ENO – Taking Tiger Mountain (By Strategy) (Island)

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Le aspettative create da Here Come the Warm Jets vengono in parte tradite da Taking Tiger Mountain, il disco che Brian Eno mette su ispirandosi alla rivoluzione maoista e ai balletti di Jiang Qing. Concettualmente impegnato come un agente segreto in missione per la Regina eppure deludente dal punto di vista artistico, il secondo album di Eno si apre con una Burning Airlines Give You So Much More che nasconde un refrain spudoratamente simile a quello della It’s All Over Bow, Baby Blue dylaniata dai Them e prosegue con una marcetta da festa paesana come Back in Judy‘s Jungle spegnendo già nei suoi primi otto minuti lo scintillìo dei Warm Jets. La terza traccia è una prima investigazione nelle desolanti atmosfere che raggiungeranno il culmine ispirativo nella struggente By This River del ’77.

La restante parte della facciata A prosegue su toni rassicuranti nonostante il meccanismo ad orologeria di The Great Pretender ricordi quello usato da Lothar and The Hand People per la sublime Machines.

A rendere prezioso Taking Tiger Mountain ci pensa l’apertura della seconda facciata col galoppante trotto elettrico di Third Uncle. Si apre con un echeggiante rantolo di basso del tutto simile a quello di One of These Days dei Pink Floyd prima di lanciarsi in una corsa mozzafiato aizzata dai tom-tom martellanti che sembrano spingere un geniale Manzanera a lanciarsi nel baratro mentre la voce di Eno cavalca questo puledro glam con voce atona, come in un presagio di ineluttabile sciagura. 

Qualche solco più sotto, appena dopo l’esperimento con la Portsmouth Sinfonia della ninna nanna di Put a Straw Under Baby le sta The True Wheel meccanico inno sintetico che sembra preannunciare le atmosfere della trilogia berlinese con Bowie.

China My China, pubblicata anche come singolo, resta memorabile per il fantastico e insolito assolo di macchina da scrivere che la contraddistingue ma andrebbe ricordata soprattutto per rendere manifesta l’abilità di Eno di concepire strutture musicali apparentemente immobili e statiche facendole avanzare con piccoli spasmi  che hanno tutta l’aria di involontarie contrazioni muscolari.

L’haiku che chiude dando il titolo all’album è un dolcissimo angolo di pace acustica dove pianoforte e chitarra acustica si abbracciano tra la risacca.

La nascita del post-rock, prima ancora che nasca il rock. 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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THE ROLLING STONES – Their Satanic Majesties Request (Decca)

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Il 1967 è l’anno chiave della psichedelia inglese:

Sgt Pepper‘s, The Piper at the Gates of Dawn, Emotions, We Are Ever So Clear, Winds of Change, We Are Paintermen, Ptooff!, Little Games, Mellow Yellow, Tangerine Dream, Mr. Fantasy, Something Else, Sell Out, Are You Experienced? troneggiano dalle vetrine dei negozi del Regno Unito nella più variopinta primavera discografica della storia della musica giovane.

Ogni nuovo artista pare voler scavalcare le soglie sensoriali e catapultarsi in un mondo fatato credendo di poterci abitare per sempre.

La giovane Inghilterra ha bisogno di un rifugio e crede di averlo trovato tra il Marocco e l’India, con le tasche piene di panetti di hashish e la testa traviata dagli acidi. Pure gli Stones hanno bisogno di un rifugio, in quell’anno che vede l’allontanamento di Andrew Loog Oldham, gli scazzi con la Decca, il fiasco commerciale di Between the Buttons, gli arresti per droga, i mostri che cominciano ad affollare la testa tossica di Brian Jones e il sorpasso a destra dei rivali Beatles che con Sgt Pepper‘s Lonely Hearts Club Band si prendono la loro definitiva rivincita artistica sui fratellini cattivi entrando nei libri di storia vestiti da ammaestratori da circo e restando chiusi lì dentro per sempre.

Gli Stones reagiranno alla canzonatura artistica e personale costruendo in quattro e quattr’otto il loro disco psichedelico e mascherando le facce dei quattro Scarafaggi all’interno della copertina tridimensionale che fa da cornice al disco (i Beatles avevano dal canto loro vestito una bambola di pezza con un maglioncino con la scritta “Benvenuti ai Rolling Stones” sulla cover del loro, NdLYS).   

Se il disco precedente li vedeva timidamente avvicinarsi alla psichedelia e all’uso fantasioso degli arrangiamenti e dei trucchi di studio, Their Satanic Majesties Request è un vero tuffo nella corrente freakbeat e come tale, se è attualissimo all’epoca della sua uscita, suona oggi certamente figlio del suo tempo. Nel senso che, a meno che non siate degli hippies che amano stare a gambe intrecciate per tre quarti della loro giornata a stonarsi di cylum e narghilè, non vi salterà mai in mente di aggiungere i diciotto minuti di tablas e suoni elettronici di Sing This All Together o Gomper dentro la vostra raccolta definitiva degli Stones.

Del resto il disco delle Maestà Sataniche è album che vede i Rolling Stones lavorare più sulla struttura che sulla composizione. È dunque il disco del trionfo dell’arrangiatore e rumorista Brian Jones sulla premiata ditta Jagger/Richards. L’atmosfera confusa creata dagli strumenti che emergono e sprofondano nel pastiche sonoro delle canzoni è tuttavia messa al servizio di una scrittura appannata che non rende giustizia alla penna degli autori. Le uniche canzoni dove viene fuori il ghigno maledetto e maleducato della band sono 2000 Man, Citadel e She‘s a Rainbow. Per il resto si tratta per lo più di esperimenti creativi che tracciano un solco talmente poco profondo da essere dimenticati da pubblico, critica e dagli stessi autori nel giro di pochi mesi, per rifugiarsi nei cessi sporchi di Beggars Banquet, faccia a faccia col Diavolo.

Lontano dalle favole.  

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

Rolling+Stones+Their+Satanic+Majesties+Reques+504599 

THE JON SPENCER BLUES EXPLOSION – Meat + Bone (Bronzerat)

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La copertina macellaia promette carne e sangue.

E, diciamolo francamente, malgrado il banco frigo del blues-punk sia ormai pieno di ogni ben di Dio, al taglio di Mr. Spencer non rinunciamo mai. Uno che sa dove infilare il coltello, senza dubbio. E quindi eccoci qui, alla riapertura del supermercato, a fare la fila davanti ai tre macellai del blues.

Finite da tempo le scorte di manzo fresco, la Blues Explosion tira fuori un po’ di surgelati. Non merce rafferma, sia chiaro. Ma un po’ stopposa purtroppo si. E che cosa vi aspettavate? Il vitellino da latte con contorno di erbette da pascolo? Meat + Bone suona come un disco della Jon Spencer Blues Explosion, anno 2012. Fermatevi su questa frase e traetene le conclusioni che volete, ognuno per conto proprio.

Le sorprese stanno a zero. La grinta c’è ancora. Le canzoni un po’ meno. Tutto quello che ascolterete qui dentro, se c’eravate quando la JSBX pubblicava Extra Width, Orange, Acme o Now I Got Worry, lo avete già sentito tutto. I ritmi spezzati, le sincopi funky, il blues sporcato di punk, gli Stones con su la saliva di Iggy, James Brown con l’uccello ancora sporco di umori soul, l’invito a tirar giù le mutande, tutto già fatto. E più di una volta. E allora? E allora l’uno-due iniziale Black Mold/Bag of Bones spacca comunque il culo. Poi con Boot Cut si piomba nella normalità del Blues Explosion-pensiero, fino a che le ossa del titolo non vengono fuori completamente da quella massa di carne che schiuma sangue dalla copertina.

