NIRVANA – Buddisti in flanella

Nel 1989 nessuno crede realmente nei Nirvana.

Sono l’ennesima band messa su da uno che ha visto tanti, troppi concerti e si crede una rockstar.

L’unico a credere in loro è un ragazzone di origini esquimesi chiamato Jason Everman. È uno che, come Kurt Cobain, presenzia ad ogni concerto dei Melvins e che ha in tasca qualche dollaro. Non tantissimi ma quanti ne bastano per pagare l’onorario richiesto da Jack Endino per la registrazione del disco di debutto dei Nirvana. Jason si offre di prestarli alla band che, per ripagarlo della fiducia, lo aggiunge come secondo chitarrista “fantasma” con tanto di scatto di primo piano in copertina e menzione tra i musicisti dell’album proprio sotto Kurdt Cobain, Chris Novoselic e Chad Channing. In realtà Jason non toccherà una sola corda durante la registrazione di Bleach, nonostante seguirà la band nel tour che ne promuove l’uscita, qualche mese più tardi.

Bleach è il disco che rivela al mondo la musica del gruppo-chiave del rock anni Novanta, seppure non basti a sollevarli dalla mischia dei gruppi grunge dell’ area del Nordovest americano. Perché, nonostante sveli le smanie pop del leader, Bleach è un disco contorto e capriccioso, fatto di riff monolitici presi di peso dai dischi dei Black Sabbath e degli amatissimi Melvins che raramente sgranano lasciando filtrare l’amore di Kurt verso band altrettanto introverse come Wipers e Meat Puppets. Unica vera azzardata concessione alla melodia è About a Girl scritta pensando ai grandi gruppi vocali degli anni Sessanta, Beatles e Shockin’ Blue in testa, e rischiosamente infilata da Jack Endino dentro questa colata di magma sfidando le  titubanze dello stesso Cobain. È lo schiudersi dell’anima tenera del giovane Kurt attraverso una scorza che altrove è invece durissima ed impenetrabile, fatta di distorsioni chitarristiche irte come aculei e pesanti linee di basso che Cobain si limita il più delle volte a doppiare con la sua voce da adolescente annoiato, insoddisfatto ed irrequieto. Perché in fondo, Bleach è un altro tentativo di suicidio, l’ennesimo andato a male, come molti nella vita del musicista di Aberdeen prima di quello fatale di cinque anni dopo.

Facile, visto l’epilogo, speculare sul dolore di Kurt Cobain, come quei genitori che si interrogano sul dolore dei propri figli solo quando questo si è riversato su loro, col profilo tagliente del rimorso, rammaricarsi di non aver compreso i codici quando invece erano chiari come un libro di scuola dell’obbligo, uno di quelli che Kurt sfogliava nelle sue noiose giornate da bidello. Bleach canta del disgusto per sé e per gli altri e dell’impossibilità di liberarsene vomitando, i Nirvana diventano i Black Flag dell’era grunge.

Seattle affonda nella cenere.

 

50% istinto, 50% calcolo.

Kurt Cobain ci mette il primo. Butch Vig il secondo.

È così che nasce Nevermind, il transatlantico che porta l’indie rock nell’oceano dei piranhas. Un cargo da cui traboccano canzoni, così tante che alcune cadono in acqua: Dive, Immodium, Here She Comes Now, Sappy, Old Age. Even In His Youth, Moist Vagina, Aero Zeppelin, Gallons of Rubbing Alcohol Flow Through the Strip, Marigold, Verse Chorus Verse, Endless, Nameless verranno recuperate da qualche scialuppa di salvataggio perché non meritano di annegare.

Tutto il resto rimane sul ponte, a fare questa traversata che porterà il rock di Seattle nei porti affollati di tutto il mondo.

“Il resto” sono dodici canzoni. Le dodici canzoni più belle del mondo.

Se hai vent’anni possono diventare le canzoni della tua vita.

E infatti lo diventano per tanti.

E così mentre qualche rivista bacchettona impegna le migliori firme per scrivere colonne e recensioni boxate per quel monumento ai caduti che è Use Your Illusion dei Guns n’ Roses dedicando solo un paio di cartelle al “secondo disco dei Nirvana”, Kurt, Chris e Dave demoliscono il rock indipendente e ne fanno un affare colossale, sdoganando il rock underground alle masse.

È da lì che Kurt viene. Ed è lì che il suo cuore rimane, per sempre:

Meat Puppets, Vaselines, Pixies, Scratch Acid, Butthole Surfers, Young Marble Giants, Shonen Knife, Sonic Youth, Melvins, Beat Happening, Wipers, Saccharine Trust, Marine Girls, Half Japanese, Raincoats. Prende in prestito un po’ da tutti, e ci aggiunge il suo dolore personale. Sono le uniche cose che Kurt vuole condividere, due cose troppo grandi da tenere per sé: dolore e arte pop.

Di queste cose è fatta la sua musica, già dai tempi di Bleach, orfano però di quel 50% di calcolo di cui dicevamo in apertura. La produzione di Butch Vig serve a ripulire le scorie metalliche del primo disco: immaginate quell’album come un tondino di ferro incandescente. E adesso pensate alla mano di Butch che infila per qualche secondo quel tondino infuocato dentro una vasca di acqua fredda e lo ritira fuori sprigionando vapore e sbuffi liquidi di acqua bollente.

Ecco, quella è ORA la musica dei Nirvana. La musica di Nevermind.

Un album che, non a caso, si intitola come il disco dei Sex Pistols, anche se pare nessuno ci abbia mai fatto caso. Come quello, non solo un disco “generazionale”, ma un disco “epocale”, nato come istantanea di un momento di creatività collettiva e finito col rappresentare la foto definitiva di un percorso personale e universale di ascesa, affermazione e sconfitta. Musicalmente non ci si discosta dal modello reso celebre poco prima dai Pixies: melodia deturpata da improvvisi squarci di rabbia. Un angst che Cobain rappresenta con estrema catarsi e che quindi può diventare anzi, diventa subito immagine iconografica e simbolica di una insoddisfazione che è biologicamente giovanile e concettualmente condivisibile.

Come Jim Morrison, nella sua disperata fame di vita Kurt Cobain è già morto prima di morire. La sua musica si trasforma rapidamente da veicolo di fuga in camera iperbarica. Il palco diventa una prigione. La camicia di flanella un deltaplano in picchiata.

Ma Nevermind non va giudicato col senno di poi.

Non va ascoltato sfogliando la cronaca nera taggata Cobain.

Nevermind non merita necrologi, perché è vivo.

Disperato, estremo ma vivo.

Se ve lo vendono come l’urlo disperato di uno che sta per ammazzarsi, diffidate.

Kurt non ve lo venderebbe mai, un disco così.

Kurt era così fiero della sua musica che non le avrebbe mai affidato un compito così greve. Nevermind è il ruggito di tre ragazzi che stanno dipingendo il mondo prima di portarselo via con loro.

Venticinque anni dopo i Doors.

Quindici anni dopo i Sex Pistols.

Qualcuno sta provando a farlo dopo di loro.

Spero. 

 

 

Il potenziometro dei bassi a livello 2.

Quello degli alti sulla tacca del 5.

Sono i suggerimenti di Steve Albini per la resa perfetta di In Utero.

E io lo ascolto così da quasi due decenni.

In Utero.

I Nirvana.

I vent’anni che non torneranno più, come Kurt Cobain.

Il grunge, la flanella, Courtney Love che suona senza mutande, la generazione X, lo zeppelin del rock alternativo che si schianta sullo Space Needle di Seattle e si infiamma, bruciando tutti.

Il bambino che galleggiava nell’acqua di Nevermind è adesso tornato nell’utero, alla ricerca di una innocenza che ha già perduto.

Kurt è quel bambino.

Assediato dal suo pubblico che ama guardargli le tonsille mentre lui urla e si contorce dentro la sua culla.

Schiacciato da un amore pesante come i monoliti trasportati da Obelix.

Il successo, il matrimonio, Frances Bean, i giudici, il tribunale. 

E tutta quella cazzo di gente attorno che chiede le tue canzoni.

Tutto così forte e tutto così in fretta.

E poi quell’altro fardello di Nevermind da scrollarsi di dosso, le pressioni della Geffen che vuole altre canzoni da vendere e ha già organizzato conferenze stampa, sessions fotografiche, apparizioni televisive, interviste, copertine.

Tutta quella maledetta roba che nel suo diario sta rubando il posto alle sue poesie.

In Utero arriva nei negozi l’unotrenovenovetre, cercando di non scontentare nessuno. Kurt ha affidato a Steve Albini il compito di registrare quella solita sfilza di canzoni avvolte dal rumore che la band mette in scena dentro i Pachyderm Studio appena sgombrati da P.J. Harvey e dalla sua band per le registrazioni di Rid of Me.

È il suono di quel disco, oltre a quello di Surfer Rosa dei Pixies, come sempre, a tormentarlo. Ed è per questo che ha deciso di chiamare Albini.

Vuole allontanarsi dal cliché di Nevermind ma non ci riuscirà fino in fondo, nonostante gli sforzi di Albini.

La Geffen giudica il disco inascoltabile. Che nel loro gergo vuol dire invendibile.

E obbliga la band a smussare qualche spigolo con l’aiuto di Scott Litt.

Vogliono un disco che venda. Possono tollerare che Kurt parli del suo dolore, purchè gli metta addosso un abito da vetrina.

Kurt è un fantoccio. Che sa scrivere canzoni bellissime.

Gli chiedono una nuova Smells Like Teen Spirit. E lui scrive Rape Me.

Vogliono una nuova On a Plain e lui la porge loro addomesticata a dovere intitolandola Dumb.

Riscrive Come As You Are intitolandola All Apologies e rispolvera il vecchio tiro grunge di Bleach su Radio Friendly Unit Shifter.

Per il suo dolore vero si riserva pochissimo spazio: quello di Milk It, dell’urlo di Munch seppellito sotto le polveri piriche di Tourette‘s e del panzer metallico di Scentless Apprentice dove la mano di Steve e dei suoi trenta microfoni con cui circonda la batteria di Dave Grohl si sente pesante e decisa.

Ma quando In Utero esce dal ventre che lo ospita, Kurt ha già smesso di ridere da un pezzo.

Ricordate? “Io odio me stesso e voglio morire”.

Sa scrivere canzoni buone per milioni di persone ma non riesce a trarne nessuna gioia, a trovare il suo nirvana. Non si sente più in pace con sé stesso né onesto nei confronti del suo pubblico. Sa che non riuscirà a crescere una figlia se non avrà prima imparato a crescere egli stesso.

Mentre scrive le sue ultime poesie un falegname sta piallando una croce di legno da conficcare in cima al Monte Rainier.

Cobain sale verso il patibolo.

Sotto di lui le radio dello stato di Washington suonano all’unisono Pennyroyal Tea, il suo ultimo singolo. 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

 Nirvana

 

 

 

Annunci

One thought on “NIRVANA – Buddisti in flanella

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...