ZERO BOYS – Vicious Circle (Nimrod)

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Uno dei migliori dischi di tutto l’hardcore americano è l’unico album realizzato dagli Zero Boys nella loro brevissima (al netto dei tardivi e sporadici rientri in scena nei decenni successivi, NdLYS) carriera, velocissima quanto i pezzi registrati dalla band di Indianapolis nei primi anni ’80 e finiti dentro il 7” Living in the 80’s e, appunto, dentro Vicious Circle. Periferici a tutte le scene punk che contavano, gli Zero Boys riuscirono con non poche difficoltà a difendere il loro fortino sperduto nella provincia americana lasciandoci in eredità un album mostruosamente bello, feroce e melodico allo stesso tempo senza mai rinnegare un solido background rock and roll (Livin’ in the 80’s è una delle più belle r ‘n’ r songs di tutti gli anni Ottanta) ma miscelando allo stesso tempo le molecole delle migliori hardcore band dell’epoca, dai Bad Brains ai Dead Kennedys passando per Circle Jerks, Germs e Black Flag (ma anche, e ripetutamente, i Ramones). Senza mai cedere alla furia cieca fine a sé stessa.

Charlies’ Place, Amphetamine Addiction, Drug Free Youth, Civilization’s Dying e le melodie ramonesiane di Hightime e Trying Harder sono fra le meraviglie di quell’era geologica che fu l’hardcore a stelle e strisce, almeno fino a che non rimasero solo le strisce.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE BLACK KEYS – Delta Kream (Nonesuch)

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Se parti dal blues, prima o poi torni al blues.

Ce l’hanno insegnato Jeffrey Lee Pierce e gli Stones, fra i tanti. A volte torni zoppo, magari. Ma quel richiamo ancestrale ti risuona dentro come le voci delle sirene e alla fine cedi alle sue lusinghe. I Black Keys avevano iniziato così, con una versione “economica” del blues del Mississippi e di Chicago, per poi elaborarne lo spirito fino a dargli il corpo di una creatura diversa. Con Delta Kream tornano a girare tra le gabbie dei vecchi leoni del blues (R.L. Burnside e Junior Kimbrough in primis ma non esclusivamente) dando da mangiare alle belve feroci e da bere a noi.

Quel che manca, è il sangue. Il sapore della selvaggina che ti raschiava le mucose quando i pezzi originali iniziavano ad infestare l’aria.

Non sono brutte versioni, nient’affatto, però suonano meno ruspanti di quanto dovrebbero, in questa loro veste più da “on the road” che da vita nei campi di cotone o nelle bettole della downtown. Che non sia il tipo di approccio al blues che personalmente prediligo non toglie tuttavia valore a Delta Kream e ai suoi dettagli impeccabili che sembrano più un altorilievo senza sbavature sulla pietra silicea del blues che un calco di gesso dei suoi genitali. Però magari, questo si, la mia copia la metto al balcone sperando piova e sui solchi faccia un po’ di ruggine.   

                                                                                            Franco “Lys” Dimauro 

 

IOSONOUNCANE – IRA (Dischi Numero Uno/Trovarobato)

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Dopo gli esperimenti di Cesare Basile e Casino Royale, arriva probabilmente il disco italiano destinato a diventare il manifesto della musica prodotta in cattività durante la pandemia COVID. Un disco antropomorfo che, come rivela la copertina, ci riporta alla nudità primitiva riscoperta nella solitudine schiacciante della prigione psicologica in cui ci siamo trovati inscatolati.

IRA è l’album che trancia i fili che portavano la luce dentro i precedenti dischi di IOSONOUNCANE, una sorta di elegia funebre speculare al Requiem con cui i Father Murphy salutarono il mondo dalla loro fossa, costruito su ronzii e rumori di ossa tumulate, unghie che grattano sui vetri, carillon asincroni, sequencer inceppati e bestemmie mute di radioamatori che non trovano più qualcuno con cui dialogare, con canzoni dai titoli lapidari e senza ritornelli da cantare, ricurve su se stesse, in picchiata come una sonda endoscopica che si fa largo fra le mucose per raggiungere lo stomaco, sicuro di trovarci una qualche malattia nascosta fra i residui del pasto sfigurato dai succhi gastrici come carne corrosa dall’acido oppure sparate in un blob di suadenti musiche sinfoniche e decadenti come in quella meraviglia che è nuit, minuscola nel titolo come tutte le altre e mastodontica più delle altre. IRA ci fagocita nella realtà dell’uomo che inghiotte sé stesso, come un salice dentro una giungla di alberi geneticamente modificati, come una malattia autoimmune moltiplicata diciassette volte.

A voi scegliere se entrare o no tra questi solchi che sono ellissi di orbite perdute.         

           

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE ROUTES – Mesmerised (Action Weekend/Bickerton)

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Dopo aver saltato a piè pari il 2020 (e come dar loro torto?, NdLYS) ecco i Routes inaugurare il 2021 con Mesmerised, il disco che vede rientrare Chris Jack nel recinto del rock ‘n’ roll elettrico dopo il suo, peraltro gustosissimo, disco solista dell’anno scorso che lo aveva portato da tutt’altra parte. 

Eccoci dunque a sfogliare l’ennesimo manuale mesmerico dei Routes, diviso in dieci nuovi capitoli che sono un riadattamento ribelle dei vecchi prontuari degli Unclaimed (ascoltate la folgorazione di Two Steps Ahead) e del martellante beat europeo (The World’s at Fault). La musica dei Routes si è via via allontanata dai furiosi assalti beat/punk dei primi anni per approdare a questa sorta di garage rock in CinemaScope in cui all’assalto frontale viene preferito una sorta di offensiva “accerchiante”. Se state però pensando a qualcosa di artefatto e cerebrale, sappiate che siete lontanissimi dalla realtà, in quanto Mesmerised è un disco che schiudendo la sua coda di pavone, riesce ad esprimere una entusiasmante gamma di colori che include anche il nero opaco di certo shoegaze scuro di scuola scozzese (Used toBlink of an Eye). Perché nulla vada sprecato.     

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

STEVEN BRADLEY – Summer Bliss and Autumn Tears (Porterhouse)

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Dentro il disco di debutto di Steven Bradley c’è un mare di gente, parte della quale conosciuta nella sua “prima vita”, ovvero quella che sotto il nome di Steven Kravac lo ha visto rendere i suoi servigi sui dischi di NOFX, Union 13, Wayne Kramer, 7 Seconds, Youth Brigade, MxPx, Asexuals, Blink-182, Ten Foot Pole, Guttermouth, Voodoo Glow Skulls. Ora parte di loro ricambiano il favore lavorando a testa bassa al suo debutto come autore in un disco che di quel punk che potevamo immaginare trattiene solo gli zuccheri, facendoli precipitare in undici perle di power-pop dentro cui mettono mano fra gli altri Wayne Kramer, Jonny Wickersham dei Social Distortion, Steven McDonald dei Redd Kross, Danny McGough del giro di Tom Waits e gli MxPx per intero. Il risultato è un formidabile lavoro di cristalli opalescenti che ricordano i Big Star, i Teenage Fanclub, Tom Petty e pure certe pregiate carte da parati dal salone delle feste dei Counting Crows oltre a qualche prezioso geranio che sembra estirpato dal vicino giardino dei Redd Kross.

Lode dunque a Steven per avermi spedito un disco su cui guardando l’anonima copertina non avrei scommesso un solo Euro, nonostante facesse capolino dal pregevole sito della sua gloriosa Porterhouse su cui mi capita spesso di dare un’occhiata. Arpeggi finissimi e melodie senza alcuna sbavatura, come fosse un gessato grigio immacolato. E autentiche meraviglie come Pre-Emptive StrikeCalendar Girl, Summer Bliss and Autumn Tears, You Walk by, Loose Ends che sono cime innevate dalle cui vette puoi guardare tutto questo mare di bellezza e sentire l’ossigeno riempirti i polmoni. E, se vuoi, tuffartici dentro da quelle altezze vertiginose.

 

                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE STRANGLERS – Black and White (United Artists)  

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Un carrarmato in avamposto, a difendere il fortino inespugnabile degli Stranglers.

Con il reparto bene in vista, come un bersaglio facile.

Così si presenta Black and White ai nemici.

Jet Black ha le mani in tasca. Sembra il conflitto non lo riguardi o più semplicemente non lo interessi. E invece è proprio lui ad aprire il fuoco, coprendo l’assalto di basso e chitarra in attesa che le tastiere di Dave Greenfield si levino in volo come le pale di un elicottero.

Tank è uno dei brani di apertura più memorabili di quel 1978, con le sue esplosioni che sulle rovine del punk apre già la strada ai Clash di London Calling che stanno per arrivare e che il combat rock di Nice N’ Sleazy lascia già intravvedere.

Dietro le trincee, lontano dalla polvere delle armi, la new wave deflagra in tutta la sua bellezza decadente (Outside Tokyo) e psicopatica (Hey! (Rise of the Robots)) fino ad annunciare la caduta del fronte est trasformando il loro bianco e nero severo in quello più scanzonato ma ugualmente fiero dei gruppi 2Tone (Sweden (All Quiet on the Eastern Front)).

Il lato “black” è speculare al primo ma non ne differisce nella sostanza, a parte qualche cedimento più evidente alle lusinghe di certo prog in odore Van der Graaf cui la band è stata sempre permeabile (Curfew, In the Shadows), ma regalando al post-punk almeno due capolavori imprescindibili come la contorta Do You Wanna? e l’anthem Death and Night and Blood (Yukio), sorta di alter-ego gotico-esistenzialista del pop beatlesiano degli XTC.

Poi le tastiere di Greenfield lanciano un appello in alfabeto morse, mentre basso, batteria e chitarra sembrano incepparsi e la domanda Have you got enough time? ripetuta fino all’ossessione ci ricorda che la vita verrà a presentarci il conto proprio quando penseremo di averla conquistata e che un corvo nero verrà a beccarci gli occhi molto presto.             

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

LUCA GIUOCO featuring Paolo Messere – Double Spectral Image (Seahorse Recordings)

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Ogni tanto mi piace essere inghiottito dalle macchine. Successe anni fa con i Ministry e col dub sintetico della On-U Sound. Poi, di nuovo, con i Nine Inch Nails. E, poco più in là, con le lame circolari in modalità Bimby® 5” vel. 5, 3” vel. 8 della drum ‘n bass.

Frequentazioni sporadiche, ammetto, ma intense. 

Oggi accade, non per mia diretta volontà, con Double Spectral Image, dell’italiano Luca Giuoco che mi ha recapitato a sorpresa il suo nuovo disco che è tutto un groviglio di macchine infernali, di vortici e risucchi elettronici, di battiti cardiotonici, di orologi a cucù desincronizzati, di sopraelevatori, pulegge e rulli orizzontali che creano questo palco mobile simile a quello del Totaltheater di Gropius, di bastoncini da sushi che picchiano sulle assi di bambù. Dentro questo magma pulsante ci finisce pure Paolo Messere, anche vi verrà più facile individuarlo nella copertina che fra i solchi, trasformando le note della sua chitarra in granelli di sabbia, sbriciolati anch’essi nella malta di un disco che ci restituisce l’immagine spettrale non solo degli autori, ma di noi medesimi.  

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

THE BOATSMEN – Versus the Boatsmen (Ghost Highway)

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Gli eredi naturali dei Turbonegro tornano col nuovo disco senza cambiare di una sola virgola il loro suono straight in the face. Non certo il nuovo che avanza per chi è in cerca di novità a tutti i costi, ma per chi ha perenne nostalgia di un hard ‘n’ roll senza fronzoli, avrà qui di che sanare la sua sete. Basta lasciarsi fagocitare da canzoni come When I’m Drunk, Saved by Rock, Afterparty in Hell, Blame It on Me, Gimme Your Money, Friday Night Forever o da Action Delivery che unisce i tipici lick chitarristici degli MC5 con un ritornello melodico degno dei Beatsteaks.

Le buone maniere continuano ad essere bandite, sulla nave dei Boatsmen.

E da bere, in stiva, c’è solo acqua salata.      

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

THE JIM JONES REVUE – The Jim Jones Revue (Punk Rock Blues)

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Jim Jones è un cane bastardo.

Uno che ha scopato con gli spiriti e respirato la condensa dentro i cellophane dei vinili di Stooges, Blue Cheer e Sonics. Con gli Hypnotics prima, con i Black Moses dopo. È ora la volta della sua band più rock ‘n’ roll.

Rock ‘n’ roll marcio per la precisione.

Ricordate i Sonics che a Tacoma polverizzavano gli standard di Little Richard o gli Stones che seppellivano il blues dentro le quattro facciate di Exile on Main St.? Ecco, siamo lì. Il feedback degli Hypnotics è definitivamente evaporato e ora Jim gioca con un boogie feroce e massacrante spalleggiato dal picchiettio honky tonk di Elliot Mortimer, un londinese che sfascia il suo piano e ripara quello degli altri, sulla St. Margarets Road di Twickenham.

Fish 2 Fry è l’incontro definitivo tra gli Stray Cats e i Count Five: teddy boys e ragazzini psicotici che abusano di uno standard hillbilly.

Who‘s Got Mine è Northwest-punk suonato dalla gang di Arancia Meccanica dopo uno stupro di branco.

Cement Mixer è uno stomp coperto dalle bave di Jon Spencer e dell’Iguana.

Iggy Pop è Dio. Lemmy è Dio. Jim Jones è Dio.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

ANGELI – Voglio di più (Area Pirata)

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Nel 1998 l’ondata neo-punk che aveva investito mezzo mondo, Italia compresa, stava già tirando le cuoia. Dynamo, la rivista nata dalle ceneri di Blast e che da noi si era fatta carico di spingere il fenomeno e di dare spazio, fra l’altro, proprio al debutto degli Angeli, aveva già chiuso i battenti lasciando i “separatisti” dei Negazione senza un adeguato supporto giornalistico per promuovere il loro secondo lavoro Voglio di più, realizzato come il primo assieme a Iain Burgess e pubblicato alle prime luci dell’alba del 1999, sempre per l’etichetta catanese Free Land.
Rispetto al “gruppo madre”, la musica degli Angeli si conferma più, per così dire, “conciliante”, flirtando con una efficace apertura melodica appena soffocata dal nodo scorsoio di una elettricità punk fulminante che ricorda molto i primi Offspring.

Insomma, se i testi dei Negazione potevi scriverteli sul diario di scuola, quelli degli Angeli eri più o meno obbligato a cantarli. Anche perché quelli del secondo album sono con una sola eccezione tutti in italiano e i sogni di gloria dei primi adesso sono soltanto sogni infranti di amicizie, amori, passioni svanite, raccogliendo così i cocci che i trentenni di allora ci trovammo a condividere.  

A farsi carico della sua ristampa e riconsegnarcelo intatto e senza un filo di ruggine è adesso Area Pirata che parte, chissà perché, dalla coda per raccontare alle nuove generazioni di questo terzetto torinese che brillò sui cieli d’Italia e poi cadde in mare spegnendosi. Che meritava quel “più” che voleva e che invece non ottenne.    

           

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro