FUGAZI – Chi fa da se fa per quattro

I professori del post-hardcore.

Calcolo ed emozione, fianco a fianco.

Come riuscire a toccare la compagna di banco durante l’ora di trigonometria.

 

Cosa siano stati capaci di costruire i Fugazi sin dal primo EP del 1988 è dominio pubblico per i miei lettori, quindi saprete certo che 13 Songs raccoglieva in un unico supporto i primi due mini (Fugazi + Margin Walker). Dentro c’era già gran parte (ma non tutto) di quello che il gruppo di Washington userà come clichè per il proprio marchio di fabbrica. I Fugazi sono stati i Clash della generazione emocore, una autentica macchina da guerra che metabolizzava roba diversissima come l’hardcore, il noise, il raga-rock, la psichedelia (che emergerà in dischi tardi come Red Medicine o End Hits), il reggae (avete mai ascoltato attentamente le linee di basso di Joe Lally?, NdLYS), il dub, finanche la musica da camera e da sonorizzazione e ne faceva un’altra cosa, una creatura epilettica e mutante. La nevrosi urbana dei Fugazi è il singhiozzo della nostra civiltà, insieme rabbiosa e meditabonda, furiosa con gli altri e melodrammatica con se stessa e The Waiting Room rimane tra le dieci punk songs più belle di sempre.

 

Repeater è disciplina dentro il caos e quindi il superamento stesso del concetto primordiale dell’hardcore punk ed è un debutto dalla statura immensa che svela la capacità non comune di costruire uno stile personalissimo di punk moderno e funambolico sempre attento a non superare la soglia in cui il virtuosismo può diventare semplice esercizio di stile di cui Sieve-Fisted Find con le sue chitarre epiche e decadenti e la ritmica ipervitaminizzata, può a ben diritto rappresentare il manifesto tecnico/espressivo.

I Fugazi rappresentano stilisticamente il perfezionamento dello stile folle e progressivo del punk dei Minutemen e concettualmente la realizzazione del sogno “emo” degli Hüsker Dü di una rivoluzione nata davanti allo specchio del bagno.

Non puoi pretendere di cambiare il mondo se non riesci a cambiare nemmeno te stesso. Ed è inutile sognare un nuovo ordine mondiale se non riesci neppure a rispettarne uno etico e morale a tuo totale uso e consumo.

Infine, dal punto di vista strategico/commerciale Fugazi rappresentano la scelta  imprenditoriale del concetto del do-it-yourself del punk; autogestione totale ovvero controllo totale e senza compromessi della propria identità artistica e culturale.

Un concetto ben espresso dal testo di Merchandise (When we have nothing left to give There will be no reason for us to live But when we have nothing left to lose You will have nothing left to use We owe you nothing you have no control Merchandise keeps us in line Common sense says it’s by design What could a businessman ever want more than to have us sucking in his store We owe you nothing You have no control You are not what you own) ed inseguito con estrema coerenza per tutta la carriera. Merchandise è il manifesto concettuale del Fugazi-pensiero, lucidi portavoce della “rabbia contro il sistema” urlata senza venirne mai a patti.

L’articolo n. 1 della Costituzione fugaziana.

Turnover, Repeater, Blueprint, Greed, Styrofoam, Reprovisional, Shut The Door sono i restanti commi-chiave della dichiarazione d’ indipendenza dell’unica band degli anni Novanta degna di essere chiamata “indie”.

 

Chi volesse avere chiaro tutto il concetto musicale alla base dell’alternative-rock degli anni Novanta può tuffarsi dentro Steady Diet of Nothing. E’ dentro questi trentasei minuti che viene riassunta tutta la logica “post” di quel decennio: ritmica frammentata e geometrica, alternanze, distorsioni, armonici, dissonanze, rarefazioni, rumori.

E’ lo scongelamento del cadavere ibernato del punk e il superamento dei suoi angusti canoni espressivi attraverso un progressivo denudamento del suo corpo.

Gli strumenti si sovrappongono ed incrociano, poi tornano a sfiorarsi ignorandosi, quindi si riannodano e si cementano all’unisono (si ascoltino Steady Diet o la breve introduzione a Long Division).

Se l’hardcore urlava la sua rabbia barricandosi dietro una parete di rumore, usando la logica del branco per vomitare la sua indignazione, il suono dei Fugazi si apre lasciando che i suoi protagonisti vengano spinti fuori a fronteggiare il nemico.

