MAGAZINE – Real Life (Virgin)

Il punk per Howard Devoto era durato appena dieci minuti: quelli di Spiral Scratch, l’EP di debutto dei Buzzcocks. Poi era montata su la voglia di sperimentare con le tastiere, come nei dischi di Roxy Music e Brian Eno che Howard non ha mai smesso di amare, e di realizzare un disco che fosse “panoramico”.

Un album che alzasse la testa dai sacchi di sabbia delle barricate punk per guardare un po’ alle sue spalle e un po’ alle vie di fuga che gli si prospettano davanti.

Colpiti da entrambi i lati, come giustamente proclamano i suoi Magazine in quello che è il loro primo anthem. Devoto  si aggiudica il miglior pezzo punk del 1978, scrivendo qualcos’altro. Come quando io superai gli esami di elettrotecnica parlando di Baudelaire. Perché se è vero che Shot By Both Sides, più per merito dell’ex-compagno di avventura Pete Shelley che co-firma il brano che per virtù dello stesso Devoto, rappresenta in qualche modo l’ultimo tizzone punk acceso nel braciere dei Magazine, è altrettanto vero che in Real Life, l’album che segna l’ingresso trionfale della band nella storia della musica contemporanea, si agita una tensione drammatica ed intellettuale ben diversa dall’angst generazionale, dalla pulsione sessuale e dall’opposizione alle regole che aveva elaborato la semantica elementare del punk. Real Life è una messinscena allegorica (ben rappresentata dall’efficace grafica della copertina) sull’ambivalenza dell’uomo e dei suoi rapporti sociali, dall’infanzia fino all’età adulta, sulle contraddizioni che regolano i legami con i propri demoni interiori. Un conflitto che si riannoda, concettualmente e musicalmente, alla paranoia di certi lavori di King Crimson, Van Der Graaf Generator, Neu!, Bowie, Eno. La ricerca dell’elemento destabilizzante, dello squilibrio atomico dentro la macchina perfetta. I legami col punk vengono dunque quasi del tutto recisi, in favore di una musica polivalente e mutante, disposta al compromesso col vecchio (ecco rispuntare gli assoli, praticamente banditi durante i due anni di fuoco della stagione punk, ecco riaprire le porte a strumenti considerati per nulla affini alla dialettica e alla concettualizzazione estetica dell’immaginario settantasettino come sassofoni e pianoforti) e inclinato in un asse prospettico “progressivo” e prismatico che consenta di dirigere il suono su piani diversificati e scostanti, mettendo fianco a fianco una fantastica tela futurista come The Light Pours Out of Me accanto a una crozza come la conclusiva Parade scritta da Barry Adamson. Real Life dunque si fa carico di darci una prospettiva (condivisa in quel periodo da altre band come Ultravox, Japan e Stranglers) del dopo-punk. Non la migliore, non la più necessaria, non la più ovvia.

La statura di capolavoro che gli si volle affibbiare allora e che continua a distinguerlo ancora oggi mi lascia profondamente perplesso. Il fatto che Devoto sia riconosciuto come un innovatore, pure. La zampata di genio alla fine, non è mai arrivata. E si che le schiene sono sempre state pronte a riceverla, compresa la mia.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro 

 MagazineRealLife

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