THE BEATLES – Revolver (Parlophone)

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Mi succede sovente (sempre più spesso ora che comincio ad invecchiare, NdLYS) di infilare nel lettore 1, la sequenza dei Numeri Uno raccolta dalla EMI in occasione del trentennale del definitivo scioglimento dei Beatles e di restare basito quando, dopo The Long and Winding Road datata 11 Maggio 1970, il lettore si arresta per un attimo e ricomincia la sua corsa per riabbracciare Love Me Do, giorno di nascita 5 Ottobre 1962. L’impressione, non fosse che la storia dei Beatles la conosciamo universalmente meglio di quella di Michelangelo, è di stare al cospetto di due band completamente diverse, tanto è profondo l’abisso musicale, espressivo, lessicale che separa la costa di imbarco da quella d’approdo nella storia della più importante pop band del mondo.

Esattamente in mezzo a quella straordinaria avventura veleggia, maestoso, Revolver, disco talmente ambizioso, elaborato e complesso da indurre i suoi autori a sospendere l’attività live per dedicarsi concretamente e con risultati enciclopedici ed innovativi alla valorizzazione delle registrazioni in studio. L’uscita del disco (5 Agosto) e l’ultima esibizione dal vivo dei Beatles (il 29 dello stesso mese) coincidono, a ben vedere, con la virtuale “morte” del rock ‘n roll e la sua reincarnazione in rock, ovvero l’amputazione dalle sue stesse radici e la fioritura di una forma musicale più complessa ed articolata, sempre meno “povera”, istintiva e spontanea e sempre più compiaciuta, enfatica, fastosa.

Revolver è un’opera visibilmente “alterata”, ricca di allucinazioni (musicali e liriche) indotte dall’uso sempre più intenso di stupefacenti e acidi.

Sono i Beatles che sputano sulle medaglie appena consegnate dalla Regina Elisabetta in persona, uscendo “fumanti” dai bagni di Buckingham Palace e dichiarando di essere diventati più famosi di Gesù Cristo.

 

Così, mentre il bigottismo fanatico cristiano decide di mettere al rogo i loro dischi, i Beatles consegnano alla storia uno dei capolavori della cultura pop universale.

Si intitola Revolver e come quello, uccide.

Una sequenza mozzafiato dove ogni canzone è completamente diversa per struttura, gusto ed atmosfera da quella che l’ha preceduta eppure ognuna, dalla più obliqua (Tomorrow Never Knows) alla più “banalmente” sentimentale (Here, There and Everywhere) rivela l’enorme, raffinatissima maestria dei più grandi artigiani pop del mondo.

Sitar indiani (Love You To), musica da camera (Eleonor Rigby), marce da cartoni animati (Yellow Submarine), nastri rovesciati (Tomorrow Never Knows), assoli lancinanti (Taxman), chitarre jangly (Dr. Robert), fiati Stax (Got to Get You Into My Life) e melodie al fruttosio (For No One) e tante, tantissime piccole delizie che ad un orecchio più attento rivelano l’altissimo livello tecnico e compositivo raggiunto dal quartetto di Liverpool. Valgano per tutte l’onirica chitarra incisa a rovescio che percorre la sublime I‘m Only Sleeping, il fantastico, martellante basso di McCartney che “percuote” Taxman (e che intorno al cinquantaseiesimo secondo del pezzo diventa un esercizio di maestria funky da antologia, NdLYS), il melisma che si ascolta nella chiusura sfumante di I Want to Tell You, la voce di Lennon filtrata dal Leslie su Tomorrow Never Knows, il registratore di cassa che emerge dai flutti di Yellow Submarine e che sarà poi ripreso dai Pink Floyd di Money. Gli altri piccoli diletti musicali di cui è disseminato Revolver vi invito a scoprirli da voi, magari facendovi aiutare dal sempre solerte e operoso Dr. Robert.

Spegni la tua mente, rilassati e lasciati portare dalla corrente… 

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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CHRISTIAN DEATH – Catastrophe Ballet (L’Invitation Au Suicide)

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Quando si riaprono le pesanti tende del tetro della paura, è per assistere ad un balletto. Sono trascorsi soltanto tre anni da quelle prime atrocità ma il calendario di Rozz Williams non ha nulla di consueto, di usuale. 

La clessidra di Rozz non è un gingillo che funziona a sabbia ma a sangue.  

E ogni volta che la gira, ne scorrono ettolitri. Fuori e sopra il palco.

Così Only Theatre of Pain e Catastrophe Ballet sono separati da tre anni di sangue e di raccapriccio, di crocifissioni vere e simulate, di blasfemie e volgarità assortite, di eiaculazioni precoci e dischi spaccati in diretta tv, di liti violente e perversioni pubbliche e private perché tra la vita personale di Williams e quella plateale e spettacolare che offre al suo pubblico c’è un confine inesistente.

E’ questo ciò che lo differenzia da tanti colleghi d’Oltreoceano. E’ questo che lo rende davvero ma davvero pericoloso.

Perché nel suo caso non si tratta solo di trascinare Bowie in una cripta piena di pipistrelli. Questa volta l’obiettivo è ucciderlo, soffocarlo.

