IVAN GRAZIANI – I lupi (Numero Uno)  

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Passando al setaccio tutti gli anni Settanta non sono tantissimi i casi di cantautori italiani che siano anche dei validi strumentisti. Ivan Graziani, assieme a Branduardi e pochissimi altri, è una di quelle eccezioni che confermano questo assunto. Quasi una mosca bianca.

Abilissimo chitarrista e gettonato session-man Ivan Graziani lavora a I lupi, il primo disco a definirne finalmente lo stile con cui diventerà famoso, con un curriculum di tutto rispetto. Ha lavorato con Venditti, De Gregori, Battisti, ha scongiurato per un pelo di diventare il vocalist ufficiale della Premiata Forneria Marconi ed è passato attraverso il beat e il progressive. Nel frattempo ha affinato una tecnica chitarristica invidiabile che trae spunto sia dalla tradizione folkloristica italiana che da quella di chiara ascendenza americana e britannica. Se nei tantissimi dischi dei “colleghi cantautori, eletta schiera” la chitarra è usata prevalentemente come accompagnamento e umile tappeto sonoro per le liriche, nei dischi di Ivan Graziani essa assume invece un carattere centripeto o perlomeno equipollente al contenuto lirico/emozionale. È come l’asta per l’atleta impegnato nel salto che dall’attrezzo usato prende il nome. Su quell’attrezzo ginnico Ivan Graziani costruisce la sintassi della sua musica, cesellando riff e strumming prevalentemente di timbro acustico o semiacustico ma con un carattere deciso, prorompente, vitale. Ne escono fuori piccole perle come I lupi, fantastico brano che coniuga il tema della diserzione con i richiami alle montagne abruzzesi da lui tanto amate, Motocross, Il topo nel formaggio, Il soldo e la malinconia struggente di Lugano addio, prototipo di una tristezza evocativa e di quelle numerosissime figure sfuggenti di donna che non mancheranno mai di fare capolino nei dischi del cantautore abruzzese.              

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BEECHWOOD – Inside the Flesh Hotel (Alive Naturalsound)  

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Torna a pochissimi mesi dal secondo album la più britannica fra le band retro-rock newyorkesi. A dispetto del look d’epoca CBGB’s i Beechwood conciliano infatti il wall of sound di Phil Spector con il morbido glam di Marc Bolan, le nebbie shoegaze di Teenage Fanclub e Jesus and Mary Chain o i motori fumanti e detroitiani degli Hypnotics. Fatevi una passeggiata tra Boy Before, Bigot in My Bedroom e la strumentale (ma inutile) Nero per capire quanto. Una figura, quella di Spector, che era già stata rivalutata da formazioni storiche dell’underground newyorkese (New York Dolls e Ramones) e che aveva conquistato in toto i Beatles, altra influenza che emerge prepotente tra i ninnoli Mersey-sound di Up and Down ma anche nell’approccio vocale che Gordon Lawrence riserva a The Ram.

Il suono di Into the Flesh Hotel è come avvolto dentro una densissima coltre di polveri sottili. Come se mentre migliaia di persone fuggono tra le polveri delle Twin Towers, da quei due castelli sbriciolanti arrivi l’eco di Sonic Flower Groove dei Primal Scream che qualcuno non ha fatto in tempo a togliere dal piatto. Un’immagine brutta e fuori luogo?

Sono d’accordo con voi.

Allora provate ad immaginare le Crystals sotto i cieli brumosi dell’Aprile dei fratelli Reid. Di nero vestite. Con le acconciature scarmigliate dal vento, schiacciate dall’umidità, leggermente denudate come le Dum Dum Girls.   

Un suono profondamente olfattivo, quello dei Beechwood. Floreale, addirittura in pezzi come Amy, Sucker, Our Love Was Worth the Heartbreak, che fa un po’ a pugni con quell’immagine da ragazzi di strada di cui la band fa mostra nelle sue foto promozionali. Totalmente innocuo, a dirla tutta. Un po’ come quello dei Vaccines o dei Male Bonding.

La rivoluzione non passa da quest’albergo. Potete prenotarci un paio di notti.        

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

MARK HOLLIS & TALK TALK – Gli omini di pan di zenzero

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Con il senno di poi il debutto dei Talk Talk era un disco paradossale. Così pieno anzi strapieno di suoni di plastica, sintetizzatori, batterie, così straripante di ritornelli, di melodie, di ninnoli. Un classico neonato da reparto ostetricia primi anni ’80 insomma. Un delizioso e sorridente primogenito da saziare a latte artificiale che invece, a rivedere le foto del battesimo una volta seduti ai banchetti per la nascita dei fratelli successivi (Laughing Stock e Spirit of Eden ma anche The Colour of Spring) avremmo trovato un esserino raccapricciante e anche un tantino viziatello e rompiballe. Se insomma i Talk Talk si fossero fermati alla primogenitura, oggi li ricorderemmo semplicemente come una delle tante meteore che hanno solcato i canali radio e tv per una stagione, esattamente come i…spe, come si chiamavano? Va be’, forse non ce ne ricorderemmo. Anche perché, diciamolo, rispetto agli eroi bellocci di quella stagione, quelli ben vestiti e con la lacca ai capelli, i Talk Talk sembravano i rospi destinati a rimanere nello stagno in eterno.
Le canzoni di The Party’s Over sono perlopiù brutture pari al loro appeal (Another World, Hate, Mirror Man). Quelle che si salvano dalla pattumiera dell’indifferenziata sono giusto un paio, più in virtù dei loro ritornelli orecchiabili e “appiccicosi” che all’epoca fanno gola a tutti che per le loro qualità intrinseche. Sembra insomma che la festa sia davvero finita, prima ancora di cominciare. Eppure, la larva dei Talk Talk è solo al primo atto di una delle più grandi metamorfosi della pop music moderna.

 

Adoravo i Talk Talk.
Che a guardarli in tivù sembravano omini di pan di zenzero.
E poi quando li intervistavi nel bel mezzo del loro successo (e It’s My Life FU quel successo lì) e facevi la solita domandina sulla roba che ascoltavano aspettando di sentirti piovere addosso il nulla astrale, loro tiravano fuori nomi come Erik Satie, Dmitrij Šostakovič, Sergej Prokof’ev, Pharoah Sanders. E tu non sapevi manco come cazzo scriverli, quei nomi lì. Che forse il nulla astrale nel 1984 lo ascoltavi tu, non loro.
Pensavi bluffassero, quei ragazzini lì con le facce da libro Cuore, così poco televisivi, così poco ammiccanti, così totalmente fuori moda.
E invece col passare del tempo e dei dischi, ci accorgemmo che non stavano bluffando affatto.
Ma allora, nel 1984, le citazioni colte nella loro musica erano invisibili agli occhi e impercepibili alle orecchie. Loro non le esibivano e a noi non interessava andarle a scovare, infastiditi e affascinati da quella musica ancora variopinta dove passavano stormi di uccelli, gli elefanti barrivano e mandrie di antilopi e bisonti correvano come in una savana sterminata. Non solo nel/nei video della title-track in cui i Talk Talk si facevano beffe dei siparietti montati ad arte per i nuovi piccoli e saccenti eroi del piccolo schermo ma un po’ ovunque, dentro il loro disco. C’erano sicuramente nell’altra hit dell’album, Such a Shame, ma le suggestioni di quelle tastiere e di quella ritmica che senza darlo a vedere scendeva a patti con i richiami etnici di Mick Karn e Bill Bruford facevano si che ne sentissi l’eco un po’ ovunque.
Magari degli oziosi panda nascosti dietro il canneto di bambù di Does Caroline Know? o dei tucani dal becco vanitoso sulla bella Dum Dum Girl che fa da introduzione all’album.
O ancora rinoceronti che sbuffano dentro Tomorrow Started.
Perché nessuno di noi allora sapeva che versi facessero i panda, i tucani o i rinoceronti. Così come non conoscevamo quelli di Šostakovič o del Faraone Sanders.
Però sapevamo che erano qui, dentro questo piccolo disco pop che senza torcere un solo capello a noi, senza torcere un solo pelo a loro era venuto dalle popolose terre del pop inglese a raccontarci di una vita che poteva anelare ad essere diversa pur senza sforzarsi di mostrarsi snob.

 

Dopo il successo stratosferico i Talk Talk cominciano lentamente a cambiare pelle abiurando totalmente dal synth-pop che aveva aperto loro le porte delle classifiche e li aveva sparati nel mondo delle pop-star da copertina dentro cui loro, schivi e bruttini, si sentivano del tutto fuori luogo. The Colour of Spring apre le porte alle grandi aspirazioni artistiche della band e costringe la EMI, sulla scorta di quanto portato alle loro casse con i singoli Such a Shame e It’s My Life a garantire loro un budget esagerato per confezionare a dovere il loro terzo album. Vogliono un disco che suoni quanto più naturale possibile, completamente svincolato dai suoni sintetici. Per quello chiamano a raccolta un numero incredibile di gente a dar loro manforte. Quasi sessanta persone, fra cui musicisti illustri come Steve Winwood e David Rhodes, prestano la loro voce o la loro tecnica al servizio di quella che, fra le tante effimere glorie del pop degli anni Ottanta, si rivela essere una delle formazioni più intelligenti ed ardite del decennio.
Gli ascolti massicci divenuti presto devozione verso la musica orchestrale, gli impressionisti francesi e la musica contemporanea influenzano in termini di approccio Mark Hollis fino a trovare compimento nelle derive isolazioniste di Laughing Stock e del suo primo album solista e che qui fanno capolino fra canzoni dall’arrangiamento ricco come Life’s What You Make It (con un uso originalissimo del pianoforte, piegato al compito di sostenere la ritmica più che la linea melodica), Happiness Is Easy (con un delizioso coro da scuola d’infanzia a fare il controcanto alla voce di Mark Hollis), Living in Another World (con uno straordinario assolo di armonica, strumento ripescato dall’oblio cui il synth-pop lo aveva cacciato), Time It’s Time (con un incredibile e a tratti inquietante gioco di voci femminili a creare ombre cinesi dietro il cantato principale) e Give It Up (con bellissimi contrappunti di piano e dobro ad inciampare su una distesa di organo e un solo di chitarra frippetronica), creando un disco perfettamente in bilico tra pop sofisticatissimo e rarefazioni cameristiche che celebrano l’arrivo della primavera e, soprattutto, la celebrazione del giorno del camaleonte, l’animale cangiante che i Talk Talk stanno diventando.

 

Spirit of Eden è il disco della metamorfosi.
L’abiura dalle gioie terrene in favore di una strada verso il divino portando con se solo il necessario.
“Prima di suonare due note, impara a suonarne una soltanto. E anche quando ne suoni solo una, sii sicuro di avere un motivo per farlo” dichiara il Mark Hollis “rinato” dopo l’orgia pop della prima metà degli Ottanta. Sono queste le uniche direttive che vengono dettate in fase di scrittura ed arrangiamento dei brani, stavolta pochi per numero ma lunghissimi per durata, che vengono messi in piedi per il quarto album. Sei brani in cui il silenzio fra le note ha la stessa importanza emozionale delle note stesse, quasi “diluite” in un etere bradicardico ed impalpabile, il cui cuore batte a non più di quindici battiti al minuto e il respiro si è adattato alla rarefazione e all’assenza di ossigeno al pari degli uccelli e delle conchiglie inabissate nei fondali marini o sepolte sotto la sabbia. Sono queste le forme viventi che popolano la copertina del quarto album dei Talk Talk, quello per cui la EMI sborsò una cifra illimitata di sterline per trovarsi alla fine un disco invendibile. Un disco di cui oggi si fa un gran parlare, con elogi e riverenze che neppure un diplomatico in visita ufficiale ma che all’epoca, come aveva previsto la EMI, non piacque a nessuno e quei pochi a cui piacque, dovettero amarlo di un amore taciuto. Perché i Talk Talk, nel mondo d’oro del pop, erano in una posizione scomoda e di totale disequilibrio.
Se sei uno che ha buon gusto musicale e, nel 1988, dichiari di amare i Talk Talk, il minimo che può succederti è di non essere preso sul serio, neppure da te stesso. Provate a immaginare: mi piacciono Robert Wyatt, Erik Satie, David Sylvian, il rock crauto, l’avanguardia musicale di San Francisco e i Talk Talk. No, non può funzionare. La memoria è un vicolo cieco in cui spesso si annidano i tarli.
Spirit of Eden e il “culto” dei Talk Talk si diffondono dunque in maniera carbonara, fino a che l’esplosione del post-rock che ne avrebbe rivelato l’ascendenza fondamentale aprendo le porte ad una venerazione (spesso più “di tendenza” che concreta) collettiva. Spirit of Eden è pertanto, oltre che il disco della metamorfosi, quello della negazione. Non solo quella dei suoi autori al mondo di plastica del pop ma del rock stesso che si sottrae alla sua carnalità, che diventa impalpabile, si auto-annienta, prende in mano un eraser e lo passa sul pentagramma. Le canzoni restano così aggrappate ad una incertezza, in una situazione di precario abbandono che è in qualche modo associabile all’estasi mistica. Si affacciano sull’eden, appunto, e ne subiscono l’incanto, vanno alla deriva senza curarsi di un approdo, di una riva conosciuta, di un’Itaca che è sinonimo di terra ferma, di certezza, di ritorno a casa e di incontri rassicuranti.
Sei canzoni filigranate, argentee come le schiene dei pesci che passano a pelo d’acqua, come le ali degli uccelli quando vengono ferite dai raggi del sole.

 

L’uscita di scena dei Talk Talk coincide con la pubblicazione del loro capolavoro assoluto, perfetto compimento della musica free-form di Spirit of Eden e da quello distante tre anni esatti (entrambi i dischi vengono pubblicati il 16 Settembre). Affrancata da ogni gabbia stilistica, da ogni dottrina la musica del duo (adesso orfano del bassista Paul Webb) si spiega libera, immensa, con ali maestose. Laughing Stock viene registrato fuori dal tempo e dallo spazio, secondo precise direttive impartite da Mark Hollis che sigilla ogni finestra dello studio e rimuove ogni orologio dalle pareti. Ogni strumento viene microfonato ad una distanza in grado di percepire ogni piccolo rumore, ogni piccola sfumatura ma di mandarla in bobina con un leggerissimo, atmosferico ritardo.
Sono canzoni che avanzano per suggestioni, per percezioni sensoriali, dilatandosi come vapore che si disperde nell’aria e che all’improvviso sceglie di abbattersi in piccoli temporali inaspettati (Ascension Day, la batteria “atmosferica” di After the Flood) che ti obbligano a tirar dentro il bucato mentre infradiciano i vestiti che hai addosso. Canzoni che sono posti imprecisati, nuvole di passaggio, memorie che riaffiorano e vengono spinte dalle onde, passanti senza volto avvolti nei pastrani che hanno addosso tutte le morbide cicatrici d’autunno, tutta la sferzante forza degli inverni.
Laughing Stock è la bellezza contemplata, la placida beatitudine del riposo, il ritemprante abbraccio del giaciglio, il mistero soave delle cose informi a cui diamo le forme che vogliamo, come a perfezionare l’atto della Creazione modellando ogni cosa alla sagoma della nostra felicità, perché la si possa riconoscere sotto la tormenta.

 

Ma l’evaporazione, la rarefazione molecolare di Laughing Stock e la fine dei Talk Talk non bastano a saziare i bisogni di dissolvenza artistica e fisica del loro leader.

Nel 1998 Mark Hollis decide dunque di diventare invisibile.


Lui che era stato alla guida di una delle band più esposte degli anni Ottanta, decide di mettere la sua ultima firma su un disco e poi chiudersi in casa. Regala qualche nota di pianoforte agli amici Phil Brown e Dave Allison ma chiede loro di usargli la cortesia di citarlo con un nome finto e, quando James Lavelle gli domanda di partecipare al nuovo disco degli U.N.K.L.E. lui, che è un uomo perbene, non sa dire di no. Purchè il suo nome non venga menzionato.
Non ci saranno altri Mark Hollis (nonostante un piccolo cameo strumentale per la colonna sonora di Boss curata da Brian Reitzell qualche anno dopo, NdLYS) se non per la sua famiglia.
Mark si accomiata con un disco intitolato semplicemente Mark Hollis. Anzi, non intitolato affatto. Un disco disadorno, elusivo e silenzioso. Un album che fa definitivamente tabula rasa di ogni orpello per mostrare l’anima nuda di chi lo ha pensato e porta a compimento la lunga e sbalorditiva metamorfosi della crisalide Talk Talk. Un album in cui il silenzio merita lo stesso riguardo devozionale delle sparute note che servono a dargli un vestito, in un processo di psicosintesi dove entrambi vengono messi sullo stesso piano cognitivo e in una strettissima relazione simbiotica.
Un disco che non passerà in radio, se non a notte fonda, quando i nostri pensieri si sono accucciati dentro il loro guscio di piume d’oca e meritano di essere accarezzati per dar loro la forma desiderata.
Un disco dove ogni strumento mostra un po’ dell’anima di chi dentro ci ha soffiato o sul suo corpo di legno, di avorio o di ottone ci ha passato sopra le mani lasciando piccole impronte concentriche simili a minuscoli cerchi di acqua, quando sul lago cade la prima goccia d’autunno.

Franco “Lys” Dimauro

 

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AT THE DRIVE-IN – Relationship of Command (Grand Royal)  

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17 Gennaio 2000.

L’inizio delle registrazioni del terzo album degli At the Drive-In sono una data profondamente simbolica.

L’ingresso nel nuovo secolo è un momento di riflusso con tutto il mondo del rock che, sgretolato lentamente dal post-rock, sembra definitivamente implodere su se stesso, inghiottito dall’elettronica disintegrandosi secondo i nuovi standard impalpabili di dischi come Kid A, Vespertine, Yankee Hotel Foxtrot e assistendo all’agonia artistica e al crollo strutturale di colonne come Fugazi, Helmet, Rage Against the Machine, Soundgarden, June of 44, Faith No More, Jesus Lizard.

Sopravvive, è vero, il sottobosco settoriale delle varie tribù che hanno nidificato trasversalmente la storia del rock ma gli At the Drive-In sembrano, in quel momento, gli unici in grado di riassumere in maniera efficace l’urgenza del rock alternativo degli ultimi venti anni e di guidarlo, grazie al supporto della Virgin che distribuisce e promuove il catalogo Grand Royal, sui terreni battuti dalle radio e dalle riviste con mano ferma e rubando di fatto il main stage ai rivali (International) Noise Conspiracy, depositari di un medesimo ed esplosivo connubio di politica, musica spigolosa e attitudine cool ma relegati ai palchi riservati ai gruppi indipendenti.  

In quello scenario, l’impatto di Relationship of Command fu davvero deflagrante. Come se la bomba a mano lanciata anni prima dagli MC5 avesse finalmente toccato suolo e fosse toccata a noi la sorte di assistere a quell’esplosione. Era come assistere al compiersi della storia e quel ricordo ci avrebbe introdotti al nuovo secolo appena inaugurato con la smorfia di compiaciuta ostilità che sembravamo destinati a perdere.

All’incrocio col nuovo millennio la musica degli At the Drive-In diventa di colpo immensa, inglobando tutto lo scibile rock del decennio che si è appena concluso, dall’emo-core al grunge, dal noise al crossover metal, senza in realtà suonare nulla di tutto ciò.  Man mano che si aprono le granate di Sleepwalk Capsules, Arcarsenal, One Armed Scissor con quel “Cargo Bay” che tutti cantammo “Kurt Cobain”, Pattern Against User, Invalid Litter Dept., Rolodex Propaganda, Cosmonaut, Catacombs la band texana sembra dire “ecco cosa sono stati gli anni Novanta, ecco cosa sarebbero potuti essere se non foste stati così inetti da lasciarli spegnere.”.

Era la sensazione bellissima, appagante e partigiana che brigate come Refused, RATM, Fugazi non avevano sprecato la loro missione, nonostante i loro aeroplani si fossero inabissati. Confortati dalla consapevolezza che la ruggine non avrebbe eroso le loro carcasse, salvando con loro anche una buona parte della nostra carena.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

WHISKEY DAREDEVILS – History of the Whiskey Daredevils #3 (Drink N Drive)  

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Non so quanti dischi dei Whiskey Daredevils avete in casa ma qualora vi fossero sfuggite le loro produzioni, perlomeno le ultime, vi sarà necessario comprare questo terzo volume della loro storia.

I Daredevils, per chi non lo sapesse, sono la band di Gary Siperko dei Rocket from the Tombs e di Greg Miller dei Cowslingers, altra band votata al suono cow-punk di marca Jason and the Scorchers ovvero il suono delle carrozze del treno che attraversano la grande prateria americana portando a spasso per la pianura il corpo di Eddie Cochran, Johnny Cash e Gene Vincent, sperando che lo sferragliare delle lamiere li svegli dal loro lungo sonno. Nel frattempo, roba come Honest Man, la cover di 12xU degli Wire, Don’t Talk to Connie, il furioso assalto surf/western di 101.1 Gram Man Bracelet, le chitarre che pomiciano infilando una la lingua nella bocca dell’altra lungo Mojo Twist potrebbero svegliare voi.

Chissà.

Io fossi in voi farei la prova.

           

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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PAUL SIMON – The Rhythm of the Saints (Warner Bros.)  

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È molto probabile un giorno verrà stilata la lista canonica delle meraviglie musicali del mondo moderno così come venne fatto con le sette meraviglie architettoniche del mondo antico.

In realtà ci hanno già provato in tanti, a fare listoni di 50, 100, 500, 1000 dischi più o meno “fondamentali”. Ma nessuno, per paura di autosoffocarsi, si è ancora preso la responsabilità di stringere il nodo a pochi, pochissimi dischi il cui ricordo andrebbe preservato per le civiltà future.

Magari un giorno me ne prenderò io la briga. Che tanto non ho nulla da perdere ne’ case discografiche da assecondare. 

E, qualora avvenisse, dovrei per forza metterci dentro un disco di Paul Simon. Probabilmente proprio questo capolavoro di vitalità musicale impressionante dove tutto il sud del mondo si muove in un abbraccio globale, spinto soltanto dalla medesima, universale forza centrifuga.  

Tamburi su tamburi, da The Obvious Child in cui c’è già tutto L’ombelico del mondo e metà dei dischi dei Mau Mau fino alla conclusiva title-track (dove dei dischi dei Mau Mau c’è l’altra metà: Bàss Paradis e Dea per esempio, NdLYS) passando per le talking drum di Can’t Run But, le conga di Further to Fly, le campane da bue di She Moves On con cui Simon caccia l’ex-principessa Leila nell’inferno in cui lo aveva trascinato, la marimba ad acqua di Spirit Voices una pioggia battente di tamburi e percussioni. Un mondo subacqueo che Paul Simon ha già esplorato su Graceland e che adesso continua ad investigare con l’ostinazione curiosa dei bambini, spostando lo sguardo anche al Brasile. Che è festoso si, ma in una maniera diversa da quella sperimentata ad esempio da David Byrne. Il viaggio di Paul Simon ha un tono più stemperato e discreto anche rispetto al suo stesso viaggio africano di prima. Canzoni come The Cool, Cool River e The Coast sono compite e confidenziali, pulite e fluide, quasi filigranate di trasparente e adamantina bellezza.

Un disco-meraviglia, appunto.

Certo, se solo non ci fosse stato quel Graceland di qualche anno prima…

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE SOUND REASONS – Walk with My Shadow (Groovie)  

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Eccolo finalmente il capitolo successivo al bel 7” di esordio di quasi cinque anni fa.

Walk with My Shadow è dunque un nuovo debutto, stavolta su grande formato, per la band di Los Angeles che cita fra le proprie influenze minuscole band come Monocles, Ugly Ducklings e Haunted. Influenze per nulla rinnegate dalle dieci crepitanti canzoni di questo album d’esordio, forse la miglior produzione Groovie da molti mesi a questa parte. Un suono dove convergono gli Unclaimed (Every Path I Take è una roba “Ganza” come non ne sentivo da decenni, NdLYS), il folk-rock obliquo delle formazioni del New England, l’acceso beat che periodicamente torna ad imbrattarci il cuore di fuzz (Make Me Pay e  Scream-Shout), fantasticherie retrò come Oldsmobile o Slow Down e un accenno di psichedelia a chiudere il cerchio sulla conclusiva Window Payne.

Un disco bellissimo, da sbattere in faccia a chi pensa che non si possa più dire nulla con in mano una chitarra, un basso e una batteria rubate dal retrobottega di un negozio di antiquario.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

KING BROTHERS – Wasteland (Hound Gawd!)  

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Non sono quegli altri King Brothers, quelli di San Francisco che abbracciano il blues. Questi sono giapponesi e il blues lo dilaniano. Ne scrissi già una decina di anni fa. Poi, visto che il sol dell’avvenire tardava a sorgere, ho guardato altrove.

Li ritrovo oggi grazie alla Hound Gawd!, regnanti su una terra ovviamente distrutta.

Wasteland celebra il ventennale dei fratellini giapponesi e ne rappresenta la sintesi perfetta, tornando ad esplodere granate noise-blues alla maniera della Blues Explosion (Bang Blues, Kick Ass Rock), ad infettare gli Stones con l’ago voodoo di Bo Diddley (Sympathy for the XXXXX), a vomitarci addosso garage-punk marcio (Break on Through) e punk demente figlio dei Briefs e degli Hives (No Want, No Thanks) o a prendere a sculacciate Brian Auger e a calci il suo gatto nero (The Machine).    

Attenti, quando passa un aereo sulle vostre teste.

Tora! Tora! Tora!!!!

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

MANFRED MANN – The Five Faces of Manfred Mann / Mann Made / Mann Made Hits / Soul of Mann (Umbrella Music)

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Mentre mi appresto a scrivere di queste ennesime reissues dedicate al materiale dei Manfred Mann mi chiedo a chi possa interessare, oggi, mettersi in casa delle ristampe del gruppo inglese ormai relegato da tempo immemore fra quelli che io chiamo gli “artisti da autogrill” ovvero quei gruppi che la storia ha, spesso in maniera ingrata, costretto ai margini della storia e la cui vicenda artistica è spesso confinata in discutibili raccolte (sovente di materiale ri-registrato in studio) economiche vendute nelle ceste delle stazioni di servizio o di qualche edicola. Yardbirds, Animals, Hollies, Spencer Davis Group, Them li trovate spesso lì dentro, assieme a Louis Armstrong o i Dik Dik. I Manfred Mann, sempre. Andate pure a controllare.

I Manfred Mann dei primi anni, sorta di incrocio fra il soul-blues guidato dall’organo degli Animals e Spencer Davis Group e il sobrio jazz da beat club di Georgie Fame, hanno ancora un loro pubblico? Ne dubito. La musica del quintetto guidato dal tastierista Manfred Mann ha un garbo che mal si sposa ai tempi moderni e anche con quelli antichi non è che ci andasse giù duro o si arrampicasse su chissà quali specchi sensazionalistici. L’urgenza pre-punk di altre band della British Invasion (penso a Who, Troggs, Kinks, Stones o alle cattive vibrazioni degli Yardbirds) è per esempio del tutto assente dalle produzioni e dalle pose della formazione della capitale inglese. Si fa avanti, piuttosto, un approccio da giovani intellettuali eruditi alla musica black (le cover degli standard del primo album) contrapposto o ab binato al tentativo di assaltare le classifiche con pezzi dalla cantabilità sfacciata (quelli raccolti su Mann Made Hits: da Pretty Flamingo a 5.4.3.2.1., da Come Tomorrow a Do Wah Diddy Diddy, da Sha La La a If You Gotta Go, Go Now). La musica non si prende nessun rischio e non esprime nessuna ferocia. Ecco perché forse ai primi due dischi del lotto è preferibile la restante metà, ovvero Mann Made (che scegliendo un repertorio meno compromesso col blues cattivo appare nettamente più onesto nel mettere in mostra il loro approccio più disimpegnato) ed il Soul of Mann approntato dalla HMV mentre il gruppo si sta ricompattando nella nuova line-up e sta passando ad altra casa discografica e che vede il gruppo impegnato in una piacevolissima sequenza di strumentali a metà strada fra Bacharach ed il jazz. La totale assenza di bonus su questa tornata di ristampe rende però il tutto ancor meno appetibile di quanto sia già di per sé il nome dei Manfred Mann per orecchie vecchie e nuove.             

   

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

HARLAN T. BOBO – A History of Violence (Beast)  

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Ne era passato di tempo! Otto anni circa, dal suo terzo album.

Un tempo lunghissimo durante il quale il tristo mietitore ha razziato sulla prateria del rock portandosi via un numero impressionante di artisti. Onestamente, pensavo fosse stato poco clemente pure con lui. Invece ho scoperto che in questa lunga assenza il musicista americano ormai naturalizzato francese ha dedicato gran parte del suo tempo al figlio e a cercare di riattaccare un matrimonio che è invece andato in frantumi come il vetro del ritratto usato per la copertina di A History of Violence, dedicandosi alla musica solo saltuariamente (ad esempio incidendo un disco di demente glam alla Dandy Warhols a nome The Fuzz col fratello Hector). Il nuovo disco viene concepito a Perpignan, dove Harlan vive ormai da quattro anni, ma realizzato a Memphis grazie al crowfunding lanciato in rete per sovvenzionare gli spostamenti e l’affitto degli studi. Il suono è meno ricco rispetto ai dischi precedenti. Armonica, violoncello, pianoforti e organi sono stati aboliti quasi del tutto (anche se quando affiorano, come nella Ghost che è un autentico bagno nel Nick Cave di The Boatman’s Call, è un gran bel sentire) in favore di un semplicistico suono basato sulle chitarre. Rimane invece il tono da confessionale tipico delle sue produzioni, quella cadenza malandata e dolente che da Lou Reed arriva fino a Mark Lanegan. Ma c’è anche una bella rabbia che si fa strada su pezzi come Paula o Spiders, corse a perdifiato tra le rovine del cow-punk che fu. Una strada che Harlan farebbe bene a percorrere più di frequente. Che delle lagne ormai ci siam rotti le palle un po’ tutti.       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro