PORTISHEAD – Dummy (Go! Beat)

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Nel 1994 quando qualche amico scherzando come di consueto sul mio difetto cromatico che mi impedisce di riconoscere alcune tonalità di colori mi chiedeva di che colore fossi vestito, rispondevo “color Portishead”. E lui ammutoliva.

In realtà la mia risposta non era distante dal vero. Tradotta in termini comuni voleva dire “color tristezza, sfumatura Bristoliana”.

La rarefazione triste e digitale di Dummy era un piccolo miracolo di equilibrio ed eleganza tra l’elettronica microscopica e sinistra dei Massive Attack e l’umorale e femminile sensibilità degli Everything But the Girl.

Evanescente e sinistra, di un’eleganza raffinata ed inquietante, la musica dei Portishead faceva penetrare le lacrime del blues attraverso le crepe della musica elettronica dipingendo di tristezza le luci stroboscopiche dei dancefloor, rallentando il suo ritmo fino a renderlo atrofico. Una pista da ballo dove a nessuno è concesso di ballare. Un’orchestra zombi che suona in un teatro deserto, con la sola voce di Beth Gibbons a coprire lo spazio infinito tra le quinte del palco e l’ultima fila della tribuna.

Violini che hanno la solenne disperazione delle ali dei corvi. Cocci di elettronica che si frantumano in piccole schegge di vetro. Trombe jazz che alitano come ectoplasmi tra i saloni di una villa infestata.

Corpi senza ombre.

Lenzuola di fantasmi imbrattate di trucco, incapaci di volare.

Dummy pesa come un corpo esanime sulla superficie di un lago di acqua melmosa.

Chi ha paura di una vita senza sorrisi, stia al riparo.

Qui dentro piove come sulle colline di Twin Peaks.

Piove color Portishead. Color tristezza, sfumatura Bristoliana.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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CUT – Annihilation Road (Go Down)

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Alcuni perdono il pelo, come Bisio. Ma non il vizio.

Soprattutto se hanno il vizio di menare le mani, come i Cut.

Che c’erano prima dei White Stripes e continuano ad esserci anche dopo.

E che dal 1996 a oggi di legnate ne hanno date, per Dio.

Cinque album in cui hanno messo in scena uno spettacolo debosciato e soprattutto moderno dove punk, noise, blues, post-punk collidono facendosi male l’un l’altro.

I Cut sono dei figli di puttana che credono di poter suonare tutto, con arroganza e impudicizia. E spesso ci riescono. Soprattutto, lo fanno a modo loro.

Senza correre il rischio di attaccarsi così tanto alle radici da rimanerne strangolati.

Escapisti del rock ‘n roll, i Cut. Che con Annihilation Road tornano a pestare dopo quattro anni dall’ultimo delitto senza aver smaltito un’oncia di rabbia.

Stavolta la scena del crimine si sposta a New York, negli studi di Matt Verta-Ray e con un testimone oculare come Ivan Julian dei Voidoids.

Ne esce fuori il solito disco malsano e frontale, con una forte impronta ritmica (awesome quella di Awesome), i consueti assalti garage e le rasoiate chirurgiche di chitarra che ti tagliano lo stomaco senza anestesia.

Il solito disco che ci ascolteremo in quattro, insomma, mentre tutto il mondo sborra per James Blake.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE GALILEO 7 – Are We Having Fun Yet? (Teen Sound)

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Nessuno potrà mai saperlo ma credo che se gli Oasis fossero stati ossessionati dai Who invece che dai Beatles, probabilmente avrebbero suonato così.

O in maniera molto, molto simile.

Galileo 7 sono la nuova band guidata dall’infaticabile Allan Crockford.

Prego aprire alla lettera C il libro sulla storia della musica neo-mod inglese.

Al suo fianco c’è Paul Moss, pregiatissimo session-man e tutor del quattro corde che recentemente ha suonato pure sul fantastico disco di Groovy Uncle (sempre accanto ad Allan, NdLYS).

Viv Bonsels è l’organista chiamata a indossare le vesti che già furono di Fay Hallam nei Prime Movers, altra vecchia misconosciuta band di Allan.  

Russ Baxter, alla batteria, è un’altra vecchia volpe del “giro” avendo prestato pelli e bacchette, tra gli altri, a Secret Affair e Phaze.

Suggestionati dal titolo e dalla caratura dei personaggi coinvolti si insinua il sospetto si tratti di un’operazione con tanto stile e poca voglia di divertirsi.

Insomma, una cosa messa su per sistemare un po’ le finanze dissestate degli autori.

Ascoltando il disco, il dubbio rimane. Nel senso che tra tutti i dischi pubblicati da Allan questo Are We Having Fun Yet? è quello dove l’appeal melodico ha la meglio sull’irruenza e l’energia. In realtà si tratta solo dell’affinamento di un senso della melodia che Allan ha elaborato sui suoi decennali ascolti dei dischi di Who (Never Go Back, Running Through Our Hands), Kinks (Some Big Boys Did It), Pink Floyd (Feet On the Ground) e Buzzcocks (Go Home) e che ora trova una forma che, svincolata dalla “prigionia” dei Prisoners così come dalle urgenti e focose fiorettate punk degli Stabilisers, si avvicina a quella modellata dalle band che proprio al suono dei Prisoners si rifecero durante gli anni Novanta.

