CCCP FEDELI ALLA LINEA – Ortodossia II / Compagni Cittadini Fratelli Partigiani / 1964-1985 – Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi, del conseguimento della maggiore età / Socialismo e barbarie / Canzoni Preghiere Danze del II Millennio, sezione Europa / Epica Etica Etnica Pathos (Virgin)

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Al principio era il Verbo, al principio era Pravda.

E prima del principio c’era la musica dei CCCP, padani bolscevichi Fedeli alla Linea.

Nati nel 1981 sotto le volte del Kreuzberg di Berlino e morti al compimento del secondo piano quinquennale nelle campagne reggiane che li avevano accolti per la stesura e la registrazione di Epica Etica Etnica Pathos. Il 3 Ottobre 1990 non a caso, il giorno in cui le Berlino Est e Berlino Ovest disgiunte protagoniste della loro Live in Pankow diventano una cosa sola.

In mezzo, c’era stato di tutto: dagli sputi dei primi concerti all’Armata Rossa sull’attenti durante l’esecuzione di A Ja Ljublju SSSR in una Mosca d’altri tempi, dalle shockanti esibizioni televisive al passaggio,  inaudito all’epoca per una band con tali requisiti sovversivi, da una minuscola label punk di periferia ad una major come la Virgin, collaborazioni talmente out da rasentare l’oscenità (Amanda Lear) e performances musical-teatrali che lasciano sgomenti e turbati non solo i servizi d’ordine ma gli stessi spettatori.

I CCCP nascono dall’unione di un cantante non-cantante e di un chitarrista non-chitarrista affascinati dall’iconografia sovietica, dalle musiche mediterranee, dalla destrutturazione del punk radicale e della scena industrial-punk tedesca, dalle arie da balera della loro terra di origine e dalle musiche liturgiche e partigiane.

Una ricetta apparentemente indigesta che diventa un piatto esplosivo quando esordiscono con il primo 45 giri: vinile rosso socialista e copertina sfogliabile che traccia, assieme alle epistole martellanti di Live in Pankow, Spara Jurij e Islam Punk, il perimetro dentro cui si muove la prima musica dei CCCP: chitarre-grattugia, voce salmodiante, batteria elettronica fredda e incalzante, nomi, slogan, citazioni e proclami glaciali di fede al Partito e al Patto di Varsavia. Una scenografia ripercorsa con analoga convinzione su Compagni Cittadini Fratelli Partigiani: sono Stalingrado e la pianura padana ad affacciarsi l’una sull’altra e a regalare tra l’altro una delle tracce storiche dei CCCP: Emilia Paranoica. È l’altra faccia dell’Emilia moderna, efficiente, organizzata e progressista, quella più cruda e reale afflitta dalla noia e totalmente incolore, illuminata solo dalle insegne rosse delle cooperative di sinistra. Un immaginario che diventerà il tracciato dell’Emilia cantata negli anni ’90 da Massimo Volume e Santo Niente e negli anni zero da Offlaga Disco Pax e Le Luci della Centrale Elettrica.

Non a caso Emilia paranoica, con leggere modifiche (come l’intro reinciso in reverse) sarà riutilizzata per chiudere la scaletta del primo disco “adulto”: 1964-1985 – Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi, del conseguimento della maggiore età  ha, già dal titolo, quell’imponenza da architettura commemorativa, da monumento storico, da ara venerabile e maestosa che fanno parte dell’iconografia multimediale dei CCCP. E tale diventerà, nel corso degli anni: un mausoleo del punk italiano. Il NOSTRO Never Mind the Bollocks. Con la faccia austera di Palmiro Togliatti al posto di quella della Regina Elisabetta.

Affinità-divergenze crea disordine e fa girare il nome dei CCCP fuori dai circoli politici e culturali, richiamando l’attenzione della Virgin.

Ne vengono fuori un album e un 45 giri travagliati e aspramente criticati dal nocciolo duro dei vecchi “discepoli” (famosa l’accusa di “fedeli alla lira” mossa da un fan sulle pagine di Rockerilla, lettera a cui i CCCP avrebbero risposto per le rime sull’album successivo, NdLYS), artisticamente di certo aperto a formule più complesse, sfaccettate, multiformi. Ci sono gli ennesimi proclami di amore verso la cultura socialista dell’Est Europa (in apertura di ogni facciata e stavolta con toni maestosi da trionfalismo patriottico, NdLYS) ma c’è anche molto altro: il punk incalzante e grezzo degli esordi occupa solo la prima parte del disco (nella nuova tomografia assiale computerizzata dell’Emilia “sazia e disperata” offerta da Rozzemilia, in quella sorta di Mi ami? # 2 che è Per me lo so, nell’atto di accusa verso il punk falsamente militante di Tu menti) mentre per il resto il registro si apre alla musica etnica, alle arie clericali, ai numeri da cafè-chantant, alla tradizione del liscio romagnolo e anche ad una autentica e “barbara” trasgressione tribal-industriale come Stati di agitazione che in realtà riemerge dal primissimo “canzoniere” sperimentale dell’epoca berlinese.

Una babele di citazioni e musiche che viene rielaborata sul successivo Canzoni Preghiere Danze del II Millennio, sezione Europa. Un disco molto critico verso se stessi, verso lo scenario politico e cattolico, verso il proprio pubblico ma anche appesantito da una produzione che snatura la musica del gruppo e fa scempio di altre pagine storiche del primo repertorio (B.B.B. o Svegliami! ad esempio) affogandole in una brodaglia di tastiere e artifici da studio che ne fanno un maldestro tentativo di “vendere” la musica dei CCCP sul menù a-la-carte del mercato pop.  

CPDIIM, sez. E è un disco musicalmente debole ma serve per attuare l’ultimo “assalto” dei CCCP: da un lato la presenza di un’altra invocazione cattolica come Madre  e la scelta di una copertina dal forte simbolismo sacro “sdogana” il gruppo verso il pubblico credente italiano, con tanto di intervista su Famiglia Cristiana, dall’altra la chiusura del disco affidata a Fatur e Annarella Giudici lascia intendere che le due figure teatrali che prima erano state di “corredo” alla musica dei CCCP, hanno adesso un loro ruolo all’interno della vicenda.

E difatti ecco arrivare, all’alba del nuovo decennio, Epica Etica Etnica Pathos che diventa il testamento del gruppo ed ha tutta l’aria di un disco di un collettivo, più che di un gruppo. L’urgenza degli inizi è del tutto mitigata, “sfumata” dalla pace della vita rurale e contadina cui la band si abbandona durante le registrazioni. Ma gli strumenti tornano a suonare come dei veri strumenti, senza svendere l’anima.

È un album doppio che di punk non ha più nulla se non nell’intenzione di frantumare il passato, di rompere gli argini, di uscire dagli schemi della forma-canzone, con pezzi elaborati che sfiorano e a volte addirittura superano i dieci minuti.  Una raccolta di musica bucolica, pastorale, contadina, campestre.

Un disco di musica popolare. Nazional-popolare addirittura. Nell’accezione dei CCCP Fedeli alla Linea, che citano Caterina Caselli e il Canto dei Sanfedisti, rielaborano la musica tradizionale delle campagne italiane evocando le immagini e le ombre dei braccianti del Sud e delle mondine del Nord, che sposta il “sole nascente” ad Occidente e apre ai nuovi interessi del gruppo, che prenderanno forma compiuta proprio negli anni successivi nei progetti Maciste Contro Tutti, Matrilineare, C.S.I., Mondariso, P.G.R., Stazioni Lunari.

Muore la Russia e con essa i CCCP e il punk filo-sovietico.

La ristampa integrale del loro catalogo (con la sola esclusione delle raccolte e del live postumi) ci permette di riconciliarci con la musica dei CCCP nel miglior modo possibile: copertine cartonate, un buon corredo di foto e “memorabilia” d’epoca, testi intergrali, masters originali convertiti in tecnologia digitale. Manca, se vogliamo essere critici verso una discografia di importanza storica, la “voce” dei protagonisti che avrebbe potuto tracciare sul supporto cartaceo dei booklet una visione soggettiva, emozionale, di quel percorso. Magari disfattista, chissà. O celebrativa. O entrambe le cose. E mancano quelle incisioni impresse sul vinile che la tecnologia digitale ci ha tolto e non potrà più restituirci. “Tutto lo sporco degli anni ‘80 con la tecnologia degli anni ‘00” insomma. Parola-Verità. Parola-Verità.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE MORLOCKS – Submerged Alive (Area Pirata)

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Venticinque anni dopo la sua prima pubblicazione su Epitaph (nel periodo della cotta di Brett Gurewitz per il garage punk) ecco l’audace Area Pirata partorire la ristampa in digitale (ma pure in vinile colorato) del finto live dei Morlocks.

Il disco con cui Leighton Koizumi piscia sopra una scena che si è trasformata in un circo di marionette.  

Mentre il Sunset Strip si popola di emuli di Brian Jones che ciondolano lungo i marciapiedi, i Morlocks si trasferiscono a San Francisco e registrano per un’etichetta di estrazione punk un disco disperato, il Metallic KO della stagione garage-punk.

Non c’è nessuno scontro con i fans.

Nessuna signora ebrea tra il pubblico. 

Ma ciò nonostante Submerged Alive trasuda di odio, noia e depravazione.

Leighton apre la gabbia. Ed è una belva affamata.

La chitarra di Jordan Tarlow asseconda i suoi appetiti.

Il suono si fa metallico e decadente (She‘s My Fix, My Friend the Bird), criptico (Different World, Black Box) e drogato (Empty). Le cover garage deraglianti del primo disco vengono bandite in favore di un blues sincopato e infetto come Get Out of My Life Woman, una bruciante Leavin’ Here (la ristampa mantiene, forse per eccesso di emulazione storica, il refuso dell’edizione originale battezzandola Leavin’ Home, NdLYS) più Motörhead che Who e unaincalzante Your Body Not Your Soul.

I Morlocks sembrano voler fare a brandelli se stessi.

C’è un odio che cova in seno alla band. Ci sono abusi ed eccessi che ne accentuano i toni, fino a farlo diventare rosso sangue.

Sono bestie in cattività che si mutilano fracassandosi le zanne sul muro, grondando di sangue e di bile, costringendo Brett Gurewitz a ripulire il catalogo Epitaph con un decennio di dischi di punk a PH neutro.

Submerged Alive è il Blair Witch Project di una band sola contro il resto del mondo.

Ho paura di chiudere gli occhi… e ho paura di riaprirli.

Voi non abbiate paura di aprire le orecchie.

                                                                                            Franco “Lys” Dimauro

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THE SEEDS – The Seeds (GNP Crescendo/Big Beat)

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La recente acquisizione del catalogo Crescendo dei Seeds da parte dell’agguerrita Big Beat trova compiutezza e battesimo con la ricca ristampa dell’omonimo album della band californiana che ci impone di riaccendere i riflettori su una delle icone della accelerazione sociale del movimento psichedelico americano.

Siamo nel 1965: la rivoluzione musicale e culturale esportata dai Beatles costringe le etichette discografiche a un radicale cambiamento, pena l’esclusione da un mercato che ha fame di musica giovane e selvaggia.

Gene Norman è un impresario jazz di Hollywood che organizza concerti e che ha messo in piedi un’etichetta dedicata alla sua musica preferita ma che non disdegna qualche puntatina nelle colonne sonore e nella surf music, la teen-music dell’epoca pre-Beatles.

La nuova ondata beat gli impone però, pena la totale esclusione dal mercato, di assicurarsi i servigi di qualche nuova band di capelloni che garantisca visibilità e sopravvivenza alla sua etichetta, la GNP Crescendo.

Tra i primi nomi a finire sotto contratto ci sono i Lyrics, gli Other Half, i Trippers e i Seeds, la nuova band di Richie Marsh, uno scansafatiche arrivato a Los Angeles da Salt Lake City nei primi anni Sessanta e che sbarca il lunario facendo qualche serata con un repertorio di canzoncine che qualcuno si è pure preso la briga di stampare su alcuni 45 giri che, all’epoca del contratto con la Crescendo, giacciono già da anni tra gli invenduti dei distributori.

A cambiare il corso degli eventi e il suo approccio alla musica sono da un lato la folgorazione per il suono dei Rolling Stones e dall’altra l’incontro con il chitarrista Buck Reeder ribattezatosi Jan Savage in omaggio alle sue origini pellirossa (poserà infatti in costume indiano sulla copertina dell’album). È il sodalizio con Jan a convincere Richie a tirarsi fuori dalla sua nuova band, gli Amoeba, per tentare qualcosa di nuovo. A bordo della neonata scialuppa Seeds salgono altri due fuggiaschi ovvero Daryl Hooper e Rick Andridge provenienti entrambi da Farmington.

Richie (nel frattempo ribattezzatosi Sky Saxon), nonostante gli evidenti limiti vocali e tecnici viene scelto come bassista e cantante. Non rinuncerà di fatto mai al primo ruolo pur costringendo la band di volta in volta a ricorrere a dei session men o a sopperire alla loro assenza con delle linee di tastiera (come quelle presenti su Evil Hoodoo e Fallin’ in Love, NdLYS) inaugurando uno stile che farà la fortuna dei Doors solo un paio di anni più tardi. Si conquisterà invece la stima dei compagni, nonostante la striminzita gamma modulare delle sue corde vocali, col secondo dei due incarichi in virtù di una disarmante carica erotica e di una inarrestabile ed estenuante capacità di blaterare parole ad libitum per un tempo probabilmente tendente all’infinito (si ascolti qui la versione-fiume di sedici minuti di Evil Hoodoo che sfiancherebbe anche un toro, NdLYS).  

Il nuovo contratto viene inaugurato subito con l’uscita del primo singolo nell’estate del 1965 e che viene replicato, vista la buona accoglienza, in apertura del loro LP di debutto.

Can‘t Seem to Make You Mine è in realtà un pezzo poco convenzionale per aprire un album. Si tratta di una ballata in cui Sky dà sfoggio del timbro nasale che caratterizzerà tutta la sua produzione, colorata dal suono cristallino del piano di Hooper e sostenuta da pochi sparuti accordi twang della sei corde di Jan Savage, un inusuale cambio in La Minore e un assolo di melodica sul bridge ad opera dello stesso Jan.

Un inizio pigro ma straordinariamente erotico, come una mutandina dall’elastico lento. Le mani che si insinuano piano ma decise verso l’oggetto del desiderio, la voce che diventa un’implorazione oscena d’amore mentre le dita diventano smaniose di esplorare.

No Escape, a seguire, costituisce invece l’archetipo del suono dei Seeds.

Martellante, ipnotico, ossessivo, monotono e ripetitivo, sostenuto da una sessualità famelica e da una superficialità tutta punk (provate a concentrarvi sul battito del tutto approssimativo del cembalo e capirete cosa voglio dire). Meglio ancora fa Evil Hoodoo dove la ripetitività diventa opprimente fino al disgusto, con un breve riff fuzzato ripetuto per cinque minuti e quattordici secondi senza alcuna variazione, come fosse la premonizione di un incubo dei Suicide.

Tutto l’album persevera in questa persecuzione spasmodica, catartica dell’unico concetto fondante del suono dei Seeds: ipnotismo, reiterazione (musicale ma anche verbale, si faccia caso all’intercalare “night and day” sfruttato praticamente su tutti i pezzi, NdLYS), maniacale ricerca del piacere perverso, assecondamento della pulsione erotica attraverso una musica compulsiva e nevrotica che è antropologicamente legata al concetto meccanico/sessuale della masturbazione.

Tra riverberi di 13th Floor Elevators (Girl, I Want You) e Music Machine (It‘s a Hard Life) e, soprattutto, una perenne autocelebrazione di se stessa (Pushin’ Too Hard è la copia di No Escape, Try to Understand un’accelerazione di Can‘t Seem to Make You Mine, Excuse Excuse una Evil Hoodoo tirata fuori dalla cripta) la musica dei Seeds si riversa sulle nostre gambe come una serie infinita di schizzi di sperma.

Su questa attesa ristampa (l’unica ad uscire su singolo CD) una ottima serie di inediti (tra cui Dreaming of Your Love e la folgore She‘s Wrong nota per essere stata inclusa nella raccolta Fallin’ Off the Edge) e di provini e scarti che faranno la gioia dei seguaci di Zio Sky (una Pushin’ Too Hard allungata a tre minuti e 15 secondi, la versione “Sister Ray” di Evil Hoodoo, una Out of the Question al cardiopalmo al termine della quale Sky viene redarguito dal produttore Jimmy Maddin che lo esorta a non ballare come un ossesso mentre canta per evitare di andare fuori tempo anziché fuori-questione e altre delizie).

Avete preso impegni per il 2013? Io si, altri tre.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE JESUS AND MARY CHAIN – Psychocandy / Darklands / Automatic / Honey‘s Dead / Stoned & Dethroned / Munki (Demon)

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Non so a quale parrocchia appartenete. Ma se è a quella di Jesus & Mary Chain, la Liturgia della Parola è finita. Ora vi tocca mettere mano al portafogli, che passa l’obolo.

La benemerita Edsel celebra l’ascesa e la caduta (non ancora la resurrezione) di una delle più influenti rock bands europee degli anni Ottanta.

Lo fa pubblicando tutto il pubblicabile diviso in sei cofanetti da 2cd+1dvd ognuno.

Outtakes, interviste, concerti, video ufficiali, b-sides, apparizioni televisive, sessions radiofoniche, parolacce, sputi e botte da orbi. Tutto.

Sprangate porte e finestre: per diciotto ore ci si chiude in preghiera.

Sempre che siate fedeli, si intende. Se invece volete avvicinarvi al culto senza avere alcuna base teologica, vi dirò quanto serve, cominciando dalla prima pietra. Scegliete voi se quella citata nel Deuteronomio o quella di cui si narra nel Vangelo di Matteo.

Quella pietra si chiama Psychocandy.

I Jesus and Mary Chain erano un gruppo morboso, allora.

Rivoluzionario addirittura, per chi aveva quindici anni come me.

Strafottente fino a farti incazzare.

Incapaci più dei Germs.

Scuri anche quando accendevano tutte quelle cazzo di luci bianco elettrico.

Erano Da Vinci messo davanti a un blocco di marmo di innocua musichetta pop per ragazzini insolenti. Loro tiravano il filo d’avviamento dei loro smerigliatori  e alzavano polvere elettrica. Ed era la cosa più fica un’indie band potesse fare allora.

Ascoltavi In a Hole, Never Understand, Inside Me, It’s Hard e ti credevi il custode del destino della musica pop. Era come sfondare a calci la porta dei vicini ed entrare con il mitra spianato. Un’Arancia Meccanica portatile.

Poi cresci e non ti fa più paura.

Un po’ perché il mondo è diventato veramente più rumoroso, adeguandosi a quel fischio da Cassandra Crossing.

Un po’ perché ti abitui anche alle crudeltà, e hai bisogno di nuove atrocità che ti tengano sveglio la notte.

Però Psychocandy aveva questa perversione tutta adolescenziale che mischia dolcezza e voglia di far male. È come la prima volta che fai l’amore. Non riesci a calibrare bene tenerezza e violenza e finisci per disattendere il bisogno di entrambe le cose. Poi impari. Ma ti mancherà per sempre il piacere della scoperta, del primo sospiro di piacere regalato alla troposfera in tuo onore.

Psychocandy invece celebra quel momento irripetibile. E lo celebra per chi riesce a viverlo. Non per chi lo va a cercare dopo averlo sprecato.

È un disco-parassita. Attaccato agli arbusti del rock degli anni Ottanta come una colonia di funghi pleurotus. Una muffa coriacea e rigogliosa.

Dopo la bolgia infernale di Psychocandy la musica dei Jesus and Mary Chain si scrosta dal rumore esibendo tutta la sua fragilità velvetiana.

Darklands ha il sapore umido dell’autunno e dei vetri appannati.

Il sapore di nove milioni di giorni piovosi.

E il colore ancora incerto dei cieli d’Aprile.

Cieli che crollano sopra, come quelli di Down on Me.

E nature morte. Come l’albero di Natale di Fall.

Ancora più morto adesso che i fratelli Reid hanno deciso di non addobbarlo.

Darklands è il più scozzese degli album del gruppo scozzese.

Spoglia e cagionevole, la musica di J&MC è adesso il corpo di una padrona sadomaso denudata da ogni suo accessorio. Una Venus in Furs senza più stivali di pelle, senza più frustino. Senza più pelliccia.

E infatti Deep One Perfect Morning comincia con lo stesso passo di Venus in Furs, ma stavolta la venere è scalza, il Re è nudo, i fratelli Reid sono rimasti soli davanti a uno specchio sfregiato.

Poi, man mano che la signora si aggiusta, si trasforma in Just Like Honey.

Jim di tanto in tanto si alza dalla sedia, mette la mano fuori dalla finestra per vedere se ha smesso di piovere, poi torna ad accucciarsi sotto il suo plaid forato.

William rimette mano alla batteria elettronica, prova ad accordare la sua chitarra, manda giù un’altra Plegine e riprende a suonare.

I can see

That you and me

Live our lives in the pouring rain canta sottovoce Jim.

Sorridono entrambi. 

People die in their living rooms, prosegue.

A William scivola il plettro dalle mani. Lui si guarda le dita.

Nere come inchiostro di china.

Nere come i suoi vestiti.

Nere come queste terre nere.

William e Jim riattaccano il loro pezzo.

Fuori piove ancora. E fa ancora buio.

Dopo la malinconica immobilità di Darklands Jesus and Mary Chain vogliono ridisegnare il proprio stile. La nuova linea Reid & Reid debutta con la collezione primaverile del 1988. La passerella è esigua ma rivelatrice: il Sidewalking E.P. del Marzo ’88 sfoggia un sampler di batteria rubato a Roxanne Shantè: è un altro furbo “aggancio” come era già stato per Just Like Honey con quell’attacco rubato a Be My Baby delle Ronettes solo che i tempi sono cambiati e adesso dietro la batteria non siede più nessuno e alla tempesta di feedback di allora si è sostituito un pesante riff bubble-glam rock. 

Ormai assuefatti al rumore, i fratelli Reid assumono dosi sempre più pesanti di hip-hop. Stetsasonic, Run DMC e Public Enemy sono gli ascolti che si affiancano al vecchio amore per Velvet Underground, Stooges, Phil Spector e 13th Floor Elevators.

Per la stagione autunno/inverno 1989 la nuova collezione è pronta: Automatic si affianca alle vetrine di Happy Mondays, That Petrol Emotion e Stone Roses cercando di stemperare la pesantezza dei due dischi precedenti con un propellente ritmico fortemente danzereccio (UV Ray e Sunray i due pezzi più incalzanti sotto questo profilo, NdLYS) e sostituendo alle ballate gonfie di umore nero un boogie-rock sempre più impersonale (Coast to Coast, Her Way of Praying, Head On, Blues from a Gun).

Una banale schiera di villette monofamiliari con cui i Jesus and Mary Chain sperano di conquistare l’America. Sul recinto mettono un cartello con su scritto Head On e sperano gli americani si accorgano di loro. E il miracolo accade.

Proprio adesso che pare il gruppo non abbia molto da dire, tutti li stanno ad ascoltare. Compresa MTV che li mette in heavy rotation e i Pixies che pisciano sulla palizzata e alla fine si portano via il cartello, andandolo a ficcare sul loro Trompe le Monde. Per festeggiare, in madre patria il singolo lo pubblicano in sette formati diversi: CDsingolo, cassetta, 12” e ben quattro 7 pollici, ognuno con una differente B-side. È il trionfo dell’idiozia, ma nessuno sembra voglia accorgersene.

Siamo in piena estate acida ma vedere i fratelli Reid piantare l’ombrellone fa un po’ sorridere.  

Quando i fratelli Reid decidono di chiamare il proprio gruppo Jesus and Mary Chain hanno in mente un rosario.

Un rosario di gente in fuga. 

Dopo Murray Dalglish, Rob Dickens, Alan McGee, Bobby Gillespie, Martin Hewes, John Loder, John Moore, James Pinker, Dave Evans, è ora la volta di Richard Thomas e Douglas Hart.

Honey‘s Dead presenta ancora una volta una formazione nuova che si muove all’ombra dei fratelli scozzesi i quali, stanchi di dissipare in piccole dosi di stupefacenti il guadagno dei primi tre album, stavolta si comprano un intero negozio di droga. 

Si chiama Drugstore, e sorge nella zona sud di Londra.

Lì dentro sono finalmente a proprio agio.

Hanno tutto quello che gli serve: una buona dose di psicotropi, un frigo pieno di vodka, un produttore come Alan Moulder a loro completa disposizione, una tivù perennemente accesa in sala regia, strumenti, fornelli, caffettiera, bustine di tè inglese, laptop.

Tutto il superfluo è bandito.

Niente assistenti, niente orologi, niente ingegneri del suono che vogliono a tutti i costi dirti come devi suonare.

Honey‘s Dead prosegue sulla linea abbozzata con Automatic ma, musicalmente e liricamente, riapre più di uno squarcio sul passato remoto della band. Gli esempi più emblematici sono il feedback lancinante di Tumbledown, le piogge shoegaze di Catchfire e i primissimi versi di Reverence (voglio morire come Gesù Cristo, voglio morire come John Fitzgerald Kennedy, poi ribaditi dalla conclusiva Frequency) che vengono nuovamente banditi dai canali commerciali inglesi, come era già accaduto in passato con Jesus Sucks o Some Candy Talking.

Far Gone and Out e I Can‘t Get Enough, speculando su una formula melodica ormai abusata ma sempre efficace,tirano fuori il loro lato più melodico mentre Good For My Soul e Sundown sono le classiche foglie gialle che si staccano dal solito albero battuto dai venti autunnali. L’aria non è più sulfurea come ai tempi della caramella psicotica, ovviamente, ma la forza dei J&MC non si è ancora spenta.

Dopo la pubblicazione di Honey‘s Dead, Far Gone and Out, Almost Gold, Sound of Speed al Drugstore ci si comincia ad annoiare. I fratelli Reid passano più tempo al pub di fronte che dentro lo studio. E quando rientrano, gonfi di birra e impasticcati come ai vecchi tempi, hanno poca voglia di fare chiasso.

Si sono stancati del rumore e pure del beatbox, dei loop di basso e dei sequencer.

Così, mentre la casa discografica preme per il nuovo album non trovano niente di meglio che presentare un disco acustico. Un disco pieno di sbadigli.

Paradossalmente il disco più pieno di gente che Jesus and Mary Chain abbiano mai realizzato, è il più desolato di tutti.

Accanto a loro non ci sono più macchine: ci sono Ben Lurie nel ruolo di bassista e Steve Monti in quello di batterista. C’è Hope Sandoval a duettare col cognato su Something Always e Shane McGowan gonfio di Guinness a ruttare su God Help Me (in quel periodo la band ha aggiunto i Pogues alla lista delle strane riletture che si diverte a suonare in studio, accanto ai Cramps, a Presley e addirittura a Prince, NdLYS). Tutto pur di divertirsi. Ma nessuno ha mai visto sorridere William e Jim Reid. Adesso meno che mai.

È un periodo di merda per la band, con i fratelli che cominciano ad odiarsi in maniera subdola ma rovinosa, una disastrosa esperienza del Lollapalooza, le incomprensioni con sua maestà Lee Hazlewood chiamato a produrre il disco e poi allontanatosi in fretta e furia dalla band dopo essere stato cacciato dagli addetti alla sicurezza nella data del tour scelta per avvicinare il gruppo e concordare data, modo e luogo e i rapporti con Geoff Travis (patron di Rough Trade ma anche della Blanco Y Negro e della Trade2, NdLYS) che stanno diventando sempre più tesi.

Non c’è più la nebbia maledetta di Darklands.

Ora c’è solo deserto, dentro e fuori dal Drugstore.

Stoned & Dethroned è la monna lisa che i fratelli Reid dipingono in questo periodo, e non è un bel quadro. Quello che lascia attoniti, al di là della scelta di una veste spoglia ed acustica (che non rappresenta in sé per sé una novità visto che i Reid amavano creare sulle chitarre acustiche salvo poi rivestire tutto con feedback o loop digitali), è verificare come i vecchi terroristi sonici siano diventati così innocui e inoffensivi. Le canzoni di questo quinto album non lasciano segni sulla pelle.

Niente, neppure un graffio, una scorticatura, una abrasione.

Nel Giugno del 1998, dopo quindici anni, la catena si chiude.

Si chiude con un ritorno a casa e una famiglia che va a pezzi.

Tra l’una e l’altra cosa, ci sono altre porte che sbattono, come sempre.

Gli ultimi a togliere le tende sono Matthew Parkin, Barry Blecker, Steve Monti, Phil King, Geoff Donkin.

Poi si toglie dalle balle anche Geoff Travis che strappa in faccia ai ragazzi il loro contratto con la Blanco Y Negro (leggasi Warner, che viene più facile, NdLYS).

“Questo disco fa schifo” fa sapere ai fratellini.

Ma anche quello prima faceva schifo.

Semplicemente, il mondo si accorge di non avere più bisogno di loro.

William Reid odia il rock ‘n’ roll. E il mondo odia lui.

È uno scambio reciproco di amore al rovescio.

Tutto il mondo lo odia, compreso Jim.

Il Drugstore è ancora la casa di entrambi, ma a giorni alterni.

Jim e William evitano di incontrarsi. Portano alla band (ora oltre al fido Ben Lurie c’è l’ex-Gun Club e Clock DVA Nick Sanderson dietro ai tamburi) ognuno i suoi pezzi e suonano senza incrociarsi in studio.

E’ un periodo in cui i Reid sono più bravi a sputarsi in faccia e a fare a pugni che a scrivere canzoni.

Vanno sul palco gonfi come sacchi da boxe e rimborsano il prezzo del biglietto.

La scrittura è a livelli bassissimi.

Sembrano una versione alla Bananarama dei Ramones (Mo Tucker, su cui canta la sorellina Linda, è una Blitzkrieg Bop nata da un preservativo bucato, Fizzy pare uscita fuori dal Rock ‘n’ Roll High School NdLYS) o una strozzatura alla aorta degli Stooges (Degenerate che fa il verso a TV Eye). 

Never Understood declina al passato la Never Understand del debutto.

I Love Rock ‘n’ Roll si intitola come una vecchia Joan Jett dell’81.

Man on the Moon come un R.E.M. del ’92.

Black come un Pearl Jam del ’91.

Cracking Up come un Bo Diddley del ’59 ma suona come Mongoloid dei Devo.

Supertramp come il peggio degli anni Settanta, ma con la batteria rubata a Tomorrow Never Knows.

I Hate Rock ‘n’ Roll come un Jesus and Mary Chain vecchio stile di cui però nessuno più ha paura.

William chiude la porta.

O forse è Jim a farlo.

Chiunque sia, vanno via senza salutarsi.

Gesù da una parte, Maria dall’altra.

Gettano la chiave nel tombino.

Il Drugstore muore.

Il rosario si chiude.

Amen.

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

 

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