DRUG FREE YOUTH – The Avocado Index (Nowhere Street Music)

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Torna dopo sei anni di assenza l’Ariel Pink di Salonicco (in realtà di origini, anagrafiche ed artistiche, italiane) con il suo consueto blister di pop surreale in bilico tra rock cosmico, garage acido, sci-fi ed elettropunk. Computers e vecchia roba analogica messi al servizio di queste diciannove miniature che vanno dai quaranta secondi ai tre minuti e mezzo di durata. Giorgos è uno che sa suonare tutto senza in realtà saper suonare nulla.

Un analfabeta visionario.

Uno che suona “a fumetti”, come Eta Beta.

Dischi bizzarri dove vecchi Farfisa, drum-beats, chitarre fuzz ed effetti spaziali riescono a miscelarsi creando piccoli capolavori di sartoria psichedelica (due su tutti: Faces from the Past e Time). Un piccolo pianeta folle dove John Cage incontra gli Electic Prunes e Barrett va a funghi con Vangelis.

Futuro e passato remoto in collisione, come i sogni che ti svegliano di notte.   

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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SPENCER P. JONES AND THE NOTHING BUTTS – Spencer P. Jones and The Nothing Butts (Shock)

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Beasts of Bourbon VS. Drones. Tanto per capire di cosa stiamo parlando. 

Per essere più precisi Spencer Patrick Jones e James Baker dei primi e Gareth Liddiard e Fiona Kitschin dei secondi.

Vi basta o vi servono pure i codici fiscali e il Curriculum Vitae?

Un album nato dapprima come disco solista con Spencer diviso tra lap steel, pianoforte, armonica, basso, chitarre e voce e che invece, nelle 72 miglia che separano Melbourne da Nagambie (sede degli Empty Rooms Studios di Kerry McGee, NdLYS) si è trasformato in un abbraccio che ha coinvolto il vecchio amico James Baker e Fiona e il suo compagno Gareth, appena trasferitisi lì dalla città d’origine. Onestamente non so dire se il risultato si discosti molto da quello che Mr. Jones aveva in mente anche se forse i nove minuti di sesso chitarristico di When He Finds Out (non a caso l’unico pezzo che porta Liddiard come co-autore, NdLYS) sarebbero andati persi per sempre. Il resto forse, compreso lo spettro di Neil Young che si aggira su Duplicity, le sagome Beat Happening di Conditions Apply, il ghigno Reediano di Only a Matter of Time, l’insolita dolcezza autunnale di (She Walks) Between the Raindrops (vicina alla grazia malinconica di certe cose dei dEUS) e il bukkake blues-punk di Freak Out! (che si riannoda alla Drop Out dei Beasts of Bourbon) sarebbe venuto fuori ugualmente bene.

Invecchiare con dignità.

Senza fingersi giovani.

Senza fingersi saggi.

Senza fingersi arrivati.

Senza fingere. 

        

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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DEVO – Q: Are We Not Men? A: We Are Devo! (Warner Bros.)

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Tanto paradossali e folli ad inizio carriera quanto inoffensivi ed irritanti con il passare degli anni, i Devo consegnano alla storia un unico capolavoro, il vero disco-manifesto della new-wave americana, nel 1978.

I Devo sono il nuovo nel nuovo.

Bizzarri, anticonformisti e avanguardistici, quando arrivano al debutto hanno già il mondo ai loro piedi. David Bowie si offre di lavorare alla produzione del loro disco, così come Iggy Pop. Ma alla fine a spuntarla è Brian Eno. Con pari accanimento le multinazionali del disco si offrono di pubblicare l’album: Island, Virgin e Warner Bros. fiutano l’affare Devo e cercano di spartirsi la torta. Musica impertinente e paranoica quella della doppia coppia di fratelli Casale e Mothersbaugh, evoluzione meccanica delle feroci sassaiole punk dei primi anni e critica radicale alle contraddizioni della società americana che Mark Mothersbaugh e Gerald Casale hanno vissuto in prima persona durante il Massacro del 4 Maggio (quello tratteggiato in tempo reale dalla storica Ohio di Crosby, Stills, Nash & Young) e che ora decidono di dipingere con le movenze robotiche e grottesche dell’uomo-macchina, del figlio mongoloide dell’ era post-atomica.

Sintomatica e rivelatrice è la cover demolita di (I Can’t Get No) Satisfaction posta in sequenza alla smania compulsiva e onanistica di Uncontrollable Urge: l’incapacità fisica e morale di accedere all’appagamento di qualsivoglia desiderio ben descritta da Mick Jagger si sposa in maniera assoluta con la teatralità cinematica della versione dei Devo tanto da ispirare alla coniazione dello slogan “I Devo hanno scritto Satisfaction nel 1978. Gli Stones l’hanno copiata nel 1965”.

Quello che i Devo mettono in scena è in realtà un cabaret post-nucleare che ha per protagonista l’Uomo Nuovo nato come sintesi e come antitesi alle teorie evolutive di Darwin, Lombroso e Freud e scivolato attraverso la follia antiparassitaria di Hitler e Lenin fino ad arrendersi alla supremazia genetica delle macchine che, demolendo i vincoli morali ed etici dell’uomo divino, sono in grado di imporre un nuovo regime e di forgiare l’uomo-automa, lo Jocko Homo che è scivolato lungo la scala evolutiva fino a sprofondare alle origini della specie umana.

La deformazione spastica e la cibernetica diventano i nuovi canoni della fisiognomica e del linguaggio adattativo moderno.

È il futurismo-primitivo attuato secondo una formula perfettamente in bilico tra impulso e raziocinio, tra caos ancestrale e ordine matematico, tra istinti primari e sudditanza alle logiche consumistiche dell’industria seriale (lo storico Big Mac Attack su Too Much Paranoias).     

Q: Are We Not Men? A: We Are Devo! è un disco capace di confondere le idee, di tirarsi addosso le ire di chi lo vorrebbe “solo” un album di punk moderno e schizoide e deve invece sopportare certi buffi scioglilingua da centro di riabilitazione logopedica e di farsi venerare come il Libretto Rosso della rivoluzione socio-culturale della new-wave.

                                                                            Franco “Lys” Dimauro    

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PRETTY THINGS – S.F. Sorrow (Columbia)

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Nel Novembre del ’67, non appena gli Hollies hanno lasciato sgombra la sala di registrazione una volta terminate le sessions per Butterfly, i Pretty Things entrano negli Abbey Road Studios per incidere il loro capolavoro che uscirà sul mercato esattamente un anno più tardi inaugurando il nuovo contratto Columbia.  

S.F. Sorrow è, assieme a The Piper at the Gates of Dawn e Revolver l’album chiave della psichedelia britannica.

Una vicenda, quella che narra le disgrazie e l’eterna, inappagabile solitudine del fantomatico Sebastian F. Sorrow che si snoda attraverso le liriche dei tredici pezzi e le righe di copertina. Un’“opera rock”, per dirla con un termine che ho sempre odiato. Un grandissimo disco di grandi canzoni che ruotano attorno ad una sceneggiatura, ad un tema centrale. Se già col disco precedente i Pretty Things si erano smarcati dal ruolo di eroi perdenti dell’R ‘n B (i vincenti erano, ovviamente, gli amici/nemici Rolling Stones), con S.F. Sorrow le distanze dall’altrettanto strepitoso passato si fanno siderali, inarrivabili. E lo si avverte sin da subito, dall’incipit acustica che racconta della nascita di Sebastian e che culmina in una fanfara di fiati, un crescendo di voci e un battito di mani quasi pentecostale.  

Bracelets of Fingers è già sintonizzata sulla nuova cifra stilistica della band: una psichedelia tantrica che assorbe elementi indiani e medievali, non distante da certi esperimenti beatlesiani. Del resto echi beatlesiani risuonano anche nella marcia zoppicante di She Says Good Morning, spaccata in due da un solo di chitarra gonfia di fuzz così come in molti altri segmenti del disco.

Ma S.F. Sorrow è più pernicioso e cattivo, drammaticamente percorso da una allucinata e sinistra eco sabbathiana (Baron Saturday, Old Man Going) e a volte quasi asfissiato da un pesante sudario di morte (Death, Loneliest Person). 

Tutto il disco è dominato da un clima ipnotico e da un accurato lavoro di produzione (ad opera del “solito” mago Norman Smith) che riesce a donare una surreale ma efficace profondità e dinamica acustica. A schiudersi è l’incanto tipico della stagione freakbeat inglese, questo mondo fatato ed evocativo, artificiale ed alterato (prego ascoltare con impianto adeguato Balloon Burning) capace di creare il clima onirico e deformato dell’età degli acidi.

Se non sarà l’amore sarà la Bomba a tenerci uniti.

Oppure un sogno.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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AN APPLE A DAY – Yes We Can (Tanzan Music)

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Negri tra i negri.

Che poi non è esattamente così ma rende l’idea del nuovo progetto che vede Paolo “Apollo” Negri collaborare con artisti come Lee Fields, Glen David Andrews, Blurum 13, Richard Roundtree, Michelle David, Naomi Shelton ma pure il giapponese Lyrics Born, la samoana Kylie Auldist o Mrs. Ria pelle-di-luna Currie, tanto per dirla tutta.

Un disco che trasuda di umori funky-soul e in cui i ruoli dei musicisti (tutti eccellenti, da Paolo a Mario Percudani, da Craig Kristensen a Kapper Dapper) diventano funzionali al progetto d’insieme senza sconfinare in inutili giochi di egemonia o in irritanti sgomitate da “vetrina del virtuoso”. L’aria che si respira, in queste tredici cover rubate ai repertori di Gil Scott-Heron, Audioslave, Lenny Kravitz, Jimi Hendrix, Led Zeppelin, Allen Toussaint, Skull Snaps, Jimmy Castor Bunch (scomparso esattamente un anno fa), Blind Joe, Edgar Winter Group, Wolfmother e Claude Bolling è quella di un disco collettivo, una sorta di Jazzmatazz dal robusto e pastoso groove funky-soul, da quello più smooth dell’inaugurale Yes We Can al chang-chuka style della bellissima Troglodyte(Caveman) passando attraverso la blaxploitation di The Revolution Will Not Be Televised, la deep disco di It‘s a New Day, o l’Hammond-beat di Heart and Soul.

Yes We Can è disco elegante che non nasconde ambizioni e appeal commerciali.

Qualcosa che suona come una improbabile session tra Thelma Jones, i Fun Lovin’ Criminals, i Mother Earth, i London Fogg e gli Undisputed Truth. Se le radio (anche quelle che contano, non solo quelle che fanno tendenza) riusciranno ad accogliere in heavy rotation anche quello che non è spinto dalle majors, potremmo trovare le mele nelle diete di milioni di italiani, salvandoli dal medico e anche da McDonald’s®.

Si, An Apple A Day possono.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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THE KNACK – Get The Knack (Capitol)

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Sharona Alperin è una famosa agente immobiliare di Los Angeles. Una donna di successo. Una di quelle donne in carriera della borghesia americana su cui Hollywood ha bruciato, e brucia, chilometri e chilometri di pellicola. Il miglior affare però lo ha concluso nel 1979, finendo sulla copertina e tra le parole del tormentone musicale di quell’anno. Consegnandosi in qualche modo all’immortalità.

La sua webpage aziendale si chiama ancora oggi così: WWW.MySharona.Com e se ci clicchi sono proprio le note di quel pezzo ad introdurvi al suo profilo professionale. Se avete pure qualche soldino da spendere potete sentire la sua voce telefonando al numero del suo cellulare o lasciare un messaggio balbuziente sulla sua segreteria telefonica: Muh-Muh-Muh-My Sharonaaaa! 

Chi non conosce My Sharona? E’ come le chiappe di una brasiliana che ti sculettano davanti sul lungomare di Bahia. Una volta agganciate non riesci più a guardare altrove. Uno di quei pezzi talmente perfetti che sembrano preparati col bilancino, nel retrobottega di uno speziale. La batteria che inizia picchiando forte come un muscolo cardiaco e gli altri strumenti che via via gli si accodano in processione, la voce di Fieger che singhiozza come il Daltrey di My Generation e poi, dopo i primi ottanta secondi di pista il primo ponte e la voglia di buttarsi giù, fin dentro il salvaslip di Sharona. Ma l’auto dei Knack corre veloce e non fai in tempo.

Finchè, dopo un altro giro di pista, ecco che il pezzo si allarga nuovamente, il braccio destro di Bruce Gary si allunga dal timpano al ride lasciando spazio per far alzare in volo la chitarra di Berton Averre che sembra rincorrere il John Perry di Another Girl, Another Planet. E poi, di nuovo l’incalzante riff portante, che conduce al sospirato orgasmo conclusivo.

My Sharona è, inutile dirlo, il pezzo che consegna alla storia i Knack e il loro disco di debutto, uno degli album più bistrattati dalla critica forse come punizione per l’enorme successo popolare e che invece è un disco power-pop dignitosissimo, con autentiche perle beat come Let Me Out, Frustrated, (She‘s So) Selfish e Good Girls Don‘t, una bella cover di Heartbeat di Buddy Holly e altre piccole delizie jingle-jangle come Oh Tara, Your Number of Your Name o Lucinda, camere d’eco dove risuonano i Knickerbockers, i Beau Brummels e il Merseybeat.

Sei mesi seduti su un trono in cima al Pianeta Terra, con cinque continenti di donne genuflesse ai loro piedi, come in ogni sogno adolescenziale che meriti di essere sognato, raccontato ed inseguito. E voi? Quanto sapete correre?

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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THE VIRGINMARYS – King of Conflict (Cooking Vinyl)

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I watermarked mi mettono sempre un po’ di soggezione.

Te li mandano come se ti stessero divulgando un segreto di stato.

Come se tu fossi l’unico a saperlo e ti invitassero a tenere la bocca chiusa.

A godimento zero.

Come se ti fossi scopato Pamela Anderson e ti venisse impedito di raccontarlo a chiunque.

È un privilegio da minorati mentali. Con tutte quelle inutili raccomandazioni a non propagandare il link che ti viene inviato, a rischio che ti mandino gli agenti federali a casa tua.

Be’, cari distributori, potete stare tranquilli. Me ne importa una sega di inviare un link con dentro delle canzoni.

Sarebbe come inviare il brasiliano della Anderson, senza la Anderson.

Intro prolissa come un pezzo di Emerson, Lake & Palmer ma dettata dal fatto che per ascoltare questo debutto dei Virginmarys ho dovuto sucarmi la solita trafila fatta di preascolti, di anteprime, di streaming parziali ed integrali e di estratti condita dal rimpallo tra casa discografica e distributore italiano. Un’insormontabile querelle di competenze su chi doveva, alla fine, “distribuire” un link. Lo so bene che sono stato radiato dall’albo dei giornalisti oltre che per il linguaggio scurrile pure perché alla fine questo sistema mi ha veramente rotto ciò che la natura ha destinato ad altro scopo.

Lo so ma non mi rassegno.
Perché passare per uno che sta rubando qualcosa mi da fastidio.

Non rubo da quando il porno è passato sulla rete e le riviste con le tre X sopra sono diventate inutili.

Andiamo avanti, che se no mi sbadigliate.

E i Virginmarys non ve lo concedono.

Hanno fatto un album che è una continua martellata sui maroni.

In qualunque senso vogliate intendere questo termine.

Nel senso che potreste trovarlo demagogicamente tosto come il sottoscritto oppure potreste farne, seguendo le istruzioni dettate dalle riviste patinate, il vostro gruppo rock dell’anno. È il trionfo del guitar rock come lo avevano dipinto gli eroi dell’hard rock, ridisegnato i maestri del grunge e venduto i loro fratellini più furbi.  Dentro ci passano i Nirvana, i QOTSA, i Cult, i Wolfmother, i Jet, i Kings of Leon, i Foo Fighters, gli Skunk Anansie.

