THE CUBICAL – Arise Conglomerate (Halfpenny)

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Continua a crescere la gramigna nel campo dei Cubical.

Arise Conglomerate è il terzo raccolto stagionale. Registrato ai Lightning Recorders Studio di Berlino ma paradossalmente molto più vicino al suono della giovane Inghilterra di qualche anno fa (il tiro soul punk alla Stairs di On the Weekend, le arie molto La‘s che avvolgono il jangle pop di 1,2,3 Girl mentre dentro Moron Culture svolazzano addirittura gli Smiths di Rubber Ring, NdLYS) di quanto non lo siano state le due mietiture precedenti.

Come una nostalgia di casa. Come un mal du pays.

E potrebbe sorprendere che in fin dei conti siano proprio queste le cose migliori di un disco che per altri versi non tradisce l’ormai platealmente dichiarato amore per il ghigno blues di Captain Beefheart e Tom Waits come al solito ben emulato dalla voce scartavetrata di Dan Wilson. Amore che però si dimostra stavolta meno ruvido e cattivo rispetto al suo passato.  

Come se la band avesse deciso di mettere ordine nella propria discarica tentando una disperata raccolta differenziata per i propri rifiuti. The Dividing Line, Blue Blue Sky, Down the World We Go o Prisoner of Our Love ad esempio ne escono fuori troppo pulite, buone per la raccolta del secco del martedì. Puoi lasciarle nel tuo giardinetto e stare sicuro che non puzzeranno. Meglio quando ad essere disseppelliti dal mucchio sono gli avanzi di umido come nel pattume da bettola di It Ain‘t Human, nel coro da bucanieri di Old Idiot, nella marcia da legione straniera in ritirata di Lay Your Love Down.

Quanto lontano pensate di andare prima che la ciurma alcolizzata dei Cubical riesca a raggiungervi.               

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

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THE BLUE VAN – The Art of Rolling (TVT)

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Mentre la febbre per il rock scandinavo comincia a scemare ecco arrivare dalla Danimarca il furgone vintage dei Blue Van. Retromarcia innestata verso gli anni ’60 di Small Faces, Trinity, Kinks, Moody Blues, Steampacket, Who, Traffic 

The Art of Rolling è autentico retro-rock farcito di Hammond, pattern ritmici degni del più dinamitardo Keith Moon (ascoltare l’uso dei piatti, please), riffs epidermici e anche una ballata strappamutande come Baby, I‘ve Got Time.

Certe volte tutto sembra banalotto (Product of DK, Mob Rule).

A volte, come su What the Young People Want o New Slough sembra come se il fantasma dei Prisoners attraversasse la stanza.

Ed è una bella visione. Anche se non è una prima visione.

Perché, voi quando passa il culo di Carmen Russo in tivù cambiate canale?

Il classico disco che segherà in due le palle della critica.

Troppo vecchio.

Bello tosto.

Già sentito.

Un bel tuffo nel passato.

Niente di nuovo.

Da ascoltare a tutto volume.

Voi fate come avete sempre fatto: fregatevene.

The Art of Rolling merita quaranta minuti della vostra attenzione. E i Blue Van i loro cinque minuti di gloria.     

Non vi cambierà la vita, mettetevi il cuore in pace. Tenetevi quella di merda che già avete e fingete di non sentirne il puzzo.

In casi estremi, rollate.

   

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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IL VELENO DEL POPOLO! – Il Primo (Edwood)

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Il veleno c’ è tutto. Quello degli anni Ottanta, dei Novanta e degli anni Zero.

Quello che ci è covato dentro mentre ascoltavamo gli Hüsker Dü, i Replacements, i Black Flag, i Nirvana, gli Scratch Acid, i Fugazi, gli Shellac e che pure credevamo di poter domare. Perché alla fine c’era mamma di là a prepararci le frittelle e gli arancini di riso e carne tritata. E potevamo rubare le Nazionali a papà mentre guardava Maradona, Falcao o Platini saltare sul prato verde come gli eroi del Subbuteo.

Perché fuori alla fine regnava l’ordine globale e globalizzato ma nessuno ci cagava il cazzo quando eravamo chiusi nella nostra stanza a far implodere quell’odio che ci serpeggiava dentro tra uno Zen Arcade, un Bleach, un at Action Park, uno Stink, un Repeater. Le finestre sul mondo erano quelle della nostra stanza che vomitava rumore e il nostro social network si limitava alla scala condominiale.

Ora eccolo nuovamente qui in fila, quel dolore, senza neppure un nome preciso.

L’Uno.

Il Quattro.

Il Cinque.

Il Nove.

Il Dieci.

L’ Undici.

Il Dodici.

Il Tredici.

Ora che ci pisciano in testa dicendoci che piove.

Ora che nessuno crede più ad un cazzo di niente, neppure al suo macellaio di fiducia.

Ora che le piccole storie degli impiegati non hanno neppure l’onore di essere raccontate da un De André qualsiasi.

Ora che tornano tutti ma non gli Stormy Six e Ivan Della Mea, nonostante dovrebbero.

Ora che in rete ti istruiscono su come manipolare il tritolo o le bombe-carta ma non ti insegnano il coraggio di usarlo.

Ora, ecco Il Primo: una batteria e una chitarra + una voce. Quattro polsi + una gola.

Venti dita + una lingua. Otto canzoni + una recensione: la mia. 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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JOY DIVISION – Halften Macht Frei

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Vorrei essere uno schermo serico di Warhol

Appeso al muro

O il piccolo Joe o magari Lou

Mi piacerebbe essere tutti loro

Tutti i cuori infranti di New York

E i segreti mi apparterebbero

Ti metterei nella pellicola di un film

E sarebbe bellissimo

Così scrive Ian alla sua fidanzata Deborah su un bigliettino, nel San Valentino del 1973.

È l’anno del suo ritorno a Manchester, dopo un’infanzia e una adolescenza passata a Macclesfield.

 

Non è ancora maggiorenne.

E sorride ancora.

Ascolta musica reggae.

Prima che si scagli su lui e l’Inghilterra intera il tornado Sex Pistols.

Sarà quell’uragano l’inizio di tutto: la nascita dei Warzaw, nome glaciale rubato ad un’altrettanto gelida canzone di Bowie.

Poi, l’arrivo di Steve Morris.

Poi, l’uscita di Short Circuit, su etichetta Virgin.

Quindi, i Joy Division.

E una biglia che comincia a rotolare.

 

 

Gioia e piaceri sconosciuti. Come un qualsiasi disco di funky music.

E invece, è un ossario.

Unknown Pleasures non rende quel che promette.

Un’impostura.  

Una beffa.

Una barzelletta che non accende nessun sorriso.

Non schiude nessun piacere carnale, nessuna gioia, nessun giocondo abbandono.

Unknown Pleasures è un disco in cui la nudità è ripugnante come in certe foto delle larve umane sfuggite al macello di Auschwitz. Avvilente come quella delle donne costrette a prostituirsi per i soldati del Terzo Reich nei campi di sterminio nazisti, chiuse dentro baracche di legno marcio uguali a tutte le altre, dentro il recinto di mattoni e filo spinato di quella stazione.

Anche loro regalano una gioia che non fa ridere per niente. Una gioia inutile.

Nell’Aprile del 1979 sia Ian che la giovane moglie Debbie sono chiusi in sala parto.

Una per dare alla luce Nathalie. L’altro per partorire in meno di una settimana Unknown Pleasures, un disco che sebbene venga spesso citato come un ritratto più o meno austero, più o meno attendibile del malessere urbano della giovane Inghilterra del dopo-punk, non è esattamente una foto ma un autoscatto.

Un autoscatto, questo si rigoroso e spietatamente credibile, del terribile dolore di Curtis, la foto di un uomo in fuga da se stesso, l’immagine di un ventenne già vecchio. Ian trascorre la primavera cercando di prendersi cura della bambina e dimenticando di prendersi cura di sé. Si chiude spesso in casa da solo, ascoltando i suoi dischi di musica reggae e, per racimolare qualche soldo, si mette a disposizione di Tony Wilson pulendo i locali della Factory e incollando, una per una, duemila strisce di carta vetrata sulle copertine di quello che sarà il disco di debutto dei Durutti Column.

