FAUST’O – Suicidio (Ascolto)  

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Fausto Rossi guarda alla new wave di Bowie e Talking Heads.  

Alberto Radius dal canto suo non riesce a scrollarsi di dosso il vecchio pastrano prog.

Quando nel 1978 viene pubblicato Suicidio, il disco di debutto del Rossi ribattezzatosi Faust’O e prodotto dall’ex-Formula 3, questa dicotomia salta fuori in dieci brani in cui le due anime sembrano convivere senza tuttavia conciliarsi del tutto, finendo per renderlo ancora più indigesto, alieno, borderline ed incatalogabile di quanto non fosse nei progetti dell’allora ventiquattrenne musicista friulano.

Ma non è ovviamente questo a rendere “imbarazzante” Suicidio e a costringere lui e il suo autore ai margini della scena musicale nazionale. Sono invece i temi toccati da Faust’O (l’omosessualità, la masturbazione, il suicidio come estrema scelta di misantropia lacerante e consapevole, la denuncia dell’ipocrisia mascherata dietro l’unica amicizia possibile ovvero quella di comodo e la sfida al perbenismo bigotto inculcato dal timor di Dio) con sprezzante cinismo e dissacrante, irriverente, strafottente anticonformismo a costringere il pubblico a chiudergli la porta in faccia. Anche il pubblico punk, cui la vena caustica e ribelle di Fausto Rossi dovrebbe piacere almeno quanto quella degli Skiantos, decide di tenerlo alla larga per quelle sue pose da intellettuale neoromantico che mal si sposano alle creste e alle svastiche e le A cerchiate distribuite un po’ insensatamente sui muri delle città.

Quindi Faust’O resterà esattamente nel posto dove aveva deciso di restare.

In un posto tutto suo. Sigillato col silicone della sua accidia.

Lontano dagli occhi, dalle orecchie, dai cuori di una folla che non ha ancora trovato il suo Dio e che pure ne misura la presenza dalle orme lasciate di chi viaggia senza la Sua compagnia.        

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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FLAMIN’ GROOVIES – Morte Lenta

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Avete un nome per la top ten delle bands più sottovalutate del mondo? Io ne avrei parecchi. Ma soprattutto avrei il nome da mettere in cima alla lista: benvenuti quindi nel circo della più grande incognita del mondo del rock, nel più raccapricciante interrogativo sulle fortune avverse cui ci si possa trovare davanti quando si fa un po’ di agiografia del rock, e neanche delle più approfondite. Signore e signori: i Flamin’ Groovies! Gente che si lordava le mani col rock ‘n roll mentre gli amichetti delle elementari inseguivano conigli bianchi nel paese di Alice e che ha continuato a fare la propria cosa senza seguire le mode ma aspettando comodamente che fossero le mode a tornare da loro. Geniale, in qualche modo.

Così in piena “restaurazione” rock (siamo in epoca Paisley e neo-psych, metà anni ‘80, NdLYS) qualcuno si risporca le mani con i loro pezzi.

Ma dura giusto un paio di anni, poi la merda torna a dilagare. Sempre con forma circolare, anche se di dimensioni sempre più ridotte.

 

Siamo nel 1969 e a pochi mesi da Sneakers, un dieci pollici da un quarto d’ora prodotto e stampato in proprio, i Flamin’ Groovies vengono ingaggiati da una major per essere prontamente risputati. Supersnazz, il loro unico titolo a fregiarsi del logo della Epic, arriva nei negozi nel 1969 ed è già un disco demodè in cui le vere potenzialità dei Groovies restano inespresse o, meglio, canalizzate nella riproposizione di uno stile (il rock ‘n roll basico degli anni Cinquanta, la musica tradizionale da avanspettacolo, certo R&B alla Fats Domino) che è stato già a lungo sviscerato durante la restaurazione beat ormai spenta di qualche anno prima.

Riprodotto con classe e stile impeccabili.

Che però è proprio quello che, in quel 1969 invaso da album come gli esordi di Stooges, Led Zeppelin, MC5, King Crimson, Abbey Road dei Beatles, Let It Bleed degli Stones, Hot Rats di Zappa, Trout Mask Replica di Captain Beefheart, Stand! di Sly e la sua Family, Ummagumma dei Pink Floyd o Tommy degli Who, non serve a nessuno. Il mercato, le etichette e il pubblico cercano potenza ed innovazione e rifiutano lo schematismo rispettoso ma per nulla eversivo alle cui regole Supersnazz è invece piegato. Tra i brani in scaletta solo Love Have Mercy, un trascinante boogie che sembra voler fare il verso al rockabilly acustico di Eddie Cochran e ai sermoni in salsa soul di Salomon Burke, rimarrà tra i classicissimi del gruppo californiano mentre il resto, dal grazioso scioglilingua vaudeville di Bam Balam alla morbida e stucchevole ballata A Part From That cadono subito nel pozzo oscuro della memoria. Da cui tuttavia è a volte piacevole ritirarle fuori, ora che la smania per il nuovo a tutti i costi è spesso piacevolemente sostituita dal rassicurante desiderio di concedersi una mezz’oretta di musica senza altra pretesa se non quella di accompagnarti con docilità ed eleganza, come le amicizie discrete.

Abbandonata San Francisco e le sue utopie di pace, i Flamin’ Groovies si muovono verso New York dopo una breve sosta nel Michigan, per sporcare il loro suono di asfalto. Il contratto con la Epic è andato in fumo e il cartone animato di Supersnazz è terminato in malo modo. A trovar loro un nuovo contratto ci pensa Richard Robinson, uomo di fiducia della Kama Sutra e della Buddah Records, che per l’occasione si mette anche al banco produzione.

Per l’etichetta delle Shangri-Las i Groovies licenziano i loro due lavori migliori.

Flamingo è il primo di questi.

Dei due, quello con minor carattere, ancora vincolato ad una forma canonica di rock ‘n roll, seppur indurito dalla loro breve permanenza a Detroit e dal contatto con band come Frost, MC5 e Alice Cooper Band. Ne escono fuori pezzi potenti come Comin’ After MeHeadin’ for the Texas BorderSecond Cousin’ e Jailbait, vicinissimi a quanto registrato pochissimi mesi prima dai Motor City Five per Back in the USA, ovvero un suono che segue il solco classico del rockabilly e del rock ‘n roll boogie basico di Little Richard, Chuck Berry, Jerry Lee Lewis e dall’altro cerca in qualche modo di tracciare un parallelo solco più personale, riuscendo però a centrare l’obiettivo soltanto sul disco successivo.  

Dopo due dischi tutto sommato ordinari come Supersnazz e Flamingo, nel 1971 Flamin’ Groovies si apprestano a sputare fuori il loro capolavoro.

Come dichiarerà lo stesso Cyril Jordan al magazine ZigZag, Teenage Head è l’album in cui per la prima volta viene fuori la personalità della band californiana.

Pensato ed inciso nell’immenso caos newyorkese con uno stuolo di amici e ammiratori ad assistere alle sessions di registrazione (tra cui Richard Meltzer di Crawdaddy e Lester Bangs), Teenage Head è uno dei dieci dischi fondamentali del rock’ n roll pre-punk, carico di sporcizia fin dentro le mutande oltre che disco imprescindibile dei Groovies, rollingstoniano fino a soverchiare gli stessi Stones e pieno di chitarre slide. Dentro, alcuni numeri da antologia come la ballatona Yesterday‘s Numbers e la title-track che resta uno dei pezzi-chiave della storia del rock ‘n roll per la perfetta combinazione tra liriche e riff e chiude il quadrilatero perfetto che ha per lati My GenerationSatisfaction Search and Destroy.

Non serve nessun trattato sull’orgoglio spavaldo dell’essere giovani, tutto quello che volete sapere è scritto, a fuoco, in questi quattro pezzi.

L’attacco sudicio di High Flyin’ Baby con quelle chitarre che sembrano lingue di schiave pronte a pulirti l’uccello e la voce di Roy Loney filtrata attraverso gli effetti da studio pensati da Richard Robinson per rendere l’atmosfera del disco ancora più torbida sbriciola le pareti. E’ un’orda di lingue fameliche che scavano il ventre di una donna. Un amplesso filtrato da un mesaboogie valvolare.

