THE JESUS LIZARD – Shot (Capitol)

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La prima four-letters word che i Jesus Lizard vomitano sulla scrivania della Capitol è Shot.

E viene dopo le Pure, Head, Goat, Liar, Down riservate alla Touch & Go.

Nonostante i conati di vomito di David Yow siano adesso più controllati e trattenuti (Mailman o Too Bad About the Fire sarebbero state impensabili solo due anni prima) e malgrado Albini abbia abiurato dal banco regia, Shot rimane un album potente e sporco. Ma, per la prima volta nella storia dei Lizard, GRADEVOLE.

Il suono, pur abrasivo, è meno disordinato e scomposto (Trephination), più adatto al palato finto-alternativo del grosso pubblico che ha inghiottito Nevermind e che ha inconsapevolmente distrutto la scena indipendente americana degli anni Novanta, adesso imbellettata e vestita a festa dalle major di turno.

La furia dei vecchi dischi sembra ammansita, impomatata, laccata e l’istinto ferino rabbonito, rieducato al garbo. Non oso pensare a cosa sarebbero state Thumper, Blue Shot, Churl o Skull of a German ai tempi delle guerre puniche di Goat e Liar

Mi tocca immaginarle sgraziate, coperte di cisti e di pustole infette e costretto a vederle indossare il bikini cercando di apparire seducenti. Mi tocca sentire gli assoli di Now Then e Too Bad About the Fire e maledire il giorno che l’indie rock si illuse di poter dominare il mondo.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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ALLAH LAS – Allah Las (Innovative Leisure)

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La prima domanda è “perché proprio loro?”.

E non so ancora darmi una risposta precisa anche se qualche ipotesi la azzardo con la presunzione di non andare troppo lontano dalla realtà.

La digitalizzazione del mercato della musica (intesa come presenza massiccia sulle piattaforme digitali divorate dal grosso pubblico ma pure come presupposto necessario per raggiungere un numero di giornalisti e di canali promozionali molto più elevato e meno selettivo che in passato) ha certamente pesato positivamente sulla diffusione a larga scala della musica del quartetto californiano, ad esempio.

Ma va pure considerata la circostanza favorevole di un mercato musicale che, nel suo tessuto disomogeneo e multiforme e nella sua paradossale condizione di trono vacante (perché tra rientri in scena di vecchi dinosauri, cadute di stile delle glorie del decennio perduto, scioglimenti e abili quanto futili revival montati dalle case discografiche nessuno forse si è accorto che sono scomparsi i gruppi-guida in grado di catalizzare e di stimolare il mercato, fare tendenza, dettare leggi e pretendere di farle rispettare) trova un collante nella frequentazione con musiche domestiche, confidenziali, messe su alla buona, come quando ci si stringe dentro un bunker e si intonano canzoni che non fanno male nell’attesa che la là fuori la contraerea faccia un buon lavoro. 

Congiunzioni astrali favorevoli che di certo hanno assecondato le ambizioni degli Allah Las, almeno fino a quando gli integralisti islamici perdoneranno loro l’abuso infedele perpetrato ai danni del loro Dio nell’infelice scelta del nome.

Sia come sia, la cosa più stupefacente del loro debutto è il fatto che sia diventato un caso. Come se d’improvviso ascoltare garage songs ispirate ai minuscoli gruppi di raccolte come Hipsville 29 B.C., Shutdown 66 o New England Teen Scene sia diventata la cosa più trendy del mondo.

Un’operazione di recupero già tentata periodicamente da miriadi di band senza mai varcare i confini dell’anonimato o del piccolo stato di culto di settore (penso agli italiani Others e Head + The Hares, agli svedesi Maharajas e Giljoteens o in tempi recenti agli australiani Frowning Clouds) e che ora invece rischia di diventare un fenomeno di massa.

Cresciuti dentro il reparto dischi usati dello storico Amoeba Music Store al 6400 del Sunset Boulevard di Hollywood, gli Allah Las sono diventati dunque, a dispetto di un suono poverissimo e cagionevole, alfieri di un concetto musicale affatto moderno che affonda le sue radici nella musica di nicchia degli anni Sessanta in bilico tra folk-rock e beat da cantina andando a ficcare la loro bandiera tra le chiappe di Pitchfork (la tendenza) e New Musical Express (il tendenzioso) e conquistando il Guardian così come le webzine italiane che fino a ieri pensavano che il neo-sixties fosse un piano previdenziale integrativo per i baby boomers: Indie-Eye, Music Addiction, Ondarock, Sentire Ascoltare, IndieForBunnies, Storiadellamusica.

Una sovraesposizione che potrebbe sortire effetti insperati per la sommersa scena di derivazione beat che da sempre vive schiacciata dalla pesante balenottera indie e che potrebbe preludere ad una nuova caccia alle Pepite sdoganando di fatto la musica garage alla generazione nata nell’era post-Cobain. 

Staremo a vedere.

Intanto c’è questo disco qui, presentato alla stampa dal distributore italiano come colmo di richiami agli Standells e ai Remains.

Tanto per guastarvi la cena vi dirò che non ci sono ne’ gli uni ne’ gli altri.

Mystic Five, Euphoria’s ID, Elite e soprattutto Uncalled For, Roots (cui rubano It’s Been a Long Journey) e Nightcrawlers sono piuttosto le band che sembrano avere appeal maggiore sullo stile del quartetto di Los Angeles: piccoli reiterati arpeggi folk sostenuti de una ritmica essenziale, una filigrana che riconduce, oltre al melanconico beat/folk degli anni Sessanta, al guitar-pop di casa Creation e Sarah (Vis-A-Vis è quasi un miraggio di quell’epoca sconosciuta agli indie-rockers del nuovo secolo).

Una fragilità che è si adesione ad uno stile ma pure un segno dei tempi.

Congiunzioni astrali dicevamo.

E una gran botta di culo.

 

                                                                                                      Franco “Lys” Dimauro 

 

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