THE BYRDS – Younger Than Yesterday (Columbia)

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Non so dove stia il paradiso.

Nessuno lo sa, neppure il mio Frà Pietro che me lo predica in parrocchia.

Però sono certo che è oltre le otto miglia. Perché è lì che i Byrds arrivano, dopo aver oltrepassato quell’altezza. Perché è da lassù che ci lanciano Younger Than Yesterday, il 6 Febbraio del 1967. E non potrebbe essere da nessun altro posto.

Younger Than Yesterday è disco di una tale bellezza da lasciare incantati.

È il disco con cui i Byrds si congedano dalla stagione psichedelica e dalle opalescenze del suono jingle jangle prima di tornare verso Madre Terra e celebrarne la sua fiera bellezza negli album della stagione country immediatamente successiva, qui annunciata dalle Time Between e The Girl with No Name di Chris Hillman.

L’astronave con cui salutano l’ennesima volta Dylan (My Back Pages) e i Beatles (Thoughts and Words) portandosi ad altezze vertiginose come quelle appena toccate da Tim Buckley (cosa è Mind Gardens se non un volo in apnea nell’aria rarefatta del castello del cantautore di Washington?, NdLYS) e guardando da lassù agli abissi di malinconia di Nick Drake prossimi venturi (l’altra perla firmata da David Crosby Everybody‘s Been Burned). 

Gene Clark dopo il ruolo marginale riservatogli su Fifth Dimension è definitivamente scomparso dalla storia del gruppo anche se è proprio il produttore del suo primo album solista Gary Usher e il suo studio all’avanguardia a contribuire in larga parte alla spinta progressiva di Younger Than Yesterday e anche se i nomi di Clark, Hillman e McGuinn torneranno ad intrecciarsi proprio quello stesso anno sullo sfortunato e unico disco di David Hemmings (l’attore protagonista di pellicole di culto come Blow-Up e, più avanti, Barbarella e Profondo Rosso) Happens.

Effetti elettronici, oscilloscopi, nastri alla rovescia, fiati (la bellissima tromba di Hugh Masekela che illumina So You Want to Be a Rock ‘n’ Roll Star), sinfonie di fans urlanti colorano una capacità di scrittura sempre a livelli d’eccellenza consegnando alla storia capolavori come Have You Seen Her Face, Why, So You Want to Be a Rock ‘n’ Roll Star, C.T.A. 102, Mind Gardens, Everybody‘s Been Burned, Thoughts and Words.

Pensate, se il mondo fosse finito il 31 Maggio del 1967 non avremmo mai ascoltato la banda del Sergente Pepper ne’ il soffio del pifferaio alle porte dell’alba eppure avremmo potuto ugualmente morire stringendo in mano il capolavoro della stagione psichedelica.

Fortuna per voi e per i Beatles che non sia successo. 

 

                                                                                Franco “Lys” Dimauro     

   

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THE VICTIMS – Sleeping Dogs Lie (1977)

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Le memorie personali di Dave Faulkner impreziosiscono quello che si appresta a diventare il documento storico definitivo dei suoi Victims.

Perth. Anno di grazia 1977, proprio come l’etichetta giapponese che si è fatta carico di pubblicare Sleeping Dogs Lie. Esiliati dal mondo per motivi geografici e dai concittadini per questioni di “appartenenza”, i Victims si costruiscono un seguito di poche decine di cani sciolti folgorati come loro dall’ascolto del debutto dei Ramones e dai bollettini di guerra che arrivano dall’avamposto punk americano. Tirano su un repertorio in parte rubato a quello delle precedenti band di Dave e James Baker e si auto finanziano (usando il portafogli di Tony Watson, un loro fan benestante, NdLYS) uno dei dieci singoli fondamentali del punk tutto (Television Addict/(I’m) Flipped Out Over You) e un E.P. a storia già conclusa. Ciò che era venuto prima, l’immondizia da due accordi accatastata nella loro cantina di Perth da cui sarebbero nate le perle punk della loro breve carriera, erano invece rimaste inedite fino ad oggi. “Odiavamo quelle registrazioni allora e continuiamo ad odiarle oggi” ammette Faulkner. Io mi auguro che qualcuno di voi faccia lo stesso.  

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE SICK ROSE – Floating (Synergy)

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Un album storicamente fuori posto nella discografia dei Sick Rose, incuneato tra due dischi di rock ‘n roll fumante come Shaking Street e Renaissance.  

Frutto di un periodo di ripensamenti e indecisione il terzo LP della band torinese esce con un titolo che non fa mistero di questa incertezza. Un disco di transizione e di ripiego che demolisce la sterzata hard di Shaking Street andando a riannodarsi col beat e sfregando per la prima volta quella lampada magica del power-pop che i Sick Rose impareranno a maneggiare con destrezza solo molti anni dopo.

