THE CRAMPS – Aloha from hell

Sacramento, California. Estate del 1972.

Erick Purkisher sta girando su una decapottabile assieme ad un amico per la periferia della città, ascoltando una vecchia cassetta di Hasil Adkins.

Ridono e parlano delle solite cose. Droghe, donne, rock ‘n roll.

D’un tratto, mentre Sally Weedy Waddy Woody Wally esce fuori gracchiante dalle casse dell’autoradio, a bordo della strada si materializza uno dei sogni erotici di Erick e ha le forme di una pantera. Capelli rossi, curve da pin-up, un toppino e dei mini-shorts da Ultravixen con uno strappo che lascia qualche buon centimetro di visibilità su una piccola mutanda rossa e su qualche millimetro di pelle color avorio. Erick alza gli occhiali da sole, rallenta. Lei smette di ancheggiare, si volta e mostra il dito. Non il medio, come forse lui si aspetterebbe che fosse, ma il pollice: quello schianto di donna che risponde al nome di Kristy Wallace è una autostoppista. Erick le chiede di salire, Kristy accetta.

In quella macchina, quella sera, nasce una delle più belle storie d’ amore di sempre.

Su quella decapottabile che viaggia verso il tramonto con la musica di Adkins che frusta l’aria, quella sera, nascono i Cramps.

Erick (nel frattempo diventato Lux Interior) e Kristy (ribattezatasi Poison Ivy) passeranno assieme i successivi 37 anni, fino alla morte di lui ma non si sposeranno mai, nonostante tutti continueranno a chiamarli marito e moglie.

Eppure celebreranno quell’unione ogni secondo della loro vita. Morbosamente attratti dalle stesse cose, mossi dalle stesse passioni, ossessionati dalle stesse fobie. Pericolosamente identici, straordinariamente perversi.

Ecco perché i Cramps diventeranno, in assoluto, la band più erotica della storia del rock ‘n roll. Rock ‘n roll ragazzi. Non quella pantomima di muscoli e smorfie da sollevatori di pesi che è il rock ma ROCK ‘N ROLL: stordimento maniacale, effervescenza ormonale, sudore, divertimento, dissacrazione, nichilismo e sovversione alle regole del buon gusto.

Conosco un posto, lontano da qui, dove i benpensanti non oseranno disturbarci” canterà anni dopo Lux Interior. Ecco. I Cramps vivranno per 35 anni in quel posto lì.

Abbarbicati nel loro castello come dei Dracula, alimentano leggende sinistre e incutono terrore e fomentano odio.

Gravest Hits è ritenuto il loro debutto ma in effetti non lo è.

Si tratta di un mini-LP messo su dalla I.R.S. per celebrare la firma del contratto con la band più chiacchierata della scena punk newyorkese. Un’operazione di marketing strategico per presentare al mondo i primi due singoli della band di Lux e Ivy, già stampati in forma privata su etichetta Vengeance (del secondo esiste una versione con inchiostro fosforescente: se la possedete, siete al riparo da ogni riforma pensionistica, NdLYS): Surfin’ Bird/The Way I Walk e Human Fly/Domino. Il quinto pezzo aggiunto è un’altra cover, una sbilenca canzone scritta nel 1958 da Baker Knight e portata al successo da Ricky Nelson: Lonesome Town.

Il disco ha un suono deragliante. Si assiste impotenti allo stupro ai danni di Surfin’ Bird dei Trashmen così come si viene divorati dal ronzare maledetto dell’uomo-mosca, primo personaggio della lunga saga horror della galleria Lux & Ivy.

Altro che teddy boys e banane.

I Cramps umiliano il rockabilly.

I Cramps sono lo scheletro del rock ‘n roll, non i suoi muscoli.

I Cramps hanno cattivi maestri.

I Cramps sono malsani, annichilenti, paradossali, grotteschi, dissacranti.

Forse sono davvero cattivi dentro, o forse no.

Ma chi li vede suonare ad inizio carriera, tra le mura del CBGB‘s o dentro l’area comune di qualche ospedale psichiatrico ha comunque un fremito dentro le mutande. Nessuno torna a casa com’era prima, dopo uno show dei Cramps.

E quando metti sul piatto un disco dei Cramps è come se lasciassi schizzare il tuo seme su un tizzone d’Inferno. Sempre.

Una nebbiosa sera d’inverno del 1979 qualcuno suona alla porta dei Phillips Recordings Studios di Memphis.

Sam Phillips risponde al citofono.

Si, chi è?

Ciao Sam, sono il fantasma di Elvis.

Lo Zio Sam apre il cancello e si ritrova dentro gli studi sei zombies magri come un documentario sulla shoa.

Entrano in fila.

Il primo è Lux Interior, il fantasma di Elvis, il secondo è Bryan Gregory, poi c’è Poison Ivy, quindi Nick Knox e per ultimo Alex Chilton.

Sembra la sfilata degli zombie di Romero. Invece sono i Cramps e il loro produttore.

Sam Phillips li fa accomodare nelle poltrone in pelle del suo studio e chiede loro cosa siano venuti a fare.

Siamo venuti a registrare il nostro primo album, risponde lo scheletro di Gregory mentre Lux e Ivy contemplano i dischi di Elvis appesi alle pareti dello studio.

Ah bene, e di cosa si tratta? Chiede sconcertato Sam Phillips. Perché non ho tantissimo tempo a disposizione fino alla fine dell’anno. Natale è alle porte e questo è il periodo in cui si lavora di più.

Lux si gira e guarda verso Phillips.

Non ci metteremo molto, esclama. Sono solo tredici canzoni. Tredici pezzi di rock ‘n roll. Tredici pezzi che Dio stesso ci ha insegnato.

Ci metteranno davvero poco, meno ancora di quello che Sam avrebbe sperato.

Bastano pochi microfoni e un’amplificazione minima.

Non serve neppure modulare il suono del basso che in genere porta via tre giorni di lavoro. Loro il basso non ce l’hanno nemmeno.

E per la batteria sgangherata di Knox bastano appena due microfoni.

Sam disapprova ma Alex Chilton lo rassicura: si sente una merda, è vero.

Ma è proprio così che il suono dei Cramps deve essere. Deve essere il suono di ossa che camminano, non quello di tessuti adiposi che ballano. Gli ricorda che Lux Interior si era presentato come il fantasma di Elvis. Ed era stato il primo, dopo una schiera di buffoni che si erano presentati per anni alla porta dei Phillips Recording come la sua reincarnazione, acconciati come dei faraoni.

Non c’è carne nel suono dei Cramps. E’ il rock ‘n roll dell’oltretomba.

Asciutto e raggrinzito, imbevuto di sensualità necrofila e aberrante passione splatter, Songs the Lord Taught Us tracina il rockabilly dentro il cimitero di Baron Hirsch per profanare la tomba del Re e usare il suo corpo per un rito voodoo che possa squarciare il velo di Maya.

Graceland diventa la terra del peccato, non più quello della grazia.

Ave o Maria. Il Signore è con te.

Di tomba in tomba, di sepolcro in sepolcro i Cramps finiscono dentro il cimitero di Back From the Grave.

Solo che ci finiscono prima ancora che Tim Warren si sia armato di pala.

Anzi, a voler essere pignoli, ci finiscono prima di chiunque altro.

Si aggirano tra gli sterpi con i badili in mano.

Ma non sono lì per sconsacrare chissà quale tomba, sono lì per l’esatto contrario.

Loro sono lì per seppellire.

Hanno trascinato con loro le ossa di Kip Tyler, di Jim Lowe, di Ronnie Dawson, di Ronnie Cook e di altri relitti di cui si sconoscono i nomi e ora scavano per metterli tutti assieme, fianco a fianco. Una Spoon River per gli empi.

Più che una giungla psichedelica, una giungla psicotica.

Nonostante il fisheye utilizzato da Anton Corbijn per lo scatto di Psychedelic Jungle ci voglia illudere di poterci trovare dentro un sogno byrdsiano virato in nero, il secondo disco di Lux e Ivy (qui fiancheggiati da Kid Congo Powers, uno che “per amore di Poison Ivy” aveva già suonato altrove mescendo dallo stesso pattume allegorico di cui i Cramps si nutrono, NdLYS) è un caleidoscopio dove ogni specchio è stato verniciato di nero e i piccoli prismi di vetro colorato sono stati sostituiti dalle verdi putrescenze fosforescenti dei fuochi fatui.

Il suono marcio dei Cramps è funereo e greve, crepitante e malsano, si trascina lento e ricurvo tra le sterpaglie mentre il tacco cubano di Lux affonda tra i fanghi al fosforo in cui sprofondano i cumuli di terra rimossa.

Tutto è un rantolare primitivo e sinistro di spettri rock ‘n roll, di zozzi stomp da casa infestata, di rigurgitanti e rattrappiti swamp blues da notte delle streghe.

Mamma, dì a papà che il circo è arrivato in città.

Smell of Female: Puzzo di donna.

Con un titolo così, se non entri di diritto nella storia del rock, entri a fionda nei miei scaffali di dischi.

Soprattutto se ti chiami Kristy Marlana Wallace e ti fai chiamare Poison Ivy Rorschasch. Allora puoi entrare anche altrove.

Access all areas. Soprattutto quelle della zona notte.

Smell of Female è un disco dal vivo.

Ma non il solito disco dal vivo.

È un disco dal vivo dei Cramps.

E un disco dal vivo dei Cramps puzza sempre di sesso e di donne, anche se non lo dice il titolo. Lo dice la loro musica.

Qui dentro lo dicono queste nove tracce registrate al Peppermint Lounge e re-incise

su vinile giallo dall’etichetta di proprietà della band.

Una scaletta che è una vertigine rock ‘n roll:

The Most Exalted Potentate of Love

You Got Good Taste

Call of the Wighat

Faster Pussycat

I Ain‘t Nothing But a Gorehound

Psychotic Reaction

Beautiful Gardens

She Said

giù giù fino allo schianto di Surfin’ Bird.

Una roba che ti cola dalle mutande come fosse latte di donna.

Un disco che ti fa venire lo scolo anche solo a metterlo sul piatto.

Chi non ci crede si accomodi e ordini il suo Martini Dry che alla musica lounge per accompagnare il viaggio delle olive nelle vostre cavità orali ci pensano loro.

Tappatevi il naso, benpensanti.

4 Febbraio 2009, Glendale, California. E’ qui che Elvis muore per la seconda volta, col cuore bruciato da troppo rock ‘n roll. Muore Lux Interior e muore, con lui, tutto un concetto di rock ‘n roll cannibale, lontano dall’iconografia imbrillantinata dei bad boys anni ’50 e popolata invece di pornografia, manie necrofile, pin-ups volgari e musica di serie-B. Mi piace pensarlo circondato dalle amorevoli attenzioni dei cadaveri di serial killers e puttane da motel di cui lui ha cantato i tormenti, per trenta lunghi anni. Ma è un’immagine distorta, che rifiuta di piegarsi al dolore per la scomparsa di uno degli ultimi veri rock ‘n roll heroes che hanno pestato un palco e che si nutre ancora di quell’apologia del cattivo gusto di cui i Cramps furono portabandiera. In realtà non lo sappiamo cosa c’è dall’altra parte, varcata la soglia dell’aldilà. E ognuno è libero di trovarci ciò che vuole: Buddha con la sua collezione di dischi chill-out, Belzebù che si diverte con gli spiriti delle pornodive, Visnù che piscia nel latte di Adissescien o Paolo Bonolis che sorseggia il suo caffè polemizzando sul Festival con San Pietro. Quello che è certo è che smetteremo di controllare gli aggiornamenti sul sito dei Cramps, nell’attesa disperata dell’ennesimo gesto di follia da consumare sotto un palco o negli attimi di stravagante pazzia tutta intima e casalinga che viviamo nella nostra casa, quando ci illudiamo che la vita possa avere le forme di Poison Ivy e che moriremo in una bara a forma di chitarra, mentre portano il nostro feretro in giro per i vicoli vecchi della città, accompagnati da una processione di zombie che ballano il twist su quelle ossa porose come schiuma di lattice.

