RADIO BIRDMAN – Detroit, Australia.

C’è un emblema che sintetizza con i suoi tratti duri e spigolosi tutta la storia del rock australiano: rappresenta, con simbolismo spartano da cruna germanica, un gigantesco, stilizzato rapace sul quale si sovrappone la sagoma rotonda di una navicella spaziale. È il Radio Birdman cantato da Iggy Pop su 1970, partito da Detroit e planato, in picchiata, all’altro capo del mondo.

A Sydney dove, in groppa a quell’uccello meccanico, è arrivato da Ann Arbor Deniz Tek e dove, assieme all’aborigeno Rob Younger prende forma il progetto Radio Birdman, nel 1974.

L’idea è quella di riaccendere il fuoco che ha devastato Detroit nel triennio ‘68/’70.

Rinnovare il rogo.

Bruciare il rock ‘n roll e vederlo contorcere sotto le fiamme.

E così se Chubby Checker giocava a fare il twist e i Beach Boys il surf, se Chuck Berry si divertiva a fare l’anatra e Ozzy Osbourne il diavolo, i Radio Birdman giocavano a fare Iggy.

A carte scoperte, così da zittire le malelingue.

Do the Pop: loro indicano la luna, mentre gli stolti guardano il dito.

E i Birdman gli Stooges li fanno benissimo, come dimostra subito la tellurica TV Eye che apre il loro primo LP. Non è una cover, è un pezzo del loro cuore tirato fuori dal torace e offerto al loro pubblico, che all’inizio non va molto oltre le centinaia di disadattati che frequentano il Funhouse, il loro pub su Taylor Square.

Rob Younger, Deniz Tek, Chris Masuak, Ron Keeley, Warwick Gilbert e Pip Hoyle si fanno tutto da soli, dalle dosi di eroina con cui si bruciano le vene ai dischi: l’E.P. Burn My Eye e Radios Appear, l’album che nel titolo omaggia l’altra grande ossessione della band, ovvero i Blue Öyster Cult, vengono registrati nei loro studi e da loro stessi venduti e distribuiti.

Del resto ne bastano poche migliaia di copie: 1000 per il 12”, 3000 per l’album, molte meno per il formato 7”.

Ma nel 1976 l’Australia non si trova dove si trova adesso.

È ancora più lontana, quasi irraggiungibile.

La deflagrazione dei Birdman è immane, ma non riesce a raggiungere gli altri continenti, almeno fin tanto che non verrà amplificata dai detonatori della scena punk.

Che nella terra di Oz significa soprattutto The Saints.

Cosicché quando Seymour Stein vola fino a Sydney per mettere sotto contratto i Saints, si porta a casa due contratti.

Uno è firmato in calce da Rob Younger e Deniz Tek e prevede una stampa di Radios Appear “riveduta e corretta” per il mercato americano.  Ma prevede pure che Tek e Pyp Hoyle mettano da parte i loro studi per dedicarsi al progetto Birdman come dei professionisti. Il “ricatto” dura poco. Come i Radio Birdman che, poco dopo la registrazione del secondo disco, sono di fatto già sciolti.

Radios Appear resta tuttavia il perno attorno cui ruota la storia del punk australiano, il nucleo atomico su cui precipitano le particelle negative che gravitano attorno all’area di Sydney e di tutta l’Australia sud-orientale.

Un disco lucidissimo e decadente che convoglia la furia della Detroit di MC5 e Stooges dentro dieci brani (dodici nell’edizione americana) sparati da un plotone di esecuzione: Book ‘em, Danno, Murder one!, come dentro un Hawaii 5-0 proiettata sulla Bondi Beach, come dei Ramones finiti nella Sin City senza grigi di Frank Miller.

I Radio Birdman suonano come se i minuti fossero contati.

Come se la bomba ad orologeria fosse stata innescata prima ancora di aver suonato il primo accordo. Come se non ci fosse tempo da perdere, come se il mondo stesse per crollare addosso, come se stessero per essere risucchiati nel maelstrom.

Come se nient’altro contasse più che suonare quelle canzoni.

Come un’impellenza.

I soldi offerti dalla Sire garantiscono alla band uno studio di registrazione esterno per le sessioni del nuovo disco. La band entra ai Rockfield Studios con una ventina di pezzi in mano, tra cui alcuni brani della prima ora che i Birdman si prefiggono di registrare dignitosamente.

La grana c’è. Ma non è abbastanza.

Quando tornano negli studi, i titolari li mettono in guardia: niente uscirà da quelle stanze coibentate se i debiti non verranno saldati prima dell’ultima seduta.

Deniz intuisce tutto: si fa una copia pirata dei master, anzi di una parte di esso, e se la porta via con se. Quei tredici pezzi, nonostante la confisca delle bobine originali da parte degli studi Rockfield (riscattate solo molti anni dopo, in occasione della ristampa dell’album, NdLYS), andranno a formare la scaletta di Living Eyes.

Un disco meno irruento e tragico del primo ma ugualmente carico dell’energia sporca e malata della band australiana, pubblicato solo dopo che il contratto con la Sire è diventata carta straccia e solo grazie alla caparbia ostinazione di Deniz Tek.

Nel frattempo la band va in tour in Inghilterra, come supporto ai Flamin’ Groovies. Ma sono già carichi di odio, dentro e fuori. Quello che gira per le strade d’Inghilterra è un furgone pieno d’odio. Ed è così che passerà alla storia: il Van of Hate Tour, come la scritta che loro stessi hanno spruzzato a vernice sul portellone.

I Birdman implodono, il tour viene sospeso per essere ripreso diciotto anni dopo.

Tornano a casa senza scambiarsi ne’ una parola ne’ uno sguardo, fermando il furgone solo per pisciare. Stanno qualche settimana a casa, poi decidono di rimettersi al lavoro, ognuno per i cazzi propri o quasi.

Nascono i New Christs, i Visitors, gli Hitmen, i New Race, la Deniz Tek Band.

Suonano quasi tutti la stessa cosa, ma separatamente.

È il 1996 quando l’uccello di metallo riapre le sue ali, con ogni piuma al suo posto.

Ritualism, il disco che documenta il ritorno sulle scene, è registrato dal vivo nel Maggio di quell’anno.

In presa diretta, senza sovra incisioni, senza trucchi, come piace a loro.

E come piace ai 25 fan che sono invitati ad assistere al loro show negli studi della Triple R Radio di Melbourne, i primi a rivederli in azione.

Due gli inediti, infilati dentro una scaletta esplosiva che va da Burned My Eye a New Race, rimettendo le mani dentro quelle fogne. I capelli di Rob Younger sono diventati una fragile, lacerata tela di ragno che copre un cranio bianco come un piccolo blocco di marmo ma l’energia è rimasta intatta, e travolge tutti.

Per un disco totalmente nuovo occorre aspettare però altri dieci anni.

Altri dieci anni per appurare che i Birdman sono ancora la miglior band sulla terra.

Nessun’altra reunion riuscirà a suonare così viva e motivata come quella rappresentata da Zeno Beach.

Nessuna.

Neppure quella degli stessi Stooges che proveranno a fare la stessa cosa appena otto mesi dopo, andando a gettare nei cassonetti dei negozi di dischi l’immondizia che avrebbero dovuto buttare altrove.

Zeno Beach ruggisce come nei giorni migliori, a dimostrazione che la rabbia era stata sepolta, ma viva.

We’ve Come So Far (to Be Here Today) annunciano in apertura.

E Connected, Heyday, Remorseless, Hungry Cannibals, Zeno Beach entrano con prepotenza fra i classici della band, ad affiancare roba enorme come What Gives?, New Race, Crying Sun, Burn My Eye, Alone In the Endzone, I-94, Murder City Nights, canzoni per cui ogni rock band dovrebbe essere legittimata ad uccidere.

Live In Texas, il recente disco dal vivo ne ripropone il concetto: i Radio Birdman restano l’ultimo domicilio conosciuto del rock urbano.

Il resto è carta carbone.

O carta da culo.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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