JOY DIVISION – Halften Macht Frei

Vorrei essere uno schermo serico di Warhol

Appeso al muro

O il piccolo Joe o magari Lou

Mi piacerebbe essere tutti loro

Tutti i cuori infranti di New York

E i segreti mi apparterebbero

Ti metterei nella pellicola di un film

E sarebbe bellissimo

Così scrive Ian alla sua fidanzata Deborah su un bigliettino, nel San Valentino del 1973.

È l’anno del suo ritorno a Manchester, dopo un’infanzia e una adolescenza passata a Macclesfield.

 

Non è ancora maggiorenne.

E sorride ancora.

Ascolta musica reggae.

Prima che si scagli su lui e l’Inghilterra intera il tornado Sex Pistols.

Sarà quell’uragano l’inizio di tutto: la nascita dei Warzaw, nome glaciale rubato ad un’altrettanto gelida canzone di Bowie.

Poi, l’arrivo di Steve Morris.

Poi, l’uscita di Short Circuit, su etichetta Virgin.

Quindi, i Joy Division.

E una biglia che comincia a rotolare.

 

 

Gioia e piaceri sconosciuti. Come un qualsiasi disco di funky music.

E invece, è un ossario.

Unknown Pleasures non rende quel che promette.

Un’impostura.  

Una beffa.

Una barzelletta che non accende nessun sorriso.

Non schiude nessun piacere carnale, nessuna gioia, nessun giocondo abbandono.

Unknown Pleasures è un disco in cui la nudità è ripugnante come in certe foto delle larve umane sfuggite al macello di Auschwitz. Avvilente come quella delle donne costrette a prostituirsi per i soldati del Terzo Reich nei campi di sterminio nazisti, chiuse dentro baracche di legno marcio uguali a tutte le altre, dentro il recinto di mattoni e filo spinato di quella stazione.

Anche loro regalano una gioia che non fa ridere per niente. Una gioia inutile.

Nell’Aprile del 1979 sia Ian che la giovane moglie Debbie sono chiusi in sala parto.

Una per dare alla luce Nathalie. L’altro per partorire in meno di una settimana Unknown Pleasures, un disco che sebbene venga spesso citato come un ritratto più o meno austero, più o meno attendibile del malessere urbano della giovane Inghilterra del dopo-punk, non è esattamente una foto ma un autoscatto.

Un autoscatto, questo si rigoroso e spietatamente credibile, del terribile dolore di Curtis, la foto di un uomo in fuga da se stesso, l’immagine di un ventenne già vecchio. Ian trascorre la primavera cercando di prendersi cura della bambina e dimenticando di prendersi cura di sé. Si chiude spesso in casa da solo, ascoltando i suoi dischi di musica reggae e, per racimolare qualche soldo, si mette a disposizione di Tony Wilson pulendo i locali della Factory e incollando, una per una, duemila strisce di carta vetrata sulle copertine di quello che sarà il disco di debutto dei Durutti Column.

Infine, a Giugno, la Factory dà alle stampe Unknown Pleasures imbustato personalmente dalla band dentro una confezione severa che mostra il diagramma degli impulsi elettrici emanati da una stella collassante. Perfetto.

Diviso in due sides complementari (Inside e Outside), il debutto della band di Manchester diventa immediatamente un classico del post-punk monocromatico, grazie ad una solennità catacombale dentro cui pare soffocare qualunque alito di vita. La musica dei Joy Division, grazie al lavoro di Martin Hannett in sala, appare come riecheggiare gelida dentro una cava di marmo.

Hannett elimina le residue scorie punk del gruppo.

Li mette in studio e li addestra severamente all’essenziale.

Come un plotone, un reparto della Wehrmacht.

Martin, o Zero come lo chiamano i ragazzi del gruppo, è ossessionato dal suono della batteria. Costringe Stephen a smontare la batteria e a riposizionarla nei bagni degli Strawberry Studios per ottenere un suono di porcellana, quello che consegnerà alla storia il suono dei Joy Division: la disco-music della morte.

Ian ne rimane completamente affascinato, gli altri un po’ meno.

È un processo di adeguamento e adattamento che la band non aveva previsto e che costa fatica. Però cresce la consapevolezza di aver creato una forma espressiva peculiare, distintiva, accresciuta a dismisura dalle crisi epilettiche che sgomentano il pubblico durante i concerti e che i più superficiali bocciano come un’insana, eccessiva, buffa e malata forma di rappresentazione del dolore.

Ian invece stava male davvero.

Si stringeva al microfono per scongiurare un attacco in pubblico, chiudeva gli occhi ai flash delle macchine fotografiche per alleviare la sua fotofobia che li trasformava in lampi di proiettili, sentiva montare l’aura, poi si accartocciava su se stesso e si preparava ad accogliere il grande male, finendo rantolante sul palco come un piccolo maiale rosa ferito a morte.

L’incapacità di gestire il dolore diventa l’incapacità di poter godere delle piccole e delle grandi cose della vita.

L’incapacità di poter godere dei suoi piaceri.

L’incapacità di saperli riconoscere.  

La condanna a doverli dichiarare piaceri sconosciuti.

 

I dieci anni sono la soglia oltre cui cominci a conoscere la morte.

Prima di allora, se non è inevitabile, te la tengono nascosta, te ne edulcorano la percezione.

Non ci sono morti, nei tuoi primi anni di vita ma soltanto gente che è andata lontano.

Solo dopo scoprirai quanto lontano.

Io a dieci anni ebbi il mio incontro con la morte che passò portandosi via mia zia.

Era il 1980. E i Joy Division uscivano col loro secondo album.

Un disco su cui, più che il primo, aleggia l’alito della morte.

Ci sono tante interpretazioni del dolore.

I Joy Division diedero la loro. Che era quella di una claustrofobia lancinante.

Non c’erano coltelli nella musica dei Joy Division, ma uncini.

Non era una musica nata per ferire, ma per scavare nel proprio dolore.

Quando si chiudono con Martin Hannett nei Britannia Row Studios  non lavorano su delle canzoni ma su un’idea di suono. Un suono che Martin ha dapprima reso classico e che ora intende far diventare statuario, marmoreo.

Closer è un disco che ti impedisce di essere felice.

È un tempio dove il sorriso è bandito.

Ma sono bandite pure le lacrime. Qui nessuno ti verrà in soccorso.

C’è una solitudine immensa dentro questi solchi, dentro queste sagome di marmo. Non v’è traccia di pietà, ne’ di struggimento. C’è la desolazione che mette a disagio, un deserto interiore estetizzato nei suoni di tastiera che incombono lungo i sei minuti conclusivi di Decades con questo ticchettìo che schiocca sui vetri.

Una pioggia che non bagna, che si rifiuta di essere acqua, di poter in qualche modo placare una qualche sofferenza ma che pare adagiarsi su tutto, senza scalfire, senza sporcare. Una presenza ingombrante, barocca, eccessiva che torna a cucirsi addosso alle ruote meccaniche di Isolation cercando di bloccarne gli ingranaggi.

Closer è un disco nauseante, da qualsiasi prospettiva lo si guardi.

Ha un fascino sgraziato e soffre delle stesse malattie di Curtis, dei suoi scatti epilettici (Colony), del suo amore disadorno (The Eternal), della sua claustrofobica fascinazione per la mutilazione (24 Hours).

La voce di Ian Curtis incalza senza trasporto. Inflessibile. Atona.

Scivola immobile come un iceberg tra questi prismi diafani.

Ian morirà prima di poterlo toccare, prima di poter inumidire di lacrime la sua confezione. Che rimarrà uguale nonostante la tragedia: una scultura funeraria di Bernard Pierre Wolff installata nella tomba della Famiglia Appiani nel Cimitero Monumentale di Staglieno, in Liguria.

Un mese prima un’altra opera di Wolff aveva dato un volto all’ultimo canto disperato di Ian Curtis, sulla copertina di Love Will Tear Us Apart.

Una scelta che qualcuno riterrà inopportuna e oltraggiosa, una commemorazione funeraria che suona spudorata e di cattivo gusto e che getterà un’ombra scura sui primi anni dei New Order, sospettati di sfruttare il fenomeno Curtis per inaugurare la loro carriera. Oppure una scelta di coerenza, di stile, di etica, di celebrazione mortuaria della bellezza.  

Del resto la morte cantata dai Joy Division non è mai truculenta, mai torva. Come nelle statue di Wolff ha un suo romanticismo, una devozione muta ed elegante.

Un suo statuario, solenne, raggelante sepolcro.

 

Un’austera copertina in classico stile Factory stampata su duecentoottantatre pollici di stoffa grigia introduce alla prima celebrazione discografica dei Joy Division, entrati nel mito prima ancora che Ian arrivasse alle porte del Paradiso, dopo aver visitato l’Inferno per ventitre anni.

Un doppio album intitolato Still (“ancora”, ma pure “immobile”) che raschia il fondo del barile delle registrazioni della band di Manchester con quattro pezzi (Excercise One, The Only Mistake, Walked in Line, The Kill) cestinati dalla scaletta di Unknown Pleasures, due brani (Ice Age, Dead Souls) scartati da Licht und Blindheit, il singolo pubblicato poi per la francese Sordide Sentimental, due scarti ciascuno (Something Must Break e Passover) dalle sessions per gli storici singoli Love Will Tear Us Apart e Transmission, la Glass pubblicata su A Factory Sample e una rendition di Sister Ray registrata dal vivo a Londra nell’Aprile del 1980.

Le altre due facciate di questo doppio sono invece la documentazione sonora dell’ultimissimo spettacolo dei Joy Division, due settimane prima che Ian spiccasse il volo dimenticando di staccare il collo dal soffitto.

Al di là dell’altanelante scaletta con picchi di statuaria bellezza in Ice Age e Something Must Break (due pezzi che racchiudono tutta la new-wave italiana che esploderà nella Firenze dei primi anni Ottanta, NdLYS) è proprio la documentazione dell’ultimo tormentato concerto a rendere Still una raccolta inevitabile.

Viene da chiedersi quali immagini, quali figure attraversassero la mente di Ian quella sera. Quali nebbie lo separassero dal resto del palco, quali distanze lo dividessero da quella folla in tripudio mentre le luci accecavano i suoi occhi senza neppure riuscire ad illuminarli.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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