THE BEATLES – Revolver (Parlophone)

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Mi succede sovente (sempre più spesso ora che comincio ad invecchiare, NdLYS) di infilare nel lettore 1, la sequenza dei Numeri Uno raccolta dalla EMI in occasione del trentennale del definitivo scioglimento dei Beatles e di restare basito quando, dopo The Long and Winding Road datata 11 Maggio 1970, il lettore si arresta per un attimo e ricomincia la sua corsa per riabbracciare Love Me Do, giorno di nascita 5 Ottobre 1962. L’impressione, non fosse che la storia dei Beatles la conosciamo universalmente meglio di quella di Michelangelo, è di stare al cospetto di due band completamente diverse, tanto è profondo l’abisso musicale, espressivo, lessicale che separa la costa di imbarco da quella d’approdo nella storia della più importante pop band del mondo.

Esattamente in mezzo a quella straordinaria avventura veleggia, maestoso, Revolver, disco talmente ambizioso, elaborato e complesso da indurre i suoi autori a sospendere l’attività live per dedicarsi concretamente e con risultati enciclopedici ed innovativi alla valorizzazione delle registrazioni in studio. L’uscita del disco (5 Agosto) e l’ultima esibizione dal vivo dei Beatles (il 29 dello stesso mese) coincidono, a ben vedere, con la virtuale “morte” del rock ‘n’ roll e la sua reincarnazione in rock, ovvero l’amputazione dalle sue stesse radici e la fioritura di una forma musicale più complessa ed articolata, sempre meno “povera”, istintiva e spontanea e sempre più compiaciuta, enfatica, fastosa.

Revolver è un’opera visibilmente “alterata”, ricca di allucinazioni (musicali e liriche) indotte dall’uso sempre più intenso di stupefacenti e acidi, o da simili esperienze raccontate dalla loro cerchia di amici (She Said, She Said riporta ad esempio la frase dell’episodio di un “viaggio” raccontato alla band da Peter Fonda, NdLYS). 

Sono i Beatles che sputano sulle medaglie appena consegnate dalla Regina Elisabetta in persona, uscendo “fumanti” dai bagni di Buckingham Palace e dichiarando di essere diventati più famosi di Gesù Cristo.

 

Così, mentre il bigottismo fanatico cristiano decide di mettere al rogo i loro dischi, i Beatles consegnano alla storia uno dei capolavori della cultura pop universale.

Si intitola Revolver e come quello, uccide.

Una sequenza mozzafiato dove ogni canzone è completamente diversa per struttura, gusto ed atmosfera da quella che l’ha preceduta eppure ognuna, dalla più obliqua (Tomorrow Never Knows) alla più “banalmente” sentimentale (Here, There and Everywhere) rivela l’enorme, raffinatissima maestria dei più grandi artigiani pop del mondo.

Sitar indiani (Love You To), musica da camera (Eleonor Rigby), marce da cartoni animati (Yellow Submarine), nastri rovesciati (Tomorrow Never Knows), assoli lancinanti (Taxman), chitarre jangly (Dr. Robert), fiati Stax (Got to Get You Into My Life) e melodie al fruttosio (For No One) e tante, tantissime piccole delizie che ad un orecchio più attento rivelano l’altissimo livello tecnico e compositivo raggiunto dal quartetto di Liverpool. Valgano per tutte l’onirica chitarra incisa a rovescio che percorre la sublime I‘m Only Sleeping, il fantastico, martellante basso di McCartney che “percuote” Taxman (e che intorno al cinquantaseiesimo secondo del pezzo diventa un esercizio di maestria funky da antologia, NdLYS), il melisma che si ascolta nella chiusura sfumante di I Want to Tell You, la voce di Lennon filtrata dal Leslie su Tomorrow Never Knows, il registratore di cassa che emerge dai flutti di Yellow Submarine e che sarà poi ripreso dai Pink Floyd di Money. Gli altri piccoli diletti musicali di cui è disseminato Revolver vi invito a scoprirli da voi, magari facendovi aiutare dal sempre solerte e operoso Dr. Robert.

Spegni la tua mente, rilassati e lasciati portare dalla corrente… 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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CHRISTIAN DEATH – Catastrophe Ballet (L’Invitation Au Suicide)

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Quando si riaprono le pesanti tende del tetro della paura, è per assistere ad un balletto. Sono trascorsi soltanto tre anni da quelle prime atrocità ma il calendario di Rozz Williams non ha nulla di consueto, di usuale. 

La clessidra di Rozz non è un gingillo che funziona a sabbia ma a sangue.  

E ogni volta che la gira, ne scorrono ettolitri. Fuori e sopra il palco.

Così Only Theatre of Pain e Catastrophe Ballet sono separati da tre anni di sangue e di raccapriccio, di crocifissioni vere e simulate, di blasfemie e volgarità assortite, di eiaculazioni precoci e dischi spaccati in diretta tv, di liti violente e perversioni pubbliche e private perché tra la vita personale di Williams e quella plateale e spettacolare che offre al suo pubblico c’è un confine inesistente.

È questo ciò che lo differenzia da tanti colleghi d’Oltreoceano. È questo che lo rende davvero ma davvero pericoloso.

Perché nel suo caso non si tratta solo di trascinare Bowie in una cripta piena di pipistrelli. Questa volta l’obiettivo è ucciderlo, soffocarlo.

Accanto al pipistrello Rozz nella nuova line-up ci sono due vampiri succhiasoldi come Valor Kand e Gitane DeMone che gli soffieranno per pochi spiccioli i diritti sul nome della band. Sono loro in ogni caso a rendere il suono di Catastrophe Ballet più sofisticato rispetto all’esordio ma non per questo meno tafofobico e paranoico.

Valgano per tutte la nenia immobile e funerea di Cervix Couch, i quattro minuti e mezzo di rumori dell’oltretomba di The Fleeing Somnambulist o la catatonica e mortifera Awake at the Wall ma pure i ju-ju tribali di Sleepwalk, This Glass House, The Blue Hour, Electra Descending e Androgynous Noise Hand Permeates più vicine allo stile degli esordi e asfissiate dal sudario del dolore masochista e pagano di Rozz.

Le campane sono capezzoli che leccano le nuvole.

E il cielo pesa come un enorme lastra di marmo.

Si accomodino, signori. I posti riservati sono in fondo all’obitorio, proprio davanti la salma. Vi auguro una felice serata. Si tengano i pastrani, non sia mai che sentano freddo.  

  

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro 

 

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THE CYNICS – Blue Train Station (Get Hip)

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Disilluso dalla scena punk locale dentro cui era cresciuto (quella attorno all’Electric Banana di Pittsburgh) e disgustato dal crescente movimento new-romantic, Gregg Kostelich decide di tornare alla purezza della musica dei sixties che aveva scoperto ancora ragazzino grazie ai 45 giri recuperati come refurtiva da un furto presso una radio di Canonsburg, la sua città natale. Decide così di formare gi Psycho Daisies con l’intento di emulare lo spirito di bands come Seeds, Music Machine, Blues Magoos, Alarm Clocks, Litter, Nightcrawlers e Sonics.

Ribattezzatisi Cynics e sostituito Mark Keresman (è lui a cantare sul 7” di debutto della band, NdLYS) con il nuovo cantante Michael Kastelic, ex cantante nei Wake, il gruppo è pronto per il suo album di debutto, pubblicato nel 1986 per l’etichetta personale della band, numero di catalogo GH-1000. 

Accanto a Gregg e Michael ci sono il fido compagno Bill Von Hagen (il protagonista di Debt Begins at 20, cortometraggio di Stephanie Beroe che sviscera la nascita del movimento punk di Pittsburgh, NdLYS), un bassista che pare scivolato fuori da una copertina dei Redd Kross e la bella Beki Smith all’organo Vox. La stazione del treno blu è una delle tappe obbligate del rapido neo-garage degli anni Ottanta: voce sguaiata e un suono che barcolla tra calabroni fuzz (Waste of Time, copiata sul riff di That’s What You Always Say dei Dream Syndicate, Love Me Then Go Away), serpenti a sonagli R ‘n B (Blue Train Station, No Way, Hold Me Right, la cover di Road Block) e strisce di bava dei molluschi che abitano il giardino folk-rock dei sixties (On the Run). Poco e niente da buttare, non fosse che I Want Love l’avevano già fatta, meglio, i nostri Sick Rose e il confronto con la No Friend of Mine dei Fuzztones abbia sempre dato la meglio a questi ultimi costringendoci a rimandare all’incontro successivo l’appuntamento col capolavoro.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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NERVEBREAKERS – Hijack the Radio! (Get Hip)

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Mike Hasking e Barry Kooda si incontrano a scuola, nei tardi anni Sessanta. Quando, alternativamente, giustificano ai loro genitori le loro visite al compagno di classe per studiare insieme, in realtà si abbuffano di rock ‘n’ roll: Mike ha una passione insana per Mott the Hoople, Stooges, MC5, Family. Barry per 13th Floor Elevators, Them e Troggs. Quando il suo amico Pat McGuire gli vende la prima chitarra elettrica You‘re Gonna Miss Me, Gloria e Love Is All Around sono tutto il suo repertorio. Infila il jack nell’amplificatore e si sente il padrone del mondo. È da quegli incontri post-scolastici che prendono forma i Nervebreakers, destinati per un breve periodo a diventare proprio la backing band per Sua Santità Aliena Roky Erickson. L’esordio discografico è però del 1978 con i quattro pezzi pubblicati su Politics e registrati all’Highgroove House di Dallas in una delle poche pause concesse da un’agenda fitta di impegni come opening-act per Sex Pistols, Ramones, Clash, Police.

Nella zona del Texas non hanno rivali.

E se c’è una punk band che passa da quelle parti, i Nervebreakers saranno sul palco con loro, col loro carico di sporcizia rock ‘n roll figlia tanto dei New York Dolls (il secondo singolo Hijack the Radio! è un esercizio, per quanto espressivo, quasi calligrafico, così come il suo retro Why Am I So Flipped? NdLYS) quanto del garage spiritato dello stato della stella solitaria (si ascolti qui See Me Thru o il bel strumentale Everything Right) e del power pop (Missa Moses, It’s Too Late, Part of My Love). Casa Get Hip, oltre a ristampare parte del vecchio materiale, ha messo su questa bella raccolta che, pur condividendo diverse tracce con l’omonima raccolta licenziata dalla nostra Rave Up qualche anno fa, offre una buona selezione di inediti tutti di ottimo livello. Ecco, se per voi alcune cose del punk sono ancora un mistero, cominciate da qui.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MEAT PUPPETS – II (SST)

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La storia d’amore tra i Meat Puppets e la scena hardcore dei primi anni Ottanta era già perduta in partenza e la verità non tardò ad arrivare. Se infatti il primo album aveva mascherato le buffe smorfie hippie del terzetto di Phoenix dietro le accelerazioni di molte delle sue quattordici tracce, il secondo disco prende definitivamente le distanze da quella scena che non ha mai visto di buon occhio quei capelloni che osavano suonare Fred Neil, i Creedence e i Grateful Dead.

È Curt Kirkwood a farsi carico della svolta, dirottando le confuse coordinate dei Puppets dentro il suo repertorio messo in piedi pensando alla musica tradizionale degli Stati Uniti d’America e assoggettando il fratello Cris e il batterista Derrick Bostrom al suo desiderio di una rivisitazione freak del country e del folk-rock.

Il risultato è Meat Puppets II, uno dei dischi più stravaganti del 1984, schizofrenicamente diviso tra quadriglie da rodeo alcolico (Lost, Magic Toy Missing, New Gods, Split Myself in Two) e torpide ballate da pomeriggio messicano (Plateau, Lake of Fire, Oh Me) secondo uno stile agonizzante e acido che avrebbe fatto scuola anche tra le stelle dell’alternative rock a venire (Pixies, fIREHOSE, Nirvana, Dinosaur Jr., Pavement). Facendo propria la logica punk secondo cui chiunque può suonare quello che gli aggrada pur senza esserne realmente capace, Curt riscrive a suo modo la musica roots reinventando il suono dei Meat Puppets e allo stesso tempo elaborando una nuova forma di country music desertica in una rievocazione allucinata degli spazi aperti che dominano la terra dell’Arizona che ha più di un punto in comune con la contemporanea opera di ristrutturazione dell’american music di band come Violent Femmes, Cramps, Gun Club, Dream Syndicate e con la forza d’urto di dischi come Zen Arcade, My War o Double Nickels on the Dime.

Forgiando uno stile intelligibile dove la tradizione viene idealmente (e anche concretamente, secondo la congiunzione astrale che ha voluto che Curt diventasse padre di due gemelli proprio durante la fase di missaggio del disco, NdLYS) consegnata alle nuove generazioni, Meat Puppets II diventa uno dei dischi-cardine di tutto l’alternative rock americano degli anni Ottanta.

Suck you, punx.

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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