E’ ad una cosa così che gli Stooges penseranno quando si tratterà di aprire il disco del loro rientro in scena, un paio di anni dopo.

City Lights si infila, musicalmente e liricamente, dentro gli Stones acustici di No Expectations, ravvivando il ricordo della chitarra slide di Brian Jones che di quel pezzo era protagonista assoluto. Il boogie di Have You Seen My Baby? di Randy Newman è una delle due cover presenti sul disco (l’altra è una versione del classico 32-20 Blues di Robert Johnson, erroneamente riportata come 32-02 sull’originale copertina Kama Sutra che stringo tra le mani, NdLYS).

La prima facciata si chiude con un altro omaggio al suono di Beggars BanquetYesterday‘s Numbers si muove in perfetto equilibrio tra chitarre acustiche e la slide di Cyril Jordan più in forma che mai.

La B-side si apre con un altro pezzo-mostro: Teenage Head ha dentro di sé tutti i Miracle Workers e i Morlocks che verranno e che infatti la infileranno nella loro saccoccia di cover, cisposa di maracas e infettata dall’armonica a bocca.

Evil Hearted Ada scritta dal solo Roy Loney si immerge nel suono Sun del sempre amato Presley anticipando i Cramps e i boccheggi ansimanti di Lux Interior di una mezza dozzina di anni. Doctor Boogie è un altro furto dagli archivi Sun, stavolta ai danni di Doctor Ross e della sua Boogie Disease. Cyril e Roy la scrivono di getto, la stessa notte che scrivono Teenage Head, per completare in fretta una scaletta che non ha ancora raggiunto la consistenza di un album. Whiskey Woman in chiusura riporta il tono del disco sui consueti binari stonesiani, stavolta lambendo la  stazione di Sticky Fingers, pubblicato proprio lo stesso mese (e con al piano Jim Dickinson, lo stesso pianista che accompagna i Flamin’ Groovies su Have You Seen My Baby?City Lights e High Flyin’ Baby, NdLYS) dai “fratelli” inglesi.

Appena un anno dopo Roy Loney si chiamerà fuori dal gruppo deluso dalle vendite umilianti di quello che è invece ritenuto a ragione uno dei dischi fondamentali del rock ‘n roll del decennio, finendo per fare l’A&R per la ABC Records e tirando fuori dal buio band come Ramones, Tom Petty and The Heartbreakers e la band di Dwight Twilley. Prima di andarsene regala al vecchio amico un’ultima canzone, scritta in un hotel di Detroit. “E’ una canzone sulle droghe, caro Cyril”, gli dice. “Una canzone sulle droghe e su come si può morire lentamente, mentre si crede di stare scalando i gradini per la vetta del mondo, una canzone sulla separazione da sé stessi e dagli altri, una canzone su me e te”.

Poi, le parole di Slow Death riempiono la stanza.

Slow death eats my mind away. Slow death turns my flesh to clay. Slow death, slow death, slow death, slow death.

Quella notte a Detroit cadono le stelle.  

Nel 1976, proprio mentre l’esplosione del punk dovrebbe dar loro ragione e la loro Slow Death è una delle canzoni più trasmesse dalla bocca del juke box della boutique di Malcolm McLaren, i Flamin’ Groovies si siedono dalla parte sbagliata del marciapiede. Se Teenage Head era stata l’apoteosi del suono stonesiano e il trionfo di Roy Loney, Shake Some Action sceglie i Beatles e Chuck Berry come nomi tutelari mentre il nuovo acquisto Chris Wilson sollecita la svolta in direzione power-pop, spinti dalla mano sapiente di Dave Edmunds con cui la band inizia a lavorare sin dal lontano 1972 con l’idea di registrare un paio di singoli e un intero album.

Il risultato è un disco che spiazza il nocciolo duro dei vecchi fan con un suono assolutamente meno virile. Dalle finestre dei Rockfield Studios  bussano echi di Merseybeat e di jingle-jangle byrdsiano e i nuovi Groovies che sono andati ad ossigenarsi nel Galles dopo la risoluzione del vecchio contratto e l’allontanamento di Loney e Tim Lynch, li lasciano entrare. Qui i Flamin’ Groovies reinventano se stessi, look (taglio di capello in perfetto stile beat ed elegantissimi abiti mod al posto dei capelli incolti e dei pantaloni di pelle che campeggiavano sulle prime copertine) e strumentazione (l’Ampeg di Cyril Jordan viene sostituita da una Rickenbacker 12 corde mentre George Alexander abbandona il suo vecchio basso in favore di un Hofner a violino in un ennesimo omaggio a Paul McCartney, NdLYS) compresi.

I pezzi chiave dell’album sono ovviamente i due singoli Shake Some Action e You Tore Me Down, risalenti alle prime sessions con Edmunds del 1972 (gli altri pezzi erano Get a Shot of R ‘n B, Little QueenieMarried WomanTallahassie Lassie e il fantastico inno anti-droga di Slow Death di cui abbiamo detto, registrati per l’abortito Bucket of Brains, NdLYS). Entrambe scritte dal team Jordan/Wilson mostrano un suono fortemente melodico e ricco di arpeggi folk-rock nella miglior tradizione californiana e costituiscono la chiave di lettura dei nuovi Groovies che abbandonano definitivamente il cazzuto suono dei primi anni Settanta per dedicarsi, nella trilogia che chiude il decennio, ad una innocua e tutto sommato abbastanza inutile parodia beatlesiana d’autore.

Chi vi dice che questi sono i Flamin’ Groovies migliori, o mente o è un fan dei Beatles.

Siate scaltri.  

Now esce nel 1978. A due anni da Shake Some Action.

In mezzo c’è stato il punk. Ma ascoltandoli uno dopo l’altro, viene difficile crederci.

Nonostante fossero stati in qualche modo artefici forse inconsapevoli di tutto quel gran casino che è scoppiato lì fuori, i Flamin’ Groovies perseverano nel loro anacronistico mondo illuminato da chitarre sgargianti e prelibatezze vocali copiate o rubate a Beatles, Raiders, Big Star, Byrds, Buddy Holly, Rolling Stones con un disco che, complice il meticoloso lavoro in regia di Dave Edmunds (microfoni piazzati direttamente sugli ampli e altri disseminati in studio a captare i naturali eco e riverbero dell’ambiente e diverse take di ogni pezzo, per poi poter operare sul cutting e l’editing), è l’esatta riproduzione del disco precedente, seppur registrato con vita meno travagliata.

Mike Wilhelm dei Charlatans si avvicenda alla terza chitarra al posto di James Ferrell che finirà a dar man forte all’ex-compagno Roy Loney per il bellissimo Out After Dark dei suoi Phantom Movers.

A supportarli ci sono, come sempre, Greg Shaw dalle pagine di Bomp! e Kris Needs da quelle di Zig Zag. Il pubblico molto meno. Now vende pochissimo, complice la scarsissima promozione della Sire, interessata soprattutto a spingere Ramones e Talking Heads, assoluti alfieri del “nuovo” da contrapporre nella scacchiera ai pezzi troppo disciplinati dei Groovies. I pezzi forti del disco sono Good Lough Mun e All I Wanted che però stanno un passo indietro rispetto a You Tore Me Down e Shake Some Action e cento passi distanti da Slow Death, il pezzo che aveva in qualche modo reinquadrato il suono della band californiana nel lontano 1972.

Il meglio vive stavolta della luce riflessa del sole byrdsiano di Feel a Whole Lot Better e di quello eclissato e torbido degli Stones di Paint It Black. Piegandosi ai maestri non potendo più salire in cattedra.

 

A dispetto di un suono fresco che sa di ortaggi appena raccolti Jumpin’ in the Night, il disco che chiude la trilogia dei Groovies per la Sire e conclude, di fatto, la fase creativa della band di San Francisco, una volta messo sul piatto dà una poco piacevole impressione di una cesta di cibi in scatola.