Accanto al pipistrello Rozz nella nuova line-up ci sono due vampiri succhiasoldi come Valor Kand e Gitane DeMone che gli soffieranno per pochi spiccioli i diritti sul nome della band. Sono loro in ogni caso a rendere il suono di Catastrophe Ballet più sofisticato rispetto all’esordio ma non per questo meno tafofobico e paranoico.

Valgano per tutte la nenia immobile e funerea di Cervix Couch, i quattro minuti e mezzo di rumori dell’oltretomba di The Fleeing Somnambulist o la catatonica e mortifera Awake at the Wall ma pure i ju-ju tribali di Sleepwalk, This Glass House, The Blue Hour, Electra Descending e Androgynous Noise Hand Permeates più vicine allo stile degli esordi e asfissiate dal sudario del dolore masochista e pagano di Rozz.

Le campane sono capezzoli che leccano le nuvole.

E il cielo pesa come un enorme lastra di marmo.

Si accomodino, signori. I posti riservati sono in fondo all’obitorio, proprio davanti la salma. Vi auguro una felice serata. Si tengano i pastrani, non sia mai che sentano freddo.  

  

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro 

 

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THE CYNICS – Blue Train Station (Get Hip)

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Disilluso dalla scena punk locale dentro cui era cresciuto (quella attorno all’Electric Banana di Pittsburgh) e disgustato dal crescente movimento new-romantic, Gregg Kostelich decide di tornare alla purezza della musica dei sixties che aveva scoperto ancora ragazzino grazie ai 45 giri recuperati come refurtiva da un furto presso una radio di Canonsburg, la sua città natale. Decide così di formare gi Psycho Daisies con l’intento di emulare lo spirito di bands come Seeds, Music Machine, Blues Magoos, Alarm Clocks, Litter, Nightcrawlers e Sonics.

Ribattezzatisi Cynics e sostituito Mark Keresman (è lui a cantare sul 7” di debutto della band, NdLYS) con il nuovo cantante Michael Kastelic, ex cantante nei Wake, il gruppo è pronto per il suo album di debutto, pubblicato nel 1986 per l’etichetta personale della band, numero di catalogo GH-1000. 

Accanto a Gregg e Michael ci sono il fido compagno Bill Von Hagen (il protagonista di Debt Begins at 20, cortometraggio di Stephanie Beroe che sviscera la nascita del movimento punk di Pittsburgh, NdLYS), un bassista che pare scivolato fuori da una copertina dei Redd Kross e la bella Beki Smith all’organo Vox. La stazione del treno blu è una delle tappe obbligate del rapido neo-garage degli anni Ottanta: voce sguaiata e un suono che barcolla tra calabroni fuzz (Waste of Time, copiata sul riff di That’s What You Always Say dei Dream Syndicate, Love Me Then Go Away), serpenti a sonagli R ‘n B (Blue Train Station, No Way, Hold Me Right, la cover di Road Block) e strisce di bava dei molluschi che abitano il giardino folk-rock dei sixties (On the Run). Poco e niente da buttare, non fosse che I Want Love l’avevano già fatta, meglio, i nostri Sick Rose e il confronto con la No Friend of Mine dei Fuzztones abbia sempre dato la meglio a questi ultimi costringendoci a rimandare all’incontro successivo l’appuntamento col capolavoro.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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NERVEBREAKERS – Hijack the Radio! (Get Hip)

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Mike Hasking e Barry Kooda si incontrano a scuola, nei tardi anni Sessanta. Quando, alternativamente, giustificano ai loro genitori le loro visite al compagno di classe per studiare insieme, in realtà si abbuffano di rock ‘n roll: Mike ha una passione insana per Mott The Hoople, Stooges, MC5, Family. Barry per 13th Floor Elevators, Them e Troggs. Quando il suo amico Pat McGuire gli vende la prima chitarra elettrica You‘re Gonna Miss Me, Gloria e Love Is All Around sono tutto il suo repertorio. Infila il jack nell’amplificatore e si sente il padrone del mondo. E’ da quegli incontri post-scolastici che prendono forma i Nervebreakers, destinati per un breve periodo a diventare proprio la backing band per Sua Santità Aliena Roky Erickson. L’esordio discografico è però del 1978 con i quattro pezzi pubblicati su Politics e registrati all’Highgroove House di Dallas in una delle poche pause concesse da un’agenda fitta di impegni come opening-act per Sex Pistols, Ramones, Clash, Police.

Nella zona del Texas non hanno rivali.

E se c’è una punk band che passa da quelle parti, i Nervebreakers saranno sul palco con loro, col loro carico di sporcizia rock ‘n roll figlia tanto dei New York Dolls (il secondo singolo Hijack the Radio! è un esercizio, per quanto espressivo, quasi calligrafico, così come il suo retro Why Am I So Flipped? NdLYS) quanto del garage spiritato dello stato della stella solitaria (si ascolti qui See Me Thru o il bel strumentale Everything Right) e del power pop (Missa Moses, It’s Too Late, Part of My Love). Casa Get Hip, oltre a ristampare parte del vecchio materiale, ha messo su questa bella raccolta che, pur condividendo diverse tracce con l’omonima raccolta licenziata dalla nostra Rave Up qualche anno fa, offre una buona selezione di inediti tutti di ottimo livello. Ecco, se per voi alcune cose del punk sono ancora un mistero, cominciate da qui.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MEAT PUPPETS – II (SST)

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La storia d’amore tra i Meat Puppets e la scena hardcore dei primi anni Ottanta era già perduta in partenza e la verità non tardò ad arrivare. Se infatti il primo album aveva mascherato le buffe smorfie hippie del terzetto di Phoenix dietro le accelerazioni di molte delle sue quattordici tracce, il secondo disco prende definitivamente le distanze da quella scena che non ha mai visto di buon occhio quei capelloni che osavano suonare Fred Neil, i Creedence e i Grateful Dead.

È Curt Kirkwood a farsi carico della svolta, dirottando le confuse coordinate dei Puppets dentro il suo repertorio messo in piedi pensando alla musica tradizionale degli Stati Uniti d’America e assoggettando il fratello Cris e il batterista Derrick Bostrom al suo desiderio di una rivisitazione freak del country e del folk-rock.

Il risultato è Meat Puppets II, uno dei dischi più stravaganti del 1984, schizofrenicamente diviso tra quadriglie da rodeo alcolico (Lost, Magic Toy Missing, New Gods, Split Myself in Two) e torpide ballate da pomeriggio messicano (Plateau, Lake of Fire, Oh Me) secondo uno stile agonizzante e acido che avrebbe fatto scuola anche tra le stelle dell’alternative rock a venire (Pixies, fIREHOSE, Nirvana, Dinosaur Jr., Pavement). Facendo propria la logica punk secondo cui chiunque può suonare quello che gli aggrada pur senza esserne realmente capace, Curt riscrive a suo modo la musica roots reinventando il suono dei Meat Puppets e allo stesso tempo elaborando una nuova forma di country music desertica in una rievocazione allucinata degli spazi aperti che dominano la terra dell’Arizona che ha più di un punto in comune con la contemporanea opera di ristrutturazione dell’american music di band come Violent Femmes, Cramps, Gun Club, Dream Syndicate e con la forza d’urto di dischi come Zen Arcade, My War o Double Nickels on the Dime.

Forgiando uno stile intelligibile dove la tradizione viene idealmente (e anche concretamente, secondo la congiunzione astrale che ha voluto che Curt diventasse padre di due gemelli proprio durante la fase di missaggio del disco, NdLYS) consegnata alle nuove generazioni, Meat Puppets II diventa uno dei dischi-cardine di tutto l’alternative rock americano degli anni Ottanta.

Suck you, punx.

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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FUGAZI – Chi fa da se fa per quattro

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I professori del post-hardcore.

Calcolo ed emozione, fianco a fianco.

Come riuscire a toccare la compagna di banco durante l’ora di trigonometria.

 

Cosa siano stati capaci di costruire i Fugazi sin dal primo EP del 1988 è dominio pubblico per i miei lettori, quindi saprete certo che 13 Songs raccoglieva in un unico supporto i primi due mini (Fugazi + Margin Walker). Dentro c’era già gran parte (ma non tutto) di quello che il gruppo di Washington userà come clichè per il proprio marchio di fabbrica. I Fugazi sono stati i Clash della generazione emocore, una autentica macchina da guerra che metabolizzava roba diversissima come l’hardcore, il noise, il raga-rock, la psichedelia (che emergerà in dischi tardi come Red Medicine o End Hits), il reggae (avete mai ascoltato attentamente le linee di basso di Joe Lally?, NdLYS), il dub, finanche la musica da camera e da sonorizzazione e ne faceva un’altra cosa, una creatura epilettica e mutante. La nevrosi urbana dei Fugazi è il singhiozzo della nostra civiltà, insieme rabbiosa e meditabonda, furiosa con gli altri e melodrammatica con se stessa e The Waiting Room rimane tra le dieci punk songs più belle di sempre.

 

Repeater è disciplina dentro il caos e quindi il superamento stesso del concetto primordiale dell’hardcore punk ed è un debutto dalla statura immensa che svela la capacità non comune di costruire uno stile personalissimo di punk moderno e funambolico sempre attento a non superare la soglia in cui il virtuosismo può diventare semplice esercizio di stile di cui Sieve-Fisted Find con le sue chitarre epiche e decadenti e la ritmica ipervitaminizzata, può a ben diritto rappresentare il manifesto tecnico/espressivo.

I Fugazi rappresentano stilisticamente il perfezionamento dello stile folle e progressivo del punk dei Minutemen e concettualmente la realizzazione del sogno “emo” degli Hüsker Dü di una rivoluzione nata davanti allo specchio del bagno.

Non puoi pretendere di cambiare il mondo se non riesci a cambiare nemmeno te stesso. Ed è inutile sognare un nuovo ordine mondiale se non riesci neppure a rispettarne uno etico e morale a tuo totale uso e consumo.

Infine, dal punto di vista strategico/commerciale Fugazi rappresentano la scelta  imprenditoriale del concetto del do-it-yourself del punk; autogestione totale ovvero controllo totale e senza compromessi della propria identità artistica e culturale.

Un concetto ben espresso dal testo di Merchandise (When we have nothing left to give There will be no reason for us to live But when we have nothing left to lose You will have nothing left to use We owe you nothing you have no control Merchandise keeps us in line Common sense says it’s by design What could a businessman ever want more than to have us sucking in his store We owe you nothing You have no control You are not what you own) ed inseguito con estrema coerenza per tutta la carriera. Merchandise è il manifesto concettuale del Fugazi-pensiero, lucidi portavoce della “rabbia contro il sistema” urlata senza venirne mai a patti.

L’articolo n. 1 della Costituzione fugaziana.

Turnover, Repeater, Blueprint, Greed, Styrofoam, Reprovisional, Shut The Door sono i restanti commi-chiave della dichiarazione d’ indipendenza dell’unica band degli anni Novanta degna di essere chiamata “indie”.

 

Chi volesse avere chiaro tutto il concetto musicale alla base dell’alternative-rock degli anni Novanta può tuffarsi dentro Steady Diet of Nothing. E’ dentro questi trentasei minuti che viene riassunta tutta la logica “post” di quel decennio: ritmica frammentata e geometrica, alternanze, distorsioni, armonici, dissonanze, rarefazioni, rumori.

E’ lo scongelamento del cadavere ibernato del punk e il superamento dei suoi angusti canoni espressivi attraverso un progressivo denudamento del suo corpo.

Gli strumenti si sovrappongono ed incrociano, poi tornano a sfiorarsi ignorandosi, quindi si riannodano e si cementano all’unisono (si ascoltino Steady Diet o la breve introduzione a Long Division).

Se l’hardcore urlava la sua rabbia barricandosi dietro una parete di rumore, usando la logica del branco per vomitare la sua indignazione, il suono dei Fugazi si apre lasciando che i suoi protagonisti vengano spinti fuori a fronteggiare il nemico.

È la rivalutazione filosofica e morale ma pure artistica dell’individualità e del cameratismo leale e partigiano.    

I compagni sono al tuo fianco, mai davanti a te.

Il loro sostegno diventa uno scudo psicologico, non fisico.

E’ la vera rivoluzione dell’emo-core di cui questo disco diventa il vero manifesto etico.

Non ci sono leader dentro i Fugazi.

Brendan Canty.

Joe Lally.

Ian McKaye.

Guy Picciotto.

In ordine alfabetico, come il registro del Maestro Perboni.

Io non ho famiglia, la mia famiglia siete voi”.

 

Un cielo epatico pesa grave attorno all’obelisco dedicato a George Washington, colando umido anche sul verde che gli si stende attorno. 

È questa visione post-nucleare della loro città a dominare sulla copertina del terzo album dei Fugazi, In On the Killtaker

Registrato dapprima col supporto invasivo di Steve Albini (il risultato è qui: <a>http://www.mediafire.com/?nybnzmjvzmt</a&gt;) e quindi intermente ri-registrato assieme a Ted Niceley, In On the Killtaker conferma uno stile inetichettabile eppure sorprendentemente individuabile, riconoscibile, unico.  

Un suono ferroso e legnaceo, lucido e drammatico, che torna spesso al vecchio amore per l’hardcore (The Great Cop l’esempio più feroce) pur progredendo e sfidando la deriva rovinosa nei mari paurosi dei Pere Ubu (23 Beats Off) o nei canali di scolo del post-core dei fIREHOSE (l’apertura degli oblò di Sweet and Low e della successiva Cassavetes), fino alle convulsioni di Walken’s Sidrome o alla furia di Public Witness Program e Smallpox Champion che canalizzano l’orgoglio punk dei Dead Kennedys spurgandolo dall’iconografia anti-capitalistica e lasciandolo libero di scivolare verticalmente come la lama di una ghigliottina e poi trascinando perpendicolarmente la macchina del supplizio evitando la decapitazione (un abilissimo trucco che qui viene usato per i fantastici finali “orizzontali” di Smallpox Champion e Facet Squared e che torneranno nei dischi successivi, NdLYS).  

È il disco che porta quella testa da würstel di Ahmet Ertegün della Atlantic ad offrire un contratto milionario alla band che sta infiammando Chicago e che lo costringe a sucarsi un educato e civile benservito dal gruppo più fieramente indipendente della storia del rock moderno. 

Caro Signor Ertegün, un giorno i suoi dollari si inghiotteranno il mondo intero, lei e noi compresi.

Fino ad allora, ci lasci credere che un mondo senza è possibile.

Saluti,

 

Fugazi.

 

Nel 1995 Red Medicine arriva a riempire con la calce l’unica crepa presente nel muro di suono dei Fugazi: l’eccessiva seriosità.  La “medicina” che si aggiunge così alla complessa miscela di suoni e concetti fugaziani è dunque il senso dell’humour. Red Medicine è un disco che, senza perdere la voglia di sperimentare tipica del quartetto di Washington, risulta melodicamente meno sfuggente pur sconfinando per la prima volta in qualche angolo di noia (i tre minuti di Version, quasi un Tuxedomoon fuori confine, l’inconcludente Combination Lock,  il seppur pregevole caos fine a se stesso di By You, la Fell, Destroyed pavementiana sin dal titolo, NdLYS). 

