THE FUZZTONES – In Fuzz we trust, Inc.

Rudi Protrudi ha sessantatre anni “suonati”

Di cui più della metà spesi a diffondere e poi difendere un’IDEA di rock ‘n roll.

Trenta anni dedicati a curare la sua creatura, il suo non unico ma più longevo figlio legittimo: The Fuzztones!

Nati nella New York buia del dopo-punk e costretti a suonare per poche decine di persone che quando passano davanti al palco si grattano la patta e finiti per diventare l’icona stessa del rock più viscerale e privo di compromessi, in trenta anni i ‘tones non hanno prodotto un disco men che buono, sfiorando il capolavoro con Lysergic Emanations e continuando a sputare sangue e sudore finendo per suonare più a lungo di qualsiasi altra band cui si fossero ispirati.

Più dei Love e più degli Shadows of Knight, più dei Sonics e più degli Stooges, più dei Godz e dei Doors, sicuramente più dei Gonn, dei Music Machine, dei Bold o degli Haunted. Piccoli e grandi monumenti diventati lapidi su cui scrivere qualche scarabocchio delirante.

Ma loro sono lì, da trent’anni. Feroci come bestie che non hanno ancora avuto il loro pasto.

Come un crocefisso monitorio appeso alle pareti nelle aule del rock ‘n roll.

Solo che loro sono carne viva, sangue che pulsa, liquido genitale fecondo e generoso.

I Fuzztones emergono dalle umide cantine newyorkesi per portare in dono il loro rock’ n roll primitivo e grezzo, cucito con gli stracci delle Pebbles quando ancora nessuno sa cosa siano, lo sporcano con le scorie di carbonio Detroitiano quando tutti credono ancora che gli Stooges siano troppo osceni per poter essere digeriti, si sciolgono, si riformano, si celebrano, conquistano il mondo e fanno figli, tanti.

Non c’è una band garage punk venuta dopo di loro che non ne riconosca la paternità.

Perchè i Fuzztones sono un serpente che muta pelle pur rimanendo un covo di fiele e veleno.

Difficile dar loro torto, pur quando sbagliano. Perchè quelle due Vox incrociate come due tibie non sono solo impresse sui bicipiti di Rudi Protrudi ma sulla carne di quanti hanno affidato al brivido del rock ‘n roll il proprio bisogno di energia.

Impossibile pensare di essere finiti nel posto sbagliato quando conquistano il palco e lo ghigliottinano con torridi riff di macabro garage rock sciolto nell’acido di una psichedelia senza più infiorescenze, tetragonale e ferale.  

Perchè quando Rudi affonda i sui denti nel corpo del rock lo fa per tirargli fuori le viscere, non i suoi sogni.  

Perchè ogni goccia che riesce a suggere è una goccia di olio essenziale che ci permette di respirare.

Una goccia che ci salva la vita. Ecco cosa.

A medicine, a medicine to my heart!

L’invito lanciato con il mini album di debutto a lasciare la testa a casa è di quelli irrinunciabili: i Fuzztones nel 1984 sono una delle band più chiacchierate del giro underground americano in virtù di un paio di pezzi pubblicati su altrettante compilation che documentano i primi fermenti garage (Ward 81 su The Rebel Kind e Green Slime sul primo volume delle Battle of the Garages, NdLYS) e di uno strabiliante singolo intitolato Bad News Travels Fast che era pura dinamite biker-punk.

Accantonata la ricetta bubblegum dei Tina Peel, Rudi sembra aver trovato la formula giusta per la miscela esplosiva che renderà i Fuzztones una delle formazioni più mitizzate dell’intera scena garage e non solo: musica spiritata e psichedelia doom da un lato, feroci cover di oscure gemme proto-punk dall’altra, una eco dei Doors e una dei Cramps, una distorsione alla Sonics e un accenno ghoul alla Screaming Lord Sutch, un look perfetto costruito mescolando sottoculture beat, biker e dark.

Lasciate il vostro cervello a casa, quindi, ed infilatevi in questa macchina del tempo che è il primo album dei Fuzztones.

Un dischetto veloce, al fulmicotone: sette pezzi registrati dal vivo.

Sette oscure cover che all’epoca conoscono in pochissimi e che ben rappresentano la devastante furia dei primi concerti dei Fuzztones.

Pochissimo spazio per respirare, qui dentro.

