare con devozione estatica quei bozzoli che occupano, assieme alle immancabili B-side del periodo, il secondo disco di questa nuova edizione.  

Sarebbe come preferire i bozzetti del Mosè di Michelangelo alla marmorea bellezza di quel lavoro cui egli stesso per primo chiese di piangere, credendolo cosa viva.

Ecco dunque la title-track mostrare la sua inutile coda di pavone.   

Ecco dunque la bellezza gotica di Never Had No One Ever devastata dallo svolazzare di una tromba, come una Notre Dame su cui va a cagare un piccione.

E fotografare il piccione. E il suo guano.

Molto bello invece il live che occupa l’intero terzo cd della versione “full optional” (quella con dentro anche un DVD col famoso “film” di Derek Jarman e un’ennesima quantunque superflua trascrizione scartavetrata dell’album), registrato a Boston durante quello che sarà l’ultimo tour americano degli Smiths, terminato in anticipo per le sempre più insostenibili frizioni tra i membri del gruppo che in quel momento sono già in cinque. Musicalmente gli Smiths sono in forma smagliante e il risultato è una esibizione scintillante notevolmente superiore, per scaletta e gradevolezza d’ascolto, a quella scelta per “Rank”, unico live ufficiale del gruppo.

Questo non basterà a spiegare gli Smiths ai sedicenni di oggi. Ed è giusto che sia così. E purtroppo non basterà a saziare le bocche avide e stolte dei sedicenni di allora. Che aspettano ancora una reunion per cercare fra i cadaveri quel boccone di carne che gli venne allora sottratto da sotto il muso.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE CLASSMATES – Between the Lines (Area Pirata)  

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Il power pop ha un muro di recinsione così basso che chiunque può scavalcare.

Una volta dentro il recinto non è però detto che tutti sappiano come  lasciare il proprio segno su quei muri scrostati. Un segno che possa giustificare una seconda incursione. Ci riescono benissimo i bolognesi Classmates cui pecca soltanto la scelta di copertine più adeguate che possano permettere al negoziante un po’ rimbambito di sistemare i loro dischi nello scaffale giusto e al neofita di identificare subito quello che quei solchi contengono: punk e power-pop uniti o disgiunti, come se, dentro quel recinto, il terzetto italiano avesse scelto di piantare il proprio stendardo accanto alle bandiere degli Undertones e dei Vibrators.

Le loro nuove dieci canzoni hanno tutti gli ingredienti giusti per fare di Between the Lines una collezione power-pop esplosiva. Armonie collose come chewingum, chitarre che mediano tra aggressività e scioltezza melodica e un senso di eterna incoscienza e teppismo teenager, di quelle che ti permettono ancora di scavalcare e di pisciare su ogni muro. Insegnando agli adulti che i muri a quello servono.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

MOTORPSYCHO – The Tower (Stickman)  

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La prima bella copertina dai tempi di Lobotomizer arriva quando la discografia del gruppo norvegese supera ormai il conto delle trenta uscite ufficiali. È un’opera di Håkon Gullvåg, altro gigante norvegese di Trondheim. Un dipinto del 2005 di quasi due metri quadrati che rappresenta la Torre di Babele. Il disco anzi, i dischi che ci stanno dentro sono invece il “solito” capolavoro dei tre norvegesi (Bent e Hans più il giovane Tomas Järmyr degli Zu chiamato a sostituire Kenneth Kapstad, ormai risucchiato dal vortice degli Spidergawd). Un lavoro articolato e sorprendente sia quando scaccia i soliti demoni hard rock (e sabbathiani, visto il richiamo neppure troppo velato al riff di Paranoid che ogni tanto affiora lungo l’avanzata) con un calcio di classe come A.S.F.E., sia quando si apre nei dolcissimi moti ascensionali degli impasti westcoastiani della lunghissima A Pacific Sonata, una Fata Morgana davanti al cui incanto riesci a sollevarti duemila miglia dal suolo, una cometa con una scintillante coda jazz portata in omaggio dal nuovo batterista.

The Tower, come e forse più che ogni altro disco dei Motorpsycho, riesce ad ergere una robustissima diga con i detriti portati giù da cinquant’anni di esondazioni rock: molto prog, hard-rock, folk psichedelico, fusion, grunge, stoner, acid-rock, echi di Canterbury e dell’Estate dell’Amore.

Assemblati in blocchi enormi come dei moai, questi frammenti di storia assumono proporzioni immani sotto il cui eventuale crollo sarebbe impossibile uscirne vivi, così come si rischia di uscire stanchi e malconci tentando l’arrampicata dai suoi pendii più impervi (The Tower o Intrepid Explorer, ad esempio, guarda caso quelle che nel titolo esortano proprio alla scalata cognitiva).

E magari sono proprio i Motorpsycho le prime vittime di loro stessi, chi può dirlo.

Oppure chi ancora si ostina a seguire il sentiero seguendo le briciole lasciate dai compagni di viaggio che ci hanno preceduto, cercando di evitare il pericolo e le sorprese belle e brutte che l’ignoto può riservarci.

The Tower potrebbe rivelarsi per voi la tredicesima fatica di Ercole. Meglio per tutti vi fermiate alla quinta e che continuate a vangare merda per un tempo infinito.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE ALLEY CATS – Escape from the Planet Earth (MCA)  

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Non fossero esistiti gli X, il titolo di punk band californiana preferita dal sottoscritto sarebbe spettata a loro. Ma c’erano gli X, per Dio, e gli Alley Cats restarono per sempre secondi. Anche perché, quando i primi pubblicarono quell’abominio che risponde al titolo di Ain’t Love Grand, i Cats si erano già sciolti (e riformati sotto altro nome).

Anche qui c’erano le voci di un ragazzo e di una ragazza a rincorrersi tra le strade di una Los Angeles leggermente più gotica di quella descritta da Exene e John ma ugualmente decadente e romantica.

Se il disco di debutto era un disco bello, il secondo album degli Alley Cats è un disco bellissimo. Se i veri e propri “assalti” punk sono limitati ad un paio di episodi (uno dei quali, fra i capolavori di tutto il punk californiano di ogni epoca e stagione, stipato in chiusura), Escape from the Planet Earth riesce con disinvoltura a creare un corto circuito tra la prima e la seconda e più sfaccettata ondata punk californiana, introiettando da un lato il gusto sanguinolento che degenererà nel gotico dei 45 Grave e Flesh Eaters, dall’altro certo gusto cow-punk caro a gruppi come Horseheads e Gun Club e certe divagazioni crossover tipiche di band come Fishbone e Minutemen. Senza mai riuscire davvero a lasciare il pianeta, gli Alley Cats lasciano sulle sue rocce le tracce di un capolavoro.

Perché i posteri non dimenticassero.

E malgrado questo, in molti l’hanno fatto.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE MAHARAJAS – You Can’t Beat Youth (Low Impact)

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I Maharajas, per chi non lo sapesse, sono gli ultimi reduci della gloriosa tradizione neo-sixties svedese che infiammò l’Europa negli anni Ottanta. La militanza di due di loro tra le fila di band come Crimson Shadows, Stomachmouths, Maggots e Strollers ne certifica la caratura e il pedigree. Nonostante questo la storia dei Maharajas, che si protrae fra alti e bassi ormai da quindici anni, non ha però mai riscosso grosse attenzioni anche se un nocciolo duro d’affezionati ha sempre drizzato le orecchie a ogni loro nuova uscita.