La sassaiola dei Fugazi diventa dunque terreno edificabile.

L’apertura è affidata a una doppietta di impronta quasi garage (per semplicità d’azione e immediatezza melodica) mitigata appena dalla terza Latest Disgrace che si chiude poi verso il ghigno cattivo di Birthday Pony per poi scivolare nella melodica ed intorpidita Forensic Scene che segna l’ingresso dei Fugazi nell’indie-rock americano, tra Ween e Tripping Daisy.

Passata questa secca, si torna alla furia hardcore e al mai sopito amore per la sinuosa movenza del reggae giamaicano con il trittico finale: la Back to Base che tanto deve a quegli altri profeti del punk emotivo degli Hüsker Dü, la stoogesiana Downed City e l’evocativa Long Distance Runner guidata da un basso caduto da Forces of Victory di Linton Kwesi Johnson.

Un disco di transizione tra un capolavoro e l’altro.

Solo per abbassare la media.

Per non finire tra i secchioni.

 

End Hits è il quinto Fugazi. Ed è un album immenso.

Quello che saluta gli anni Novanta e si proietta nel nuovo decennio con la fierezza tipica del gruppo di Washington D.C..

Lucidissimi e appena più giocherelloni del solito.

Comunque precisi e spietati: Fugaziani.

Niente è fuori posto su questo capolavoro, dagli intrecci psichedelici di Recap Modotti e Arpeggiator che proiettano immagini di Television e Electric Prunes nello schermo del post-core statunitense all’apocalisse matematica di Place Position, dal rimpallo di distorsioni di Floating Boy agli sbocchi melodici di Foreman’s Dog, dall’hardcore di Five Corporations all’evanescente marcia di Closed Captioned e al post-rock di Pink Frosty tutto serve a dare l’immagine di una band fedelissima a se stessa ma allo stesso tempo permeabile al cambiamento, alla riformulazione del proprio canone stilistico senza rinnegare niente della propria identità di band e di uomini. Padroni del proprio tempo e della propria musica.

Alla fine del decennio la band si zittisce e fa parlare le immagini. Sono quelle che scorrono lungo Instrument, il film diretto da Jem Cohen che esce in VHS nel Marzo del 1999 e che ripercorre per due ore, dall’esplosione del punk fino alle ultime sedute in studio che hanno prodotto End Hits, tutta la storia della band. Ad accompagnarlo, in formato audio, lo sperimentale Instrument Soundtrack: diciotto tra demo, outtakes e inediti che mostrano come, se avessero voluto, i Fugazi avrebbero potuto essere “altro”. Un po’ come riuscirono a dimostrare i Clash.

Valgano come esempio la I‘m So Tired suonata al piano da Ian McKaye dove c’è già tutto l’Ed Harcourt che verrà dieci anni più tardi, oppure l’irriconoscibile, soffocata versione demo di Rend It (da In On the Killtaker). O ancora la dolcezza slintiana di Trio‘s, il mini dub improvvisato sul giro di Shakin’ All Over, la Afterthought che pare essere stata cacciata in esilio dalle maestà sataniche degli Stones o la Turkish Disco desaparecido da Sandinista!

Un disco progettualmente transitorio e satellitare rispetto alle grandi cose della band ma che riesce a dare risalto alla smania sperimentale che ha sempre contraddistinto il gruppo di Washington D.C.

Consigliato solo ai fanatici.

E chi non è fanatico dei Fugazi nel 1999, viene da un altro pianeta.

 

L’atto conclusivo della vicenda Fugazi mette in mostra un gruppo con tante cose da dire. Fino alla fine.

The Argument scioglie definitivamente la furia hardcore in un gomitolo di trame trance-rock e di psichedelia dalla morfologia sfuggente e adulterata. E’ l’epilogo della vicenda Fugazi e i quattro di Washington abbandonano la waiting room, ma in pigiama. Con un disco un po’ più nudo e quindi più vulnerabile, soprattutto nella sua parte centrale mentre altrove Full Disclosure, Epic Problem, Ex-Spectator tornano a sporcare le pareti di schizzi punk androidi, mostrando dolore sopra il dolore.

Non tutto è salvabile, in ogni caso. L’iniziale Cashout ad esempio morfologicamente è molto vicina a una sorta di duetto tra Anthony Kiedis e Flea epoca Californication. Altre analogie con il suono ammansito dei Red Hot Chili Peppers dell’epoca rivela del resto pure la chiusura affidata a The Argument.

Altrove a regnare sovrana è una tendenza alla riconciliazione con l’indie-rock meno rumoroso (Life and Limb, The Kill, Strangelight, Nightshop) e più sonnolento ed ortodosso. È l’album più di routine tra i sei prodotti dalla band di Washington, nonostante la voglia di allargare a collaborazioni esterne al gruppo le porte della più importante istituzione del punk americano degli anni Novanta.
Le vicende familiari dei singoli componenti porteranno la band ad ibernarsi già l’anno successivo, senza mai tuttavia ufficializzare uno scioglimento o una rottura definitiva.

Perché i sogni non finiscono mai.

Solo, ogni tanto, ci lasciano tormentare nell’attesa del prossimo.

 

Mi mancate, Fugazi.

Dieci anni di buio intollerabile in cui gli scarafaggi si sono presi tutto, anche le classifiche e le pagine delle riviste di musica. 

Riaccendete le luci di Washington D.C. per favore.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE GUN CLUB – The Las Vegas Story (Animal)

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Per andare da Miami a Las Vegas devi percorrere circa 4000 chilometri, viaggiando in direzione ovest lungo l’Interstate 10  e spaccando in due il sud degli States.

Sono poco più di un giorno e mezzo di auto, se non ti fermi a pisciare.

I Gun Club ci mettono due anni esatti.

Però si fermano un sacco di volte. Scendono in ogni motel che trovano per farsi di droga, bere fino a vomitare sangue, mangiare cheeseburger e litigare.

Ogni tanto caricano qualche autostoppista e perdono qualche passeggero.

Rob Ritter scende a pochi chilometri da Miami, Terry Graham e Ward Dotson quasi a metà strada. Graham lo ritroveranno molte miglia più avanti, quasi alle porte di Las Vegas, in compagnia del vecchio amico Kid Congo Powers. Salgono in auto mentre Jim e Dee Pop, i due autostoppisti saliti nel New Mexico vengono scaricati in Arizona. In auto è rimasta solo Patricia Morrison, una goth-girl di Los Angeles che ha suonato il basso nei Bags e nei Legal Weapon del primo EP. Quando la Buick arriva a Las Vegas, nel Marzo del 1984, dai suoi sportelli scendono lei, Jeffrey, Terry e Kid Congo. Durante il viaggio Jeffrey ha consumato le sue solite cassette di vecchio blues ma di notte, durante quelle splendide e stregate notti americane, ha cominciato ad ascoltare qualche nastro di jazz. Sun Ra, John Coltrane, Pharoah Sanders. Poi, man mano che le luci della metropoli si fanno più vicine, Jeffrey sente la nostalgia della Las Vegas dell’epoca del Rat Pack.

Le voci di Frank Sinatra, Sammy Davis Jr., Dean Martin, Joey Bishop.

Il dolore di Ella Fitzgerald e Billie Holiday.

La musica di George Gershwin.

La Las Vegas che però viene raccontata dai Gun Club ha un colore diverso, un’altra luce, un odore differente.

E’ una Las Vegas vista attraverso i centosessanta chilometri di vasi sanguigni pieni di sangue ed eroina e attraverso il fegato pieno d’alcol e bile di Jeffrey Lee Pierce. Las Vegas brucia sotto un mucchio di merda di cane scrive nel poema che introduce al disco – Le sue fontane sparano sangue e piscio e bruciano petrolio. Negri, Spacciatori, Sfaccendati, Tossici, Camerieri da cocktail e Guardiani da Distributore di Carburante si aggirano infuriati tra i casinò, picchiando e stuprando vecchi e signore (…) I camerieri inventano cocktail mortali mentre Sammy sanguina di lacrime nere.

Un’America Cattiva che si apre sotto il cielo d’occidente, come dirà ancora sulla Bad America scritta a San Francisco.

Sempre con la Bestia alle costole, come nella Walkin’ With the Beast scritta a Los Angeles due anni prima e già sperimentata ai tempi dei Creeping Ritual:

Vento indiano attraversa i cieli, spingendo il nero sui cieli del Nevada. La Bestia sarà con me stanotte, attraverso tutto il cielo d’occidente. Ma un giorno salirò sulla montagna e il mio spirito pioverà sopra tutta questa terra, fin dove l’occhio può vedere. Basso e batteria che lavorano ai fianchi come un pezzo di Diddley e la chitarra di Powers che lavora su un tappeto di distorsioni e feedback.

All’occorrenza, ma non sul disco, Pierce che improvvisa soffiando il suo dolore dentro un sassofono.

L’amore della Morrison per la musica gotica si rivela apertamente su The Stranger In Our Town e My Dreams, con i loro giri di basso palesemente ispirati ai Joy Division.

Moonlight Motel riaccende il fuoco del disco di debutto, incalzante e disperata così come Bad America sembra ridestare il suono da prateria avvelenata di Miami con la slide di Kid Congo che rievoca la chitarra d’acciaio di Mark Tomeo.

Sempre più verso ovest, sempre braccati dalla Bestia.

Fino al chiaroscuro di Give Up the Sun con Pierce a gambe divaricate sulla terrazza del suo albergo triste, le mani protese al cielo ad invocare l’astro di fuoco.

Non lasciarmi qui, ci sono fantasmi e stanze piene di paura.

C’è la tempesta che avanza al largo di questo grande mare stanotte.

Sono solo di fronte la baia stanotte.

Nessuno conosce il mio nome.

E non posso più tornare indietro.

Nessun casinò aperto per Jeffrey Lee.

Nessuna fiche in cambio del suo dolore.

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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U2 – War (Island)

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Non era carino, su un disco di combat-rock come War, far sapere che le coriste fossero le Coconuts, le tre scosciate coriste di Mr. Kid Creole che sembravano uscite dal set di Polvere di Stelle. Così, la cosa fu taciuta e le tre noci di cocco (che in realtà erano due noci per una, per un totale di sei, NdLYS) compaiono nella lista degli “invitati” con i loro nomi: Adriana Kaegi (allora Signora Creole), Jessica Felton e Taryn Hagey. Sono loro tre a dare carattere a Surrender Red Light, sulla seconda facciata di War, l’album che dopo il bagno spirituale di October porta gli U2 tra le barricate nonostante una grande fetta delle liriche vengano scritte in Giamaica durante la luna di miele di Bono Vox e della sua compagna Ali Hewson.

Le suole che calpestano le foglie morte di October sono dunque quelle di anfibi da guerra.

Non solo quella che sta divorando l’Irlanda e che viene qui tristemente evocata nel crudo episodio del Bloody Sunday ma quella per i diritti civili (New Year‘s Day) o quella atomica (Seconds) che nei primi anni Ottanta copre di tenebre il futuro degli adolescenti europei, gli stessi che coprono d’ oro (anzi, di platino) il disco dei ragazzi di Dublino, scardinando la leadership del Thriller appollaiato già da un po’ sul trespolo più alto della classifica inglese. Nonostante gli studi e il produttore rimangano gli stessi dei primi due album, War ha dei toni più accesi, marziali, militareschi e conserva poco dell’ombrosa fragilità di quei lavori (Drowning Man l’unico angolo dove la malinconia sembra rubare il posto alla rabbia, alla speranza, alla collera del ricordo).

Il suono della chitarra di The Edge è adesso meno sfuggente e più solenne.

È questo il preciso istante in cui Larry comincia a suonare con il metronomo dritto nelle orecchie per eliminare ogni imperfezione dal ritmo bellico che fa da traccia alle dieci canzoni dell’album e in cui gli U2 diventano le nuove reclute del rock inglese già pronte a varcare la trincea spinte da un idealismo e un candore un po’ demagogico ma che riesce tuttavia a colmare la nuova necessità di identificazione politica e sociale della generazione che assisterà al trionfo della Perestrojka, al crollo del muro di Berlino, all’esecuzione di Ceaușescu.

Palchetto riservato sul mondo che cambia. Qualcuno si ostina a dire in meglio.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

U2-War

THE ROLLING STONES – Beggars Banquet (Decca)

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Dopo essere saliti in cielo alla ricerca di Dio e non averlo trovato, gli Stones nel 1968 fanno ritorno sulla Terra, veloci come una folgore.

Quella folgore si chiama Jumping Jack Flash, incisa nell’Aprile del ’68 proprio nel bel mezzo delle sessions per il nuovo album e troppo bella per poter aspettare i nove mesi di gestazione per il nuovo figlio di casa Stones, uscendo in solitario e sancendo il ritorno a casa per la band più scomoda del momento.

Ad aspettarli in aeroporto, oltre alla consueta schiera di fans urlanti, c’è un signore ben vestito, dall’aria severa e lo sguardo penetrante.

Piacere di incontrarvi dice, mentre si avvicina porgendo la mano in un gesto di impeccabile ma innaturale cortesia. Spero che indovinerete il mio nome. 

Vi prego concedetemi di presentarmi, io sono un uomo ricco e raffinato.

Sono stato in giro per tanti e tanti anni e ho rubato anima e fede di molti uomini

continua, mentre li accompagna verso l’uscita.

Li invita a chiamarlo per nome e si mette al loro servizio, sicuro che non si perderanno di vista.

Verrà a trovarli spesso, soprattutto nei primi tempi. 

Alla Cotchford Farm nella campagna Londinese.

Negli Stati Uniti, ad Altamont.

In giro per i tribunali inglesi.

Sempre al loro fianco, come un agente di sicurezza.

E’ il suo alito a scaldarli quando, da Marzo a Luglio del 1968 agli Olympic Studios di Londra gli Stones si dedicano alla registrazione del loro primo album-capolavoro.

Beggars Banquet è il disco che affranca la band inglese da due presenze diventate ingombranti come quelle di Andrew Loog Oldham e dei Beatles e che, dopo l’escapismo psichedelico di Their Satanic Majesties Request riporta gli Stones alla realtà storica e sociale di quell’anno cruciale e li fa riabbracciare col blues e con il folk rurale.

Il contributo di Brian Jones è ridotto al minimo, costretto a seguire il calendario volubile dei suoi sbalzi d’umore e dei suoi sempre più rari momenti di lucidità psichica e creativa eppure gli Stones appaiono in forma smagliante, quasi come il fantasma di Jones fosse solo un fotomontaggio di cattivo gusto su una foto di gruppo. Un gruppo peraltro sempre più conscio delle proprie capacità artistiche e manageriali e del proprio ruolo all’interno dell’enorme macchina-spettacolo che è il circo del rock ‘n roll.

Beggars Banquet trasmette questa idea di coesione, laddove i due precedenti dischi avevano dato l’immagine di una band che iniziava a scollarsi, con la parata di un suono sorprendentemente potente a dispetto di una strumentazione fondamentalmente acustica (valga Street Fighting Man come esempio) e spesso, lungo le tracce del disco (Factory Girl, Dear Doctor, Parachute Woman, Salt of the Earth, la cover di Prodigal Son che è un’anteprima degli Zeppelin del terzo album), si respira davvero quell’aria stracciona che gli Stones vogliono evocare.

Uniche eccezioni “elettriche” le fantastiche escursioni termiche di Sympathy for the Devil e Stray Cat Blues dove il clima, sostenuto da una percussività prepotente, si arroventa mentre le pietre rotolando correndo verso la foce del Mississippi. 

Accomodatevi a tavola, il pranzo è servito.

Spero che abbiate indovinato il mio nome.   

 

 

                                                                                      Franco “Lys” Dimauro

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THE LIARS – The True Sound of The Liars (Area Pirata)

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La Toscana, negli anni Ottanta, è un ecosistema di menti ed energie che gravitano intorno alla musica giovane. Tutta. New-wave, elettronica, punk, hardcore.

E, ovviamente, garage e psichedelia. A Pisa il big bang psichedelico aveva generato gli Useless Boys, la stella lisergica da cui poi sarebbero nati i nomi imprescindibili del retro-rock pisano: Birdmen of Alkatraz, Steeple Jack, Liars. Band dalle radici profonde nel rock americano, californiano in particolare, dal suono articolato e dai rami intrecciati l’un l’altra.

L’esordio della band di Alessandro Ansani è del 1985, con la demotape 86 Tears, ovvio riferimento al celebre brano di ? And The Mysterians con i quali però il gruppo pisano ha davvero poco a che spartire. I dieci brani della demo sono piuttosto vicini alla psichedelia di moderne band post-punk come Icicle Works, Times, Jasmine Minks, Royal Family and The Poor, Weather Prophets, Desperate Bycicle, un suono (si ascolti A Dream Within a Dream) non ancora totalmente emancipato dalle ombre oppressive della new-wave ma che ha sapori e odori fortemente sixties. Odori e sapori che diventano più forti sul mini album di debutto registrato un anno dopo e pubblicato da Supporti Fonografici che mostra però forti lacune in termini di produzione del suono, soprattutto per quanto riguarda il suono della batteria, un po’ troppo feroce anche per i climi surriscaldati di alcuni brani (la cover di Squeeze Her, Tease Her, She’s Alright e la ripresa di The Lady Knew). Il capolavoro vero arriva però dopo che Alessandro si riabbraccia fraternamente con Daniele Caputo e lo chiama a sostituire Andrea Cecchi alla batteria. Daniele è un fuoriclasse che può garantire il salto di qualità per i Liars.

E il salto ha un titolo: Mindscrewer.

Pubblicato per una piccola label di Brescia, il primo vero album dei Liars è uno dei gioielli della neopsichedelia italiana, la scelta delle cover è per niente ovvia e il suono si è inasprito diventando acido e potente. L’alternarsi delle tre voci al microfono principale rende inoltre la scaletta ulteriormente variegata. Stavolta il gruppo ha più di quindici giorni per lavorare in studio e sviluppare i pezzi, anche se in molti casi non è neppure necessario registrare più di una take. Jean-Luc Stote investe sul gruppo (un po’ meno sulla tipografia, visto che dalla scaletta del disco viene omessa una delle tracce migliori del disco tutto, NdLYS) e ne viene ampiamente ripagato con un album ricco di canzoni splendidamente ammantate di psichedelia, folk e proto-hard come Tulips of Heaven, It Gets Wasted, Dumb Generation, She‘s Crumblin’ Down e la fantastica cover di Bubble Gum di quel matto di Kim Fowley. La band gira buona parte dell’Europa aprendo per bands come Fuzztones, Chesterfield Kings, Jesus & Mary Chain e Prime Movers .

È dopo un mini-tour in terra di Germania assieme a questi ultimi che la Unique Records li invita a registrare un 7”. Daniele ha a quel punto lasciato pelli e bacchette in mano a Fabio Galeazzi che ha un suono meno fantasioso ma pesta come un pugile. È per questo, ma non solo (si ascolti la chitarra di Pier Paolo su Flashin’) che i tre pezzi del singolo (il recupero della vecchissima Cold Girl più la cover di Satisfaction Guaranteed dei Mourning Reign sporcata di wah wah fanno compagnia a Flashin’) risultano più esplosivi che mai. Il suono della band sta in realtà rapidamente perdendo i legami con l’acid-rock per allinearsi verso un rock ‘n roll più stradaiolo, come testimoniano i tre inediti dello stesso periodo che vengono inclusi in questa doppia collezione che raccoglie tutto quanto fatto dai Liars dal 1986 al 1990. Da allora sono passati ventidue anni. Ma la storia dei Liars non si è mai fermata del tutto. Anche se nessuno di loro ha più scritto qualcosa che valga quanto Tulips of Heaven o She‘s Crumbling Down. Ma sono certo che loro vi diranno di si.

Bugiardi.

                                                                                     Franco “Lys” Dimauro 

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