Tutto corre concitato e veloce, senza soluzione di continuità, sovrapponendo i solchi delle Nuggets fino a simulare una rapidissima giostra spiroidale di rifrazioni beat-punk.

I Fuzztones sono in forma brillante, accesi dagli ormoni, vibranti di quella giovane passione che i dischi successivi via via sacrificheranno in favore della ricerca di atmosfere più elaborate.

Qui invece è tutto fast ‘n furious.

Come la prima scopata.

Una sconcia cavalcata tra le cosce aperte del primo punk americano.

Leave Your Mind at Home: è l’unica cosa che non serve ad un concerto rock ‘n roll.

 

 

Un anno dopo i Fuzztones sono la più grande garage-band in azione.

Un’abrasione sul culetto liscio dei frocetti che in quegli anni si inzuppano lo slippino con le merdate di Heaven 17, Thompson Twins, Level 42, Go West e ABC. Garage-punk, cultura trash (zombie-movies, fumetti, supervixen e quant’altro), ghiandole surrenali che secernono testosterone, estrogeni, adrenalina,

gonadi che lavorano a ritmo esasperato, producendo tutto quello che vi permette di stare a letto con la tivù spenta e con poche coperte.

Chi ebbe la fortuna di vederli dal vivo sa di cosa sto parlando: una macchina di sesso e rock ‘n roll, che scende dal palco a fatica, dopo prolungati e ripetuti orgasmi sul ventre del rock ‘n roll che Rudi Protrudi si è portato a letto per le sue polluzioni giovanili: Seeds, Sonics, Love, Link Wray, We the People, Cramps, Stooges, Haunted, Count Five, Music Machine e quelle centinaia di minuscole bands di cui tutti nel giro di qualche mese ci troveremo a parlare e che allora conoscono in pochissimi: Bees, Bold, Human Expression, Tropics, Chob, Outcasts, Gonn, Calico Wall…..

Lasciate perdere Wikipedia, non vi aiuterà.

Deb O’Nair è una delle ragazze che segue Rudi con costanza e libidinoso interesse, sin dai tempi dei Tina Peel, dei Dognappers e dei Possum Boys.

Rudi se la porta prima a letto, poi nella primissima line-up dei Fuzztones.

Michael Jay ed Elan Portnoy sono reclutati tra le fila dei Monitors, una band strumentale che gira per i locali di New York. Sono loro a convincere Rudi a riformare i Fuzztones dopo il fugace primo tentativo conclusosi nel 1982.

La gente sputava a terra e qualche volta anche sul palco, se suonavi i Sonics nel 1982. E questo è bene ricordarselo.

Ira Elliot viene invece preso “di peso” tra le fila dei Drive-Ins, una band rockabilly tra le cui fila lo stesso Rudi ha suonato per qualche gig in veste di bassista. 

Nascono così, i Fuzztones “storici”.

Fanno tre dischi dal vivo e uno in studio. Se avete inseguito un qualche cazzo di sogno rock ‘n roll nella vostra vita c’avete sbattuto il muso di sicuro.

Io glielo sbattei quando avevo quindici anni e mi fanno ancora male le gengive ogni volta che lo risento.

Il disco si apre con 1-2-5: brevissimo e incisivo attacco della batteria in 4/4 e armonica che gli si attacca subito alle ossa, bucando le casse, poi si va avanti così, tra ficcanti fraseggi di chitarra fuzz e di armonica.

Io che allora ero ignorantello in materia pensavo fosse un pezzo loro.

I grandi esperti dell’epoca invece mi fecero sapere trattarsi di un pezzo degli Haunted. Scoprì poi che molti degli esperti erano tali solo perché lavoravano dentro grandi negozi di dischi. Avessero lavorato in un salumificio avrebbero saputo tutto sui salamini Negroni.

Io invece dei salumi Negroni conoscevo solo la musica dello spot.

Del garage punk avrei imparato tutto negli anni successivi, senza lavorare nei negozi di dischi ma scavando con la pala. Scoprendo tra l’altro che gli Haunted facevano pure una bella cover in francese di Purple Haze e che avevano inciso questo pezzo con un testo leggermente diverso rispetto a quello dei Fuzztones.

E anche rispetto al loro, a dirla tutta: lo avevano dovuto spurgare per non incappare nelle maglie della censura.

Jurgen Peter concederà il testo originale ai Teeny Boppers, 43 anni dopo.

Ma questa è una storia che non vi riguarda.

A ruota seguono altre due covers. Anche queste rese con una forza impressionante.

Perché i Fuzztones non sono i Chesterfield Kings. A loro non interessa suonare COME una garage band del ’66, a loro serve APPROPRIARSI di quell’energia, e sboccarla sul pubblico.

Il primo pezzo originale è Ward 81, in assoluto il primo brano dei Fuzztones ad essere documentato su disco. Esce infatti nel 1983 su The Rebel Kind, la compilation su cui debuttano al fianco di Unclaimed, Slickee Boys, Nomads, Miracle Workers, Plasticland e qualche altro bel nome dell’epoca.

È un pezzo sottilmente influenzato dalle fughe chitarristiche dei Television che parla di case di cura, accompagnato da un video eccezionale che i Ramones avrebbero più tardi saccheggiato per Psychotherapy.

A chiudere la prima facciata altre due covers: Strychnine è il primo dei due omaggi ai Sonics (e il primo dei due pezzi aggiunti alla versione originale dell’album che di questa e di As Time‘s Gone era orfana, NdLYS). Introdotta dall’organo Vox di Deb, è un assalto al rock ‘n roll lercio dei ragazzacci di Tacoma.

Radar Eyes è uno spiritato pezzo dei Godz, una delle più misconosciute bands di rock eccentrico degli anni Sessanta, provenienti proprio da New York.

Una martellante litania psichedelica, marziana e psichiatricamente instabile.

Sono di nuovo i Sonics ad accoglierci, sulla seconda facciata: è una versione devastante di Cinderella con l’armonica di Rudi spinta in un assolo micidiale.

Il secondo originale del gruppo ha ancora un numero nel titolo: si chiama Highway 69, un pezzo dilatato e morbidamente psichedelico che nasce col titolo di Fabian Lips e un ingenuo pigiamino di fiati, ai tempi dei Tina Peel.

Il pezzo successivo è una cover a metà. O un originale a metà, se preferite.

Rudi lo ruba ad una minuscola band della Pennsylvania che ha conosciuto ai tempi dei Tina Peel.

Si sono battezzati Punk Rock Janitors su suggerimento dello stesso Protrudi e hanno scritto una manciata di pezzi. Just Once è uno di questi. I Fuzztones se ne appropriano e ne fanno la loro versione. Onirica, avvolgente.

Si apre come The Killing Moon di Echo & The Bunnymen. E prosegue come The Killing Moon di Echo & The Bunnymen. Ma io adoro quel pezzo e non posso non amare Just Once, comprese le nacchere che ogni tanto arrivano a spezzare l’aria.

She‘s Wicked è l’ultimo dei pezzi scritti dai Fuzztones, l’unico scritto proprio per l’album, avvolto in quest’aria macabra da horror-movie di serie-Z evocata dalla copertina disegnata dallo stesso Protrudi.

Un classico tra i classici, per il garage rock degli anni Ottanta.

A chiudere, altre due covers sconosciute: As Time‘s Gone è un pezzo dei Tropics, la band della Florida che spaccò il culo a più di 1000 bands durante l’International Battle of the Bands di Chicago nel 1966, Tommy James and The Shondells compresi. A me la versione dei ‘tones piace più dell’originale. Credo che basti.

A chiudere una pepita delle Pebbles, un malatissimo pezzo dei Calico Wall che i Fuzztones rendono esasperandone il tono raccapricciante e condendolo con un pianto di donna che penetra dentro le viscere mettendo a disagio l’ascoltatore.

Lysergic Emanations resta l’insuperato e bruciante testamento del Sixties-punk.

Per gli anni Ottanta, per gli anni Novanta, per gli anni Zero, per il decennio che ci siamo lasciati alle spalle e per tutti gli altri che verranno.

 

Appena dopo la pubblicazione del seminale Lysergic Emanations i Fuzztones vengono invitati da Dave Vanian dei Damned ad aprire le date europee del tour di promozione a Phantasmagoria.

Le tinte dark con cui è ammantato il garage-sound del gruppo newyorkese affascinano i tanti seguaci anglosassoni del gotico.

Non solo Dave Vanian e Ian Atsbury si proclamano fan del gruppo di Rudi Protrudi ma una intera fetta del pubblico dark/punk si scopre affascinato dal suono e dall’immaginario evocato dai Fuzztones e dai loro concittadini Cramps.

La prima tournèe europea dei ‘tones è un successone, come documenta egregiamente Live In Europe, l’ennesimo live (il terzo, dopo il mini di debutto e il 12” in compagnia del loro idolo Screaming Jay Hawkins pubblicato lo stesso anno dalla Midnight Records, NdLYS) della band di New York.

Un fiume in piena che conquista tutti e fa nuovi schiavi.

Veni, vidi, vici.

Una scaletta che è un concentrato di energia e un blister della filosofia che sta dietro ai Fuzztones con gli omaggi dovuti ai padri.

Stooges, Count Five, Cramps, Davie Allan, Outcasts, Link Wray, Love, Wheels, Kenny & The Kasuals, Bold: quando i Fuzztones approdano sul Vecchio Continente portano con sé la cassapanca con le loro suppellettili preferite.

Perché tutti capiscano di cosa stanno parlando. E per sentirsi meno soli.

I Fuzztones nel 1986 sono la miglior band di rock ‘n roll sul pianeta Terra, pronta a spargere il proprio liquido seminale sul mondo intero.

Eccovene una coppa piena.

 

Praticamente disintegrati dopo l’uscita del seminale Lysergic Emanations, i Fuzztones tornano in studio nel 1989 con formazione totalmente rinnovata e un contratto nuovo di zecca. Si dice il più ricco che una band garage abbia mai avuto. 

E anche il più combattuto, con un andirivieni continuo dagli uffici della Beggars Banquet per sottoporre i provini a chi di garage-punk non ha mai capito una mazza e ha preparato un contratto da far firmare alla band fidandosi delle raccomandazioni di Ian Atsbury, uno che di soldi all’etichetta ne aveva fatto guadagnare davvero tanti, con i dischi dei Cult.

Il compromesso porta il nome di Shel Talmy, uno che venti anni prima ha messo mano sui dischi di Kinks, Who, Easybeats, Creation. Non proprio le band che Rudi aveva in mente quando aveva messo su i Fuzztones ma sempre meglio della lista di produttori dark/wave che gli era stata sottoposta in prima battuta, insomma.

Il risultato arriva sugli scaffali nel 1989, ovvero l’anno in cui Glen Allen Dalpis diventa, non solo artisticamente ma anche legalmente, Rudi Protrudi. 

Un disco su cui si è detto di tutto, e quasi sempre per dirne male.

Troppo “muscoloso” o troppo “pulito”, troppo “prodotto” o troppo “hard”.

Tutte minchiate.

In Heat mostra un gruppo in perfetta coerenza con la propria linea evolutiva e che si sta scrollando di dosso la pesante eredità di cover-band e che, soprattutto, si sta affermando sul mercato rock senza svendere la propria identità e cercando di smarcare le trappole di un conservatorismo fine a se stesso che hanno già battuto quando il pubblico rideva dei loro caschetti e delle loro collane da cannibali.

I Fuzztones sono, ora, un’altra band. Più dura, senz’altro, ma assolutamente lontana dai cliché del barbaro rock da stadio. E capace di maneggiare riff esplosivi come quelli di In Heat, Hurt On Hold ricucito appositamente sul riff di Cellar Dwellar, Everything You Got (queste due ultime con delle MAGISTRALI sborrate di blues-harp ad opera di Rudi Protrudi, NdLYS) o, sul versante più doomy che la band non abbandonerà mai nel corso della carriera, le magistrali visioni gotico-psichedeliche di Black Box o Charlotte’s Remains.

Se la produzione di Talmy mira più a togliere ruggine che a incatramare le canzoni, ciò non impoverisce per nulla la resa esplosiva delle dodici tracce di un disco che mostra un gruppo in grande forma e in grado di spazzare via ogni dubbio sul suo stato di salute, musicale e sessuale. E se proprio di scivoloni vogliamo parlare, forse solo la scontata Nine Months Later ricalcata sulla Wild Man dei Tamrons o l’innocuo beat di What You Don‘t Know possono essere accusate di non lasciare veri ematomi sulla carne.

Per il resto, non fidatevi di nessuno, nemmeno di me.

Solo dei vostri ormoni.

Anche se non è detto che li abbiate.