Questo You Can’t Beat Youth è il sesto album della serie ed è un gradito ritorno al garage screziato di folk-punk delle prime uscite, “tradite” qualche anno fa per un leggero cambio di traiettoria in direzione power-pop. Episodi come Don’t Do It Again, Walk With Me, Everything O’Clock, Action Denied e la cover di How Many Times (non quella dei Rovin’ Flames ma bensì quella degli svedesi e contemporanei Satans), abilmente disseminati dentro i consueti territori malinconici della band svedese (Hurt Me Please, Dark Places, Too Late to Repent) sconfinano addirittura nei rovinosi giorni del garage-punk dei Crimson Shadows e sono tra le cose migliori del solito disco che ascolteremo in venti.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

RE DINAMITE – Re Dinamite (Go Down)    

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Registrazione analogica, missaggio crudo e mastering immediato: impacchettato “a caldo” questo esordio dei trevigiani Re Dinamite, come per non perdere un’oncia del suo aroma. Tutto poco elaborato, senza orpelli, bardature o fronzoli: chitarra compressa e spinta da basso e batteria lungo i vicoli di uno stoner rock dritto-in-faccia che però come una vergine debosciata si lascia lusingare dal blues (bellissimo il giro zozzo di Loves of Bacco con l’armonica che frigge in una padellata di rovente olio fuzz, NdLYS) o dal rock ‘n roll di base (come in quella sorta di Route 66 virata stoner che è Sick Girls), liriche essenziali, poca voglia di jammare ed energia da vendere. Come per i Fu Manchu il concetto non è costruire dune nel deserto ma pressarle con un cilindro per farne una pista da Mustang.  

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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NEGAZIONE – …Lo spirito continua… (De Konkurrent)  

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Lo spirito continua.

Vero.

Lo spirito dei Negazione, anche decenni dopo la loro disfatta come unità musicale, continua.

Musicalmente ed ideologicamente da quella stagione hardcore così intensa e viscerale ci separano secoli. Eppure, è come se i Negazione fossero sempre lì, a farci monito, a indicare  una strada, ad insegnarci a uscire fuori dalla fila, sempre e comunque. Come se quel tizzone d’inferno non si fosse mai spento, covando sotto la cenere del tempo che trasforma ogni cosa in memoria. Qualcosa che va oltre la musica e oltre le parole e che ha invece più a che fare con la conflittualità congenita dell’età giovanile e con quella forte dose di identificazione e quel sano senso di comunità che era proprio del punk. Anzi, di certo punk. Quello cresciuto dentro i centri sociali, veri porti di mare dove attraccavano i barconi di chi era clandestino per scelta e non per profilo giuridico.

La musica era il collante di questa realtà, la macchina necessaria per veicolare un messaggio, per innescare la miccia, per dare voce a un’esigenza fisica e morale al cambiamento, allo scontro ideologico. Che fosse punk, hardcore o, come sarebbe stato da lì a breve, hip-hop, era in fondo del tutto marginale.

Contava essere credibili. Veri. Coerenti.     

E in questo i Negazione si mostrarono da subito in grado di meritare rispetto assoluto, anche dopo che l’intransigente hardcore-metal dei primi 45giri  cominciò a convivere con una più mite propensione alla melodia, pur senza spegnere mai il fuoco che sembrava covarle nelle viscere, tanto da diventare beniamini del pubblico metal, creando una trasversalità di pubblico che era ancora ben lontana da quella poi abbracciata dal crossover dei primi anni Novanta.

…Lo spirito continua…, registrato e stampato in quella Amsterdam scelta come seconda patria dal gruppo torinese, fu il disco con cui i Negazione fecero la loro chiamata alle armi, invero un po’ tardiva, per l’esercito hardcore di tutta Europa. Lo fecero evitando gli slogan. Schierandosi pur senza sventolare nessuna bandiera, con acume e, anche, un senso di ineluttabile sconfitta, di romantica abnegazione, di disperata ricerca di un abbraccio.

Potremo essere davvero vecchi e forti grida Zazzo tre volte sull’ultimo solco del disco. Per alcuni di loro non sarà così.

Ma, nonostante tutto…lo spirito continua…

                                                                                           Franco “Lys” Dimauro

GODZ – Contact High with The Godz (ESP-Disk)  

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Assieme ai Fugs e ai Monks, i newyorkesi Godz furono una delle cose con cui potevi mandare in pappa il cervello se avevi sedici anni nel 1966. Gente senza talento che aveva deciso di delirare sconnessamente su un palco e, se ce ne fosse stata l’occasione, su disco.