Canzoni morbidamente psichedeliche come Orangery Lane o The Sandman Turns Away gettano dunque un ponte tra il giardino delle meraviglie freakbeat inglese adornato dai petali di Creation e Tomorrow e il brit-pop della generazione successiva, facendo salva la lezione di band come Sun Dial o Ride mentre pezzi come la title track, Something Else o The Best Way Is Our Way nella loro immediatezza pop potrebbero davvero garantire alla band inglese un po’ di visibilità fuori dai circuiti carbonari in cui verranno relegati, soprattutto fuori dai patri confini.  

Resta un po’ il sapore di lacca, che non aiuta a fugare del tutto i dubbi se il divertimento sia artificiale o meno.

Lo scopriremo nel prossimo episodio del Galileo 7, se ce ne sarà dato modo.  

 

                                                         

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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RADIOHEAD – OK Computer (Parlophone)

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Dopo due dischi banalotti come Pablo Honey e The Bends i Radiohead cominciano ad averne le palle piene di essere una band comune. E pure noi.

Vogliono scongiurare il rischio, sfiorato con The Creep, di diventare l’ennesima one-hit wonder. Odiano l’idea che qualcuno, dopo cinque/sei anni possa dire “i Radio… chi?”. Cominciano ad essere una band con delle ambizioni.

Come i Beach Boys e i Beatles. Guarda caso due dei modelli cui si ispirano, soprattutto concettualmente, per la realizzazione del loro primo capolavoro, un disco che dopo l’orgia di Blur, Oasis e Mansun (“i Man… chi???”, NdLYS)  sposta verticalmente il fenomeno del brit-pop affrancandosi dai modelli stereotipati del solenne suono britannico così come dalle unghiate grunge assorbite in heavy rotation della programmazione BBC dei primi anni Novanta.

OK Computer guarda oltre, verso una forma di musica complessa ed ambiziosa, lontana dalle trappole delle charts e costruita attorno al piagnisteo di Thom Yorke, capace di sprofondare in malinconie smisurate come quelle di Exit Music e di cavalcare lunghissime vocali come quelle di The Tourist.

Il suono dei Radiohead si avvolge lentamente di silicio e si intreccia con influenze kraute figlie della matematica tedesca dei Can e dell’elettronica epica degli U2 di Achtung Baby (Subterrean Homesick Alien, Lucky, Climbing Up the Walls che ha pure evidenti analogie melodiche e climatiche con i Cure del doppio Kiss Me Kiss Me Kiss Me anche se nessuno pare averle mai colte, NdLYS) e scopre di avere sempre maggior bisogno di spazio per muoversi, anche a costo di diventare indigesto ai discografici (la Parlophone lo giudicherà dapprima un suicidio commerciale), alle top ten (nessun pezzo rientra nei tre minuti previsti dal canone della pop song perfetta), ad MTV (che si rifiuterà di passare il cartoon di oltre sei minuti realizzato per Paranoid Android) e al pubblico (circuito dal giro beatlesiano dell’estratto Karma Police e indotto con l’inganno a scoprire delizie come Airbag, No Surprises o Let Down) che lo premierà con un prepotente ingresso al primo posto in classifica.

Dopo OK Computer i Radiohead si staccano da terra lasciando al suolo la loro vecchia pelle, diventando gli alieni paranoici del nuovo secolo.

It‘s the end of the Head as we know it (and I feel fine)

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro  

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OASIS – Definitely Maybe (Sony Music)

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Prima che si convincessero veramente di essere la miglior band del mondo, gli Oasis ERANO la miglior band del mondo.

Quel preciso momento va dal Maggio del 1993 all’Agosto del 1994.

Dal loro debutto al King Tut di Glasgow all’esplosione elettrica del loro album di debutto.

Uno di quei dischi dove tutto sembra perfetto, sin dalla copertina.

Un disco definitivo, insomma. Forse.

Ora che nessuno credeva più nella reunion degli Smiths, che Paul Weller potesse riformare i Jam e che gli Stone Roses potessero riuscire a pubblicare il loro secondo album, eccoli arrivare, i nuovi teppisti di classe inglese, incorniciati in una copertina elegante come solo in Gran Bretagna potrebbero concepire.   

Il salotto è quello di Paul Arthurs. Dentro c’è una TV sintonizzata sugli spaghetti. Non quelli del Sig. Pietro Barilla, quelli del Sig. Sergio Leone, una foto di Rodney Marsh davanti al camino e una più distante che ritrae George Best, l’attaccante del Manchester United diventato quinto Beatle senza saper nemmeno imbracciare una chitarra. Appoggiata al divano una gigantografia del genio pop Burt Bacharach, un gigantesco mappamondo in carta di riso, calici di vino e chitarre. Roba in parte portata lì da casa di Mark Coyle e da quella dei fratelli Gallagher appositamente per quello scatto in cui qualcuno vede subito dei rimandi alla posa plastica dei Pink Floyd di Ummagumma ma che invece è un omaggio pop al Ritratto dei coniugi Arnolfini di Van Eyck. Addirittura.

Chi conosceva il temperamento dei fratellini Gallagher giurava fosse già un miracolo farli stare assieme nella stessa foto, figurarsi nella stessa band. E invece gli Oasis mettono su un disco che scardina le porte che imprigionano il rock inglese. Immediato e sbruffone. Fiero e appiccicoso. Stereotipato e ruffiano.

Carico di quella scortesia così gradevole che è tipica dei britannici, soprattutto se di origini irlandesi. E con un padre che picchia tutto ciò che si muove dentro casa, figli e moglie compresa.

Noel e Liam sono quei ragazzini lì che si trovano davanti la solita scelta: diventare dei teppisti o mettere in piedi la miglior band del mondo. Decidono di fare entrambe le cose: scrivere una cosa come Live Forever e il giorno dopo sfasciare una chitarra in testa a un fan. Oppure rubare un pezzo ai Seekers e uno ai T. Rex. e metterci sopra un titolo come Shakermaker o Cigarettes & Alcohol e farla sembrare la cosa più figa del mondo. Erano le prime prove di furto, fino a raggiungere l’abilità e la faccia tosta di penetrare fin dentro la villa dei Beatles e portare via tutto il trasportabile. Però le undici canzoni di questo disco qui le abbiamo cantate tutti.

Perché quando Liam canta, con quell’amorevole accento da figlio di puttana “In my mind my dreams are real. Are you concerned about the way I feel? Tonight I’m a rock ‘n’ roll star” lui è Massimo Decimo Meridio e noi i gladiatori.

Definitely Maybe ci vende l’illusione che i nostri cinque minuti di gloria possano durare un’eternità e che la mediocrità sia un affare che non ci riguarda.

Tutti hanno diritto ad una vita fantastica. Forse.  

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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FUCK KNIGHTS – Let It Bleed (Boss Hoss)

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La Cooperative Music non mi ha spedito il nuovo disco dei Black Lips.

Il loro distributore italiano gli ha detto che non sono affidabile.

Ovvero, non è detto che, come possono garantire con altri, una volta ricevuto il disco a costo zero, non ne parli male. Non sono una garanzia insomma.

In più scrivo parolacce che non sono traducibili per la rassegna stampa straniera.

Minchiate.

Sono un bravo ragazzo e lecco il culo come tutti.

Ma lecco il resto meglio degli altri.

Sono storie personali che non vi riguardano ma che mi riaffiorano alla mente ascoltando questo primo disco dei Fuck Knights perchè siamo nello stesso terreno dove andavano a pisciare fino a poco tempo fa i quattro georgiani, pure se a mille miglia di distanza. I Fuck Knights (chi è che dice le parolacce, poi?, NdLYS) vengono infatti da Minneapolis.

E fanno caciara.

Let It Bleed rumoreggia infatti come pochi altri dischi quest’anno. C’è molta della ironia beffarda dei Black Lips ma anche della maleducata e sconcia fanfara mariachi dei Raunch Hands (fino a rasentare il plagio sulla torbida Bind Torture Kiss) dentro queste tredici canzoni zotiche e dementi come un rodeo yankee.

Ognuno si diverta come preferisce.

Voi andate pure da GameStop.

 

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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Tu mori, io no.

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Mi lascia sempre attonito il fatto che quando qualcuno muore di tumore, si tenda a tenere nascosto il motivo della morte. “dopo lunga malattia”. “di malattia grave”. “sconfitto da un brutto male”. Quasi se in questo modo tenessimo più lontano il cancro. Se fosse questo strano pudore l’unico mezzo concessoci per batterlo. E invece, non nominandolo, lo rendiamo ancora psicologicamente più schiacciante, più devastante, più abnorme. E invece bisogna dirlo: si muore di TUMORE. È lo scotto che paghiamo per aver devastato il mondo per produrre abbastanza roba per sfamarci, vestirci, gingillarci. E se ne continua a morire perchè probabilmente, anche se questo fa davvero schifo dirlo, fa comodo a molti. All'”indotto”. I tumori, prima, dopo ma soprattutto durante, sono un business. Un grandissimo business che molti non vogliono fermare. Pensateci, la prossima volta che qualcuno al tg vi dice “è morto dopo lunga malattia”.

                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

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DAVID BOWIE – The Next Day (ISO)

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Risorgere.

 

È questo l’imperativo dominante sul disco che segna il rientro artistico di David Bowie.

Un album che non rinnega nulla della lunga storia dell’artista fino ad autocelebrarsi nella copertina che lo introduce.

C’è il Bowie notturno e quello illuminato dallo stroboscopio, il Bowie eroico e quello ordinario, il Bowie berlinese e quello americano, il Bowie col trucco e quello nudo, il Bowie sintetico e quello elettrico, il Bowie pel di carota e quello caduto dalla Luna, il Bowie innamorato del soul e quello innamorato solo di se stesso.