Scatolette di latta messe una accanto all’altra e da cui escono fuori i Beatles, Bob Dylan, i Byrds, James Burton e Warren Zevon cui Cyril Jordan e Chris Wilson affiancano qualche piccolo sapore di casa dal gusto sempre meno incisivo, sempre meno capace di rendersi distinguibile al palato (Next One Crying fa il verso al Lennon solista, First Plane Home a quello del periodo Merseybeat, In the U.S.A. è quasi un Lovin’ Spoonful in libera uscita). Forse è solo il tirato boogie della title-track col suo duello di chitarre che resta un po’ schiacciato sul missaggio finale e le altrettanto belle pennellate di Rickenbacker di Yes I Am a rendere prezioso questo ultimo lavoro dei Groovies che soffre già della crisi che sta dilaniando un’altra volta la formazione californiana e che le impedirà di godere se non trasversalmente (Wilson con i Barracudas, Jordan e Alexander con una esangue reunion del 1986) del successo del revival neo-sixties di cui erano stati pionieri.

 

Nel 1986 i Flamin’ Groovies, grazie al lavoro sotterraneo di band come i Miracle Workers e gli Hoodoo Gurus, si rendono conto che possono ancora piacere.

Come quelle tardone che ricevono qualche attenzione tardiva e provano a rimettersi in tiro spendendo in estetisti e parrucchieri senza scrupoli Jordan e Alexander, unici superstiti della formazione (Chris Wilson è andato a nuotare nell’oceano dei Barracudas), allestiscono One Night Stand, una passerella dei vecchi “successi” (Teenage HeadSlow DeathShake Some Action, I Can’t Hide) e qualche cover di ordinanza (Kicks dei Raiders, Call Me Lightning degli Who, Bittersweet dei cuginetti australiani Hoodoo Gurus). Ma a livello di fertilità artistica siamo al nulla cromosomico, così come è tremendamente agghiacciante il drenaggio di ogni piccola goccia di un qualsiasi umore rock ‘n roll. I Flamin’ Groovies si soffocano nella fossa biologica dei loro liquami, coi detergenti e le creme antirughe dentro i beauty case. E un devastante senso di perenne ritardo nel cuore.

Analogamente trascurabile è il Rock Juice del 1993 accreditato ai Flamin’ Groovier, con i ancora Jordan e Alexander a tirare le redini (e le cuoia) di una band perennemente seduta sul lato sbagliato del tavolo da gioco.

Un po’ in anticipo, un po’ in ritardo.

Un po’ Beatles, un po’ Rolling Stones.

A proposito! Voi eravate per gli uni o per gli altri?

Beh….io ero per i Flamin’ Groovies!

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

 

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I GIGANTI – Terra in bocca (poesia di un delitto) (Ri-Fi)  

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I Giganti, ricordati oggi come tra i più innocui e buffi protagonisti dell’epoca beat italiana, furono forse in assoluto il complesso più perseguitato, braccato e infine stritolato dalla macchina della censura italiana. A loro verrà concesso molto, ma molto meno, di quanto verrà concesso a formazioni di gran lunga più pericolose come gli Area o cantautori “impegnati” come Gaber o Lolli.

Ma i Giganti “recitavano” la loro parte in un’epoca diversa. Non era ancora l’Italia delle stragi, delle proteste operaie, delle lotte femministe. Era l’Italia del boom economico, bella e prosperosa come il seno della Lollobrigida. E le radio, governate all’epoca dal Vaticano, non potevano tollerare atteggiamenti “ambigui” su temi come politica e sesso.

Canzoni come Una ragazza in due, Proposta e Io e il presidente vennero dunque boicottate in maniera coercitiva. I Giganti furono “avvicinati” dagli altri giganti, quelli del regime, per costringerli a cambiare testi e titoli delle loro canzoni.

Infine, furono costretti al silenzio.

Proprio come i protagonisti di Terra in bocca, il concept-album licenziato nel 1971 e che affrontava un tema delicatissimo come quello del “controllo delle acque” in terra siciliana.

Che era terra di mafia.

Ma che non si poteva dire.

Perché già allora, la mafia non esisteva.  

E se una cosa non esiste, chi ne parla vaneggia. E va tenuto sott’occhio, soprattutto se ha già un passato scomodo come quello dei Giganti, che avevano già cominciato a rompere gli schemi alla fine degli anni Cinquanta, suonando per personaggi “coloriti” come Ghigo e Clem Sacco.