Infine, a Giugno, la Factory dà alle stampe Unknown Pleasures imbustato personalmente dalla band dentro una confezione severa che mostra il diagramma degli impulsi elettrici emanati da una stella collassante. Perfetto.

Diviso in due sides complementari (Inside e Outside), il debutto della band di Manchester diventa immediatamente un classico del post-punk monocromatico, grazie ad una solennità catacombale dentro cui pare soffocare qualunque alito di vita. La musica dei Joy Division, grazie al lavoro di Martin Hannett in sala, appare come riecheggiare gelida dentro una cava di marmo.

Hannett elimina le residue scorie punk del gruppo.

Li mette in studio e li addestra severamente all’essenziale.

Come un plotone, un reparto della Wehrmacht.

Martin, o Zero come lo chiamano i ragazzi del gruppo, è ossessionato dal suono della batteria. Costringe Stephen a smontare la batteria e a riposizionarla nei bagni degli Strawberry Studios per ottenere un suono di porcellana, quello che consegnerà alla storia il suono dei Joy Division: la disco-music della morte.

Ian ne rimane completamente affascinato, gli altri un po’ meno.

È un processo di adeguamento e adattamento che la band non aveva previsto e che costa fatica. Però cresce la consapevolezza di aver creato una forma espressiva peculiare, distintiva, accresciuta a dismisura dalle crisi epilettiche che sgomentano il pubblico durante i concerti e che i più superficiali bocciano come un’insana, eccessiva, buffa e malata forma di rappresentazione del dolore.

Ian invece stava male davvero.

Si stringeva al microfono per scongiurare un attacco in pubblico, chiudeva gli occhi ai flash delle macchine fotografiche per alleviare la sua fotofobia che li trasformava in lampi di proiettili, sentiva montare l’aura, poi si accartocciava su se stesso e si preparava ad accogliere il grande male, finendo rantolante sul palco come un piccolo maiale rosa ferito a morte.

L’incapacità di gestire il dolore diventa l’incapacità di poter godere delle piccole e delle grandi cose della vita.

L’incapacità di poter godere dei suoi piaceri.

L’incapacità di saperli riconoscere.  

La condanna a doverli dichiarare piaceri sconosciuti.

 

I dieci anni sono la soglia oltre cui cominci a conoscere la morte.

Prima di allora, se non è inevitabile, te la tengono nascosta, te ne edulcorano la percezione.

Non ci sono morti, nei tuoi primi anni di vita ma soltanto gente che è andata lontano.

Solo dopo scoprirai quanto lontano.

Io a dieci anni ebbi il mio incontro con la morte che passò portandosi via mia zia.

Era il 1980. E i Joy Division uscivano col loro secondo album.

Un disco su cui, più che il primo, aleggia l’alito della morte.

Ci sono tante interpretazioni del dolore.

I Joy Division diedero la loro. Che era quella di una claustrofobia lancinante.

Non c’erano coltelli nella musica dei Joy Division, ma uncini.

Non era una musica nata per ferire, ma per scavare nel proprio dolore.

Quando si chiudono con Martin Hannett nei Britannia Row Studios  non lavorano su delle canzoni ma su un’idea di suono. Un suono che Martin ha dapprima reso classico e che ora intende far diventare statuario, marmoreo.

Closer è un disco che ti impedisce di essere felice.

È un tempio dove il sorriso è bandito.

Ma sono bandite pure le lacrime. Qui nessuno ti verrà in soccorso.

C’è una solitudine immensa dentro questi solchi, dentro queste sagome di marmo. Non v’è traccia di pietà, ne’ di struggimento. C’è la desolazione che mette a disagio, un deserto interiore estetizzato nei suoni di tastiera che incombono lungo i sei minuti conclusivi di Decades con questo ticchettìo che schiocca sui vetri.

Una pioggia che non bagna, che si rifiuta di essere acqua, di poter in qualche modo placare una qualche sofferenza ma che pare adagiarsi su tutto, senza scalfire, senza sporcare. Una presenza ingombrante, barocca, eccessiva che torna a cucirsi addosso alle ruote meccaniche di Isolation cercando di bloccarne gli ingranaggi.

Closer è un disco nauseante, da qualsiasi prospettiva lo si guardi.

Ha un fascino sgraziato e soffre delle stesse malattie di Curtis, dei suoi scatti epilettici (Colony), del suo amore disadorno (The Eternal), della sua claustrofobica fascinazione per la mutilazione (24 Hours).

La voce di Ian Curtis incalza senza trasporto. Inflessibile. Atona.

Scivola immobile come un iceberg tra questi prismi diafani.

Ian morirà prima di poterlo toccare, prima di poter inumidire di lacrime la sua confezione. Che rimarrà uguale nonostante la tragedia: una scultura funeraria di Bernard Pierre Wolff installata nella tomba della Famiglia Appiani nel Cimitero Monumentale di Staglieno, in Liguria.

Un mese prima un’altra opera di Wolff aveva dato un volto all’ultimo canto disperato di Ian Curtis, sulla copertina di Love Will Tear Us Apart.

Una scelta che qualcuno riterrà inopportuna e oltraggiosa, una commemorazione funeraria che suona spudorata e di cattivo gusto e che getterà un’ombra scura sui primi anni dei New Order, sospettati di sfruttare il fenomeno Curtis per inaugurare la loro carriera. Oppure una scelta di coerenza, di stile, di etica, di celebrazione mortuaria della bellezza.  

Del resto la morte cantata dai Joy Division non è mai truculenta, mai torva. Come nelle statue di Wolff ha un suo romanticismo, una devozione muta ed elegante.

Un suo statuario, solenne, raggelante sepolcro.

 

Un’austera copertina in classico stile Factory stampata su duecentoottantatre pollici di stoffa grigia introduce alla prima celebrazione discografica dei Joy Division, entrati nel mito prima ancora che Ian arrivasse alle porte del Paradiso, dopo aver visitato l’Inferno per ventitre anni.

Un doppio album intitolato Still (“ancora”, ma pure “immobile”) che raschia il fondo del barile delle registrazioni della band di Manchester con quattro pezzi (Excercise One, The Only Mistake, Walked in Line, The Kill) cestinati dalla scaletta di Unknown Pleasures, due brani (Ice Age, Dead Souls) scartati da Licht und Blindheit, il singolo pubblicato poi per la francese Sordide Sentimental, due scarti ciascuno (Something Must Break e Passover) dalle sessions per gli storici singoli Love Will Tear Us Apart e Transmission, la Glass pubblicata su A Factory Sample e una rendition di Sister Ray registrata dal vivo a Londra nell’Aprile del 1980.

Le altre due facciate di questo doppio sono invece la documentazione sonora dell’ultimissimo spettacolo dei Joy Division, due settimane prima che Ian spiccasse il volo dimenticando di staccare il collo dal soffitto.

Al di là dell’altalenante scaletta con picchi di statuaria bellezza in Ice Age e Something Must Break (due pezzi che racchiudono tutta la new-wave italiana che esploderà nella Firenze dei primi anni Ottanta, NdLYS) è proprio la documentazione dell’ultimo tormentato concerto a rendere Still una raccolta inevitabile.

Viene da chiedersi quali immagini, quali figure attraversassero la mente di Ian quella sera. Quali nebbie lo separassero dal resto del palco, quali distanze lo dividessero da quella folla in tripudio mentre le luci accecavano i suoi occhi senza neppure riuscire ad illuminarli.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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THE CHESTERFIELD KINGS – Fossils (Living Eye)

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Un bootleg che avrebbe meritato una pubblicazione ufficiale, non fosse per il suono un po’ troppo piatto e per niente dinamico.

Sono i Chesterfield Kings migliori. Quelli che affrontano impavidamente la missione per cui sono nati: infilare le mani nel beat-punk degli anni Sessanta e soffiare la polvere da quelle pepite per restituircele intatte nel loro splendore primordiale.