The Next Day è un disco di riconciliazione e di misurata bellezza, che evita le sorprese (quelle belle e anche quelle brutte) e si accontenta di tenerci compagnia. Avendo già esplorato le vette, Bowie si limita a passeggiare per i pascoli meno scoscesi riducendo al minimo il rischio di scivolare, ricordandoci che su quell’erba sono ingrassate le mandrie che abbiamo visto sciamare fino al macello, dai Simple Minds (I‘d Rather Be High) ai Morphine (Boss of Me), dai Muse (How Does the Grass Grow?) ai Bauhaus (Heat).

Bowie ha smesso di crescere in verticale, respinto e costretto a ridiscendere la pertica da un Dio impensierito e presuntuoso.

 

Ho ucciso me stesso per riempire la coppa, su questo altare che prometteva pietà.

Ancora e ancora. Perché si abbondasse di sangue e dolore.

Ho tolto le scarpe perché il mio sacrificio non svegliasse chi era intento a sognare di sogni troppo incantevoli per poter venire turbati.

Ora tu ridi del mio dolore chiamandolo vano.

Eppure non dovresti.

Perché nessun dolore è inutile.

Solo la felicità lo è.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro  

David Bowie's The Next Day

THE STOOGES – Vivere e morire a Detroit (con resurrezione)

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Entri e hai subito paura.

Come in quelle case degli orrori dei grandi luna park dove appena hai varcato la soglia c’è una finta scure che ti passa a due centimetri dal naso.

Questa è una casa degli orrori. Una stupida, posticcia, abominevole casa degli orrori piena di specchi deformanti e fantasmi che singhiozzano.

Solo che qui la scure è vera: è la chitarra di Ron Asheton.

E il giro dura t-r-e-n-t-a-c-i-n-q-u-e minuti.

Dove sarete voi e le vostre paure, nessun altro.

Trentacinque minuti eterni.

Siete pronti?

Venite…entriamo…

The Stooges è la Soluzione Finale degli anni Sessanta.

È qui che il sogno del rock ‘n roll si trasforma in tormento, è qui che evapora, incenerendosi assieme a tutte le sue utopie.

È qui che viene pubblicamente deflorato.

Dopo ci saranno soltanto Altamont, galline sgozzate e morti. Tanti morti.

Il rock ‘n roll perde la sua verginità e si trasforma da un lato in tragedia, dall’altro in spettacolo: diventa merda, come ogni altra cosa.

The Stooges è l’urlo di Munch del rock ‘n roll. Una faccia deformata dalla paura:  

Camminavo lungo la strada con due amici
quando il sole tramonto’
il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue
mi fermai, mi appoggiai stanco morto a un recinto
sul fiordo nerazzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco
i miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura
e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura.

Così Edvard Munch descrisse la catarsi che generò quel dipinto.

Così potremmo immaginare di sentirci camminando dentro il disco di debutto degli Stooges. La visione apocalittica e lovecraftiana di una zattera che naviga su un abisso nero ed agghiacciante di accidia e di lussuria.

I giardini pensili della summer of love sono diventati una selva rinsecchita.

L’amore stesso, un rantolo di depravazione.

Perché tutti cantano l’amore, e anche Iggy lo fa.

Ma lui lo fa in una maniera così perversa che nessuno riesce neppure ad annusarlo, quel fiore d’amore immerso nel fango dell’immoralità.

C’è un malessere che è già in necrosi dentro questo disco, un malessere stordente, immenso, disgustoso e definitivo. Denudato della poetica bohemien che in qualche modo proteggeva le disperate preghiere doorsiane e reciso delle bacche zuccherine che addolcivano la grolla dentro cui ardeva il veleno velvettiano, privato dalla furia politica che accalorava e motivava l’altrettanto fumante rogo detroitiano degli MC5, il dolore degli Stooges diventava angoscia abissale e letale, la premonizione di un eterno presente di tedio che ha tutto l’aspetto di un castigo divino.

Il tempo dei profeti è finito.

Iggy porta con sé pochissime parole e le sistema dentro questi piccoli catorci di rumore, prima che la chitarra di Ron entri, su ogni pezzo, a segare a carne viva quei rottami o che la viola di John Cale ne buchi la ruggine con la grazia di un tornio, dentro quel lunghissimo epigramma zen di We Will Fall.

Forse è meglio non entrare, fanciulli.

Forse è meglio vomitare il pasto sulle montagne russe, piuttosto che rigurgitare la propria anima dentro queste pareti dove nessuno verrà a soccorrervi.


Benvenuti all’Inferno.

Benvenuti nel regno degli empi, nella rappresentazione gotica del mondo moderno.

Benvenuti alle porte di Fun House.

 

Guai a voi, anime prave!
Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ‘n gelo.

 

Fun House non è un comune disco di musica rock. Fun House è IL disco rock.

È un disco di una demenza paurosa e di una pericolosità inaudita.

È il disco che suona più forte di tutto quello che c’è stato prima di lui e di larga parte di quello che gli verrà dopo.

Marcio, decadente, scomposto, rumoroso, meccanico, malato, disperato, idiota, massacrante, spossante, sfatto, annichilente.

Fun House è lo schianto definitivo degli anni Sessanta e del suo sogno di far diventare la Terra un gigante Chupa Chups di amore e caramello.

Come i Velvet a New York, Iggy e gli Stooges ci preparano all’angoscia.