King of Conflict conferma quanto scrissi tre anni fa a proposito del loro primo E.P. e che qui vi riporto integralmente: I Virginmarys sono venuti per tappare qualche buco.

Tranquilli, togliete pure le mani dal vostro sedere, non è a quel buco lì mi riferisco.

Mi riferisco al vuoto lasciato da band come Jet e Datsuns ad esempio, vezzeggiate e coccolate quando erano in fasce e poi abbandonate dietro il portone della scuola d’ infanzia, senza che nessuno venisse più a riprenderle.

I Virginmarys hanno il medesimo tiro, suonano duri ma anche confidenziali.

Come dei Wolfmother rimasti imprigionati dentro il primo disco dei Kings of Leon.

Qualcuno, eccedendo come di consueto, ha visto in loro i nuovi Led Zeppelin e Dio non voglia che abbia ragione, che non abbiamo bisogno di un altro In through the out door. Per ora la band inglese non mi pare invece abbia voglia di eccedere: si presentano con un mini di sei pezzi pubblicato in proprio.

Ma state certi che saranno il prossimo investimento di qualche colosso del disco pronto a spillarvi i pochi euro che il governo Berlusconi vi ha lasciato in tasca, facendo sventolare il loro nome sotto la bandiera del rock alternativo.

Insomma, finiranno inghiottiti da Virgin Radio e tutte quelle menate finto-rock però Cast the first stone ha una dignità artistica di buon livello, alimentata da un pezzo come Portrait of red che sembra la versione addomesticata del superjudge-rock dei Monster Magnet, dal boogie anni Settanta di Out Of Mind, dalla spirale hard rock di Off to Another Land e dagli scatti di Nothin ‘ to lose a far scuotere le casse come due enormi tette. Cresceranno, brilleranno, esploderanno e alla fine lasceranno cadere la loro cenere, come tanti altri. Per adesso, questa è solo la prima pietra.

Ecco, ora è arrivato quel momento in cui la bandiera è stata issata e sventola a grande altezza, in questo universo che ha bisogno di paladini e di sudditi.

King of Conflict è un disco che è gradevolmente sfasciatimpani che non deluderà chi è alla ricerca del disco dal wattaggio esagerato e canzoni come My Little Girl, Bang Bang Bang, Out of Mind, Portrait of Red non falliranno il colpo.

I Virginmarys avranno quello che meritano.

Voi pure.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

RAMBLIN’ JEFFREY LEE & CYPRESS GROVE WITH WILLIE LOVE – Ramblin’ Jeffrey Lee & Cypress Grove with Willie Love (New Rose)

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Rientrato in Europa nel 1991 Jeffrey Lee Pierce apre i rubinetti della sua doccia di casa e si lascia naufragare in quella pioggia blues che gli infradicia i capelli unti, gli scivola sul torso, sul fegato gonfio e cirrotico, sul pube, poi gli ricopre le gambe e forma una palude ai suoi piedi.

Il blues è venuto a riprenderselo, proprio adesso che in qualche modo sembrava essersene liberato. Jeffrey intuisce che se vuole sbarazzarsene deve parlare come lui, suonare come lui,respirare come lui.

Fingere di essere lui.

Pierce si trasforma dunque in Ramblin’ Jeffrey Lee: camperos alti, giaccone di pelle e cappello a falde. Poi, con due testimoni (Simon Fish e Tony Chmelik), si reca ai Zeezicht Studios di Spaarnwoude a firmare il suo testamento, promettendo di farla finita col blues. Lì dentro Ramblin’ Lee, Cypress e Willie, abortita l’idea iniziale di incidere un album di murder-ballads ispirate al country rurale, registrano un disco-omaggio al blues delle origini. Qualcosa che inizialmente è talmente crudo e viscerale da venire registrato con le chitarre fuori tono per scostarsi il più possibile dai quei dischi di blues educato degli anni Settanta e Ottanta che Pierce odia, salvo poi essere costretto a reincidere le parti di chitarra per rendere l’album “vendibile”.  

Un disco che rilegge i brani che scorrono sotto la pelle del musicista californiano sin da quando era un adolescente: Goin’ Down di Don Nix, Killing Floor di Skip James, Mississippi Bottom Blues di Kid Bailey (che verrà poi esclusa dalla scaletta definitiva), Pony Blues di Charley Patton, Moanin’ in the Moonlight di Howlin’ Wolf, Alabama Blues di Robert Wilkis, Good Times di Lightnin’ Hopkins, Long Long Gone di Frankie Lee Sims, Future Blues di Willie Brown, Bad Luck & Trouble di Lightnin’ Slim. Alla loro lezione si ispira Jeffrey per scrivere i pezzi propri che finiranno sul disco (le belle Stranger in My Heart e Go Tell the Mountain sulle quali riaffiora il vecchio canto licantropo e morrisoniano dei giorni del Club) o che ne rimarranno alla fine fuori (L.A. Country Jail Blues, In My Room).

È un disco intenso ma non doloroso. Orfano dello spleen epico e decadente dei dischi d’ oro dei Gun Club e fedele ad un concetto di blues ruspante ma tutto sommato canonico. Le limitazioni tecniche dell’età giovane che lo avevano costretto a deturpare il blues imbrattandolo con la fog(n)a punk sono state superate e adesso Pierce può fare sfoggio di una tecnica strumentale di cui i primi album dei Gun Club erano stati privati. Un vuoto virtuosistico che starà alla base di tutto il cow-punk e del movimento revivalistico dei primi anni Ottanta.  

Un album, forse l’unico della discografia di Jeffrey Lee Pierce, che può piacere a tutti, dai fan della prima ora che possono finalmente alzare le coppe per brindare al ritorno alle origini ai tanti amanti più o meno distratti, più o meno occasionali, più o meno necrofili del corpo ammaccato del blues. L’alternanza di pezzi elettrici ad altri brani vestiti da pochi strumenti acustici rende tuttavia il disco godibile anche a chi non è solito frequentare la musica degli schiavi d’America, allargando ancora il potenziale del pubblico di Ramblin’Jeffrey Lee & Cypress Grove with Willie Love.

Ordinario eppure a suo modo necessario. Per Jeffrey e per tutti gli altri, siccome tutta la rinascita del lo-fi blues degli anni Novanta parte in qualche modo da qui, dalla slide guitar di Pony Blues e dalla furiosa scarica elettrica di Moanin’ in the Moonlight.

 

                                                                                 Franco“Lys” Dimauro

 

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JULIAN COPE – Psychedelic Revolution (Head Heritage)

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Lo scatto promozionale richiama quello di Drain‘d Boner, anche quello a suo modo e in maniera diversa un disco rivoluzionario nella carriera di Julian Cope. La posa è quella X che dal 1983 Cope si porta addosso e dentro come un marchio di diversità e distanza dal resto del mondo. Il marchio di Caino.

Tra le braccia adesso però stringe un AK 47 e non una chitarra. E addosso ha rimesso quel vecchio gilet di pelle regalatogli da un veterano della guerra di Normandia.

Un’immagine barricadera che si sposa con il leit-motiv di Psychedelic Revolution, doppio album dedicato alla memoria di Che Guevara e Leila Khaled. Undici protest-songs dalla struttura prevalentemente acustica e moderatamente svagata, a ricordarci che Barrett fece la sua rivoluzione senza sparare un solo proiettile. Canzoni folk stuprate dai venti di guerra, dalle esplosioni delle granate, dal cingolare ferroso dei carri armati, dal precipitare delle supposte al tritolo dal culo di un bombardiere qualsiasi, dal brontolio di un cannone. Ricca di agganci melodici con la tradizione celtica delle canzoni di protesta e di propaganda e culturalmente cedevole al richiamo dei folk-singers storici degli anni Sessanta (Barry McGuire, Scott McKenzie, Arlo Guthrie) Psychedelic Revolution è disco umorale e permeato da un soffice manto di psichedelia incantata e solenne figlia, forse nipote, di Fried.

Quanto è simile l’esplodere di un temporale a quello di una bomba.  

Qualcuno dovrà perdonarci per aver osato tanto.

 

                                                                                       Franco “Lys” Dimauro