THE BLOW MONKEYS – Limping for a Generation (Cherry Red)

Quando Robert Howard torna in Inghilterra nel 1981, si porta dietro l’alito pesante degli aborigeni australiani, l’alito delle “scimmie che soffiano”. È quello il nome che sceglie di dare alla band che mette in piedi con Mick Anker, Neville Henry e Tony Kiley.  Un nome insolito, almeno tanto quanto il suono che la band mette su accartocciando le varie influenze musicali che sedimentano nel canale uditivo di Dr. Robert: il pop asessuato di Marc Bolan, Bryan Ferry e Bowie, il female-pop di Dusty Springfield, Cilla Black e Sandie Shaw, il soul di Curtis Mayfield e Marvin Gaye, il post-punk o la psichedelia sporcate dai fiati dei Laughing Clowns e dei Love.

Pop di alta classe che guarda a Bacharach come modello assoluto di perfezione ma è allo stesso tempo influenzato dal glam, dal jazz, dal soul, dalla musica spagnola e sudamericana.

È moderna senza essere realmente di rottura. Nessuno però la capisce,almeno all’inizio. Troppo slegati dalla dottrina nu-jazz di band come Style Council e Working Week e troppo sdolcinati per poter essere inseriti nel filone new-wave, troppo solari per volare assieme agli altri pipistrelli del gotico, troppo poco ortodossi per essere assimilati ai gruppi faciloni del techno-pop europeo e troppo sofisticati per finire tra le nuove promesse dell’area Postcard, le Scimmie finiscono per fare da supporto a band dalle provenienze più disparate,dai Sisters of Mercy agli X, faticando a trovare un loro seguito. Il successo vero arriverà con il disco successivo, facendo leva sul sex-appeal di Dr. Robert (la casa discografica gli imporrà le lentine colorate per farlo assomigliare a Morten Harket, il nuovo idolo delle ragazzine occidentali) e ridipingendo il suono del gruppo riadattandolo ai club più chic di America ed Europa. Limping for a Generation, adesso riedito in doppio cd dalla Cherry Red, rimane invece un disco di difficile collocazione stilistica e commerciale. La RCA proverà a ristamparlo all’insaputa della band con una copertina più ammiccante cercando di cavalcare l’onda di Diggin’ Your Scene ma senza ottenere il successo sperato.

Un album che inganna. Sovrabbondante e ruffiano. Effeminato e flaccido. Eppure, riascoltarlo oggi, quasi trent’anni dopo, è ancora una lusinga all’udito. Pop marpione, liricamente mai banale, sofficemente cullato tra delizioso pop da camera e qualche piccolo sussulto,qualche brivido incuneato tra le costole di Fela Kuti e la spina dorsale di Arthur Lee. Un disco che scende a patti col nostro bisogno di superficialità, di svago, di disimpegno e di edonismo, col nostro diritto a vestirci da peccatori impeccabili. Un buon disco d’arredo, mentre stiriamo il nostro gessato col ferro a vapore e scegliamo il fiore da mettere nell’asola, porgendo al mondo il nostro lato migliore. Quello che non spaventa. Quello che funziona.

                                                                                           Franco“Lys” Dimauro   

Blow-Monkeys-Limping-For-A-Gen

                                           

 

 

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