La rivoluzione non sarà trasmessa in televisione. E non passerà neppure per i dischi di Jon Spencer. Non più. Lui la sua rivoluzione l’ha già fatta con i Pussy Galore, quando molti di voi ascoltavano i Tears for Fears e i Toto e pensavano di stare sulla faccia luminosa della luna. Ora, se vi serve la novità ad ogni costo, affidatevi a qualche altro macellaio. Oppure diventate vegetariani così vivrete più a lungo di me.

 

                                                                                                      Franco “Lys” Dimauro

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SONIC YOUTH – “Goo” (DGC)

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“Goo” è per i Sonic Youth l’inizio di tante cose. È innanzitutto il primo figlio offerto in sacrificio al mercato adulto del disco e alle sue fabbriche di plastica. È la prima legittimazione della popolarità raggiunta dal quartetto newyorkese. È il sacramento battesimale che sposta l’asse della band dall’avanguardia autarchica degli esordi verso un linguaggio più accessibile. Un incontro a metà strada tra il proprio gusto e il palato della nuova gioventù americana che comincia ad assaporare le asprezze del grunge. I nuovi capelloni sono insomma pronti ad accogliere i Sonic Youth e loro sono decisi ad accettare la sfida del neonato decennio.  

È anche il disco dove emerge il lato più erotico dei Sonic Youth. Una sensualità che negli anni della giovinezza era stata tenuta nascosta, staccata da urgenze espressive più arrabbiate e nichiliste e che ora invece emerge sotto la possanza di un suono che ha raggiunto una maestosità che farà da scuola un po’ ovunque.

C’è questa forza polverizzante e titanica che spinge dal basso, questa miscela di vetro-carbonio e limatura di piombo che si abbatte sulle pareti del loro suono tetragonale con fiera disinvoltura e con metodica ferocia. E di contro c’è questa implosione di sensualità che emerge dalle trasparenze ogni qualvolta il tessuto si sfilaccia, stiracchiato dalle mani di Don Fleming e J Mascis. La fanghiglia rumorosa e dissonante tipica del gruppo americano si trasforma da seviziatrice della bellezza a sua servitrice senza tuttavia rimanerne assoggettata. Lo stupratore si trasforma in voyeur. Si intrattiene con la sua vittima, rimanendo a sua volta vittima del suo fascino.

Ecco, “Goo” soffre e gode insieme di questa lusinga, di queste efferatezze trattenute, di questo onanismo sempre meno compulsivo, di questa contemplazione alla bellezza anoressica e macilenta.

E noi con lui.   

          

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

 ASA

THE BEATLES – Abbey Road (Apple)

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E così, dopo i vangeli eretici e quelli apocrifi, è la volta dei vangeli canonici.

 

Esaurita la vena immaginifica che aveva generato i capolavori psichedelici (Revolver, Sgt Pepper‘s, Magical Mistery Tour) e quella perversa e satanica che aveva illuminato di luce sinistra alcune tracce del doppio bianco, i Beatles diventano un’officina meccanica. Una catena di montaggio dove vengono assemblate macchine pop perfette.

Non più prototipi perfettibili ma macchine perfette.

I Beatles sono immortalati in copertina in un celebre scatto che li ritrae fuori dagli studi EMI di Abbey Road. In realtà è una band che marcia verso la morte.

Nessuno guarda più in faccia l’altro, ma solo le spalle di chi lo precede, soprattutto quelle di Lennon, accusato di aver sciupato il sogno.

Il sogno è finito. Anche un sogno collettivo, enorme e bellissimo, come quello rappresentato dai Beatles. Abbey Road è la strada che porta al cimitero dei Beatles. Ed è una strada dove la gioia vera non esiste. Anche quando fingono ancora una volta un gesto di disincanto (Maxwell‘s Silver Hammer), tradiscono una commozione greve e opprimente come di chi è vicino alla morte.

Solo George Harrison ha il coraggio di aprire uno spiraglio di luce, lasciando filtrare i raggi del sole tra la sterminata fila di cipressi dell’Abbey Road, scrivendo una cosa lieve come Here Comes the Sun. Per renderla ancora più scintillante Harrison sceglie di abbassare il capotasto fino al settimo tasto, alzando così la tonalità del pezzo, fino a toccare i raggi di quel sole che invece si sta eclissando sulla storia del più importante gruppo pop di sempre.

L’album segue l’andamento schizofrenico del disco omonimo dell’anno precedente, alternando sciocchezze “pregiate” (il lentaccio di Oh! Darling ricalcato su Pain in My Heart e gli altri lenti da balera di Allan Toussaint, il ridicolo esperanto della Sun King ispirata alla leggiadra Albatross dei Fleetwood Mac, quell’ennesima filastrocca immaginifica per bambini che è Octopus’s Garden, la breve e corale Carry that Weight che sfrutta la soluzione ad libitum già adottata sull’ altrettanto noiosa e ben più lunga Hey Jude, la lunghissima variazione sul tema di Dear Prudence che è il finale di I Want You, avara di parole e ricca di spaccature e repentini cambi di atmosfera, fino al taglio cesareo finale, NdLYS) a piccole meraviglie come Because, rarefatta e spettrale canzone sulla meraviglia, quindi la troppo trascurata Polythene Pam, brevissimo assalto in classico stile Who e ancora la You Never Give Me Your Money che sembra guardare dallo specchietto retrovisore di un camion giallo senza meta alla vicenda artistica dei Beatles e ai recenti dissidi per la scelta di un manager in grado di sostituire Brian Epstein nella direzione artistica del gruppo e la controversa (il furto non dichiarato ai danni di Chuck Berry causerà non pochi grattacapi al quartetto) e tristemente profetica (il Lennon che bisbiglia “sparami” alla fine di ogni strofa) Come Together.    

Poi, i Beatles sgombrano la strada.

Il traffico torna a circolare, come piccole formiche che assediano Londra.

Il maggiolino scende dal marciapiede.

I bachi cominciano a rosicchiare la mela.

Il mondo è infestato dagli insetti.

E alla fine di tutto, l’amore che ricevi è uguale all’amore che hai dato.

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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HEART ATTACK ALLEY – Living in Hell (Voodoo Rhythm)

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Vi ricordate i Supergroove?

No, ovviamente. Che già me li ricordo poco io. 

Non erano nulla di eccezionale. Vennero fuori nella metà degli anni Novanta nel fiume in piena del crossover metal/rap.

Miglior band, miglior album, miglior video, miglior produttore e tutte quelle minchiate lì pagate dalle multinazionali del disco (la loro era la BMG, NdLYS) per vendere qualche migliaio di copie in più.

Poi, la piena cessò e nella storia ci finirono solo i Rage Against the Machine, come probabilmente era giusto che fosse.

Bene, Karl Stevens suonava allora la chitarra per quella formazione, la crossover band più a Sud del mondo.

Oggi lo ritroviamo, depurato e decantato nell’alcol del miglior blues, dentro questa formazione pazzesca.

Sono in tre: Caoimhe Macfehin alla voce, Kristal G alla chitarra e Karl Stevens appunto all’armonica e allo stompbox e suonano un blues al silenziatore a metà strada tra PJ Harvey (My Beating Heart, I Am Touble, Living in Hell), Screamin’ Jay Hawkins (la fantastica cover di I Put a Spell on You uscita solo su singolo, Where You Been) e Leadbelly (Slave to Your Mojo, Don‘t Waste My Time).

Manca la smania erotica della prima, la follia voodoo del secondo e la ruralità selvaggia e tribale del terzo ma Living in Hell ha comunque un suo appeal magnetico, qualcosa che ti resta appiccicato addosso, come quando ti porti a casa l’odore della donna che ti sei appena scopata. 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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