Insomma, sembrava davvero che questi quattro ragazzi della Milano bene avessero la volontà tenace di cercar grane, andando a lordarsi le mani con tutte le musiche sovversive del mondo.

Il rock ‘n roll prima, il beat dopo. E adesso, il prog. In cui sembrano credere davvero, ancora una volta. Tanto da circondarsi da musicisti di grande perizia come Vince Tempera, Ares Tavolazzi e i fratelli La Bionda e di mettere in musica due delitti “accidentali” avvenuti in Sicilia nell’estate del ’36.

Storie di morti ammazzati un po’ per caso, un po’ per destino (“se l’è andata a cercare” è una frase ricorrente ancora oggi in questa terra dove la mafia non esiste) raccontate in forma di suite.

E’ l’alba degli anni Settanta. Del prog-rock. Del Frankenstein creato nei laboratori di Sergio Albergoni e Gianni Sassi. Dei movimenti studenteschi. Del Re Nudo costretto a rivestirsi.

E la fine de I Giganti.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE MOLOCHS –  America’s Velvet Glory (Innovative Leisure)  

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Non lo so se fa figo ascoltare i Molochs.

Fa figo?

Probabilmente no.

Nel senso che non è che facciano copertine di quelle che le mostri a qualcuno e lo stendi a terra. Stavolta peggio che la prima, a dirla tutta. Perché Cameron Gartung e Ryan Foster hanno deciso di metterci la faccia. E si sono messi in posa non come se dovessero fare una foto per la copertina del loro secondo album ma come se avessero deciso, un po’ a malavoglia, di cambiare la foto profilo su Facebook.

Quindi, insomma, se tiri fuori il disco dei Molochs non aspettatevi di fare chissà quale figurone.

Però, nonostante questo ricorso alle pose defilate, alle foto da “very normal people” o ai disegni un po’ infantili della più classica tradizione lo-fi (andatevi a ripassare gli archivi di Daniel Johnston, Half Japanese o Beat Happening) che i nostri condividono con gran parte delle formazioni affini (in questo caso date una scrollata ai cataloghi della In the Red, della Lost Tapes o della stessa Innovative Leisure), la musica dei Molochs possiede un suo fascino, giocato tra le intercapedini del folk acido (quello americano ma anche quello britannico di Syd Barrett e Robyn Hitchcock che sfoggiano con i rossetti viola di Charlie’s Lips e nella dormiveglia di That’s the Trouble With You), degli Stones dell’epoca beat (le arie di I’m Free svolazzano, “libere” appunto, su You and Me), del rock trasognato di Jonathan Richman (New York, perla trasversale del disco, You Never Learn) e del garage sfumato nel folk punk dei Thanes e degli ultimi Wylde Mammoths.

Dunque facciamo così: voi vi tenete i vostri dischi fighi e io mi tengo sul piatto i Molochs.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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DEAD KENNEDYS – In God We Trust, Inc. (Alternative Tentacles)  

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Due mesi dopo la pubblicazione di Fresh Fruit for Rotting Vegetables, Ronald Reagan viene eletto quarantesimo Presidente degli Stati Uniti d’America.

Su di lui e la sua politica “ispirata da Dio” (uno dei primi emendamenti aveva riguardato la disciplina/imposizione delle preghiere a scuola) che ne avrebbe motivato l’accanimento contro il blocco sovietico, si scaglia gran parte della ferocia dissacrante e delle invettive dei Dead Kennedys.

In God We Trust, Inc. è il primo e più violento atto di accusa e, insieme, urticante documento di sberleffo del Reaganismo degli anni Ottanta.

In suo “onore” i Dead Kennedys riadattano in chiave jazz California Über Alles facendo parlare in prima persona l’”Imperatore” Reagan, in una parodia caustica del suo discorso di insediamento. We’ve Got a Bigger Problem Now dura da sola quanto metà dell’intero lavoro, o poco meno. Perché il resto è costruito attorno alle più feroci schegge hardcore di tutta la loro discografia. Canzoni che durano poco più che una zampata. E che come ogni zampata, graffiano la pelle.

E che non risparmiano nessuno. Senatori, pastori protestanti, anti-femministe militanti, Dio.

A dare una spinta alle già nefande canzoni della band è arrivato D.H. Peligro, capace di portare ogni pezzo sull’orlo di un precipizio.

Sono i Dead Kennedys che cominciano a fare paura.

Che verranno braccati dalla CIA e dai censori.   

Costringendoli alla resa prima del termine del secondo mandato di l’Imperatore Ronald Reagan.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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LE MUFFE – Fuoco e Fiamme (Party Tonite/Area Pirata)  

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L’Italia in fila.

Da una puttana, in un ballo di gruppo, in un rito propiziatorio, dietro la porta di un cesso alla stazione, al bar di quartiere a sparare minchiate su governo e malaffare (quelli degli altri, mai i propri) o in quello di Amsterdam ad assaggiare la torta della nonna (anche in questo caso la nonna degli altri, mai la propria), in corteo contro il regime di turno.

Del resto è così che buttiamo sedici giorni all’anno della nostra vita: aspettando Godot.

Dunque, perché no.   

A parlarcene sono Le Muffe. Ovviamente a modo loro. Ovvero senza analisi sociali (facilmente recuperabili sui profili social dei vostri amici di Facebook, qualora vi interessassero) e senza pietà. Col cinismo demenziale e politicamente scorretto (assunto dittologico per antonomasia, visto che non esiste politica corretta) che li contraddistingue e che li rende amabilmente detestabili.

Beat corretto al veleno.

Colore marrone. Retrogusto anice.

Che i tempi delle olive annegate nei cocktail del Piper sono passati da un pezzo.

E anche fuori da lì nessuno sorride più.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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TOM VERLAINE – Tom Verlaine (Elektra)  

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Se hai in mano canzoni come The Grip of Love e Breakin’ in My Heart, non puoi tenerle dentro il cappello. Neppure se la band per le quali le avevi scritte si è appena liquefatta come un cubetto di ghiaccio.

E così Tom Verlaine, per nulla scoraggiato dall’effetto neve che ha iniziato a congelare la sua televisione, decide di organizzare la sua prima “personale” di cristalli, coadiuvato da uno sparuto ma fedele numero di amici (il fido Fred Smith, Jay Dee Daughter e l’altrettanto asso della sei corde Ricky Wilson).

Tom Verlaine, si apre e si chiude proprio con quelle gemme scritte per l’eventuale terzo album dei Television. Due canzoni dove la chitarra di Mastro Tom dà saggio del suo timbro esclusivo, lo stesso delle piccole mole usate per tagliare le pietre preziose. E che, una volta ottenute le facce perfette, le lascia cadere giù a mo’ di pioggia sferzante e opalescente. E ne replica il rumore, mentre Tom ne canta (I walked in the pouring rain and I heard that cries “it’s all in vain” recita in apertura di quella Kingdom Come che gli sarà presto “rubata” da David Bowie e che diventerà un vero e proprio temporale su Breakin’ in My Heart, mentre anche gli occhi di Mr. Bingo diventano di vetro).

E in tutta questa pioggia artificiosa di cristalli e di lacrime di vetro soffiato, passeggia col suo fare gentile e galantuomo, concedendosi lo spazio per una buffonata da arte da marciapiede come Yonki Time, dove tutti sembrano divertirsi come ad uno spettacolo di Jonathan Richman o davanti una puntata dei Banana Splits. Davanti alla televisione, di nuovo.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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GIANT SAND – Ballad of a Thin Line Man (Zippo)