  

Il terzo album in studio dei Fuzztones arriva due anni più tardi, ricco di collaborazioni eccellenti come quelle di Sean Bonniwell e Arthur Lee che prestano  le loro voci come guest rispettivamente The People In Me e All the King‘s Horses (curiosamente Arthur non compare come ospite sulla cover dei Love che apre la seconda facciata dell’album). Un’occasione sprecata, visto che le voci dei due prime-movers nulla ma proprio nulla aggiungono al valore, bassissimo, delle due interpretazioni.

Braindropssarcasticamente dedicato alla “memoria” del vecchio amico Gary Wilde, vede in azione una inedita formazione a tre dei ‘tones: Rudi Protrudi, Chris Harlock e Mike Czekaj ovvero i Jaymen, la band di surf con cui Rudi si propone di celebrare e perpetrare il mito di Link Wray e dei suoi Raymen ed è il primo disco a lasciare filtrare le influenze doorsiane che diventeranno una costante del suono dei Fuzztones da lì in avanti.

Una influenza resa manifesta dalla poco brillante cover di I Looked at You ma che permea anche gran parte del materiale autoctono: All the King‘s Horses, Skeleton Farm, Ghost Clinic non sono altro che divagazioni doorsiane che puzzano di stantio e di mestiere, abbassando ulteriormente il livello di energia già al minimo storico.

Si salvano appena le tracce che vedono l’ingresso in formazione di Phil Arriagada, a sessions ormai quasi ultimate e che infonde nuova energia ad una band in panne: la bella e criptica Rise illuminata dalla dodici corde di Phil, la contorta Blackout e l’energica Look for the Question Mark ricca di ricami di sitar e di un bel giro di piano elettrico suonato da Rudi. Il resto è roba da dimenticare, nonostante la band decida, pur di vendere qualche copia in più, di eleggerlo a proprio Sgt. Pepper‘s.

Una pallida congettura psichedelica senza nerbo e oscurata dall’ingombrante ombra morrisoniana di un acid-rock greve e oppressivo.

 

All’approssimarsi di Ognissanti la quarta line-up dei Fuzztones si congeda dal suo pubblico con le 13 Spook-A-Delic Halloween Hits infilate sulla scaletta di Monster a-Go-Go come grani lungo la catena di un rosario. Una casa infestata in cui la band si muove tra cigolii di catene, ululati di lupi mannari e gemiti di vampiri. Malgrado i ‘Tones siano abituati a tali mortifere presenze, Monster a-Go-Go non è tuttavia uno dei loro dischi migliori.

I cadaveri che sfilano (Roky Erikson, John Zacherle, Screaming Lord Sutch, Kip Tyler, Witchdoctors, Round Robin e compagnia claudicante) hanno il passo più pesante dell’alito e nessuna rendition eguaglia la follia paradossale e grottesca che si respirava sugli episodi originali. Per la prima volta l’energia della band sembra bloccata e incapace, proprio adesso che si trova nel posto giusto, di veicolare il proprio potenziale splatter/garage finendo per allestire una baracca horror da luna park piuttosto che un autentico film del terrore come sarebbe stato lecito aspettarsi da loro. 

 

Dopo un’ibernazione lunga più di un decennio segnata da estemporanee reunions con vecchi compagni di avventura (da Elan Portnoy a Jake Cavaliere, da Deb O’ Nair a Johnny DeVilla) e dalla pubblicazione di qualche singolo e di live e raccolte più o meno ufficiali e più o meno essenziali, nel 2004 Rudi decide di rompere il silenzio discografico con l’uscita di un nuovo disco in studio. L’entusiasmo mai sopito dei vecchi fan convince Rudi ad investire tempo ed energie nella faccenda Fuzztones.

Nasce un’etichetta “dedicata” che inaugura il proprio catalogo proprio con questo album e un agguerrito sito web che, al passo coi tempi, aggiorna in tempo reale sulle attività della band e fa da quartier generale per la vendita del merchandise del gruppo che a questo punto vede, oltre al sempiterno Rudi, il rientro di Phil Arriagada (sotto l’inquietante fattezze di Batlord, NdLYS) e della bionda Deb e l’ingresso di Gabe Hammond (bassista dei Lords Of Altamont) e della “vecchia” Andrea Kusten già batterista per Outta Place, Freaks e Blacklight Chameleons.

Come per Braindrops, anche Salt For Zombies registra un paio di importanti cameo. Stavolta si tratta di Sky Saxon e James Lowe invitati a prestare le loro voci rispettivamente su Get Naked e Hallucination Generation.

Salt For Zombies è un album che risolleva le quotazioni dei ‘tones dopo le deludenti prove dei primi anni Novanta con delle convincenti cover (My Brother the Man dei We the People, Be Forewarned dei Macabre, Whatever Happened to Baby Jesus? Dei Lincoln St. Exit, A Wristwatch Band dei Boss Tweeds, Black Lightning Light degli Shy Guys, Face of Time dei Plague, Group Griope dei Fugs, Don‘t Blow Your Mind degli Spiders) e qualche ottimo originale su cui svetta la bellissima Johnson in a Headlock con un bel passo di batteria, gran lavoro di chitarre, cori macabri degni di Lysergic Emanations e un ottimo assolo di armonica del mitico Rudi.

This Sinister Urge tradisce più di un debito nei confronti di Light My Fire dei Doors mentre Idol Chatter si muove tra sinistre atmosfere da tempio maledetto.

E’ scoccata l’ora degli zombie. E’ bene vi guardiate le spalle.

 

Horny: arrapato. Ma anche, per perifrasi, gonfio di fiati.

Così è infatti il nuovo disco che i Fuzztones danno alle stampe per la Electrique Mud nel 2008, Horny as Hell.  

Che nuovo lo è solo in parte: stregato dalla scena soul-punk che infiamma i club berlinesi Rudi Protrudi ha pensato fosse giunta l’ora di dare un nuovo vestito alla musica della sua band. Ecco così che classici come Ward 81, She‘s Wicked o Bad News Travels Fast vengono riesumati per tastare il nuovo assetto confidando sulle salde strutture dei pezzi che ne hanno costruito il culto. Superata l’empasse per l’effetto-Batman dei primi secondi di Garden of My Mind (uno dei due inediti assoluti, l’altra è la cover di Alexander dei Pretty Things, NdLYS) si familiarizza così con le consuete impalcature darkpunk corroborate da fiati e cori anche se proseguendo l’ascolto e guardando Lana Loveland in copertina viene da chiedersi: ma a cosa serve vestirli di più?

 

Ultimo in ordine di tempo è invece il disco licenziato per la Stag-o-Lee nel 2011 e intitolato Preaching to the Perverted, ennesimo riuscito furto commissionato da Protrudi ai danni delle teche sixties-punk.

Non vi affannate a trovare la refurtiva, che qualche indizio ve lo do io:

Maid of Sugar, Maid of Spice di Mouse & The Traps dentro This Game Called Girl, Dirt degli Stooges dentro Old, Black Lightning Light degli Shy Guys dentro Invisible, She Comes In Colour dei Love dentro Bound to Please, i Doors accucciati dentro Don‘t Speak Ill of the Dead e i Music Machine dentro Between the Lines e Launching Sanity‘s Dice (non a caso i pezzi scritti da Lana Loveland, da dieci anni organista dentro la Boniwell Music Machine, NdLYS).

Non ci si scandalizzi e non ci si stupisca: i Fuzztones sono un gruppo che ricicla il passato, anche il proprio (Braindrops riecheggia un po’ ovunque in questi nuovi dodici pezzi) da anni. Jerry Lee Lewis lo fa dal doppio di anni e nessuno gli ha mai chiesto di cambiare, dunque perché accanirsi sulla band di Rudi? Preaching to the Perverted, al di là dei flashbacks e delle citazioni di cui vi dicevo, abiura per un attimo la fede nella cover version e si compone di materiale autoctono, seppure imbevuto nella benzina con cui il vecchio Rudi fa i gargarismi da sei decenni.

Il suono non è più quello esplosivo degli esordi, come è pure ovvio che sia, ma rimane permeato da quella patina sinistra che lo ha reso sempre criptico e affascinante (My Black Cloud, Invisible, Lust Pavillon e la mia preferita Flirt, Hurt & Desert) indugiando nell’immaginario da cartoon horror tanto caro alla band e ai suoi fedeli. Preaching to the Perverted non ci regala pezzi memorabili, è vero.

Però rimane fedele alla linea estetica dei Fuzztones, alla loro psichedelia ammantata di un velo purpureo e al loro garage rock che si rifiuta di crescere.

Rudi mi disse un giorno: “continuo a fare rock ‘n roll perché è l’unica cosa che so fare”. E io continuo a credergli. Voi fate come vi pare.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

 

The+Fuzztones

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