È la rivalutazione filosofica e morale ma pure artistica dell’individualità e del cameratismo leale e partigiano.    

I compagni sono al tuo fianco, mai davanti a te.

Il loro sostegno diventa uno scudo psicologico, non fisico.

E’ la vera rivoluzione dell’emo-core di cui questo disco diventa il vero manifesto etico.

Non ci sono leader dentro i Fugazi.

Brendan Canty.

Joe Lally.

Ian McKaye.

Guy Picciotto.

In ordine alfabetico, come il registro del Maestro Perboni.

Io non ho famiglia, la mia famiglia siete voi”.

 

Un cielo epatico pesa grave attorno all’obelisco dedicato a George Washington, colando umido anche sul verde che gli si stende attorno. 

È questa visione post-nucleare della loro città a dominare sulla copertina del terzo album dei Fugazi, In On the Killtaker

Registrato dapprima col supporto invasivo di Steve Albini (il risultato è qui: <a>http://www.mediafire.com/?nybnzmjvzmt</a&gt;) e quindi intermente ri-registrato assieme a Ted Niceley, In On the Killtaker conferma uno stile inetichettabile eppure sorprendentemente individuabile, riconoscibile, unico.  

Un suono ferroso e legnaceo, lucido e drammatico, che torna spesso al vecchio amore per l’hardcore (The Great Cop l’esempio più feroce) pur progredendo e sfidando la deriva rovinosa nei mari paurosi dei Pere Ubu (23 Beats Off) o nei canali di scolo del post-core dei fIREHOSE (l’apertura degli oblò di Sweet and Low e della successiva Cassavetes), fino alle convulsioni di Walken’s Sidrome o alla furia di Public Witness Program e Smallpox Champion che canalizzano l’orgoglio punk dei Dead Kennedys spurgandolo dall’iconografia anti-capitalistica e lasciandolo libero di scivolare verticalmente come la lama di una ghigliottina e poi trascinando perpendicolarmente la macchina del supplizio evitando la decapitazione (un abilissimo trucco che qui viene usato per i fantastici finali “orizzontali” di Smallpox Champion e Facet Squared e che torneranno nei dischi successivi, NdLYS).  

È il disco che porta quella testa da würstel di Ahmet Ertegün della Atlantic ad offrire un contratto milionario alla band che sta infiammando Chicago e che lo costringe a sucarsi un educato e civile benservito dal gruppo più fieramente indipendente della storia del rock moderno. 

Caro Signor Ertegün, un giorno i suoi dollari si inghiotteranno il mondo intero, lei e noi compresi.

Fino ad allora, ci lasci credere che un mondo senza è possibile.

Saluti,

 

Fugazi.

 

Nel 1995 Red Medicine arriva a riempire con la calce l’unica crepa presente nel muro di suono dei Fugazi: l’eccessiva seriosità.  La “medicina” che si aggiunge così alla complessa miscela di suoni e concetti fugaziani è dunque il senso dell’humour. Red Medicine è un disco che, senza perdere la voglia di sperimentare tipica del quartetto di Washington, risulta melodicamente meno sfuggente pur sconfinando per la prima volta in qualche angolo di noia (i tre minuti di Version, quasi un Tuxedomoon fuori confine, l’inconcludente Combination Lock,  il seppur pregevole caos fine a se stesso di By You, la Fell, Destroyed pavementiana sin dal titolo, NdLYS). 

La sassaiola dei Fugazi diventa dunque terreno edificabile.

L’apertura è affidata a una doppietta di impronta quasi garage (per semplicità d’azione e immediatezza melodica) mitigata appena dalla terza Latest Disgrace che si chiude poi verso il ghigno cattivo di Birthday Pony per poi scivolare nella melodica ed intorpidita Forensic Scene che segna l’ingresso dei Fugazi nell’indie-rock americano, tra Ween e Tripping Daisy.

Passata questa secca, si torna alla furia hardcore e al mai sopito amore per la sinuosa movenza del reggae giamaicano con il trittico finale: la Back to Base che tanto deve a quegli altri profeti del punk emotivo degli Hüsker Dü, la stoogesiana Downed City e l’evocativa Long Distance Runner guidata da un basso caduto da Forces of Victory di Linton Kwesi Johnson.

Un disco di transizione tra un capolavoro e l’altro.

Solo per abbassare la media.

Per non finire tra i secchioni.

 

End Hits è il quinto Fugazi. Ed è un album immenso.

Quello che saluta gli anni Novanta e si proietta nel nuovo decennio con la fierezza tipica del gruppo di Washington D.C..

Lucidissimi e appena più giocherelloni del solito.

Comunque precisi e spietati: Fugaziani.

Niente è fuori posto su questo capolavoro, dagli intrecci psichedelici di Recap Modotti e Arpeggiator che proiettano immagini di Television e Electric Prunes nello schermo del post-core statunitense all’apocalisse matematica di Place Position, dal rimpallo di distorsioni di Floating Boy agli sbocchi melodici di Foreman’s Dog, dall’hardcore di Five Corporations all’evanescente marcia di Closed Captioned e al post-rock di Pink Frosty tutto serve a dare l’immagine di una band fedelissima a se stessa ma allo stesso tempo permeabile al cambiamento, alla riformulazione del proprio canone stilistico senza rinnegare niente della propria identità di band e di uomini. Padroni del proprio tempo e della propria musica.

Alla fine del decennio la band si zittisce e fa parlare le immagini. Sono quelle che scorrono lungo Instrument, il film diretto da Jem Cohen che esce in VHS nel Marzo del 1999 e che ripercorre per due ore, dall’esplosione del punk fino alle ultime sedute in studio che hanno prodotto End Hits, tutta la storia della band. Ad accompagnarlo, in formato audio, lo sperimentale Instrument Soundtrack: diciotto tra demo, outtakes e inediti che mostrano come, se avessero voluto, i Fugazi avrebbero potuto essere “altro”. Un po’ come riuscirono a dimostrare i Clash.

Valgano come esempio la I‘m So Tired suonata al piano da Ian McKaye dove c’è già tutto l’Ed Harcourt che verrà dieci anni più tardi, oppure l’irriconoscibile, soffocata versione demo di Rend It (da In On the Killtaker). O ancora la dolcezza slintiana di Trio‘s, il mini dub improvvisato sul giro di Shakin’ All Over, la Afterthought che pare essere stata cacciata in esilio dalle maestà sataniche degli Stones o la Turkish Disco desaparecido da Sandinista!

Un disco progettualmente transitorio e satellitare rispetto alle grandi cose della band ma che riesce a dare risalto alla smania sperimentale che ha sempre contraddistinto il gruppo di Washington D.C.

Consigliato solo ai fanatici.

E chi non è fanatico dei Fugazi nel 1999, viene da un altro pianeta.

 

L’atto conclusivo della vicenda Fugazi mette in mostra un gruppo con tante cose da dire. Fino alla fine.

The Argument scioglie definitivamente la furia hardcore in un gomitolo di trame trance-rock e di psichedelia dalla morfologia sfuggente e adulterata. E’ l’epilogo della vicenda Fugazi e i quattro di Washington abbandonano la waiting room, ma in pigiama. Con un disco un po’ più nudo e quindi più vulnerabile, soprattutto nella sua parte centrale mentre altrove Full Disclosure, Epic Problem, Ex-Spectator tornano a sporcare le pareti di schizzi punk androidi, mostrando dolore sopra il dolore.

Non tutto è salvabile, in ogni caso. L’iniziale Cashout ad esempio morfologicamente è molto vicina a una sorta di duetto tra Anthony Kiedis e Flea epoca Californication. Altre analogie con il suono ammansito dei Red Hot Chili Peppers dell’epoca rivela del resto pure la chiusura affidata a The Argument.

Altrove a regnare sovrana è una tendenza alla riconciliazione con l’indie-rock meno rumoroso (Life and Limb, The Kill, Strangelight, Nightshop) e più sonnolento ed ortodosso. È l’album più di routine tra i sei prodotti dalla band di Washington, nonostante la voglia di allargare a collaborazioni esterne al gruppo le porte della più importante istituzione del punk americano degli anni Novanta.
Le vicende familiari dei singoli componenti porteranno la band ad ibernarsi già l’anno successivo, senza mai tuttavia ufficializzare uno scioglimento o una rottura definitiva.

Perché i sogni non finiscono mai.

Solo, ogni tanto, ci lasciano tormentare nell’attesa del prossimo.

 

Mi mancate, Fugazi.

Dieci anni di buio intollerabile in cui gli scarafaggi si sono presi tutto, anche le classifiche e le pagine delle riviste di musica. 

Riaccendete le luci di Washington D.C. per favore.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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