THE HELLACOPTERS – Supershitty to the Max! (White Jazz)  

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È il primo Giugno del 1996. Carl von Schewen, già da anni uno dei più amati spacciatori di rock ‘n roll dietro il banco della Sound Pollution di Stoccolma decide di lanciarsi nell’avventura discografica e fare da traino ad una scena musicale diventata, come dieci anni prima all’epoca di Nomads, Stomach Mouths, Backdoor Men e Creeps, nuovamente effervescente. La sua White Jazz esordisce in quella data con il disco di una band incredibile messa in piedi da un ragazzone che da anni gira tra gli scaffali del suo negozio in cerca di dischi da imporre all’ascolto dei suoi amici. Sebbene abbia all’epoca poco più di venti anni, Nicke è uno che le inclinazioni del verbo rock ‘n roll le conosce davvero bene e che per dieci anni è stato dietro le pelli di una band storica della scena metal locale.

Ma quello che Nicke sta preparando adesso è ben lontano dal suono degli Entombed. E’ qualcosa che ha più a che fare con la preservazione del rock ‘n roll più viscerale. Qualcosa che riesca a convogliare in maniera credibile anni spesi all’ascolto di band tossiche come Stooges, Misfits, Kiss, Celibate Rifles, Radio Birdman, MC5, Ted Nugent, Damned, Alice Cooper Band, Heartbreakers, Dead Boys, Motörhead, Sonic’s Rendezvous Band.

Il risultato, ancora aspro rispetto a quello che diventerà il suono “classico” degli Hellacopters ma non per questo meno sanguigno, è Supershitty to the Max! registrato nella medesima frazione di tempo impiegata dai gruppi ska-punk per settare volumi e rientri dei microfoni della batteria. Stampato inizialmente in sole 500 copie, il debutto degli Hellacopters si trasmette in tutta la Svezia come un virus (portandosi a casa il Grammy come miglior album hard-rock dell’anno) e da lì dilaga come la peste medievale in tutto l’Occidente, trascinando con se un’intera scena. Tonnellate di merda hard-rock, street rock ‘n roll, Motor City-sound, punk, glam scivolano giù da Supershitty to the Max!. Se indossate il vestito comprato in outlet a cento Euro l’etto, vi esorto a tenervi lontani da qui.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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JORGE BEN – Jorge Ben (Philips)

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Mi innamorai della musica di Jorge Ben che fuori non c’era il carnevale.

E anche ci fosse stato, non sarebbe stato di certo quello carico di colori, ritmi e sorrisi che attraversava come un fiume le strade di Rio.

Jorge veniva da lì. Era cresciuto ascoltando le musiche dei carri allegorici e delle orchestre di samba, i canti da chiesa e la bossanova di João Gilberto, che era il Sam Cooke della musica brasiliana.

I suoi primi dischi erano tutto questo. Anche il suo disco del 1969 era tutto questo, ma era anche molto di più. Perché nel frattempo la musica brasiliana ha deciso di fagocitare brandelli della musica pop e soul che sta attraversando, proprio come nel carnevale carioca, le strade del resto del mondo. Si chiama Tropicália e fonde l’ortodossia brasiliana, una forte componente di coscienza sociale e di orgoglio di razza e allo stesso tempo si dichiara pronta ad “inquinare” la propria cultura tradizionalista con influenze esterne. Tutti elementi che Jorge Ben, con la complicità del Trio Mocòto, riuscirà benissimo a far penetrare nella sua musica in una quadrilogia di dischi di cui questo omonimo rappresenta l’avvio. Chitarre battenti, fischietti, trombe festose, tucani che cagano sui piedi del Cristo Redentor, donne creole sulla cui pelle bruciano tutti i colori dell’arcobaleno e Jorge Ben che intona un’Ave Maria per ogni alba che arriva ad illuminare Rio de Janeiro. Abbagliante.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

JOHN GARCIA – The Coyote Who Spoke in Tongues (Napalm)  

