JEFF BUCKLEY – Grace (Columbia)

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Elevarsi.

Per poter vedere il dolore dall’alto.

E poi tuffarcisi dentro.

Per vedere se affoghi o riesci a galleggiare.

La musica, la voce di Buckley Jr. sono un pallone aerostatico che sfida la gravità.

Gonfio di aria calda e di dolore.

Sale in verticale, aggancia le nuvole, le oltrepassa.

Poi precipita.

In un vuoto d’aria che è in tutto e per tutto uguale a quello dello scoramento, a quella vertigine di desolazione che senti dentro la pancia quando è finito il tempo della semina e il tuo raccolto tarda ad arrivare.

Quando sei immerso nell’inverno perenne.

Grace, malgrado l’intensità religiosa di cui pare intriso, non è un disco consolatorio. La musica di Buckley ha la capacità di fare del dolore uno spettacolo di fuochi d’artificio, di quelli che schizzano veloci in cielo e…papapam!!! Brillano come fontane di fuoco mentre ripiombano a terra.

Un disco in grado di alternare pause acustiche raggelanti e dolorose, crescendo vertiginosi e i colpi di coda di una bestia immonda figlia del grunge in un susseguirsi di immagini talmente forti da bruciare lo strato di nitrato di cellulosa che la ricopre come una vecchia pellicola da cinema muto, toccando vette di assoluto rapimento nel volo rapace della title-track, nel morbido folk di Last Goodbye, nelle rapide emotive che si aprono lungo lo scorrere di Mojo Pin e Dream Brother e nella ripresa della vecchia Hallelujah di Cohen che, da questo momento, diventa per tutti un pezzo di Jeff Buckley.

Jeff è l’eunuco di fine secolo, sceso ed asceso al cielo per restituirci il premio della bellezza.

Con le scarpe colme di petali.

Poi di fango.

Infine, solo di acqua.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

Jeff-Buckley-Grace

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THE CHAMELEONS – Script of the Bridge (Statik)

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Agli Interpol sarebbe potuta andare liscia. Agli Editors pure.

Se, ovviamente, non ci fossero stati prima i Joy Division e loro, i Chameleons.

Ad ogni modo, gli è andata bene uguale. Anzi, benone. Raccogliendo a piene mani dal campo che lo sfortunato quartetto di Manchester aveva seminato senza poterne godere. Sarebbe andata meglio a quasi tutti i gruppi con cui i Chameleons condivisero pubblico e palcoscenico: Echo and The Bunnymen, For Against, U2, Sound, Teardrop Explodes, Cure, Psychedelic Furs, Kitchens of Distinction, Wedding Present, Simple Minds ma non a loro.

Script of the Bridge, il loro primo manifesto in grande formato, è il primo umile tentativo (“noi siamo i Chameleons e questo è il nostro primo LP. Forse ne faremo un altro, chi può dirlo? Non certo io” scrive il leader Mark Burgess sulle note di copertina) di affacciarsi in un mercato già saturo di produzioni “stereotipate” che prevedono slanci epici, morbidezze psichedeliche e ali di pipistrello.

Chitarre effettate (storico il tremolo che apre Here Today così come le gocciolanti note che bagnano Less Than Human) e “alzate” (molti dei pezzi usano un accordatura in Fa diesis anziché quella standard, NdLYS) e sintetizzatori usati come tappeti volanti sotto una ritmica marziale e ipnotica come vuole la tradizione del periodo dunque. Scelte estetiche e stilistiche che agganciano immediatamente i Chameleons a quella stagione della new-wave romantica dei primi anni Ottanta di cui diventano inevitabilmente prigionieri.

Un suono che racchiude tutto l’epos decadente e fatato della psichedelia dark (pezzi come View from a Hill e Don‘t Fall, che si apre chissà perché con una frase estrapolata da Two Siters of Boston, una vecchia pellicola del 1946, sono ispirati dai bad trip di Burgess, goloso di funghetti allucinogeni quanto io di kumquat, NdLYS) di quegli anni incrociandola con le tipiche pompose produzioni da barricata di Steve Lillywhite (Big Country, Simple Minds e U2 sono dietro l’angolo) designato a produrre il disco per poi declinare l’invito in favore di War degli fantastici quattro di Dublino. E questo malgrado la band dichiarerà a vita di essersi ispirata ai molto più vicini (geograficamente) e maleducati (musicalmente) Fall.

Ci si può tuffare negli anni Ottanta peggiori senza affogare, dopotutto.

Magari da questo ponte qui.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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THE TRYFLES – The Tryfles (Midnight)

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I Tryfles si formano a New York nel 1984, nella più eccezionale stagione del sixties-revival della metropoli americana. La scena è quella che gira attorno al Dive e alla Midnight Records di JD Martignon. C’è un fermento incredibile in città anche se i nomi che sono parte attiva della scena non sono che poche decine. Uno di questi è quello di John Fay, compagno di scuola di Elan Portnoy e Jordan Tarlow. Assieme a loro e al fratello di Elan, Orin Portnoy, Fay mette in piedi la sua prima band.

Il repertorio è farcito delle solite cover rubate alle compilation che proprio grazie al negozio di Martignon stanno facendo il giro della città: Pebbles, Nuggets, Highs in the Mid-Sixties. L’avventura tuttavia dura poco e la band si spappola.

I fratelli Portnoy metteranno su i Twisted, Chandler e Tarlow i Frosted Flaykes.

Tutti e quattro entreranno di lì a breve nella leggenda del garage punk americano con bands come Optic Nerve, Fuzztones, Outta Place, Raunch Hands.

Fay metterà invece su i Tryfles assieme a Peter Stuart Kohman, la bella Ellen Oneil (sostituita subito dopo il primo singolo da Celia Farber e finita quindi nelle Maneaters) e Lesya Karpilov.

I rapporti tra la band e JD tuttavia non sono idilliaci e rimpalli di responsabilità tra la band e il produttore posticipano l’uscita del loro 45 giri e del loro unico album fino alla sua paradossale pubblicazione a band ormai sciolta.

L’album si discosta dal classico suono garage punk che sta divorando la città spostandosi in direzione psichedelica e folk con intrecci di chitarre semiacustiche come quelle di In the End e pezzi dalla più marcata impronta beat ma orfana delle distorsioni strazianti che in quel periodo costituiscono l’archetipo della canzone garage, finendo per definire i canoni dell’“ala morbida” dell’area newyorkese che sarà poi sviluppata da Cheepskates, Absolute Grey e Headless Horsemen.

Il disco ha dei numeri preziosi come Bitter Heart, Your Lies o When I See That Guy ma soffre di un missaggio inadeguato che mostra un approccio ancora ingenuo alla materia trattata e fa di The Tryfles uno dei capolavori mancati della storia del neo-sixties americano.  

Finita quell’avventura troveremo Fay alle prese con un duro hard-rock nei Freaks, Stuart formerà gli Headless Horsemen prima di coronare il suo sogno di suonare tra le fila dei Chocolate Watch Band, Celia diventerà invece una delle più famose giornaliste americane nota soprattutto per la sua campagna medico/scientifico sull’AIDS, le sue cure e il suo business.

Della bella Leysa posso dirvi soltanto che ho aspettato invano per quasi trent’anni che si materializzasse nel mio letto.

Poi, mi sono addormentato.

 

                                                                                    Franco ”Lys” Dimauro

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MOTORPSYCHO – Barracuda (Stickman)

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Un piatto di avanzi. Forse la più golosa e succulenta portata di frattaglie che sia mai stata pubblicata. E molto prima che aggiungerli ai piatti più pregiati diventasse la norma nei ricchi e bulimici menù delle versioni deluxe dei dischi loro ed altrui.

Un disco che, dopo gli esperimenti broccati di Let Them Eat Cake riconcilia il gruppo norvegese col rock ‘n’ roll più scollacciato. Anzi, inaspettatamente, Barracuda è il disco più stradaiolo e sanguigno tra i tanti della discografia dei Motorpsycho, figlioletto immorale degli Stones e degli MC5.

Un incrocio tra le donne dell’Honky Tonk, Miss X e la sorella Anna.

Chi ha capito mi segua. Gli altri scendano pure qui, che di gente che vomita alla seconda curva non abbiamo che farne.  

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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