Diciannove pezzi in parte registrati in studio (alcuni addirittura nel 1979) e in parte dal vivo (New York e Washington, anno 1982), tutte cover, come era nella primissima tradizione della band di Rochester. Primates, Seeds, Flamin’ Groovies, Alarm Clocks, Sonics, Syndicate of Sound, Chessmen, Grodes passati attraverso il setaccio del più fenomenale juke-box garage punk degli anni Ottanta.  

Un carburatore intasato di benzina sixties che spruzza petrolio come fosse una trivella nel deserto sahariano.

I Re. E i loro fossili.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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THE DATSUNS – Death Rattle Boogie (Hellsquad)

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Stavolta l’attesa è stata più lunga del previsto.  

Quattro anni separano infatti questo Death Rattle Boogie dal precedente Head Stunts. Il momento però potrebbe essere quello buono, con i Rival Sons che incalzano a destra e i Virginmarys che lo fanno a sinistra.

Gods Are Bored e Gold Halo in apertura sembrano essere state pensate proprio per sbaragliare quella concorrenza. Spietati assalti hard rock stuprati dal wah wah.

Bella la prima, prodotta da Nicke Royale degli Entombed/Hellacopters, accecante la seconda registrata invece in Nuova Zelanda e destinata a raccogliere l’ eredità della sulfurea miscela hard-rock dei Wolfmother di Woman.

Poi la tensione, anche quella erettile, viene meno.  

E si corre a comprare le pastiglie blu.

La band le dissemina qui e là lungo tutto il disco, facendo leva soprattutto sulla chitarra di Philip Somervell che di rock ‘n’ roll ne ha sentito molto. Led Zeppelin, Mountain, Soundtrack of Our Lives, Rainbow, Coloured Balls, T. Rex, Queens of the Stone Age, Cult, ACϟDC, You Am I, Danzig, Slade. E sa dove e come colpire.

I suoi inserti riescono sempre a salvare la frittata anche quando (Goodbye Ghosts, Helping Hands, Wander the Night) il rischio, reale, è di scadere nel più banale rock da manichini di Muse e Killers. Poi verso la fine arriva un classico riff alla Jack White come quello che governa Brain Tonic e la mascella che si era allenata a qualche sbadiglio, può tornare a sorridere, prima di schiacciare il detonatore che fa saltare la chitarra di Philip dentro la pioggia di fuoco di Death of Me.

Sarebbe bastato metà del lavoro per fare di Death Rattle Boogie uno splendido orinatoio di rock ‘n’ roll. Ai Datsuns è piaciuto strafare. E hanno pisciato fuori dal vasino. E io non mi sento di dar loro un coppino per così poco.

Anche perché in quattro, mi farebbero un culo grosso così. E io non voglio negare questi piaceri ai nostri politici.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BREATHLESS – Green to Blue (Tenor Vossa)

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Sprofondare nell’autunno.

Due volte.

I Breathless tornano a soffiarci addosso con un doppio album, fino a ficcarci il freddo dentro le ossa.

Ci sono due modi per ascoltare la musica dei Breathless.

Uno è a basso volume, abbandonandosi all’accidia di una musica che sembra l’imperturbabile silenzio urlante di una morte nel sonno.

L’altro è quello che io chiamo “ad immersione”. A volume altissimo.

Lasciandosi colare addosso questo blob di psichedelia vestita di viola.

Facendosi tramortire da un muro di suono che stordisce i sensi dopo averli sedati e resi docili ed arrendevoli. Una parete di vasellina che ci sommerge, inarrestabile nella sua corsa a passo di lumaca.   

Chi potrebbe essere così dissennato e cinico da permettersi la leggerezza di cantare sotto questi immobili vapori purpurei se non Dominic Appleton con quel suo unico, interminabile guaito di un cane lasciato dietro la porta di casa.

Accanto a lui, come ai tempi delle biglie di vetro, Gary Mundy alla chitarra, la bella principessina dark Ari Neufeld al basso e Tristam Latimer Sayer alla batteria.

E, come a quei tempi, i Breathless riescono a dipingere piccoli capolavori di mestizia post-punk. Come Rain Down Low che indossa il suo spolverino migliore per prendere il posto della April Skies dei Jesus and Mary Chain nel guardaroba degli orfani dei Joy Division, la fantastica coda di pavone che si apre sul finale di Fade Away, i flutti molto Cure di Please Be Happy, la moviola intorpidita di Everything Is Us, le grinzosa lenzuola di J Mascis usate per coprire il letto disfatto di Walk Away.

Qualcosa di magico si muove dentro la musica dei Breathless. Qualcosa che si fa beffe del tempo, quello destinato ad allungare le rughe del nostro viso e ad accorciare l’ossigeno ai nostri polmoni.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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THE SMASHING PUMPKINS – Mellon Collie and the Infinite Sadness (Virgin)

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Nel 1995 l’ego e le ambizioni di Billy Corgan si fanno così smisurati che per contenerli non basta più un solo disco.

Neppure se doppio, come era stato per Siamese Dream

Mellon Collie and the Infinite Sadness esce in formato triplo.

Come Sandinista!. O, paragone più pertinente, YesSongs.

Mellon Collie and the Infinite Sadness  è il disco che cristallizza il movimento grunge ergendone il suo mausoleo più appariscente e sfarzoso.  Un maestoso, ridondante, sontuoso monumento funebre che si richiude sulla più importante rivoluzione musicale del dopo-punk. Mellon Collie and the Infinite Sadness apre le sue enormi fauci planetarie divorando tutto quello che dal grunge era stato masticato: hard-rock (Where Boys Fear to Tread), prog (Thru the Eyes of Ruby), punk, industrial (Tales From a Scorched Earth), imperturbabilità glam (Love), tenerezza new-wave (1979), shoegaze (Bodies), Velvet Underground, Gary Numan, Beatles, Black Sabbath, Stooges, Cure (prego ascoltare i violini di Coup De Locke, NdLYS) e risputandolo tra le stelle.

Per sempre.

C’è un romanticismo così teatrale ed assoluto, così crepuscolare e invasivo, così decadente e lezioso da risultare rivoltante, un viaggio eroico dall’alba all’imbrunire e dal crepuscolo alla luce stellare dove l’unico universo da esplorare è quello che è imprigionato dalla nostra stessa epidermide, un’ epopea interiore che ci spinge oltre la soglia del dolore (In the Arms of Sleep) e dell’estasi (Tonight, Tonight).

Corgan, prima di diventare l’uomo più odioso del pianeta, ci porge il suo barattolo di miele. Perché noi si resti appiccicati. Noi, piccole mosche ignare di svolazzare dentro un vasetto di morte. Lui, enorme ragno dal viso d’argento.

Ventre deserto, come il suo cuore.

L’ultima opera rock necessaria.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE DICTATORS – Go Girl Crazy! (Epic)

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I Supercafoni del punk americano.

Tamarri e grezzi, quando la Epic se li mette in casa grazie alla raccomandazione di Richard Meltzer e Sandy Pearlman non sa manco come venderli.

Sembra di essere tornati all’anno zero del rock ‘n’ roll.

Si fanno fotografare nudi o in accappatoio e cantano di donne, auto, sole. Sesso, velocità, teppismo, divertimento.

La sottocultura junkie che emerge dai bassifondi newyorkesi come sorci dagli accessi della metropolitana.

Un puttanaio rock ‘n roll dove assoli esuberanti e mascolini si infilano dentro shorts da spiaggia anni ’60. Come per i New York Dolls, siamo davanti al travestitismo più osceno del periodo. In anticipo rispetto a molte intuizioni dei Ramones (i coretti surf di Cars and Girls, il “C’mon boys! Let‘s go” esibito su Master Race Rock, le cover di I Got You Babe e California Sun), Go Girl Crazy! diverte come pochi dischi di quel lontano 1975.

Un’approssimazione vocale e strumentale che fa ridere tanti, in quell’anno in cui, ricordiamolo, le classifiche sono dominate da Wish You Were Here, Blood on the Tracks, A Night at the Opera, Born to Run, Tonight‘s the Night, Ommadawn, Physical Graffiti ma che invece si rivelerà presto come l’anticipazione del nuovo approccio disinibito e dozzinale delle nuove leve del rock ‘n roll mondiale.

Go Girl Crazy! è puro rock-spazzatura.

Dal riff epidurale di The Next Big Thing al surf di Teengenerate e (I Live For) Cars and Girls che anticipano Ramones e Barracudas attraverso il rantolo metallico di Weekend, il pub-rock muscoloso di Back to Africa e il profondo livido hard di Two Tub Man il rock ‘n roll torna alla scuola materna.  

Le maestre hanno le gambe bellissime.

Le mamme pure.

Il Sabato mattina in TV danno Sigmund and The Sea Monsters, Scooby Doo, Waldo Kitty, il Pianeta delle Scimmie, la Valle dei Dinosauri, Josie and The Pussycats.

I grattacieli tagliano il cielo di New York come enormi simboli fallici.

I dittatori sono lì per far sorridere.

Chi ha sedici anni non dovrebbe pensare ad altro.

Chi si rade le ascelle è out.

                                                                      

                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

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THE MORTICIANS – Freak Out with The Morticians (Tin Soldier)

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I nomi sul disco sono tutti inventati.

Lenin England, il batterista, è Simon Redfern.

Wednesday Childs, lo spilungone che si divide tra chitarra, Farfisa e voce, è suo fratello John (lo ritroveremo successivamente nei Cherokee Mist assieme al fratello e poi, finalmente col suo vero nome, nei Gorilla, NdLYS).

Ben Sofa_Coffin, al basso, all’anagrafe è invece Ben Jackson.

Il nome collettivo invece, una volta abbandonato quello di Giant Sunhorse con cui girano per i free festival inglesi con il loro repertorio rubato in larga parte a quello dei Cream, è un omaggio all’attrice Carolyn Jones, meglio conosciuta come Morticia. L’idea originale infatti è quella di esordire con un EP a lei dedicato, poi bocciato per problemi finanziari. La band del Sussex tuttavia non demorde e, dopo l’incontro con Dave Goodman registra in soli tre giorni (27, 28 e 29 Luglio) un intero album sempre dedicato alla dama della Famiglia Addams uscito in una prima prudente tiratura limitata di 500 copie e poi ristampato fino a diventare uno dei più importanti dischi-culto del garage punk europeo.

Nonostante la copertina-parodia e il coinvolgimento di un buontempone come Mike Spenser dei Cannibals possa far pensare ad un gruppo-barzelletta, l’album di debutto dei Morticians si rivela come uno dei migliori dischi inglesi di derivazione neo-sixties di tutti gli anni Ottanta.

Garage punk abrasivo nella “punk side” del disco dove accanto all’originale crepitìo elettrico di Now She‘s Gone esplodono sei vorticose cover di piccoli classici minori del beat-punk americano come Action Woman, Sweet Young Thing, Blackout of Grately, E.S.P., I Need You There e Don‘t Need Your Lovin’. Tutte sporchissime di fuzz e a volte, come nel caso della splendida rendition dei Gonn, sostenute da deraglianti e fantasmagoriche linee di organo.

La seconda facciata è dedicata al lato più psichedelico del terzetto.

Spiral Bat, Carolyn (copiata da Why Don‘t You Smile Now degli Allnight Workers) e Section 44 (la porzione mancante alla Section 43 di Country Joe and The Fish) sono delle visionarie divagazioni di LYSergico hard-blues nel più classico stile iperamplificato di Cream/Blue Cheer/Jimi Hendrix.

Stretta tra queste mura di watt una bella versione di Song of a Baker degli Small Faces, indurita a dovere.

Freak Out è uno strabiliante campionario di arte punk psichedelica.

L’anello mancante tra il garage trash dei Cannibals, le acide convulsioni di Bevis Frond e il rantolo malvagio dei primi Morlocks.

Turn on, Tune in, Freak out.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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