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Periodicamente gli alfieri del rock più rigogliosamente elettrico degli anni Novanta cedono all’esigenza, probabilmente dettata dagli obblighi familiari, di dedicarsi al proprio lavoro sottovoce, senza turbare il sogno dei pupi. Non sfugge alla regola neppure John Garcia, il corpulento e perennemente “ex” cantante dei Kyuss. Il suo ultimo album è infatti un disco che rivisita in chiave unplugged qualche classico della sua band e qualche canzone tutta sua che non è difficile immaginare scritta durante qualche notte insonne sulla dondola della veranda della sua fattoria. Mentre i pupi e le bestie cui Garcia accudisce da tempo dormono, appunto. Del resto, come dichiarato da John tempo fa “adesso sono fondamentalmente un padre e un marito, tutto il resto è diventato secondario”.

So già cosa vi diranno su questo disco: che si sente la polvere del deserto, l’urlo del coyote, lo strisciare dei crotali, l’odore di cacca dei buoi. Tutta roba scritta mettendo in fila venti e passa anni di recensioni sul desert-rock e di cui qui dentro invece non troverete traccia. Tutto quello che c’è è la sempre bella (ma alla lunga noiosa) voce di Garcia che canta sommessamente, accompagnato da una chitarra folk (e uno sparuto set acustico di contorno, ma del tutto marginale al peso specifico del disco), qualche canzone.

Un paio molto aggraziate.

Ma che ricordano più Everlast che il deserto.

E che se pure non ce le avesse cantate, non ne avremmo sentito la mancanza.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

FRANCO BATTIATO – La voce del padrone (EMI)  

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Eccolo, il disco con cui, dopo un decennio di sperimentazione iconoclasta e ascetica e dopo essersi timidamente affacciato alla balaustra della musica leggera con un ermetismo da esteta misantropo e asociale, Battiato si concede totalmente al pubblico regalandogli un disco di pop antropofago di un’immediatezza schiacciante. Il disco con cui, commercialmente, l’artista siciliano si prende la sua rivincita. Ed è una rivincita paralizzante che fa tabula rasa di tutti i cantautori che hanno monopolizzato le classifiche di vendita italiane degli anni Settanta, forti di un consenso popolare che a lui era stato prima negato e che poi aveva egli stesso ripudiato, chiudendosi a riccio dentro dischi impenetrabili come M.elle le “Gladiator” o L’Egitto prima delle sabbie e di cui adesso si prende l’intera porzione, lasciando gli altri a raccogliere le briciole dal suo piatto.

La voce del padrone è un disco dalla luce pop abbagliante. Perfetto per sintesi e sintassi. Capace di ergersi a vessillo di una qualche sorta di musica elevata mentre mesce nella melma della cultura popolare più kitsch in un elenco citazionista ma non didascalico dei suoi luoghi comuni più gretti. Un abile e ruffiano gioco di specchi in cui Battiato afferma la sua identità e il suo spregio per la cultura dominante così come da quella propugnata come sua alternativa (da Vivaldi ad Omero, dalla new-wave alle canzoni per l’estate, dai Beatles a Dylan, da Mina ad Alan Sorrenti, dall’uso dei cori da parata militare a quello del megafono fino allo “sfruttamento” dei canoni estetici narcotizzanti del tormentone) immergendovisi però totalmente. Battiato è abilissimo a muovere le tessere del suo puzzle ma è soprattutto nella furbizia del consegnarle a noi ed illuderci ad essere noi a completare questo mosaico che si gioca la sua partita vincente. Anche quando ci parla di cose lontane nello spazio e nel tempo, ce le porge con disinvoltura elegante ma allo stesso tempo carica di attenzione, invitandoci a fare altrettanto. Come quando vai a prendere un thè dagli amici e te lo versano in una pregiatissima porcellana giapponese del diciottesimo secolo.

Non c’è una sola canzone che non sia strutturalmente costruita ad arte per irretire il pubblico.

Non una sola canzone che non sia passata dai solchi di un disco alle pagine della storia della nostra musica popolare, stazionando ancora stabilmente fra i dischi più amati e più venduti della canzone italiana.

È il 1981. E, dopo aver vinto Sanremo con una canzone affidata ad Alice, con le vendite de La voce del padrone, Battiato si paga le vacanze più belle della sua vita. Per quell’estate e per tutte le estati che verranno.       

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

ULTIMATE SPINACH® – Ultimate Spinach® / Behold and See / III (Akarma)

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Non ebbero vita lunga i bostoniani Ultimate Spinach®: i tre album incisi tra il ’68 e il ’69 e adesso ristampati da Akarma ne tracciarono la parabola discendente prima che la “verdura” sfiorisse tornando alla terra.

Formati dal polistrumentista Ina Bruce-Douglas, gli Ultimate Spinach® esordirono con un omonimo album di classica impronta flower-power. L’armamentario è quello tipico dell’epoca con sfoggio di theremin, harpsichord, tablas, flauti e sitar ma usati in modo funzionale ai brani e mai, a dispetto di quegli anni facili al fascino della ricerca strabordante e fine a se stessa, viceversa.

Malgrado il cuore del disco, Hip Death Goddess, si attacchi alla coda del velivolo Jefferson con maestria non certo impari, il debutto di questi vegetali per il cervello si lascia ricordare soprattutto per i brevi quadretti che le fanno da cornice: uno specchio deformante in cui la tradizione si trasfigurava in ritratti buffi, visionari, divertenti o poeticamente bucolici dilatando i propri contorni fino all’alterazione cromatica del proprio corpo.

Intuizioni confermate e sviluppate su Behold and See dello stesso anno, altro albo dal valore indiscutibile.

L’enfasi si smarrisce ma la quota rimane altissima.

Al confronto gli Ultimate Spinach® di III sembrano un’altra band. Oh, pardon…gli Ultimate Spinach®  di III SONO un’altra band.

Rimasta la sola Barbara Hudson a sfogliare l’album di famiglia, l’ultimo atto della band brucia, nell’inutilità dannosa di riutilizzare la vecchia sigla, quanto di buono era stato creato, con un disco stanco ed incapace di spiccare non il volo ma un semplice salto, perdendosi in pallosissimi esercizi di stile e musica da FM eccezion fatta forse solo per l’inaugurale Romeo and Juliette, trafugata dagli archivi delle nuggets americane. Roba pericolosa da cui è meglio stare alla larga.

 

                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

 

 

THE LIMBOOS – Limbootica (Penniman)  

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Il primo album dei Limboos, speditomi da Enric Bosser della Penniman il 21 Ottobre del 2014, non mi è mai arrivato. Non avendo l’abitudine di andare a cercare in rete quel che sfugge ai miei scaffali di dischi o alle lenzuola del mio letto, non avevo ancora ascoltato la formazione di Madrid fino ad oggi, data di uscita di Limbootica, disco che suona esattamente quel che promette: musica retroattiva ed esotica che guarda all’America Centrale (Cuba, Trinidad e Tobago, le Hawaii) come paradiso immaginato e immaginario. Mambo, son, calypso, guaràcha, limbo, Jawaiian, boogaloo sono le essenze fondamentali della loro miscela. Roba ottima per le feste sulla spiaggia, come alternativa ai consumatissimi ritmi del reggaeton che vi stanno bruciando le cervella. I pezzi sono tutti scritti dalla band ma sono perfettamente integrabili a quelli di gente come Chuck Higgins, Illinois Jacquet, Ruth Brown, Richard Berry. E’ un bagno nel rigenerante Pachuco boogie in cui tantissimi artisti del primo rock ‘n roll e del blues elettrico finirono per bagnarsi se non la testa, quantomeno i piedi e che oggi è fra le musiche roots dimenticate di un mondo che corre troppo veloce e che si diverte con quel poco che ricorda ancora.  

           

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE KINKS – Something Else by The Kinks (PYE)  

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Se vuoi farti un tatuaggio dell’Inghilterra, tatuati i Kinks.

Così suggerì ad un amico che voleva tatuarsi con qualcosa di tipicamente inglese, una volta arrivato a Londra.

Tornò con il famoso logo che Mick Avory esibiva sulla cassa della sua batteria e con un pacco di dischi dei Kinks per me. Ringraziandomi per il consiglio e per avergli fatto scoprire la cosa più vicina all’aroma di Londra che avesse mai sentito.

Tra questi, Something Else scoprì essere il suo preferito. E pure il mio.

Il loro capolavoro. Nonostante fosse intitolato, con l’ironia beffarda di Mr. Ray Davies, “qualcos’altro”. Niente di più, solo qualcos’altro scritto e suonato dai Kinks. Una dichiarazione di modestia che, visti i risultati, forse nascondeva dietro il sarcasmo una grandissima dose di egocentrismo. E’ il disco di Waterloo Sunset, dove l’amore perfetto fra Terry e Julie viene coperto da una stagnola di malinconia per rendersi impenetrabile dalla meschinità del mondo. Ma è anche l’album in cui Dave Davies pretende ed ottiene finalmente il suo posto sul podio, regalando al disco tre perle come Death of a Clown, Love Me till the Sun Shines e Funny Face e in cui Ray porta a parziale compimento, sfruttandone sovente alcune ambientazioni neobarocche e integrandole con un’ancora più frizzante aria vaudeville, le intuizioni del lavoro precedente, sfoggiando la sua personalissima visione di un’Inghilterra sovrastata da un autunno perenne, resa biologicamente incapace di godere della pienezza della felicità e obbligata a mangiarne a piccole fette, come la crostata all’ora del tè.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

X – Wild Gift (Slash)  

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Nonostante gli sia successivo cronologicamente, il secondo album degli X è in gran parte messo in piedi frugando tra i cassetti di John e Exene quando non erano ancora convolati a nozze. Adult Books, I’m Coming Over, We’re Desperate, When Our Love Passed Out on the Couch, It’s Who You Know provengono sono canzoni che la band si trascina dietro dalla fine degli anni Settanta e alle quali decide di dare adesso un vestito definitivo infilandole in quello che, per quel che possa valere, viene indicato da Rolling Stone nel 2003 come uno dei migliori 500 album di sempre (salvo poi farlo scomparire una decina d’anni dopo, surclassato da almeno CENTOSETTANTA capolavori usciti nel frattempo, NdLYS).

E invece Wild Gift, pur portando in dono alcune ottime canzoni (la White Girl scritta da Doe pensando a Lorna dei Germs, la Some Other Time scritta viceversa da Exene pensando a Phil dei Blasters, la We’re Desperate cui però viene tolto il detonatore che aveva come accessorio di serie in origine), è un disco notevolmente inferiore al capolavoro dell’anno precedente. Un disco raffazzonato dove la passione per il rockabilly e il punk si intrecciano a fatica, preferendo stare fianco a fianco, come nella sequenza scenograficamente catastrofica tra Beyond and Back (palesemente ispirata al suono da rotaia del rock ‘n roll degli anni Cinquanta) e il breve sketch ramonesiano di Back 2 the Base che assieme a I’m Coming Over e Year 1 costituisce il trittico più banalmente punk del lotto, un lavoro che mostra una fenditura più che una sutura tra la coesione del primo formidabile disco e il romanticismo noir del successivo, emozionalmente più prosciugato anche rispetto all’ancora acceso quarto album. Appiccicato come una rivendicazione terroristica con lettere tagliate storte dalle pagine dei giornali.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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MAX STÈFANI – In Rock We Trust

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Diceva Max Stèfani, al momento di dar via al suo più recente progetto editoriale, che durante la sua più che trentennale direzione de Il Mucchio gli sono passate davanti più di un milione di persone. Molte di queste erano, ovviamente, non esattamente artisti ma “addetti ai lavori”, ovvero “impiegati” di quel grandissimo indotto che è la musica rock e non solo rock.

Sono loro i principali protagonisti di In Rock We Trust. Un vastissimo esercito di discografici, giornalisti, addetti stampa, gestori di negozi di dischi o di agenzie di booking, produttori, intrattenitori televisivi, organizzatori di concerti, giurati più o meno prestigiosi, speaker radiofonici e personaggi “trasversali” che facevano un po’ tutte quante le cose e anche altre delle quali il buon Stèfani si guarda bene dal raccontare, limitandosi a togliersi qualche sassolino quando si parla di come andarono le cose nella sua rivista. E forse è giusto che sia così.

In Rock We Trust insomma prende in prestito l’assioma usato per definire il circuito shoegaze, ovvero “la scena che celebra se stessa”, praticamente l’esatto opposto di quanto scritto da me su OrcoRock dove denunciavo le malefatte, gli accordi sottobanco, le pressioni, i “canali preferenziali” e quant’altro hanno (e continuano a) inquinare il mercato musicale italiano e che, proprio per questo, mi creò la scomunica dai canali ufficiali del giornalismo musicale e scatenò un domino di porte chiuse in faccia che ancora oggi quando mi rado devo stare usare la stessa attenzione che doveva metterci Joseph Merrick.

Il testo di Max Stèfani del resto non è un libro di denuncia e va preso per quel che è: un almanacco di quanti o una buona parte di quanti hanno fatto della musica il loro lavoro. Non necessariamente la loro passione. Pirati e mercenari. Gente che ha costruito vascelli e bucanieri che ci sono semplicemente saliti sopra. Tutti assieme. Qualche volta allegramente (come nel caso rarissimo di RaiStereoNotte) ma molto più spesso no. Per carità, in moltissimi casi si tratta realmente di nomi che hanno contribuito in maniera per nulla marginale alla diffusione del rock in Italia e davanti ai quali io per primo mi toglierei il cappello, se ne portassi uno. Ma in altri, o spesso nei medesimi casi, si tratta anche di gente che ha spinto quel che non meritava di essere spinto solo per farsi amico il distributore di turno (spesso arruolato nel suo stesso giornale) o per vendere qualche copia in più di quello che lui stesso aveva prodotto o stampato o che in caso contrario sarebbe rimasto a marcire sugli scaffali del suo negozio. O del negozio della moglie. O dell’amico. Amici, nemici, nemici dei nemici, amici degli amici. Insomma, una merda. Che non merita l’ossequioso riguardo che Max Stèfani, da signore qual è, gli concede accennando appena e sempre abbastanza velatamente a qualcuna delle loro malefatte.

I “percorsi di rock in Italia” sono dunque i meno impervi, siccome Stèfani decide di percorrere strade placide dove si può meriggiare pallidi e assorti. E’ in realtà più un percorso nella memoria personale alla ricerca di quel “milione” di volti incrociati lungo la sua lunghissima attività giornalistica. Che a me che ne conosco qualche centinaio (e mi basta) diverte pure ma sulla cui utilità per quanti sono avidi di conoscere anche i lati scabrosi di chi tiene le mani in pasta sulla cultura più o meno alternativa in Italia potrebbe non bastare. I nomi sono tanti ma ovviamente non tutti (tra le riviste non si fa menzione alcuna di Metallic KO di Claudio Sorge o Fun House di Rosario Ciccarelli ad esempio, così come viene colpevolmente tralasciata Aelle che sdoganò per molti il fenomeno hip-hop in Italia, mentre fra le etichette che hanno “marcato il territorio” andava sicuramente citata la Cyclope di Francesco Virlinzi, NdLYS) in un cammino che procede, per quel che si può, cronologicamente dagli anni Sessanta ai nostri giorni, saltando però a piè pari su una realtà ormai dilagante come quella dei blog e dalle cui fantomatiche redazioni sempre più spesso le riviste di settore suggono nuova linfa per rimpiazzare una emorragia di firme che pare non conoscere arresto. Infine, non avrebbe nuociuto un indice con i nomi citati lungo le 330 pagine per rendere più agevole la ricerca dell’ago giusto dentro il pagliaio. Ma forse questo rende l’avventura più carica di imprevisti, come i tanti refusi del testo che avrebbero meritato una correzione postuma e che invece sono rimasti lì come dei sanpietrini. E dunque benvenuti in questa foresta abitata da poeti e navigatori. E da pochi, pochissimi santi.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro