HEARTBREAKERS – L.A.M.F. definitive edition (Jungle)

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Dovrebbe essere la versione definitiva di Like a Mother Fucker.

Dovrebbe ma potrebbe pure non esserlo. Sapete come vanno queste cose.

I provini, i demo, i vari missaggi, i cassetti che prima si aprono, poi si chiudono, poi si riaprono. L’immondizia prima venduta e poi, in un impeto di orgoglio che potremmo definire come incuneato tra spirito ecologico, revisionismo storico e ingordigia, riciclata, rimpacchettata, rimpastata e rivenduta.

È successo (e succederà) con Raw Power. È successo (e succederà) con Kill City. È successo (e succederà) con Destiny Street. È successo (e succederà) con Young, Loud and Snotty.

È già successo con L.A.M.F. rieditato e remissato (in maniera altrettanto terribile) negli anni in varie guise e che torna ora, a 35 anni dalla sua uscita, in cofanetto.

Come le Sperlari.

Quattro dischi (che spero ascolteranno in tanti) e quattro spillette (che forse non userà più nessuno).

A quanti mancano le nozioni base del rock ‘n’ roll diremo che stiamo parlando degli Heartbreakers di New York, ovviamente. Nulla a che vedere con quelli di Tom Petty.

L’appendice punk alla storia proto-punk delle New York Dolls. Da lì provengono Johnny Thunders e Jerry Nolan. Con loro c’è Richard Hell che ha lasciato i Television prima della pubblicazione del disco di debutto e che replicherà la vicenda con gli Heartbreakers andando via nel Giugno del 1976, prontamente sostituito da Billy Rath. Walter Lure è il chitarrista chiamato ad affiancare la sei corde di Thunders. Il disco è il capolavoro che conosciamo, ancora più bello e verace nella sua versione remixata ma la vera chicca del box è il disco numero tre, con quattro estratti dalla prima session del Gennaio ’76 con Richard Hell ancora in formazione (I Wanna Be Loved, Pirate Love, Goin’ Steady e la bellissima Flight firmata da Walter Lure) più altre nove registrazioni antecedenti a quelle per la realizzazione di L.A.M.F.  che, come viene annunciato nel Luglio del ’77, rischia di venire pubblicato sotto il moniker The Junkies assecondando il debole di Thunders per le droghe.

Ma nell’Ottobre del ’77, quando sotto le pressioni della Track Records L.A.M.F. arriva finalmente sugli scaffali dei negozi in contemporanea con l’esordio dei Voidoids dell’ex-compare Richard Hell, è ancora il nome degli Heartbreakers a strillare dalla copertina.

Un disco sui cui errori di missaggio ci si è accaniti sin dalla sua uscita trascurando troppo spesso il valore di una scaletta tra le migliori di tutto il punk. L’eredità rock ‘n’ roll delle Dolls non è stata affatto tradita (un pezzo come I Love You sarebbe stato benissimo sul disco di debutto della precedente band di Thunders) ma semplicemente riadattata al contesto metropolitano e suburbano già iconograficamente rappresentato dalla celebre copertina del disco dei Ramones di cui lo scatto di L.A.M.F. si riannoda. Non ci sono veri elementi di rottura nel suono e nei testi degli Heartbreakers ma la semplice riappropriazione di un linguaggio musicale e lirico elementare. L’immagine sfatta e perversa della band fa musicalmente i conti con una versione inviperita del rifferama di Eddie Cochran e con i testi di Thunders impregnati dalla sua ossessione per la solitudine e per l’amore asfissiante (in quel periodo Johnny è psicologicamente così schiavo della sua girlfriend Stable Starr da rinunciare a salire sul palco senza la presenza della compagna tra il pubblico). Unica concessione all’esplicita dipendenza dallo speed e dall’eroina che condurrà Thunders fino alla morte è Chinese Rocks, in un primo momento attribuita a Jerry Nolan, Dee Dee Ramone, Johnny Thunders e Richard Hell e poi, nelle ristampe successive, ai fratellini Ramone. Gli unici a beccare qualche quattrino come autori di una delle più belle punk-songs di sempre sono tuttavia Dee Dee Ramone e Richard Hell, accreditati ufficialmente come autori nei registri delle società di autori americane.

L.A.M.F. trasuda di sporcizia metropolitana. Un concetto travisato dai produttori Speedy Keen e Daniel Seconda che masterizzarono l’album miscelando le frequenze fino a renderle un impasto che ne appiattì la dinamica e sommerse del tutto le linee di basso di Billy Ruth cui ora viene resa giustizia dall’opera di restauro tentata con l’apporto delle nuove tecnologie che hanno permesso di lavorare direttamente sul vinile anziché sui nastri originali, coi risultati in termine di “colore” e “calore” finalmente esibiti sul secondo di questi quattro CD, nell’ennesimo tentativo di ridare giustizia a quello che fu l’Out of Our Heads dell’epoca punk.

Gioventù inquieta e insoddisfatta.

Amore spietato e maniacale.

Stupidità delinquenziale e strafottente. 

L’urgenza di avere tutto e subito, perché la scimmia non perdona.

 

 

                                                                                                Franco”Lys” Dimauro

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THE MARK OF CAIN – Battlesick (Dominator)

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Il lascito emotivo e stilistico dei Joy Division è stato talmente forte da finire paradossalmente sprecato. Se si eccettuano le copie-conformi che negli anni si sono limitate a ricalcarne la formula, pochissimi sono i gruppi che sono riusciti ad innalzare la musica del quartetto di Manchester ad un gradino ancora più alto di panico e devastazione.

Ci riuscì il popolo di Caino, da Adelaide, Australia. Dieci anni esatti dopo Unknown Pleasures. Battlesick è uno dei capolavori sconosciuti del post-punk tutto, un fantastico viaggio nelle angosce e nelle atrocità isolazioniste care al gruppo di Ian Curtis ora elevate ad un livello di potenza sonora ancora più aberrante figlia del punk e progenitrice del post-hardcore quadrato degli Helmet e della Rollins Band.

Un muro impenetrabile e straziante (introdotto dalla telefonata angosciosa che apre You Are Alone) di devastazione e dolore sovrastato dalla voce morbosa di John Scott, corvo nero appollaiato su quella fila di mattoni grigi a masticare veleni, rosicando parole rubate a Cèline, Hesse, Dostoevskij, Camus e Trocchi.  

C’è un’anima flagellata che si muove qui dentro, un’anima votata all’autolesionismo e alla mutilazione che spinge il corpo che la ospita a vomitare sangue e spaccarsi il muso sulle mura di questa stanza da ospedale psichiatrico.  Un’ anima tormentata dal rimorso di non essere riuscita ad aprire la gabbia che le impediva di volare e adesso perseguitata da visioni di corpi massacrati come agnelli in divisa immolati in nome di una illusoria sete di giustizia.

Battlesick è una belva feroce che divora se stessa, un disco dal livore incontenibile, uno degli ultimi avamposti partigiani del post-punk, un fortino da cui piovono granate come The Last Judgement, Call in Anger, Summertime, Battlesick, The Setback. Chitarra, basso e batteria possenti come cinghiali.

Tutto quello che i Joy Division, i Sisters of Mercy e i Killing Joke non riuscirono a dire ora è qui, pronto a invadervi le viscere.

I Mark of Cain sono gli ultimi Cesari dell’Impero Occidentale. 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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