THE TELL-TALE HEARTS – Al Cuore Ramòn! Al Cuore!

Un branco di ragazzacci con grandi nasi e facce da pizza.

La definizione è di Gwynne Kahn, all’epoca tastierista nelle Pandoras.

In realtà si trattava della migliore mid-80’s garage band dell’area di San Diego. Lontano dall’oltraggioso teen-punk dei Gravedigger V e dalla demente violenza dei Morlocks, i Tell-Tale Hearts erano nati per soddisfare l’esigenza di Mike Stax di suonare come i Pretty Things di Get the Picture?.
E fu esattamente così che per tre anni e mezzo questi cinque figli di puttana riuscirono a suonare, uno stordente cocktail a base di Pretty Things,
Q65, Outsiders e Shadows of Knight e di altre lordure R ‘n B assortite,  una full immersion dentro una selva di maracas, armoniche blues che tagliano come lame e riverberi da caverne troglodite che appagavano quel bisogno che Mike sentiva montare sin dai vecchi noiosi pomeriggi inglesi, appena mitigato dall’esperienza con i Crawdaddys e condiviso con Ray Brandes e il compagno di classe di quest’ultimo (nonché boyfriend della di lui sorella, NdLYS) Bill Calhoun. Non erano le uniche cose che Bill e Ray condividevano: c’era di mezzo pure lo stesso gruppo, una delle tante retro-bands che stanno popolando il paese in quegli anni e chiamati Mystery Machine.
È da quella batteria che fanno scendere David Klowden, per sederlo sullo sgabello del nuovo gruppo. Eric Bacher era invece un perditempo che si dilettava a suonare negli sconosciuti Freddie & The Soup Bowls e che da un po’ di tempo aveva preso a frequentare con insistenza il 2378 della Presidio Drive, villetta uguale alle mille altre piazzate a schiera in uno dei quartieri residenziali della città. È lui il quinto uomo per quella che diventerà la band del “cuore rivelatore”, nome razziato dal libro di Poe in cui Stax annega la frustrazione per lo split dei Crawdaddys. Un gruppo dalle potenzialità enormi ma anche con troppi vincoli e regole da rispettare.

La nuova band sceglie di averne una soltanto: non averne alcuna.

Quando salgono sul palco, i Tell-Tale Hearts sono un branco. Con Ray intento a latrare come un cane e scuotere come un ossesso le sue maracas, Bill che spesso abbandona l’impalcatura arrugginita del suo organo Vox per lanciarsi in urticanti fraseggi di armonica blues, Eric alle prese col suo jungle-beat affogato nel fuzz, l’efebico Mike con la sua collezione di bassi vintage e i suoi urli da caveman in calore, David perso dietro un minuscolo kit di batteria, a pestare come piedi di contadina in un mortaio.

Tutti ugualmente indispensabili.

Cinque ragazzini infoiati con una vanga da becchino nascosta dentro le mutande.

È con quella che spaccano la crosta molle del rock da Odissea per calarsi nei cunicoli che li portano al cuore delle minuscole garage bands degli anni ‘60. È da lì che si inizia, registrando una demo presso lo Studio 517 di San Diego con pezzi rubati dai polverosi 7” collezionati da Mike. Il primo pezzo autoctono è firmato Stax/Calhoun e si intitola Dirty Liar, forgiato nelle stesse presse del deragliante punk-beat della scena olandese dei mid-60’s. Tutto grezzo, dall’ispido suono fuzz della chitarra di Eric al microfonaggio delle voci e della batteria, passando per le manipolazioni in diretta dei potenziometri degli ampli durante le sessions, ad opera di Jerry Cornelius.

L’incontro con Greg Shaw è il passo successivo. Lui ha appena messo su la Voxx Records con l’intento di dare spazio alle bands neogarage che cominciano a punteggiare la cartina degli Stati Uniti. I Tell-Tale Hearts entrano subito a farne parte.

Forse troppo presto. Così che il loro esordio ha l’aspetto di un atto di amore finito in burla.

Greg è shockato dall’impatto devastante degli Hearts e ha fretta di avere un prodotto finito da commerciare.
Il risultato, a dire della band, fu catastrofico.
Però, siamo onesti, nessuno se ne accorse.

L’omonimo disco di debutto della band californiana era, è ancora, una scheggia di vinile saltata fuori da un disco dei Birds, degli Shadows of Knight, dei Pretty Things, dagli Stones del ‘66 o degli Outsiders. Ogni singola canzone, da quelle firmate dalla band (lo scoppiettante R ‘n B di Crawling Back to Me, il garage indemoniato di Dirty Liar, Losing Myself, Won‘t Need Yours, Come and Gone col suo avvolgente giro di organo Vox, la dolce Forever alone screziata da chitarre fuzzedeliche della miglior tradizione Music Machine, il crepitante crescendo di She‘s Not What Love Is For) alle cover (Me Needing You dei Pretty Things, That‘s Your Problem e Keep On Tryin’ degli Outsiders, From Above e It Came to Me dei Q65) è suonata con un’energia assolutamente trascinante e una attenzione ai particolari vintage che solo i Chesterfield Kings possono contendergli.

Impossibile rimanere impassibili davanti ad un simile monumento.

 

Nell’estate del 1984, mentre la band è in giro a fare concerti, Greg Shaw ha fretta di mettere sul mercato il disco di debutto di quella che egli reputa, a ragione, una band fuori dall’ordinario. Senza rispettare i patti, Mr. Bomp decide di remixare da solo le tracce di quello che sarà l’omonimo debutto dei Tell-Tale Hearts e lanciarlo sul mercato. La band si trova il suo disco in vetrina prima ancora di rimettere piede a San Diego e resta delusa a mio avviso più che dal risultato tecnico dall’atteggiamento dispotico e prepotente di Greg.

Lo scontro verbale dentro gli uffici della Voxx si conclude con la decisione di mettere in circolazione, a breve scadenza, un nuovo disco.

Registrate a pochi isolati dalle loro case, negli Swingin’ Studios di Mark Neill (il chitarrista degli Unknowns di Bruce Joyner e diventato produttore acclamato nel 2010 dopo aver messo mani su Brothers dei Black Keys, NdLYS) su un poverissimo tre-tracce (il debutto era stato registrato su un molto più moderno 24-tracce), le sei canzoni di The “Now” Sound amplificano la forza d’urto del R&B dei Favolosi Cinque con una doppia tripletta di canzoni che lasciano sconcertati per abilità di scrittura (It‘s Just a Matter of Time), struttura (si ascolti It‘s Not Me e i suoi cambi di atmosfera ma pure il ponte di No Surprise), potenza e coesione strumentale (One Girl, stuprata da un’armonica in perfetto stile Phil May), adesione (la strepitosa cover di Everything I‘ve Got to Give) e simulazione (l’animalesco sound di Bye Bye Baby) dei modelli originali.

Un disco che non “rivela” nessuna imperfezione.

I Tell-Tale Hearts diventano la band più grande del pianeta.  

Sembrano sfiorare il successo, quello vero: dai concerti assieme ai Red Hot Chili Peppers e ai Cramps all’infame articolo sulle colonne di People dove i nostri vengono esibiti come manzi in bella posa dentro il Cavern Club di Greg Shaw assieme a delle modelle in mini skirt (una estenuante posa di cinque ore a fronte di una misera intervista di cinque minuti) ma senza essere di fatto menzionati nel banale articolo dedicato alla nuova scena di Los Angeles e dintorni.

Alla fine del 1986, al termine di un anno dove i conflitti tra i membri del gruppo diventano sempre più accesi, Eric Baher lascia la band, rimpiazzato da Peter Maisner dei Crawdaddys giusto in tempo per la registrazione dell’ultimo singolo pubblicato dall’australiana Kavern 7. Ancora due canzoni fantastiche. Una scritta da Ray Brandes e l’altra rubata al repertorio degli Scorpions di Manchester.

Il giorno di San Valentino del 1987 Ray Brandes manda il suo ultimo biglietto d’amore al resto del gruppo.

Il cuore non batteva più.

La villetta della Presidio Drive poteva essere abbattuta.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

PeoplePhoto

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