Quell’occasione gliela fornì la ESP-Disk, un’etichetta altrettanto folle che progettava di pubblicare dischi in lingua esperanto e il cui catalogo, a metà degli anni Sessanta, divenne il rifugio dei più grandi cani sciolti dell’epoca. Gente come Pharaoh Sanders, Albert Ayler, Sun Ra, i Fugs, Timothy Leary.

Le ”musiche”  dei Godz erano completamente disconnesse da tutto ciò che poteva anche lontanamente essere vicino al gusto popolare ed erano totalmente prive di una qualsiasi progettualità melodica, armonica, ritmica. Le nove “canzoni” di Contact High vengono registrate all’ASCAP per adempire agli obblighi di copyright, ma Jay Dillon, Jim McCarthy e Larry Kessler sanno benissimo che non beccheranno un quattrino in diritti d’autore: quella roba è irriproducibile e non godrà di nessun passaggio radiofonico.

Sono miagolii di gatti, filastrocche dislessiche, armoniche fuori tono, Dylan-dylaniato su un asse da lavare, Hank Williams sbeffeggiato dai pellirossa, folk disarticolati e tamburi che rotolano giù per le scale della metropolitana.

Contact High è l’inascoltabile elevato a modello di vita.

Musica che non offre ristoro, suonata da musicisti che volevano graziarsi gli Dei offrendo loro tutto il peggio che sapevano fare, mostrando ogni loro difetto, la propria inutilità.

Qui e solo qui sta la grandezza di un disco come Contact High.

Non cercateci dentro altro significato.

                                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

                                                                                                      

THE CANNIBALS – …Bone to Pick (Hit)  

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L’avventura di Mike Spenser con i Count Bishops non era durata più di un anno.

Poi, la sua visione sempre più radicale lo avrebbe portato velocemente allo scontro con i compagni raggiunti dall’America solo un anno prima. Il passo successivo, dopo un infruttuoso approccio con Malcolm McLaren che lo avrebbe voluto alla guida di quelli che sarebbero diventati i Sex Pistols, sarebbe stata una band che avrebbe portato la restaurazione dei Bishops ad un fanatismo ancora più esasperato. Mike Spenser è uno dei primi filologi di questa estetica “trash” che si sarebbe presto coagulata a Brixton, nei venerdì sera del The Garage dove si sarebbero alternate sul palco band come Milkshakes, Surfadelics, Prisoners, Stingrays, X-Men, Changelings, Vertex, Corvettes e i suoi Cannibals.

Quella che viene sperimentata dentro il club di Londra e che verrà etichettata come Trash Music è il vero anello di congiunzione tra la pub-music dei tardi anni Settanta e il neo-garage del decennio successivo.

Il tentativo è quello di riportare il rock ‘n roll alla verginità dell’epoca immediatamente precedente all’esplosione della Beatlemania. Ogni contaminazione con la psichedelia e le orchestrazioni è bandita. La sperimentazione, quando c’è (qui un esempio potrebbe essere The Dreaded Lurgy), si ferma alle follie di produttori come Joe Meek e Kim Fowley.

…Bone to Pick, unico album dei Cannibals a non mettere le mani nel canzoniere, seppur dimenticato, altrui è un esordio folgorante vergognosamente ignorato dal pubblico, anche quello che da lì a poco si sarebbe radunato sotto il palco per band sixties-oriented ben più modeste.

Mike sa scrivere ottime canzoni, infarcite dei più ovvi ma più necessari luoghi comuni del rock ‘n roll basico. I’m Not Stupid, Blasphemy, Mumbo Jumbo, Led Astray, il rockabilly lordo di armonica di Spontaneous Combustion e la rollingstoniana Mind Your Own Business ne sono una testimonianza inequivocabile.

Chissà se mai qualcuno di voi, animali ammansiti da Youtube, si prenderà la briga di andarlo a rimettere sul piatto.       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro