BABY WOODROSE – Freedom (Bad Afro)  

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Settimo album per i danesi Baby Woodrose. E non uno brutto.

Ma neppure uno più bello degli altri. Semplicemente, tutti uguali.

Che sia un bene o un male, sta a voi deciderlo.

Freedom non fa eccezione rispetto agli altri lavori del barbuto Lorenzo: i Monster Magnet schiacciati sulla matrice degli Elevators (per scaramanzia non diremo il piano).

Fuzz e wah wah come piovesse, un certo “vento” cosmico creato all’echoplex ed un incessante turbinio circolare.

Il disco è incentrato sul nuovo concetto di schiavitù del secolo attuale.

Schiavitù dalla tecnologia ed isolamento sociale.

L’uomo domotico. Incapace di provare un’emozione vera come di prepararsi un caffè, totalmente soggiogato dalle macchine tanto da diventare macchina anch’egli.

L’uomo che non tocca più nient’altro che un display, diventata la nuova maschera dietro cui mettere in scena la propria commedia dell’arte, senza averne alcuna.

Di questo ci parla Lorenzo Woodrose, nella speranza si apra il terzo occhio prima che si chiudano definitivamente gli altri due.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE JIM CARROLL BAND – Catholic Boy (ATCO)  

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Lo hanno amato tutti eppure non se lo ricorda più nessuno, Jim Carroll. E non parlo certo di chi sui social dichiara il proprio amore provvisorio dopo l’ennesimo necrologio. Quelli che bisogna esserci, ai funerali, per far vedere ai vivi che eri lì.

No. Jim Carroll è semplicemente stato cancellato dalla lavagna. Un insegnante bigotto, cattolico per davvero, ha cassato il suo nome sia dalla lista dei buoni sia da quella dei cattivi.

Il suo nome non è più taggato.

Nemmeno un hashtag.

Controllate.

Personaggio scomodo.

Vincente per talento, perdente per indole.

Poeta, cestista, alcolizzato, junkie, cantante, modello, gigolo, prostituto.

Un’esistenza ai margini, passata a scrivere poesie, farsi di Quaalude e speedball, iniettarsi alcol nelle vene, andare a letto gratis o a pagamento con mezzo continente americano.

Un ragazzo bello e disgustevole.

Che decide di farsi fotografare accanto a papà e mamma sulla copertina di un disco in cui parla di dodicenni che sniffano colla, ragazzi di strada uccisi dai bikers o da un vietcong, amici morti di leucemia a quattordici anni, dimostrandone sessantacinque.

Un disco da buon ragazzo cattolico che ha scoperto l’Inferno.

Leonardo Di Caprio ne porterà la storia sul grande schermo. Ma non basterà.

Catholic Boy, col suo bel carico di rock ‘n roll rimarrà tra gli scaffali di qualche tossico che non si è fatto abbindolare dai sermoni di Patti Smith ne’ dal punk venduto in edicola.

L’11 Settembre del 2009 Jim rinnova il lutto di New York.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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OUTSIDERS – Outsiders (Relax)  

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“Sono certo che un giorno la gente apprezzerà le mie canzoni più di quanto non lo abbia fatto quando avrebbe dovuto”. Così dichiarava Wally Tax in una intervista degli anni Settanta.

E quel giorno arrivò.

Tardi, ma arrivò.

Le sue canzoni verranno recuperate. Quasi tutte.

Su svariati dischi di chi, negli anni Ottanta, si professò fanatico della sua band.

Fino ad un vero e proprio, peraltro bellissimo, disco tributo intitolato Misfit pubblicato dalla Screaming Apple nel 1994.

Il loro album d’esordio esce quando hanno già vomitato una raffica di singoli uno più bello dell’altro, con una stropicciatissima canzone su un lato e una crepitante ballata sull’altro lato. Verranno raccolti, in parte, quasi contemporaneamente al loro disco di debutto su una raccolta intitolata Songbook.

Fatevi un regalo: compratela.

E magari fatevelo doppio e comprate pure questo. Registrato per metà dal vivo e per metà in studio. Ci sentirete vibrare dentro una delle più selvagge compagini di capelloni europei dei mid-Sixties. Ci sono dentro R’ n B indemoniati dominati dall’armonica (in realtà un po’ fuori tono sulle tracce live) mentre vengono letteralmente pestati dagli strumenti e altri pezzi dall’andatura più mesta, malinconica. Filthy Rich, Don’t You Cry, Won’t You Listen, If You Don’t Treat Me Right sono quattro delle cose più sporche mai prodotte durante quel decennio che di lordure ne produsse a iosa. Forse troppo cattive per poter essere amate come Wally avrebbe voluto, almeno finchè i tempi sarebbero stati maturi per riprendere quei rifiuti sparsi per le strade pulite e ordinate dell’Olanda e sparpagliarli per tutto il mondo.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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PIXIES – Head Carrier (Pixiesmusic)  

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Nel nuovo album dei Pixies c’è di nuovo Kim Deal.

E sarebbe davvero una notizia, se ci fosse in carne, ossa e strumento.

Invece Kim c’è solo fra le liriche di All I Think About You Now, il pezzo che vede la sua sostituta Paz Lechantin cimentarsi per la prima volta come autrice, rendendo omaggio a chi al gioco dell’allegra reunion non crede più.

A crederci ancora siamo rimasti noi, inguaribili nostalgici che ignoriamo che la felicità ha forma circolare mentre la vita scorre in linea retta, intersecandone la circonferenza solo per un breve tratto.

Eccoci dunque sotto le nuvole di Head Carrier ad aspettare che piova. Inzuppandoci fradici quando viene giù un temporale, come su Baal’s Back, urlando un In Hoc Signo Vinces quando fra le nuvole scorgiamo una grossa X fumante, come quella apparsa in California ormai quarant’anni fa (Um Chagga Lagga), cantando a squarciagola sotto la pioggia battente quando il ritornello si fa presso (Talent, Plaster of Paris, Tenement SongClassic Masher) ricordandoci che per un breve attimo della nostra vita abbiamo amato anche band come Nada Surf o Tripping Daisy e ne abbiamo cantato canzoni del tutto simili a queste ma che i Pixies, i Pixies erano una febbre del tutto diversa che raramente prenderemo di nuovo, nonostante si rimanga sotto la pioggia per più di mezz’ora.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SMALL FACES – Small Faces (Decca)  

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Londra, metà anni Sessanta.

I mods hanno acquisito in brevissimo tempo una loro identità e hanno eletto a propri rappresentanti due straordinarie band della città.

Gli Who per il distretto occidentale, gli Small Faces per quello della East London.

Steve Marriott e Ronnie Lane si sono conosciuti pochi mesi prima facendo i lavapiatti. Oltre alla sporcizia dei padellami i due condividono pure quella raccolta dalla puntina quando, sugli altri piatti, passano i solchi dei 45 di soul music ed R ‘n B del juke-box del J60 Music Bar. La passione per la musica nera e quella beat si trasformano presto nella volontà di passare dall’altra parte della barricata. Non più semplici appassionati, ma interpreti e timidi autori. Con un piccolissimo bagaglio di esperienza arrivano agli uffici della Decca dove firmano un contratto per due album, onorato nel giro di tredici mesi con due dischi in rapida sequenza.

Possono confidare, oltre che in un buon fiuto per le perle del norhern-soul, in una solidissima base di autori provenienti dalla medesima area, primi fra tutti Kenny Lynch e Ian Samwell. Solo loro a scrivere le prime hit della band: Sha-La-La-La-Lee e What’cha Gonna Do About It, le due canzoni che chiudono le facciate del loro album d’esordio. Eleganti ed impeccabili su disco, diventano un uragano di chitarre e organo dal vivo. Come si conviene ad una perfetta mod-band.

Il resto non è da meno, con una trascinante cover della Shake di Sam Cooke, una You Need Loving che i Led Zeppelin prenderanno a modello per la loro Whole Lotta Love (come del resto i fischi della breve Own Up Time che la precede, tanto quanto gli MC5 sfrutteranno il canovaccio di Come On Children per la loro versione di Ramblin’ Rose, NdLYS), altre due perle di Lynch come Sorry She’s Mine e You Better Believe It e un originale pieno di chitarre bastarde come It’s Too Late.

La Swingin’ London ha i suoi nuovi eroi. Piccoli, sfacciati, stilosissimi Small Faces.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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ENABLERS – End Note (Neurot Recordings)  

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End Note fu di quando gli americani ci rubarono i Massimo Volume, senza farsene quasi accorgere. Il post- rock era già in declino e da San Francisco gli Enablers arrivavano a leggere i titoli di coda, pubblicando il loro debut-album su una label estrema come la Neurot Recordings e forse proprio per questo snobbato anche da chi nel nuovo mondo abitato da gruppi come Rodan, Tortoise e Slint aveva fatto  residenza, tanto che il gruppo si troverà presto a “regalarlo” sul proprio bandcamp.

End Note, nonostante la dichiarata ammirazione della band per l’avanguardia di San Francisco di band come Flipper, Tuxedomoon, Factrix e Sleeper, aveva in sé le caratteristiche migliori del post-rock: una tensione emotiva che sfociava in chiaroscuri drammatici accentuati dalle parole, tante, pronunciate da Pete Simonelli.

Un disco emotivamente inquieto.

Accogliente e minaccioso come le onde del mare.

Come di quelle, te ne dimentichi ogni tanto. Finchè non viene a prenderti.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE UNCLAIMED – (I Wish It Could Be) 1966 Again

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California, 1980: un sette pollici accreditato ad una nuova band di Los Angeles segna ufficialmente l’atto di nascita del neogarage degli anni Ottanta.

Il disco che tracciò le coordinate di attitudine, look e suono per tutto quello che venne dopo, fu questo 7” pubblicato da Dave Gibson per la sua Moxie Records, l’etichetta fondata in onore del suo cane e delle oscure band di beat/punk degli anni Sessanta di cui Dave è acerrimo collezionista. Una passione condivisa con pochissimi altri, all’epoca. Uno fra questi è Shelley Ganz, che abita a non troppi isolati da Carondelet Street, il quartier generale di Dave e che ha pensato di sporcarsi le mani con quella musica mettendo su una band devota a Music Machine, Electric Prunes, Chocolate Watch Band, Syndicate of Sound e Count Five. Si chiamano Unclaimed, come un’oscura band californiana di quindici anni prima, e girano per i locali della città con una bellissima selezione di cover surf e garage che in molti cominciano ad invidiare. Dave li vuole a tutti i costi sulla sua etichetta. E Shelley Ganz, Sid Griffin, Barry Shank, Thom Hand e Matt Roberts ci stanno. L’E.P. omonimo degli Unclaimed esce nel 1980, quando attorno c’è il nulla o poco più. Quattro canzoni che segnano il punto zero della febbre garage che dilagherà da lì a breve non solo in California ma su due interi continenti.

Quattro canzoni rudimentali, scarne, primitive, per lo più scopiazzate (The Sorrow non è altro che Train for Tomorrow degli Electric Prunes e Run From Home una furba versione di Never Alone dei Five Canadians, NdLYS), suonate e cantate con una approssimazione ma allo stesso tempo una eleganza che le rende fragili ed affascinanti e tuttavia necessarie per dare l’imprinting a qualcosa che sta covando fra i teenager americani sin dall’uscita delle Nuggets, che era stata soffocata dal punk e che ora stava riemergendo con le “pepite” pubblicate dalla AIP Records. E Ganz, in quel preciso istante, sembrava il Re Mida dai capelli corvini e le beatle-boots ai piedi destinato a trasformare in oro ogni suono che usciva da quei solchi.

Altri avrebbero fatto di più e meglio. Ma l’immagine degli Unclaimed neri come corvi rimane a svolazzare su tutti, a monito ed esempio perenne.

                                                                                 

Sheldon “Shelley” Ganz è il teoreta della scena neo-garage dei primi anni Ottanta.

Un monaco buddista che si chiude in casa a guardare vecchie pellicole, ascoltare i dischi dei Music Machine, rimettere a posto la sua collezione di vecchi ampli Vox e scrivere lettere datate 1966.

Ganz non è uno che gioca con gli anni Sessanta. Ganz è uno che vive dentro una macchina del tempo che però diventerà presto la sua gabbia.

Non ha motivo di credere in un ritorno della musica garage e beat, perché lui non ha mai messo fuori il naso dai dischi degli Standells o dei Count Five.

Per lui non esistono altre musiche possibili.

Perché dovrebbero tornare, se in realtà non sono mai andate via?

Gli Unclaimed, l’unica concessione che si regala quando esce fuori da quella cella arredata come il Cavern, non hanno vita facile.

Strana storia quella degli Unclaimed, sempre al posto giusto ma nel momento sbagliato. Sempre in anticipo o in ritardo sui tempi.

Quando esce il loro primo mini album si sono già sciolti e riformati con una line-up totalmente rinnovata tranne che per Shelley e il batterista Matthew Roberts che lo segue ancora per un po’. Ma non per molto.

Per l’album vero e proprio occorrerà attendere altri dieci anni. E a quel punto gli Unclaimed non saranno più gli Unclaimed ma Attila and The Huns.

E, a voler essere pignoli, quando esce Under the Bodhi Tree anch’essi si sono sciolti da cinque anni.

Shelley Ganz è, ovviamente, Attila.

Gli unni sono Lee Joseph, Dan Valente, Sylvia Juncosa e Scott Forer.

L’esplosione neo-garage li toccherà solo di striscio. Perché quando escono fuori la scena non esiste ancora. E quando tornano a pubblicare l’esplosione è già bella che evaporata. E loro pure.

Ma nonostante tutto, gli Unclaimed rappresentano l’incarnazione stessa di un’etica, di una filosofia, di una concezione della musica.

Le sei tracce di Primordial OOZE Flavored sono caramelle imbevute negli zuccheri dell’era Nuggets, orgogliose di cedersi alle lusinghe del nostro palato tra un tartufo nero dei Music Machine e una delizia alla fragola degli Standells, piccole arnie dove vanno a riposarsi le api orerose del beat perduto degli anni Sessanta, lasciando colare il loro miele dopo aver succhiato il nettare dai fiori della Sunset Strip e del Silver Strand di San Diego. Sei canzoni figlie della demenza dei Monks, del folk gotico di Sean Bonniwell e delle goffe canzoncine da film degli anni Sessanta (in questo caso a essere razziata è la Baby Elephant Walk scritta da Mancini per Hatari!, NdLYS). Roba che allora da molti fu diagnosticata come un’ anomalia cromosomica da trisomia 21 e che invece avrebbe dato il via alla più grande guerra di restaurazione del dopo-punk.  Fate voi.

 

 

Nel 1987, nel bel mezzo del tour che dovrebbe permettere ai fan europei di toccare con mano il mito Unclaimed, Shelly Ganz gira i tacchi e se ne torna a Los Angeles, lasciando a Lee Joseph l’onere di giustificare la cosa ai promoter di mezza Europa e, laddove le date vengano confermate nonostante la pesante defezione, di tenere in piedi lo spettacolo della band. Il buon Joseph ci rimetterà un sacco di quattrini, ovviamente.

Oltre che la faccia.

Per cercare di salvare almeno i primi, l’anno successivo pubblica sulla sua etichetta un disco dal vivo che documenta sommariamente quello che in ogni caso è destinato a diventare un tour storico, essendo l’ultimo degli Unclaimed che, orfani di Ganz (finito a suonare estemporaneamente, assieme a tanti reduci ormai quasi fuori mercato della scena Paisley, alla corte del faraone Sky Saxon, NdLYS).

Assieme agli Unclaimed, in quel tour, ci sono i Fourgiven con i quali Shelly Ganz tornerà a far combutta quando, quasi trent’anni dopo, deciderà di rimettere in piedi la sigla Unclaimed per “vedere l’effetto che fa”. Su disco presentano cinque pezzi ognuno (che diventano sei nell’edizione limitata con 7” allegato). A scaldare il pubblico, come durante la tournèe, un Lee Joseph in solitario a cantare in acustico qualche pezzo degli Stooges, degli Elevators o di qualche pupillo della sua etichetta, che continuerà a vendere il disco negli anni a prezzi onestissimi.

Quei dieci dollari Rock and Hard Rolls li vale tutti.

Magari non molti di più, per quel sapore di occasione mancata che si porta dietro e per non lasciarci annusare nulla di quello che gli Unclaimed hanno in cantiere pescando giocoforza nel grosso cilindro di cover che la band tiene invece giù in cantina.

Però è qui, in questo Ottobre del 1987 in cui muoiono gli Unclaimed, mentre là fuori band come Chesterfield Kings, Miracle Workers, Fuzztones, Morlocks, Creeps, Sick Rose cambiano pelle, che il neogarage degli anni Ottanta affigge ai muri il manifesto  di avvenuto decesso.  

Dopo più di quattro anni da quel triste epilogo viene annunciata l’uscita del tanto sospirato secondo album degli Unclaimed, presentato a pubblico e stampa con documenti falsi. Un disco che, prima che venga messo a girare sul piatto, accende piccoli lampi di scetticismo da parte dei fans che lo stesso Ganz ha educato al purismo più severo.       

                                                                          

La prima cosa che puzzava di marcio era che avessero cambiato nome: gli Unclaimed diventavano gli Unni e Attila il loro tiranno.

La seconda era che il loro disco usciva con quindici pezzi su CD e tredici soltanto su vinile. Orfano quindi, e non di due pezzi minori ma di una cosa assolutamente pregevole come It‘s Raining Now e lo stravagante surf di The Gull. Del resto niente è prescindibile degli Unclaimed, è quindi è un doppio sfregio.

Ma come, caro Shelly (Ganz, Kidd o come diavolo vuoi farti chiamare), vivi chiuso nella tua gabbia dorata rinnovando il culto perpetuo degli anni Sessanta, aborrisci la tecnologia e decidi di delegittimare il vinile?

La terza cosa era la copertina decisamente orribile.

La quarta, il nome di Lee Joseph scritto a rovescio.

Niente di satanico ma comunque un presagio di sventura.

Però chi se ne frega. Quando esce Under the Bodhi Tree, dopo cinque lunghi anni di attesa, gli Unni sono già polverizzati, come i loro antenati nei pressi del fiume Nedao più di un secolo e mezzo prima.

Uccisi da loro stessi, stavolta.

Divorati dal loro stesso capitano.

Il Capitano Shelley e il suo vice Joseph torneranno, nuovamente sotto la vecchia bandiera, a calcare il palcoscenico venti anni più tardi, assieme ai nuovi ingaggi di Dave Drewry e Dave Provost (degli altrettanto leggendari e misconosciuti Droogs), rubati momentaneamente alla band di Russ Tolman.

Questo album resta quindi a testamento discografico della più enigmatica garage band degli anni Ottanta, in grado di mettere su un circo dove uno psicotico beat come Hard to Find riesce a convivere fianco a fianco con gli arabeschi sognanti di Well It‘s True, i serpenti a sonagli di The Creep con l’eccezionale cavalcata country di Bodhi Tree, il gentile scampanellio di Betty Crooper con il passo ciclopico di Valley of the Giants, la copia carbone di Teeny Bopper, Teeny Bopper  con la mortifera Haunted. Un disco totalmente avvolto nelle maglie degli anni Sessanta (il dark-folk dei Music Machine, la musica strumentale e cinematografica, la cruda energia dei Count Five, il suono ribelle degli Standells, il jangle-beat dei Syndicate of Sound, il punk psichedelico della Chocolate Watch Band) ma capace di sprigionare un aroma tutto suo, l’aroma della più stilosa retro-band di tutto l’underground garage.

 

 

                                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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FRANCESCO SCROFANI CANCELLIERI – Musica Ridens (Zecchini Editore)  

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Il viaggio stavolta è all’interno della musica classica. Ed è uno sguardo inedito che svela l’irriverenza annidata spesso sotto le apparenze austere ed eleganti delle composizioni dei più grandi, intoccabili, maestri della musica colta dal sedicesimo secolo fino a ieri l’altro. Musica Ridens, come lascia intuire il grazioso titolo, sviscera con dovizia di riferimenti e di aneddoti il gusto per lo sberleffo, le citazioni spesso irriguardose e insolenti, le provocazioni di cui, strano a dirsi, abbonda la musica di estrazione classica.

Una ricerca che può apparire scoraggiante per un novizio e che invece l’autore risolve con grande padronanza, dimostrando come per trovare qualcosa occorre conoscere dove cercarla. E, per trasmetterne i risultati in maniera coinvolgente, bisogna avere una dialettica accesa e coinvolgente.

Sono le doti di cui Scrofani Cancellieri si dimostra ottimo timoniere in un testo che, sviscerando opportuni contesti storici, illuminanti precisazioni sulle diverse forme musicali (la parodia, la burlesca, il capriccio, la farsa e così via umoreggiando) e squisiti cenni biografici dei vari Bach, Satie, Schubert, Ravel, Mozart, Prokof’ev, Rossini, Cage a vario titoli citati lungo il libro, ne tratta in maniera altrettanto ironica e con un linguaggio cordiale  eppure raffinato (con un efficace e sapiente uso degli avverbi, altrove così miseramente bistrattati, NdLYS).

Musica Ridens umanizza quella che per molti è considerata arte composta da semidei. Ne mostra i vizi, oltre che le virtù di cui spesso abbiamo timore e che ce la rendono così estranea. Ce ne rivela gli aspetti imbarazzanti e ce la rende simpatica, come quando una star di Hollywood scende dal podio e ci concede un sorriso buffo e spontaneo.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro  

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THE MUSIC MACHINE – (Turn On) The Music Machine (Original Sound)  

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Uno dei dischi più venerati di tutta la prima epoca garage, in parte per il contenuto (in realtà reso altalenante dalle covers “imposte” loro dai discografici che bocceranno l’iniziale proposta dei Music Machine di inframmezzare i brani portanti con degli inserti strumentali in attesa che la band, incredibilmente perfezionista nonostante l’approccio apparentemente impetuoso, trovasse il “vestito” definitivo alle centinaia di pezzi che tiene nel cassetto, NdLYS) ma soprattutto per il fascino  sprigionato ancora oggi da quel look da dark-Beatles a cui bands come Unclaimed, Crimson Shadows, Ugly Things o Fuzztones si sarebbero apertamente ispirate.

Nati nel 1965 a Los Angeles come Ragamuffins, i Music Machine sarebbero diventati tali con l’ingresso in formazione di Mark Landon e Doug Rhodes anche se sono Sean Bonniwell e Keith Olsen a dare alla band l’immagine e il suono con cui sono passati alla storia, il primo imponendo un look che era, per l’epoca, pura violenza estetica e il secondo costruendo artigianalmente le scatolette fuzz che ne caratterizzano il suono altrettanto crudo. Sono proprio i sinistri arabeschi tracciati dalle linee di fuzz e di organo su pezzi come TroubleThe People In MeMasculine Intuition, Wrong, Talk Talk, Come On In a scatenare brutali pulsioni erotiche su quanti se ne trovassero al cospetto. Folk crepitante e decadente, bastonato dal beat e cantato con fare sfrontato e punk da Sean Bonniwell.

Folk che invece di volare otto miglia in alto come sul tappeto dei Byrds, diventava granito, schiacciandoti.

L’uso degli accordi in minore e delle capacità descrittive tipiche dei folksingers applicate ad un contesto rock dava loro una connotazione eversiva e arty che pochi avrebbero uguagliato, anche dopo. Sean impone alla band una tintura nero corvino ai capelli (Keith era notoriamente biondo), abiti rigorosamente neri, pesanti medaglioni al collo e il singolare vezzo di un guanto di pelle nera a coprire la mano sinistra, riproducendo l’immagine di una gang piuttosto che quella di una comune party-band. Confrontateli con le foto dei gruppi “in divisa” tipici di quegli anni e capirete da soli tutto quello che potrei tentare di spiegarvi a parole.

(Turn On) è un autentico altare pagano. Sean e i Music Machine, gli officianti del garage-punk americano.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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MARK HOLLIS – Mark Hollis (Polydor)  

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Nel 1998 Mark Hollis decide di diventare invisibile.

Lui che era stato alla guida di una delle band più esposte degli anni Ottanta, decide di mettere la sua ultima firma su un disco e poi chiudersi in casa. Regala qualche nota di pianoforte agli amici Phil Brown e Dave Allison ma chiede loro di usargli la cortesia di citarlo con un nome finto e, quando James Lavelle gli domanda di partecipare al nuovo disco degli U.N.K.L.E. lui, che è un uomo perbene, non sa dire di no. Purchè il suo nome non venga menzionato.

Non ci saranno altri Mark Hollis (nonostante un piccolo cameo strumentale per la colonna sonora di Boss curata da Brian Reitzell qualche anno dopo, NdLYS) se non per la sua famiglia.

Mark si accomiata con un disco disadorno, elusivo e silenzioso. Un album che fa definitivamente tabula rasa di ogni orpello per mostrare l’anima nuda di chi lo ha pensato e porta a compimento la lunga e sbalorditiva metamorfosi della crisalide Talk Talk. Un album in cui il silenzio merita lo stesso riguardo devozionale delle sparute note che servono a dargli un vestito, in un processo di psicosintesi dove entrambi vengono messi sullo stesso piano cognitivo e in una strettissima relazione simbiotica.

Un disco che non passerà in radio, se non a notte fonda, quando i nostri pensieri si sono accucciati dentro il loro guscio di piume d’oca e meritano di essere accarezzati per dar loro la forma desiderata.

Un disco dove ogni strumento mostra un po’ dell’anima di chi dentro ci ha soffiato o sul suo corpo di legno, di avorio o di ottone ci ha passato sopra le mani lasciando piccole impronte concentriche simili a minuscoli cerchi di acqua, quando sul lago cade la prima goccia d’autunno.  

 

                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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