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La loro longevità e lo status di cult-band che li circonda da sempre, anche dopo che tutto il restante apparato “restauratore” dentro cui avevano mosso i primi passi (quello dei vari Dream Syndicate, Thin White Rope, Long Ryders ecc. ecc.) era crollato giù, restano per me uno dei più grandi misteri del rock. I Giant Sand rimangono una di quelle band che, ciclicamente, torno a volermi far piacere. Rimetto sul piatto, nel lettore o nel riproduttore a nastro i loro dischi (chè ce li ho in tutti i formati, a riprova che i tentativi ci sono stati) armato di buoni propositi e affascinato dall’immaginario evocato dalle loro prime copertine ma, una volta superato lo scoglio dei primi due pezzi (il primo mi serve per ambientarmi, in genere, il secondo per capire se quell’ambiente mi piace o meno), li trovo così privi di fascino che torno a tormentarmi su quale sia il nodo che non riesco a sciogliere nell’approcciarmi alla loro musica. Magari riprendo in mano qualche vecchia recensione, apro qualche libro, risucchio un po’ di polvere d’inchiostro cercando di aspirarne l’entusiasmo che ne ha mosso giudizi così guizzanti di entusiasmo, poi tiro a fatica fino a che i solchi non abbiano respinto la puntina del giradischi come un amante che si è saziato senza divertirsi. E scopro che sulla mia pelle non è passato nessun brivido. E non ho sognato neppure di indiani e cowboy, come mi capitava sovente quando ascolt(av)o del buon roots rock.

Uno di quelli su cui torno più spesso ma non meno malvolentieri che altri è il secondo, quello che stiracchia il titolo di una delle mie canzoni preferite di Mr. Dylan e lo fa diventare Ballad of a Thin Line Man. I Giant Sand lo registrano in contemporanea alle session di Heartland, il secondo album della Band of Black Ranchette, ovvero la filiazione più roots-oriented di Howe Gelb, loro leader indiscusso. Nel gruppo e nella vita di Howe è appena arrivata Paula Jean Brown che lo stesso anno si cimenterà come autrice per il singolo di debutto di Belinda Carlisle, la bella bionda con la quale ha condiviso gli ultimi mesi di vita delle sue Go-Go’s. Durante il breve soggiorno californiano di Gelb dunque i Giant Sand danno alle stampe quello che dovrebbe essere il loro capolavoro.

Che per me non lo è, credo si sia capito.

Nonostante il frastuono di una All Along the Watchtower che potrebbe buttare giù il palazzo e il riff di A Hard Man to Get to Know chiaramente plagiato dalla Misty Mountain Hop dei Led Zeppelin, nonostante Gelb provi a fare Dylan su Who Am I e Reed su Desperate Man, nonostante sfidi i Replacements sulla stessa pista da ballo dell’hootenanny su cui Westerberg si è scatenato qualche anno prima.

Le sue copertine sono proprio belle, Mr. Gelb. Forse lo è anche la sua musica. Forse riproverò ancora una volta a farmela piacere. Forse un giorno ci riuscirò.

E camminerò nel deserto senza più avere paura delle iene e neppure della solitudine.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE NEW CHRISTS – These Rags (Citadel)  

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I New Christs compaiono e scompaiono dalla cronaca del rock senza in realtà andare mai via per davvero. I quasi dieci anni che separano il loro album di debutto dall’album successivo sono costellati da una serie di scioglimenti, reunion e rimpasti di formazione. A tenere vivo l’interesse attorno alla band ci pensa la californiana Lance Rock Records che pubblica una raccolta di materiale degli anni Ottanta e due E.P. in formato 10”nuovi di zecca intitolati Pedestal e Woe Betide. Se  il primo è un lavoro messo su proprio per esigenze di “visibilità” per il quale vengono recuperate un paio di ruggenti demo cui Rob si limita a ri-registrare le tracce vocali e scelte due cover in cui per la prima e unica volta nella storia dei New Christs fa la sua apparizione una tromba (in sostituzione del flauto della She Comes in Colours originale) ma cantate in maniera leggermente maldestra, il secondo (senza più Bill Gibbons, finito a dare manforte ai Lemonheads prima, ai Celibate Rifles dopo e prodotto dallo stesso Younger) si mostra lavoro più compiuto, con la The Half That’s Left a farla da padrona ammantata nella sua cappa scura, nonostante siano brani d’assalto come Woe Beside e Only a Hole a scaldare i cuori. Entrambi gli E.P. verranno ristampati quasi in contemporanea dalla Citadel e quindi fusi assieme proprio a ridosso della pubblicazione del terzo album ufficiale su questa raccolta di stracci usati intitolata These Rags.

Provate voi a dire che il mondo non vi piace, quando passa la processione dei Nuovi Cristi, che io proprio non riesco.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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