L’amore sognato si schianta con l’odio reale. E fa un rumore terrificante.

E’ quel rumore, quel frastuono di lamiere contorte e quel puzzo di carni bruciate che gli Stooges registrano dentro gli Elektra Sound Recorders studio, sulla Ciniega Boulevard di Los Angeles.

Gli Stooges la chiamano la casa del divertimento ma dentro non ride nessuno.

Sono i quindici giorni in cui si costruisce il disco rock definitivo.

Don Gallucci sistema dei tappeti persiani per insonorizzare lo studio e obbligarlo a resistere al torrente di watt che lo investiranno da lì a breve, poi esce, lasciando entrare le belve. Tutte, Iggy e Steven McKay compresi.

Si sdraiano sui tappeti, fanno qualche foto, iniziano a mettersi a loro agio con alcol e droghe, quindi attaccano gli strumenti, sistemano i volumi fino a saturare l’aria e simulano il loro agghiacciante spettacolo.   

Non registrano le loro parti un po’ alla volta, come era accaduto per il disco d’esordio. Tutto viene registrato come un live-show, nell’ordine che poi le tracce occuperanno sul disco.

Dall’altro lato del vetro Don Gallucci ha raggiunto Brain Ross-Myring cercando di infilare quell’onda di energia animale dentro le bobine che girano sul gigantesco 8 tracce della 3M che occupa lo studio.

Sono davanti alla più potente rappresentazione del raccapriccio umano mai raffigurata. Gli Stooges sono animali chiusi dentro una gabbia di vetro ma fanno paura lo stesso.

Iggy grugnisce sul microfono, sputa sui vetri, delira, vomita schiuma di birra sui tappeti persiani.

Gli altri dietro disegnano la sagoma del rumore che hanno in testa.

Dentro la stanza girano erba, cocaina peruviana, psylocibina, anfetamine, eroina.

Il rumore prende forme sempre più malate fino a sfociare nel deragliante incubo free di L.A. Blues dove il jazz e il noise fanno per la prima volta l’amore.

La band ha deciso di imburrarsi nell’acido prima di partire per l’ultimo viaggio.

Il delirio è assoluto. Tutto trema, dentro gli studi Elektra.

Dalle mensole cade qualche nastro, si stacca qualche lastra di lana di roccia, le assi di legno fanno rumore di ossa spezzate.

Gallucci comincia ad avere paura davvero, decide di lasciare la band lì dentro anche dopo aver abbassato i cursori audio poco prima del quinto minuto, finchè non avranno smaltito gli effetti del loro stesso dolore. Dietro il vetro non vede più delle bestie ma dei mostri abominevoli che si mordono a sangue, l’uno avventandosi al collo o alla schiena dell’altro. In un abbraccio di morte e dolore.

 

Dopo questo, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse: “Ho sete”.

Vi era lì un vaso pieno d’aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. E dopo aver ricevuto l’aceto, Egli disse: “Tutto è compiuto!”. E, chinato il capo, spirò.

 

Dopo lo sfacelo dei concerti dei primi anni Settanta, Iggy ha le vene gonfie di eroina.

I capoccia della Elektra hanno gonfie le palle. Di lui e dei suoi Stooges.

Iggy stramazza sul palco, Dave Alexander a malapena riesce a ricordare di pigiare le corde del basso. Gli Stooges sono al collasso. Inaffidabili, tossici, pericolosi.

E la Elektra ha già pagato il proprio tributo al Club27, non ha bisogno di un altro Jim Morrison. Tantomeno se vende meno della metà.

L’etichetta li scarica e tira lo sciacquone.

“Se sono abbastanza stronzi come immaginiamo, galleggeranno comunque”, si dicono.

E difatti galleggiano. In un fiume di merda, alcol ed eroina ma galleggiano.

Nel 1971 gli Stooges affiancano una seconda chitarra a quella di Ron Asheton.

Iggy ama circondarsi di tossici e James Williamson, il suo nuovo amico di buco, è uno con un buon pedigree. Lo presenta agli altri ma Ron lo conosce già, dai tempi dei Chosen Few. James diventa il nuovo motore del gruppo. Ha un stile non in anticipo sui tempi come quello di Ron ma adatto ai tempi. Aggressivo, feroce e sporco di rock ‘n roll. Non ha l’ipnotismo di Ron ma ha groove.

Diventa il perno del nuovo suono degli Stooges che, su indicazione della nuova etichetta e di David Bowie, diventano la backing band di Iggy Pop: James Williamson alla chitarra, Ron Asheton supplente di Dave al basso e suo fratello Scott alla batteria.

Si è a lungo dibattuto su quale sia la versione “definitiva” e migliore di Raw Power, in una interminabile catena di ristampe, ri-missaggi, riedizioni che non accenna a spezzarsi. L’unica cosa certa è che comunque lo si ascolti, anche con una merdosa radio a transistor o con una testa di chiodo, Raw Power è un disco che azzanna il rock ‘n roll. Lo afferra coi denti e lo scuoia.

Un album che si bea della sua stessa sporcizia. Un maiale che sguazza nel fango.

Search and Destroy, Your Pretty Face Is Going to Hell, Raw Power, Shake Appeal e Death Trip sono già il prototipo di tutto lo street rock ‘n roll a venire.

I Need Somebody e Gimme Danger mostrano invece il lato torbido della faccenda: ballate percorse dal demone del blues. Nate cattive.

Penetration fa storia a se. E’ un siparietto porno che solo Iggy può recitare con tale esasperato, sfatto sudiciume. E infatti nessuno osa più toccarla, diventando l’unica robaccia degli Stooges con cui nessuno proverà a confrontarsi, per non coprirsi di ridicolo. La voce di Iggy è un rivolo di sperma, mentre sotto scorre il riff metallico di Williamson e le poche note del piano di Bob Scheff cui si sovrappongono, dopo il primo minuto e mezzo, i cori malati di Asheton.

Tutta l’immoralità del rock ‘n roll degli Stooges viene raccolta in una coppa e spartita al loro pubblico, perché nessuno dimentichi, anni dopo, che tutto era già stato detto. Tutto era già stato fatto. Tutto era già stato scritto.

Non era necessario dire di più, nemmeno per loro.

                                                                  

È fatto ormai noto, ma vale la pena ripeterlo: se c’è un album che può documentare gli eccessi tossici del rock’ n roll senza sprofondare nel travestitismo splatter del rev. Manson o nel gossip mediatico di un Pete Doherty qualunque ma mostrando invece con crudo raccapriccio il ciglio del baratro eroinomane, beh, signori miei, questo album è Metallic KO, ovvero la registrazione cruda e crudele dell’ultimo gig degli Stooges, il 9 Febbraio del 1974.

Un disco che scardina ogni classico e vetusto criterio di perizia critica e si impone per ciò che è: un abbacinante documento di una delle più furiose e vere discese agli inferi da parte di una rock ‘n roll band. Un disco dove la morte, quella stessa morte irragionevole e mutilante passata cinque anni prima per Altamont, incombe come un avvoltoio. Tutto il resto, scaletta e qualità di registrazione comprese, non conta. Questo per dire che il suono di Metallic KO e in tutte le sue successive ristampe, pur se rimasterizzate e “accelerate” (correggendo il master originale inquinato da un vizio di forma dovuto al registratore usato per catturare il gig, NdLYS), resta quella merda che era. Sono certo che anche tra i più sciatti indie-nerd ne circola qualche copia magari scaricata dalla rete solo per puro “completismo” e non è comunque a loro che mi rivolgo: Metallic KO resta la diapositiva più estrema della più grande r ‘n r band che sia mai passata sulla terra.

 

Dopo la pubblicazione di Raw Power e il tour distruttivo di Metallic KO, la storia degli Stooges giunge nuovamente al capolinea. La band fa ritorno in America ma cercando di percorrere strade che non permettano loro di incontrarsi. Ron Asheton dà vita ai New Order, Scott si unisce alla Sonic‘s Rendezvous Band, il vecchio amico Dave Alexander ci lascia le penne. James Williamson e Iggy Pop invece continuano a lavorare assieme cercando di tirare su un nuovo repertorio che garantisca loro un contratto discografico e qualche dollaro per i loro vizi.

A nessuno dei due interessa un disco da suonare davanti ad un pubblico che vomita birra e veleno, come nell’ultimo tour degli Stooges. Vogliono solo un contratto discografico. Vogliono un prodotto da vendere. 

Pop alterna momenti di lucidità e altri di profonda angoscia tossica.

Si iscrive ad un corso di riabilitazione neuropsichiatrica rinchiudendosi dentro un centro di recupero dal quale esce di tanto in tanto per ascoltare i provini di Williamson e provare a cantarci sopra.

Solo che a quel punto nessuno più crede nel tossico Iggy e tutti rifiutano la demo di Kill City. Proprio adesso che la sua musica non fa più paura e che la rabbia incontrollabile dei suoi dischi è adesso placata, spalmata in dieci canzoni dal suono metropolitano e decadente. C’è molto dei Rolling Stones dei primi anni Settanta così come del Lou Reed vizioso dei primi dischi solisti nei nuovi pezzi di James Williamson.

Ma sono pezzi che non servono a nessuno.

Nessuno sa cosa farsene.

Nessuno vuole tenere Iggy in casa.

Lo farà nuovamente David Bowie, trovandogli un posto-letto dentro la pensione RCA. Ma Kill City, nel frattempo, continua a girare, bussando alle porte delle etichette di Los Angeles. Finchè trova la porta della Bomp! Records di Greg Shaw.

Siamo già nel 1979 e James e Iggy sono tornati a lavorare assieme per New Values quando Greg sforna finalmente Kill City, che non vende un cazzo, come ogni disco di Iggy Pop fino ad American Caesar.

Ancora una volta, non avendo altro da dire, l’unica cosa su cui molti scriveranno sarà riservata ai “difetti” di produzione. Come gli idioti che il lunedì mattina si improvvisano fantastici allenatori di calcio e non si sono accorti che le loro mogli non hanno affatto sofferto della loro assenza dal letto di casa mentre andava in onda il primo tempo del derby dell’a(n)no. Kill City è invece un album con una lussuria carnale molto anni Settanta, il primo dove Iggy può esibire il suo lato più torbidamente sensuale per anni offuscato dalle droghe e dagli eccessi, in cui la sua voce non è più un urlo disperato e solitario e il suono alle sue spalle non è un muro assordante di rumore che lo spinge giù dal palco afferrandolo per le spalle come la carcassa di un cane rosolato sull’asfalto.

Una linguaccia di rock urbano infilata tra gli Stones di Goats Head Soup e i Saints di Eternally Yours.

Una piccola striscia di bitume tra i mattoni rossi di una città che uccide.  


Poi, all’improvviso, la bestia riappare, sommergendo il mercato di dischi di cui avremmo fatto volentieri a meno.

Telluric Chaos! celebra dunque il rientro in scena degli Stooges vecchia maniera (Pop+Asheton+Asheton), in uno stordente concerto del 22 Marzo 2004 in quel di Tokyo a supportare l’uscita di Skull Rings. E’ la celebrazione del suono Stoogesiano teso e nichilista dei primi due dischi, con i fratelli Asheton al meglio delle loro capacità, il sassofono infuocato di Steve McKay a massacrare di ecchimosi il corpo di monumenti come 1970 e Fun House e Mike Watt a reggere il peso del basso, senza essere ingombrante o cedere a tentazioni prog (come quelle che invece ammorbano il suo recente rientro solista) che sarebbero risultate fuori luogo. È la celebrazione del mito. Gli Stooges che vendono se stessi per quello che sono: i detentori del suono più erotico e brutale del rock di sempre. Tra le nuove hit, ecco Electric Chair ad ergersi a nuovo stendardo del Stooges-sound.

 

Dello stesso periodo è il cofanetto Heavy Liquid, licenziato dalla Easy Action Records. Liquido pesante. Come lo sperma di Iggy Pop. Iggy e i suoi Stooges. Odiati e sbeffeggiati in vita, risorti come icona sacra a 30 anni dal loro martirio. Ogni cosa che il Dio Iggy abbia toccato mentre si saturava le vene tra Detroit, Berlino, Londra e L.A è diventata oggetto di riscoperta. Ecco ora la Easy Action a documentare lo sfinimento creativo d’epoca Raw Power. Gli Stooges sono tutt’ altro che una carcassa di un malato terminale e lavorano al nuovo repertorio, rinsaldando le cerniere con il r ‘n r di base e ponendo le basi per il suono pre-punk. Sono ore e ore di provini, abbozzi, studio e live versions di classici dei nuovi Stooges quelli che affollano questi 6 CD, con un corredo fotografico (curato da Mick Rock in persona) e biografico di tutto rispetto. Davvero chi è un fan sperticato degli Stooges dovrebbe pensare a ipotecare casa di questi tempi. O vendere il 70% dell’immondezzaio che tiene nella propria discoteca.


Il ritorno in studio, un po’ a sorpresa e un po’ no, è del 2007.

Per default non mi fido di nessuno. Nemmeno di me stesso.

Quindi è colpa mia, solo colpa mia, se sono caduto nel tranello teso dagli Stooges.

Caduto nella tentazione, come Adamo davanti alla sorca di Eva.

Non era facile sottrarsi, del resto, pur conoscendo la mia ritrosia nei confronti di ogni reunion, anche quella dei Re Magi.

Così, incalzato dall’ufficiale rimpatriata degli Stooges del 2003 celebrata su Skull Ring e immortalata su Telluric Chaos mi sono lasciato convincere a mettermi prono, pronto a ricevere una iniezione di sperma stoogesiano.

I wanna be your dog, ancora una volta.

Ma stavolta non c’è alcun rischio di beccarsi qualche malattia venerea.

E stavolta, per la prima volta, si apre la cavità orale per sbadigliare anziché per pigliarlo in bocca. 

Il suono di The Weirdness ha poco a che spartire con l’aria malata dei vecchi dischi degli Stooges. I nuovi pezzi sono una paccottiglia di rock ‘n roll che vorrebbe essere perverso e che invece sfiora spesso il ridicolo (She Took My Money e l’orrida title-track ne sono forse gli esempi più bassi, ma non gli unici, NdLYS), con un Iggy Pop che, nonostante l’invidiabile fisico, sembra costretto a parodiare i suoi anni peggiori (Passing Cloud, You Can‘t Have Friends).

In passato, quando se miravi agli Stooges non ti era permesso sbagliare, i Miracle Workers, i Nebula e pure i Velvet Revolver vennero bacchettati per molto, molto meno.

Non si tratta di chiedere agli Stooges di suonare come gli Stooges, perché sarebbero ancora più ridicoli. Però pretendere che se torni sulla scena abbia qualcosa da dire, credo sia il minimo sindacale. Qui dentro l’unica cosa da salvare, se avete il coraggio di sucarvi la prima mezz’ ora di banalità, è la Mexican Guy sistemata quasi in chiusura con la sua lunga lingua che spazzola il clitoride ancora gonfio di Ann

Mi rialzo da terra e torno alle mie occupazioni.

Non devo nemmeno pulire il pavimento.

Poteva andarmi peggio.

E forse lo avrei preferito.

E adesso una domanda:

Qual’è stato il regalo per la vostra pensione?

Non l’avete ancora avuto. Ma vi posso anticipare quale sarà: un estratto conto previdenziale con cui vi comunicano che avrete i soldi necessari per comprarvi del pane ma assolutamente insufficienti per pagarvi la protesi dentaria che vi permetterà di masticarlo. A Iggy è andata meglio (sicuramente meglio di Ron Asheton che schiatta a 61 anni nel 2009) permettendogli di poter celebrare l’ingresso nella Rock ‘n Roll Hall of Fame, lo scorso 15 Marzo 2010: è l’occasione per rimettere in vetrina Raw Power e portarlo a spasso per il mondo con data conclusiva a New York. Sul palco ci sono Iggy, James, Scott, Mike Watt e Steve McKay che parodiano se stessi, come Roger Waters con The Wall. La scaletta è quella del terzo album con supplemento di I Got a Right, il suono quello psicotico e stradaiolo del disco farcito col sax di McKay, con la slide di Williamson (I Need Somebody ora più blues che mai) e gli addominali sfatti di un sessantenne che non smette di muoversi come una scimmia.

Nessun pizzico di perversione.

Sperma e sangue sono andati via per sempre.

Rimane solo il sudore. Gli Stooges non fanno più paura.

In The Hand of the Fans, il disco che lo documenta è il loro Demential Ko.

Iggy è di nuovo dietro il culo di James Williamson, o viceversa. Così, danno fondo alle loro ultime energie pubblicando nel 2013 l’infame Ready to Die.

Dio Cristo che spreco.

È Domenica, c’è il sole, la figa si sveste.

E io sono in casa in compagnia di un disco qualunque.

Diverso dagli altri solo perché è firmato Iggy and The Stooges.

Con l’illusione che potesse vagamente somigliare a quelle domeniche di tanti anni fa in cui stavo in compagnia di Raw Power.

E invece è cambiato tutto, come nelle memorie di Paolo Conte.

Io sono invecchiato.

E Iggy, nonostante la corazza di rettile che sfoggia sul ventre, pure.

Attorno a noi due, è cambiato pure tutto il resto.

Il mio Technics SL-BD20 tace, al suo posto gracchia il pc.

E la musica degli Stooges, quella che prima riusciva a far esplodere casa anche sotto un chiodo, pure. Si è immiserita, assottigliata, dissanguata. 

Il mio pc, che è lento come quella tartaruga che spadroneggia sulla pancia settantenne di Iggy, ogni tanto si inceppa, sfiata come una balenottera che sta per morire, poi riprende, si blocca, riparte.

Un’agonia indolore.

Finestre di vuoto spalancate su una mattinata già orfana di emozioni.

Pop riabbraccia Williamson, Williamson riabbraccia Iggy.

Ma non succede null’altro.

Si dichiarano pronti a morire, a riaccendere il napalm di quarant’anni prima.

E non sanno più per cosa.

Per una quinta di reggiseno (Dd‘s) ?

Per dei colleghi di lavoro troppo imbecilli (Job) ?

Perché vogliono ancora più sesso, ancora più denaro (Sex and Money) ?

Perché io mi rifiuto di cantare queste canzonette idiote anziché genuflettermi a Dio Iggy?

L’America ha già avuto il suo Rambo.

Ed anche allora puzzava più di merda che di sudore.

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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THE PLEASURE SEEKERS – What a Way to Die (Cradle Rocks Music)

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Che fossero brave tanto da spartirsi il palco con gli altri dragosauri di Detroit come MC5, Alice Cooper, Rationals, Amboy Dukes, Frost, Frijid Pink, Stooges e Bob Seger contava poco.

Quello che contava era che fossero giovani e belle. Soprattutto all’inizio, quando erano poco più che go-go dancers che si dilettavano a mostrare le gambe al Club 1270. Il primo singolo, pubblicato per il San Valentino del 1966 vibra proprio della  giovane pulsione adolescenziale di cinque neo-mestruate dalle gambe scoperte.

Per il secondo singolo (pubblicato curiosamente in due edizioni diverse con le sides scambiate, NdLYS) le Seekers portano la Monkeemobile fin dentro il cortile della Motown, lasciandosi accarezzare il clitoride dal soul ad alta energia della loro amata città dei motori. Poi il suono vira verso l’hard-blues infetto dei Led Zeppelin e dei Big Brother & The Holding Co di pezzi come White Pig Blues, Brain Confusion o Where Have You Gune e le ragazzine trovano il piacere che cercavano, dando vita alle Cradle fino a che un giovane e audace Jac Holzman non decide di fare di Suzi Quatro la nuova icona del bubblegum rock costringendola ad abiurare dai progetti familiari. What a Way to Die riapre la zip degli abitini della band di Detroit mostrandoci anche quello che allora, per pudore o chissà cosa, non ci fu mostrato.

Il disco lo trovate in vendita su CD Baby o su www.quatrorock.com. Se somigliate vagamente ad Arlene Quatro potete però ascoltarlo gratis a casa mia.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

PleasureSeekersCD