Quello che resta, dunque, sono i dischi. Anzi, qualcosa di più, se può consolarci: non i dischi ma I Dischi dei Cramps. Che fanno categoria a se. I Cramps che mettevano d’ accordo tutti: garagers, rockettari, dark, rockabillies. I Cramps che mettevano in disaccordo tutti: puristi, cattolici, moralisti, benpensanti, censori, sofisti, integralisti, ortodossi, animalisti e fans dei Police.

Mi piace pensare che Lux sia sceso (o salito, dipende dall’ascensore che userà, NdLYS) a stringere la mano di Elvis. A celebrare A Date with Elvis, il più grande disco di rock ‘n roll mai partorito da mente umana. Un album che si apre con un vibrato che scuote la terra come un terremoto di sfrenata lussuria e che si chiude con la languida cover di It‘s Just That Song di Charlie Feathers. Tra l’uno e l’altra c’è il solito baccanale di sconcezze crampsiane ricco di citazioni da vecchie bad-songs anni 50.

Un suono che su quest’album si fa meno scheletrico e più carnale. Ci sono meno ossa e più frattaglie, dentro A Date with Elvis. Ci sono bimbi che cantano e “gattine” che giocano a fare il cane, ci sono le chiocce di Link Wray che fanno il boogie, ci sono le visioni tropicali di Kizmiaz (una ballata che, non chiedetemi perché, a me ha sempre ricordato i Talking Heads del dopo-Eno), ci sono i Count Five shakerati dentro la giungla di Cornfed Dames e il rockabilly criptico di Womaneed con Lux che si infila il microfono in gola come quando massacravano Surfin’ Bird sul palco del CBGB‘s e la gente si chiedeva da quale fossa fossero saltati fuori.

E c’è Lux che ci saluta con la sua mano da zombie mentre canta Aloha From Hell :

Prenderò una vacanza, devo andare all’Inferno.

Vi manderò una cartolina. Sto per combinarla grossa.

Danzerò tra le fiamme, come un diavolo in maschera

Potrete sentirmi cantare: Aloha dall’Inferno!

Dopo la pubblicazione di A Date with Elvis i Cramps si preparano ad affrontare il tour più impegnativo dei loro primi dieci anni.

Continente vecchio, nuovo e nuovissimo vengono toccati dallo spettacolo immorale del rock ‘n roll, con data conclusiva destinata al pubblico di Auckland, Nuova Zelanda.

Sono i Cramps ai confini del mondo, e val bene una foto.

Quella data viene infatti registrata integralmente per realizzare quello che è il secondo e ultimo disco ufficiale dal vivo dei Cramps, RockinnReelinInAucklandNewZealandXXX: 11 brani (14 nella ristampa successiva a cura della Big Beat, NdLYS) che non lasciano dubbi su quale sia in assoluto la miglior rock ‘n roll band dell’oltretomba.

La scaletta pesca soprattutto dall’ultimo disco in studio con ben sette pezzi dello storico “appuntamento con Elvis”.

Ed Elvis arriva.

Dentro degli slip leopardati.

Su un palco che è una latrina di alcol, sudore e umori vaginali.

A cantare la sua versione di Heartbreak Hotel, prima di tornarsene all’Inferno portando con se la nostalgia per il più bel spettacolo porno che sia mai passato sulla Terra.

Prendi una donna, dille che l’ami…e cantale le canzoni dei Cramps.

E poi stai a vedere che succede.

Stay Sick! porta la carica erotica dei Cramps a livelli inarrivabili.

Il singhiozzare bavoso di Lux Interior è l’esasperazione dei gemiti Elvisiani dalle sbarre dell’Heartbreak Hotel e il tocco di Ivy è diventato un fisting al corpo del rockabilly, una mano che scava in profondità verso “il centro della donna”, con una sensualità che cede del tutto alla pornografia del corpo-oggetto, all’anatomia genitale, al parossismo linguistico, alla simulazione orgiastica del coito animale.

I Cramps ci sono e ci fanno.

Portano al pubblico il loro universo animato dall’istinto.

Sanno che i benpensanti si gireranno dall’altra parte. E loro ne accelerano la fuga.

È su questo equilibrio tra autenticità e parodia che si regge il suono crampsiano, che Stay Sick! riconferma come animalesco e caricaturale insieme.

La loro giungla è sempre quella infestata da ronzanti mosche umane (Saddle Up a Buzz Buzz), creature squamose (The Creature From the Black Leather Lagoon), peccati primordiali (All Women Are Bad), non-sense glottologici figli del lessico di Richard Penniman e Trashmen (Mama Oo Pow Pow) e volgarissime riscritture delle peggiori nefandezze del rock ‘n roll (Shortnin’ Bread, e Bop Pills, un calypso tranciato in verticale usando il riff di Ramrod a mo’ di sega elettrica).

Grazie Cramps.

Per tutto questo Dannato Rock’ n Roll.

Per tutte queste cose che non salvano l’anima.

Perché siamo tutti Adamo ed Eva quando mettiamo su la vostra musica.

Sono sempre le curve pericolose di Ivy Rorschach a introdurci al decimo album dei Cramps, ed è ancora lei a curare la produzione del disco, con la stessa convinzione del precedente anche se stavolta sembra essersi spenta la luce sinistra che illuminava Stay Sick e, nonostante lo spettacolo porno messo su da Lux e Ivy abbia i suoi momenti di coinvolgimento ormonale, stavolta ci scappa qualche sbadiglio. Look Mom No Head! sciorina il classico campionario di nefandezze crampsiane (mugugni ansimanti, vibrati rockabilly, latrati licantropi, ritmi della giungla, poster pornografici e locandine horror) infilando stavolta pure un cameo ad effetto come quello con Iggy Pop scelto per la cover di Miniskirt Blues dei Flower Children.

Eppure, per la prima volta, tutto sembra posticcio.

Come se i Cramps fossero rimasti imprigionati nelle loro bare mentre i vermi cominciano a masticare della loro carne. Accanto ai corpi di Lux Interior e Poison Ivy stavolta giacciono quelli dell’ambiguo Slim Chance e quello di Jim Sclavunos, ex compagno di viaggio di Tav Falco e in seguito braccio destro e braccio sinistro di Mr. Nick Cave. Il selvaggio safari crampsiano si trasforma in una visita al parco zoo, tra gli scimpanzé costretti a masturbarsi in gabbia e i puledri che si accoppiano in pubblico per gli obiettivi dei giapponesi coi cappelli di feltro che scendono molli sulle umide teste gialle. Do not feed the animals.

Nel 1994, dopo che Nevermind ha accorciato le distanze tra il pubblico alternativo e quello mainstream (ovvero, in ottica major, dopo aver scoperto come un merdoso disco di rock possa vendere quanto un disco pop spendendo pure meno per la produzione, NdLYS), le multinazionali del disco corrono ad accaparrarsi tutto l’accaparrabile. La Warner sguinzaglia i suoi segugi a fiutare il culo delle rock band in giro per l’America. Uno di questi, Duane Sherwood, torna negli uffici del megadirettore con due stomachevoli personaggi che sembrano usciti da un film porno-horror di serie Z. Glieli presenta come marito e moglie e come leader di una band che ha una nomea di un certo spessore nel giro underground. Gente che può portare quattrini insomma.

Il megadirettore guarda nauseato senza capire chi dei due sia la donna, almeno finchè Ivy non si alza dalla poltrona mostrando le sue natiche scolpite come il mappamondo sulle spalle di Atlante dopo aver firmato un contratto che li lega alla più grande etichetta musicale del mondo. Grande nel fatturato e misera nelle scelte di marketing tanto da scegliere di puntare sui Cramps ma di legarli a un’etichetta fantasma chiamata The Medicine Label e alla cui guida mette proprio Duane Sherwood. Sua l’idea, suoi i rischi, no?

Il risultato, come spesso accade quando le aspettative di una multinazionale arrivano a soffocare il respiro tossico del rock, è banale e scontato, fotografando il momento creativamente più basso della discografia dei Cramps. Che per la prima volta tengono fede al loro nome e sembrano suonare con i crampi alle dita.

Non è più la caricatura offensiva del rock ‘n roll ma la parodia dello stesso suono crampsiano che viene messo in scena su Flamejob, nella logica da fast food che governa la Warner. Un hamburger di carne senza sapore.

– Prego desidera?

– Un happy meal con un po’ di Cramps, grazie.

– Le patatine le mettiamo?

– Certo, la bambina ne va matta.

– Come pupazzetto mettiamo il Lux Interior maculato o la Poison Ivy in latex?

– La seconda che ha detto. Ma scodinzola?

– Se le mette un dito nel clitoride si.

– Bene, allora metta quella, purchè non sia nociva.

– Tranquilla signora, non più.

Il ritorno in grande stile è del 1997 e si intitola Big Beat From Badsville.

Se nella patta non custodite solo gli spiccioli che vi sono avanzati dall’acquisto delle Marlboro questo disco dovrà procurarvi per forza una qualche sorta di erezione, perché è un album bagnato di umori genitali come una vulva delle star di Brazzers, un discone che riporta i Cramps alla forma perfetta di Stay Sick! e aggiunge altre perversioni al loro catalogo di aberrazioni deviate, stavolta tutte farina del loro sacco: Cramp Stomp, It Thing Hard-on, Like a Bad Girl Should, Devil Behind That Bush, Super Goo (una sorta di Can Your Pussy Do the Dog? pt. 2), Burn She-devil, Burn (quanto di più vicino al classico suono rockabilly mai inciso dalla band), Haulass Hyena.

Lux e Ivy sono assieme da venticinque anni e hanno un’intesa musicale e sessuale perfetta.

Quando Lux sposta la levetta del microfono su On è come se tirasse giù la zip. Quando Ivy imbraccia la sua Gretsch, è come se ti tirasse giù le mutande.

Da quando si sono conosciuti passano più tempo a letto che a suonare.

Ma quando suonano è come se fossero ancora su quel letto.

Lei è una MILF quarantaquattrenne che brandisce frustino e pugnali.

Lui striscia ai suoi piedi, le lecca le caviglie, risale sbavando fino all’inguine, affonda il mento nelle sue grandi labbra. Le lascia piccoli filamenti di saliva sui peli pubici e risale fino al collo per affondarle i suoi canini da vampiro.

I Cramps sono ostentazione e sacrilegio, burlesque e rock ‘n roll becero.

Quando scendono dal letto, le lenzuola sono ancora bagnate.

Come la vostra biancheria intima quando sarete di ritorno da Badsville.

Perché il circo trash dei Cramps torni in città per regalarci quello che è destinata a diventare l’ultima raccolta di inediti crampsiani, passa un’eternità: sette anni durante i quali i Cramps rimettono mano a parte del proprio catalogo per ripubblicarlo sotto il marchio Vengeance e sistemano qualche scheletro, stavolta vero: Bryan Gregory ha spento quello sguardo che si proiettava torvo dalla copertina di Songs the Lord Taught Us nel Gennaio del 2001 e John Agar (interprete di pellicole culto come The mole people, Tarantula, Journey to the 7th planet e al quale il nuovo album è dedicato, NdLYS) ha salutato tutti poco prima che la band entrasse in studio per mettere a fuoco le “nuove” 18 canzoni di Fiends of Dope Island.

Che nuove non sono affatto, come le alette attorno all’aggettivo vi hanno lasciato supporre.

Una raccolta dunque?

Si, esattamente.

Come ogni disco dei Cramps che l’ha preceduta questa è una raccolta di tutta la musica bianca prodotta tra gli anni ‘40 e i mid-sixties. Dentro c’è tutto ciò che il rock ‘n roll era e non è più, nonostante la critica “alta” si cali le braghe davanti a gruppetti come Strokes o Libertines.

Paradossalmente i Cramps sono riusciti dove anche i Ramones erano falliti: venderci la stessa canzone per 25 anni e farci godere ogni volta come fosse la prima.

Perchè Lux e Ivy non sono una band di rock ‘n roll.

Loro SONO il rock ‘n roll.

Quello fatto di pose eccessive, atteggiamenti sguaiati e triviali, animato da una truculenza così estrema da rasentare il grottesco. essere sopra le righe e fuori dall’ordinario, sempre. e allora stiate tranquilli: il moscone di Human Fly continua a volare sulla vostra merda…..zzzzzzz…..zzzzzzz…… la musica dei Cramps è ancora oggi il rumore del ventre sconquassato di elvis (Elvis Fucking Christ!) e le chiappe di Kristy Wallace sono ancora le più belle che io abbia visto stantuffare su un palco.

Che importa che a incorniciarle siano sempre le stesse mutande?

L’ultimo disco cui mettono mano Lux & Ivy è How to Make A Monster, un doppio cd che apre la stanza degli orrori di Villa Purkisher.

La cantina del dott. Frankenstein.

La costruzione del mostro, diapositiva per diapositiva.

Una band di veri incapaci con l’obiettivo di mettere su un fantoccio che si muova come “un incrocio tra Carl Perkins e gli Shadows of Knight”.

Un piccolo mostro domestico che non si regge in piedi, perde pezzi e si sbullona ad ogni passo (le imbarazzanti prove in studio dell’estate del ’76) e che invece piano piano impara a camminare (le prove dell’autunno dell’81) e poi a conquistare il mondo (i demo dell’82 e le registrazioni private del 1988).

Quando il prototipo del mostro viene mostrato al pubblico, come avviene il 14 Gennaio del ’77 sul palco del Max‘s Kansas City di New York, il risultato è imbarazzante: la documentazione di quel concerto è quella di uno spettacolo dove gli insulti e le bottiglie lanciate sul palco si sovrappongono alle goffe movenze dell’essere mostruoso che si agita mostrando le sue orbite vuote.

Il pubblico dei Cramps non esiste ancora.

Arriverà di lì a poco, però: il concerto registrato al CBGB‘s appena un anno dopo è già la prima celebrazione del mito crampsiano di un rock ‘n roll immorale e necrofilo costruito con la spazzatura dei genitori di quei sedicenni che affollano il locale.

Uranium Rock, I Was a Teenage Werewolf, Can‘t Hardly Stand It, I‘m Cramped, Subwire Desire, TV Set, Love Me, Baby Blue Rock, Human Fly: il mostro è pronto, mettete a letto i bambini.

La scomparsa di Lux Interior segna la mummificazione del mito dei Cramps. Il sito ufficiale della band si zittisce in un necrologio che amplifica il dolore silenzioso e signorile in cui si chiude la rossa signora Wallace. Non ci sarà una nuova Courtney Love, non dentro la storia d’amore dei Cramps.

Un silenzio così meritevole di ossequioso riguardo che solo rarissime volte è stato turbato dall’immissione sul mercato di una qualche retrospettiva dedicata alla più influente rock ‘n roll band del dopo-punk. Una di queste esce quasi a ridosso del terzo anniversario della morte di Lux ed è un fantastico excursus nei primi anni di vita del gruppo newyorkese attraverso dieci 7” in parte ristampati con la consueta cura dell’etichetta spagnola, in parte totalmente inediti perlomeno in questo formato, come nel caso di Lonesome Town/Mystery Plane, TV Set/The Mad Daddy, Twist & Shout/Uranium Rock, Rockin’ Bones/Voodoo Idol.

File Under Sacred Music è un viaggio verso la Transilvania del rock, a bordo di un treno drogato frequentato da uomini-spazzatura, mosche umane e truci spaccaossa turchi. Fin dentro al castello del Conte Purkhiser e al suo parco-immondezzaio dove tutti i nani da giardino sono stati sostituiti da miniature della sagoma di Elvis.

Tappe obbligate: Surfin’ Bird, Human Fly, Garbageman, TV Set, Love Me, I Can‘t Hardly Stand It, Goo Goo Muck, She Said, The Crusher, Save It, New Kind of Kick, Voodoo Idol.  

Il sole si è definitivamente spento dietro la collina, come uno schermo TV senza più segnale.

 Solo un interminabile, definitivo, tombale effetto nebbia.

…oh baby I see you on my Tv set yeah baby i see you on my Tv set I cut your head off and put it in my Tv set I use your eyeballs for dials on my Tv set…

 Aloha, Lux!

 

                                                                                      Franco “Lys” Dimauro

 

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