LUCIO DALLA – Anidride solforosa (RCA)  

0

La tecnica dello scat era stato il valore aggiunto del giovane Lucio Dalla, un tratto mutuato dal suo amore per il jazz, per lo swing e il be-bop che dava al suo canto un carattere buffo e burlesco che ben si adattava al suo personaggio e che era un abile via di fuga per scappare dalla sua incapacità di scrivere testi che lo attanaglierà per anni. Proprio questa scarsa abilità lo costringerà a ricorrere nuovamente a Roberto Roversi per dare alle stampe il suo Anidride solforosa. Dentro quel disco Lucio Dalla e Roberto Roversi decidono che le sillabe informi dello scat possono evolversi da semplice esercizio di balbuzie tribale in punte di freccia portatrici di un messaggio sociale/politico/economico, secondo lo schema scelto per il nuovo disco. È così che nasce La borsa valori: aprendo una pagina de Il Sole 24 Ore e scorrendo le quotazioni dei titoli di borsa.    

Anidride solforosa affonda i piedi nella cronaca internazionale e nella storia d’Italia. Li affonda talmente pesantemente che i due autori verranno ripetutamente convocati dalla Digos e dall’Interpol per i particolari citati su Carmen Colon, inquietante traccia descrittiva dell’assassinio dell’omonima ragazzina uccisa dall’Alphabet Killer a Churchville nel 1971 così come verranno aggiunti alla lista dei possibili sovversivi in virtù dei pericolosi “incroci” storici descritti su Le parole incrociate.

Siamo dunque all’apice del Lucio Dalla impegnato e politicamente schierato, anche se la sua ombra si muove sotto quella del mantello si alta sartoria anarco-radicale di Roversi, musicalmente ancora invischiato con le verbosità del progressive che tendono a soffocare l’individualismo che emergerà una volta recisi i fili con l’amico poeta e con la pesante zavorra musicale che ne affanna il respiro.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

Annunci

MICK KARN – Dreams of Reason Produce Monsters (Virgin)  

1

Tutta la ritualità misteriosa ed esotica dei Japan risuona dentro Dreams of Reason Produce Monsters, capolavoro del geniale bassista cipriota in cui l’apporto dei fratelli Batt in termini di scrittura e di esecuzione torna ad essere basilare, ricreando quell’alchimia perfetta degli ultimi Japan e costruendo un capolavoro di architettura carica di curve, archi, figure convesse. Il lavoro al pennello di Mick è stavolta più misurato, meno straripante, sebbene rimanga sempre inconfondibile la sua capacità di creare figure tridimensionali e rigurgitanti e nonostante sia proprio uno di questi rigurgiti ad accoglierci proprio in apertura di lavoro, nella bellissima foresta adunca di First Impression.

Ed è una scelta voluta e consapevole, quasi a volersi scrollare addosso il ruolo di abilissimo musicista di cui il mondo sembra essersi accorto con ritardo pachidermico. Sebbene le strutture rimangano ampiamente libere, c’è stavolta un maggior senso di compiutezza oggettiva, ci sono canzoni con cui si può scendere a compromessi con maggior facilità, soprattutto quando a prendere posto al microfono è ovviamente David Sylvian e ci sono tanti, tantissimi paesaggi di bambù e pareti di carta di riso dietro cui si muovono le composte forme delle geishe e le opulente sagome dei samurai cui la sua ex-band ci aveva abituato: Land, Language of Ritual, Dreams of Reason, Buoy.

Posti che ci invitano ancora una volta all’approdo in terre lontane.

Mick Karn come un Marco Polo tira via l’àncora, puntando il dito verso oriente.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

 

DI VIOLA MINIMALE – La dinamica degli addii (autoproduzione)  

0

Sei canzoni lunghe un anno. È questo il bottino del nuovo mini album dei Di Viola Minimale, composto e registrato tra il Marzo del 2017 e il Marzo successivo. Il suono della band ragusana scorre piacevolmente dentro quella corrente di suono elettrico di band come Estra, Marlene Kuntz, Moltheni e Santo Niente che è da sempre il loro marchio di fabbrica. C’è una certa predilezione per il passo lento, codeinico, per i climax sonori rilassati ma inquieti anche se a mio parere è quando il gruppo sovverte la disciplina che si è autoimposto che viene fuori il lato migliore, come nel vortice noise de La trappola o nelle sequenze conclusive di Torneremo a vivere dove nervi e muscoli vengono mostrati senza eccedere nell’esibizionismo fine a sé stesso, lasciando sempre socchiuso un minuscolo varco verso il dissonante e il disarmonico, come se nulla fosse veramente accessibile, realmente agevole.

C’è sempre, nella musica dei Di Viola Minimale, un voluto senso di incompiutezza (come nel finale evirato di L’anamnesi), di inappagamento, di scomodo confronto con le emozioni proprie ed altrui, di serenità conquistata a fatica, di scivolosa discesa nel torbido e di fiera consapevolezza della propria incalpestabile dignità morale, una ammaestrata capacità di non lasciarsi umiliare dalle bruttezze della vita così come da non lasciarsi incantare dalle sue frivolezze.         

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

SPIDERGAWD – V (Crispin Glover)  

0

Ho orecchie, cuore e muscoli pelvici allenati.

E già al primo ascolto questo mi permette di intuire cosa riuscirà a conquistarmi e cosa no.

E in genere non mi sbaglio.

Per quanto mi riguarda V, cui peraltro ho già concesso ben più di un primo ascolto, andrà dunque con molta probabilità ad ingrossare le fila già straboccanti di dischi che mi imporrò periodicamente di farmi piacere. So già che proverò, cercando un po’ colpevolmente di adeguarmi a lui in momenti e/o situazioni diverse consapevole del fatto che sarà molto più difficile possa verificarsi che sia lui ad adattarsi a me, di tentare una tardiva riconciliazione affettiva che pur tuttavia quasi certamente non ci sarà.

Magari allora schioccherà di nuovo la fiamma che la band norvegese aveva acceso in me un paio di anni fa e vi saprò raccontare di un amore tornato lucido come una boccia da bowling. Ma adesso no, adesso questo quinto album degli Spidergawd lascia inappagato il mio bisogno affettivo quanto quello sessuale.

È un disco che suona molto vicino a certe pacchianate anni Ottanta. Non completamente da buttare sia chiaro, che soprattutto sulle tracce finali riesce a diventare davvero trascinante, eppure non riesce a convincermi. Mi trasmette l’idea che gli Spidergawd non vogliano osare, che preferiscano giocare sul sicuro. E non c’è nulla che possa disarcionare i miei ormoni più di questa prevedibilità.

E quando alla fine lo stereo torna a zittirsi, ecco montare la sgradevole sensazione di aver ceduto alle lusinghe sessuali di qualcuno che della mia concessione ha abusato e farsi avanti la consapevole rabbia che il mio piacere era secondario e marginale a quello altrui.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE LONG RYDERS – Psychedelic Country Soul (Cherry Red)  

0

Di nuovo tutti assieme, come era già successo più di dieci anni fa, in quella “ReUnion” che però non aveva dato alcun frutto dal punto di vista creativo. Questa nuova rimpatriata, a coda dell’operazione di recupero avviata dalla medesima label che tiene a battesimo questo lavoro, ha invece tutta l’aria di un rientro “operativo” a tutti gli effetti. Psychedelic Country Soul arriva ad aggiornare un repertorio fermo musicalmente al 1987, saltando a piè pari un’intera generazione cui il nome dei Long Ryders dirà dunque poco o nulla. Avendovene già parlato ripetutamente non mi dilungherò ancora una volta e lascio la cattedra volentieri a qualcun altro, che a me le classi distratte piacciono poco.

Dunque ripartiamo da qui, da questo Psychedelic Country Soul sulla cui copertina le quattro sagome truci di State of Our Union non fanno più paura e cui affideresti volentieri la cura della tua mandria invece di nasconderla come succedeva all’epoca in cui arrivarono in città attraversando al galoppo le praterie degli anni Ottanta.    

Finito da anni il tempo di fare razzie nelle fattorie è dunque il tempo di ricordare i tempi andati. Di quella volta lungo la strada ferrata. E poi di quell’altra dentro il saloon di MacBride. E di quella in cui attraversarono la frontiera senza documenti, nascosti in un carro di sterco e fieno. E quella volta che la fecero franca sfuggendo allo sceriffo e alla legge. Lo fanno talvolta con la giusta carica emotiva (Molly Somebody, The Sound, Greenville, What the Eagle Sees), tanto che l’aria sembra ancora vibrare di quel ricordo. E nella traccia conclusiva lo fanno in maniera davvero persuasiva e avvincente, deformando il loro country-rock in visioni psichedeliche che sono l’omaggio tardivo al Paisley Underground che mancò nei loro giorni gloriosi.  

Altre volte le loro memorie si confondono con quelle di altri. Mancano i particolari che in qualche modo ne certifichino la storia e la rendano unica ed autentica. Ma è solo un “difetto” marginale in un’opera che è un ottimo compendio adulto alla storia dei “giovani” Long Ryders e che può dignitosamente affiancare la discografia ormai storica della band californiana.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

ROBERTO MANFREDI – Cesare Monti: l’immagine della musica (Crac Edizioni)  

0

Storie e foto sono in gran parte “prelevate” dal blog dello stesso Cesare Monti, attivo dal Gennaio del 2012 e da lui stesso aggiornato fino al giorno della sua morte.

È dunque un Cesare Monti che si racconta in prima persona quello de L’immagine della musica. Ma è anche un Cesare Monti di cui parlano alcuni tra quelli che hanno incontrato per caso o su accordo stabilito uno dei più grandi innovatori della cultura pop, da Branduardi a Rettore, da Finardi a Cattaneo, da Vittorio Nocenzi a Maurizio Vandelli. Roberto Manfredi, grazie all’apporto della vedova Monti e della loro figlia Alice Montalbetti raccoglie queste testimonianze e altri cocci di memoria e, proprio come aveva fatto Cesare con la spilla presa in prestito da Gianni Sassi, prova a rimetterli insieme usando una colla rapida.

Non è facile, ma ci prova. Non è facile perché quando si parla di personaggi così visionari che prendono il loro posto nella storia proprio in un momento in cui la storia si sta scrivendo (ed è una storia importante: quella della musica “alternativa” degli anni Settanta del Banco, di De André, di Eugenio Finardi, di Edoardo Bennato, di Enzo Jannacci, Roberto Manfredi, Dedalus, Pepe Maina, Pino Daniele, del Parco Lambro, di Re Nudo) occorrerebbe avere uno spazio infinito su cui scrivere aneddoti e curiosità che sono memoria collettiva infinita. Un’epoca difficile sopra e sotto i palchi, di fermento e paura che Cesare Monti ha la capacità di descrivere e fissare nella nostra memoria con immagini forti, contrasti brutali, scatti grotteschi, fotomontaggi surreali e che Manfredi si prende la briga di riportare in forma scritta, in un omaggio sentito ad un amico col “sorriso da ippopotamo” e una fantasia paragonabile a poco altro.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

BOB MOULD – Sunshine Rock (Merge)  

0

Dice bene Bob Mould quando afferma che il dovere di ogni buon musicista rock sia oggi quello di colmare il vuoto discografico del settore provando a tutti i costi di realizzare quei grandi rock albums che oggi sembrano sempre più rari e dunque sempre più preziosi.

Dice un’ovvietà ma è un’ovvietà sacrosanta.

Un dovere cui Mould non si è mai sottratto, a dire il vero, anche se a volte i risultati non sono stati all’altezza dei buoni propositi. Di dischi un po’ zoppi è piena la sua carriera e anche questo nuovo dal titolo orribile non è quel disco “perfetto” che forse il musicista di Minneapolis avrebbe avuto il “dovere morale” di realizzare.

Certo, la voce e la chitarra di Bob Mould sono sempre un richiamo irresistibile per noi che abbiamo passato i quaranta anni consumandone almeno un quarto ascoltando i suoi dischi, come se quell’uomo fosse un rabdomante capace, agitando il suo strumento, di trovare qualche emozione residua, qualche lacrima di amore-rabbia-dolore che non abbiamo versato quando andava fatto. Una magia che riesce solo in parte su questo nuovo disco. E ci riesce ovviamente quando la sua musica evoca lo spettro pingue di Mould medesimo (Thirty Dozen Roses, What Do You Want Me to Do), molto meno per quanto mi riguarda quando a manifestarsi è un involontario ectoplasma dei Foo Fighters (Western Sunset, Sunny Love Song) o quello inaspettato dei New Order (The Final Years, Lost Faith).

Quindi se dovessimo giudicare Sunshine Rock con gli stessi pesi messi sulla bilancia da Mould nella sua dichiarazione diremmo che no, non siamo davanti a quel nuovo capolavoro irrinunciabile che ci porteremmo su un’isola deserta. Così come è vero che su quella maledetta isola non ci andremo mai e che qualora accadesse di dischi non ce ne porteremmo. È solo un altro disco. Un altro disco di Bob Mould. Un altro disco di Bob Mould sulla soglia dei sessant’anni.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

 

HOWE GELB – Gathered (Fire)  

0

Una voce che è poco più che un sussurro. Canzoni come ruvide carezze. Gathered è l’opera n.24 dell’Howe Gelb solista ed è un disco struggente, ombroso e bellissimo, impreziosito dai featuring di artisti come Matt Ward, Pieta Brown, Anna Karina, Kira Skov e della figlia Talula. Un disco registrato in giro per il mondo, tra Copenhagen, Dublino, Cordova, Parigi e la nativa Tucson, con addosso un cappellino con la visiera che sembra trasformarsi spesso nel cappello di feltro di Leonard Cohen.

C’è, dentro Gathered, tutta l’aria gonfia di vapori dei vecchi locali jazz americani, quella cantata da Tom Waits nei suoi primi album. Tutta l’agonia di dolori e ricordi che annegano nel bourbon e che qualche pianista in un angolo prova a rendere meno atroce. Un disco da luci soffuse e bandiere a mezz’asta, senza gioie da celebrare. Stipato di malinconia come le valigie prima di lasciare qualcuno per sempre.

Howe Gelb supera sè stesso senza clamori. Mentre il mondo si abbandona al piacere lascivo della musica senz’anima.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

NERO KANE – Love in a Dying World (American Primitive)  

0

Prima furono i Doggs, ovvero il rumore del pisello di Iggy mentre si scopava le groupie nei camerini del Michigan Palace. Quindi fu la volta di Lust Soul, esordio solista in abiti neri e attillati da Corvo metropolitano. Un gusto gotico che permane anche in questa nuova produzione, cambiandosi però d’abito e infilandosi dentro il miglior gotico americano, che è quello degli spazi aperti, dello spirito che si smarrisce nell’agorafobia delle distese desertiche che sono un balcone di roccia e sabbia aperto sull’anima, delle campagne battute da venti sempre più implacabili.

La musica di Nero Kane è carica di presagi sinistri e armata di una tristezza affilata, di un amore che sta appassendo assieme al mondo che lo accoglie in un ultimo abbraccio e che odora di morte come lui. Nero raccoglie questo amore esanime e lo porta in braccio, senza curarsi di prestargli soccorso. Ne mostra il cadavere e ne rimane sedotto anche quando non respira più, intonando un canto d’amore che è un canto da veglia funebre che impregna tutto il suo disco, abisso nero di amore e morte.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE GOOD, THE BAD AND THE QUEEN – Merrie Land (Studio 13)   

0

The Good, the Bad and the Queen hanno fatto un altro disco che fra un paio d’anni non ascolterà più nessuno, forse neppure loro. Un album che si regge sull’attualità del tema (quello della Brexit) e che su quel tema costruisce una musica cinematografica nella quale sembra davvero di vedere l’isola britannica andare alla deriva con tutto il suo carico di anime, come una nave da crociera che ha spento i motori proprio mentre nella sala-teatro si tiene uno spettacolo da circo. Attori, marionette e suonatori sembrano disorientati. Lo show diventa zoppicante, le musiche si ingrigiscono, tutto diventa una baldoria triste, come un disco dei Madness che si inceppa, un carillon fuori fase.

Le canzoni di Merrie Land sono prive di ritornelli, di motivetti da cantare. Galleggiano indossando un Wurlitzer di salvataggio e annegano nella cristalleria evocata dai suoni della marimba, di un oboe, dei flauti. Sono canzoni con la spina nel fianco, drammatiche e goffe come degli Smiths sgonfiati o il Sandinista! stantio di Broadway e Hitsville U.K..  

Come Ribbons e The Poison Tree, naufragio definitivo dei Blur di The Universal e Tender.

L’Inghilterra, orfana più che di Europa di veri capolavori autoctoni, ve lo paragonerà a qualche disco dei Kinks o addirittura dei Beatles. Invece sembra il locale caldaie dello Yellow Submarine invaso dalle alghe.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro