CCCP FEDELI ALLA LINEA – Ortodossia II / Compagni Cittadini Fratelli Partigiani / 1964-1985 – Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi, del conseguimento della maggiore età / Socialismo e barbarie / Canzoni Preghiere Danze del II Millennio, sezione Europa / Epica Etica Etnica Pathos (Virgin)

Al principio era il Verbo, al principio era Pravda.

E prima del principio c’era la musica dei CCCP, padani bolscevichi Fedeli alla Linea.

Nati nel 1981 sotto le volte del Kreuzberg di Berlino e morti al compimento del secondo piano quinquennale nelle campagne reggiane che li avevano accolti per la stesura e la registrazione di Epica Etica Etnica Pathos. Il 3 Ottobre 1990 non a caso, il giorno in cui le Berlino Est e Berlino Ovest disgiunte protagoniste della loro Live in Pankow diventano una cosa sola.

In mezzo, c’era stato di tutto: dagli sputi dei primi concerti all’Armata Rossa sull’attenti durante l’esecuzione di A Ja Ljublju SSSR in una Mosca d’altri tempi, dalle shockanti esibizioni televisive al passaggio,  inaudito all’epoca per una band con tali requisiti sovversivi, da una minuscola label punk di periferia ad una major come la Virgin, collaborazioni talmente out da rasentare l’oscenità (Amanda Lear) e performances musical-teatrali che lasciano sgomenti e turbati non solo i servizi d’ordine ma gli stessi spettatori.

I CCCP nascono dall’unione di un cantante non-cantante e di un chitarrista non-chitarrista affascinati dall’iconografia sovietica, dalle musiche mediterranee, dalla destrutturazione del punk radicale e della scena industrial-punk tedesca, dalle arie da balera della loro terra di origine e dalle musiche liturgiche e partigiane.

Una ricetta apparentemente indigesta che diventa un piatto esplosivo quando esordiscono con il primo 45 giri: vinile rosso socialista e copertina sfogliabile che traccia, assieme alle epistole martellanti di Live in Pankow, Spara Jurij e Islam Punk, il perimetro dentro cui si muove la prima musica dei CCCP: chitarre-grattugia, voce salmodiante, batteria elettronica fredda e incalzante, nomi, slogan, citazioni e proclami glaciali di fede al Partito e al Patto di Varsavia. Una scenografia ripercorsa con analoga convinzione su Compagni Cittadini Fratelli Partigiani: sono Stalingrado e la pianura padana ad affacciarsi l’una sull’altra e a regalare tra l’altro una delle tracce storiche dei CCCP: Emilia Paranoica. È l’altra faccia dell’Emilia moderna, efficiente, organizzata e progressista, quella più cruda e reale afflitta dalla noia e totalmente incolore, illuminata solo dalle insegne rosse delle cooperative di sinistra. Un immaginario che diventerà il tracciato dell’Emilia cantata negli anni ’90 da Massimo Volume e Santo Niente e negli anni zero da Offlaga Disco Pax e Le Luci della Centrale Elettrica.

Non a caso Emilia paranoica, con leggere modifiche (come l’intro reinciso in reverse) sarà riutilizzata per chiudere la scaletta del primo disco “adulto”: 1964-1985 – Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi, del conseguimento della maggiore età  ha, già dal titolo, quell’imponenza da architettura commemorativa, da monumento storico, da ara venerabile e maestosa che fanno parte dell’iconografia multimediale dei CCCP. E tale diventerà, nel corso degli anni: un mausoleo del punk italiano. Il NOSTRO Never Mind the Bollocks. Con la faccia austera di Palmiro Togliatti al posto di quella della Regina Elisabetta.

Affinità-divergenze crea disordine e fa girare il nome dei CCCP fuori dai circoli politici e culturali, richiamando l’attenzione della Virgin.

Ne vengono fuori un album e un 45 giri travagliati e aspramente criticati dal nocciolo duro dei vecchi “discepoli” (famosa l’accusa di “fedeli alla lira” mossa da un fan sulle pagine di Rockerilla, lettera a cui i CCCP avrebbero risposto per le rime sull’album successivo, NdLYS), artisticamente di certo aperto a formule più complesse, sfaccettate, multiformi. Ci sono gli ennesimi proclami di amore verso la cultura socialista dell’Est Europa (in apertura di ogni facciata e stavolta con toni maestosi da trionfalismo patriottico, NdLYS) ma c’è anche molto altro: il punk incalzante e grezzo degli esordi occupa solo la prima parte del disco (nella nuova tomografia assiale computerizzata dell’Emilia “sazia e disperata” offerta da Rozzemilia, in quella sorta di Mi ami? # 2 che è Per me lo so, nell’atto di accusa verso il punk falsamente militante di Tu menti) mentre per il resto il registro si apre alla musica etnica, alle arie clericali, ai numeri da cafè-chantant, alla tradizione del liscio romagnolo e anche ad una autentica e “barbara” trasgressione tribal-industriale come Stati di agitazione che in realtà riemerge dal primissimo “canzoniere” sperimentale dell’epoca berlinese.

Una babele di citazioni e musiche che viene rielaborata sul successivo Canzoni Preghiere Danze del II Millennio, sezione Europa. Un disco molto critico verso se stessi, verso lo scenario politico e cattolico, verso il proprio pubblico ma anche appesantito da una produzione che snatura la musica del gruppo e fa scempio di altre pagine storiche del primo repertorio (B.B.B. o Svegliami! ad esempio) affogandole in una brodaglia di tastiere e artifici da studio che ne fanno un maldestro tentativo di “vendere” la musica dei CCCP sul menù a-la-carte del mercato pop.  

CPDIIM, sez. E è un disco musicalmente debole ma serve per attuare l’ultimo “assalto” dei CCCP: da un lato la presenza di un’altra invocazione cattolica come Madre  e la scelta di una copertina dal forte simbolismo sacro “sdogana” il gruppo verso il pubblico credente italiano, con tanto di intervista su Famiglia Cristiana, dall’altra la chiusura del disco affidata a Fatur e Annarella Giudici lascia intendere che le due figure teatrali che prima erano state di “corredo” alla musica dei CCCP, hanno adesso un loro ruolo all’interno della vicenda.

E difatti ecco arrivare, all’alba del nuovo decennio, Epica Etica Etnica Pathos che diventa il testamento del gruppo ed ha tutta l’aria di un disco di un collettivo, più che di un gruppo. L’urgenza degli inizi è del tutto mitigata, “sfumata” dalla pace della vita rurale e contadina cui la band si abbandona durante le registrazioni. Ma gli strumenti tornano a suonare come dei veri strumenti, senza svendere l’anima.

È un album doppio che di punk non ha più nulla se non nell’intenzione di frantumare il passato, di rompere gli argini, di uscire dagli schemi della forma-canzone, con pezzi elaborati che sfiorano e a volte addirittura superano i dieci minuti.  Una raccolta di musica bucolica, pastorale, contadina, campestre.

Un disco di musica popolare. Nazional-popolare addirittura. Nell’accezione dei CCCP Fedeli alla Linea, che citano Caterina Caselli e il Canto dei Sanfedisti, rielaborano la musica tradizionale delle campagne italiane evocando le immagini e le ombre dei braccianti del Sud e delle mondine del Nord, che sposta il “sole nascente” ad Occidente e apre ai nuovi interessi del gruppo, che prenderanno forma compiuta proprio negli anni successivi nei progetti Maciste Contro Tutti, Matrilineare, C.S.I., Mondariso, P.G.R., Stazioni Lunari.

Muore la Russia e con essa i CCCP e il punk filo-sovietico.

La ristampa integrale del loro catalogo (con la sola esclusione delle raccolte e del live postumi) ci permette di riconciliarci con la musica dei CCCP nel miglior modo possibile: copertine cartonate, un buon corredo di foto e “memorabilia” d’epoca, testi intergrali, masters originali convertiti in tecnologia digitale. Manca, se vogliamo essere critici verso una discografia di importanza storica, la “voce” dei protagonisti che avrebbe potuto tracciare sul supporto cartaceo dei booklet una visione soggettiva, emozionale, di quel percorso. Magari disfattista, chissà. O celebrativa. O entrambe le cose. E mancano quelle incisioni impresse sul vinile che la tecnologia digitale ci ha tolto e non potrà più restituirci. “Tutto lo sporco degli anni ‘80 con la tecnologia degli anni ‘00” insomma. Parola-Verità. Parola-Verità.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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