Un disco assemblato durante quattro lunghi mesi in cui la band sente il bisogno di assecondare la Synergy nella realizzazione di un disco che possa tentare di allargare il proprio pubblico di fedelissimi. L’esperimento riesce tuttavia solo a metà perché accanto a riletture magistrali (le due cover degli Easybeats ad esempio, oppure Let Me Out che sdoganò, non scordiamolo, i Knack tra il pubblico neo-sixties o ancora I Feel Good di Aaron Neville trafugata dal repertorio degli Artwoods e, tra il materiale olografo Always Taking e Mr. Jones) altri episodi lasciano invece  un po’ d’amaro in bocca (vale per le riletture dei Sorrows, per la Love Me Two Times dei Doors, per la brutta rivisitazione della loro When the Sun Refuses to Shine con l’organo di Beppe Crovella chiamato a rimpiazzare il vuoto lasciato da Rinaldo Doro) e, soprattutto, non chiariscono le direzioni che i Sick Rose, davanti all’empasse che sta inghiottendo la scena neogarage e i cui canoni essi stessi avevano abilmente manipolato cercando una via alternativa ma coerente, intendono intraprendere. Al culmine delle registrazioni infatti i Sick Rose collassano, come una supernova che ha concluso il suo ciclo vitale.

È la fine simbolica di un’epoca e il passaggio di consegne della scena storica della neo-psichedelia italiana ai nuovi giullari delle musiche meticce e alle lingue lunghe della scena hip-hop che stanno per invadere tutto lo stivale.

 

                                                                        

                                                                                      Franco ”Lys” Dimauro 

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LYRES – Lyres Lyres (Ace of Hearts)

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Nel 1986 i Lyres si riappropriano della loro She Pays the Rent, rubatagli in maniera infame dagli svedesi Nomads. Lo fanno ispirandosi a un fantastico singolo pubblicato nell’85 dalla Willy B Review dove Willy Baken reinterpreta al ralenti la storica That’s How Strong My Love IsNon è l’unico ripescaggio che MonoMan fa sul secondo disco dei suoi Lyres. Dentro c’è pure spazio per una nuova versione di How Do You Know? (la facciata A del singolo con cui i Lyres hanno debuttato nel 1979 sulla minuscola etichetta bostoniana Sound Interesting) e addirittura una nuova versione della sempiterna Busy Man dei DMZ, ribattezzata Buzy Men per sottrarre quel 15/20 per cento di diritti che sarebbero altrimenti toccati alla Bomp!.

Insomma, Jeff Conolly pare intenzionato a riprendersi quello che gli spetta di diritto, groupies comprese. Una la mette in posa sulla copertina di questo Lyres Lyres cercando di evocare (ma non tutti lo capiranno, ne’ allora ne’ dopo, NdLYS) una famosa posa plastica delle confezioni di sigari El Producto in cui una donna in abito lungo tiene in mano una lira, su una terrazza che si affaccia sul mare di Cuba.

Eccetto che per il batterista, la band è la stessa del primo album, produttore compreso. Un disco in qualche modo speculare al precedente, con la differenza che se On Fyre rendeva il suo doppio tributo al suono dei Kinks, Lyres Lyres stavolta paga doppio pegno a Wally Tax e Ron Splinter con le cover di Teach Me to Forget e I Love Her Still, I Always Will assecondando una delle tante ossessioni musicali di Jeff, autentico cultore del rock ‘n roll degli anni ’50 e ’60 e divoratore di vinile.

Dalla sua sterminata collezione stavolta prende in prestito No Reason to Complain degli Alarm Clocks, Stormy dei Jesters of Newport, If You Want My Love dei Nightcrawlers e You‘ll Never Do It Baby dei Cops & Robbers e aggiunge sei pezzi suoi, come da tradizione.

Monoman è il principe del Farfisa-sound.

I Lyres una band dal suono riconoscibilissimo.

I loro denigratori un pugno di idioti.

Io, che li amo, il capo degli idioti.

   

                                                                                    Franco “LYreS” Dimauro

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FLAMIN’ GROOVIES – Shake Some Action (Sire)

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Nel 1976, proprio mentre l’esplosione del punk dovrebbe dar loro ragione e la loro Slow Death è una delle canzoni più trasmesse dalla bocca del juke box della boutique di Malcolm McLaren, i Flamin’ Groovies si siedono dalla parte sbagliata del marciapiede. Se Teenage Head era stata l’apoteosi del suono stonesiano e il trionfo di Roy Loney, Shake Some Action sceglie i Beatles e Chuck Berry come nomi tutelari mentre il nuovo acquisto Chris Wilson sollecita la svolta in direzione power-pop, spinti dalla mano sapiente di Dave Edmunds con cui la band inizia a lavorare sin dal lontano 1972 con l’idea di registrare un paio di singoli e un intero album.

Il risultato è un disco che spiazza il nocciolo duro dei vecchi fan con un suono assolutamente meno virile. Dalle finestre dei Rockfield Studios  bussano echi di Merseybeat e di jingle-jangle byrdsiano e i nuovi Groovies che sono andati ad ossigenarsi nel Galles dopo la risoluzione del vecchio contratto e l’allontanamento di Loney e Tim Lynch, li lasciano entrare. Qui i Flamin’ Groovies reinventano se stessi, look (taglio di capello in perfetto stile beat ed elegantissimi abiti mod al posto dei capelli incolti e dei pantaloni di pelle che campeggiavano sulle prime copertine) e strumentazione (l’Ampeg di Cyril Jordan viene sostituita da una Rickenbacker 12 corde mentre George Alexander abbandona il suo vecchio basso in favore di un Hofner a violino in un ennesimo omaggio a Paul McCartney, NdLYS) compresi.

I pezzi chiave dell’album sono ovviamente i due singoli Shake Some Action e You Tore Me Down, risalenti alle prime sessions con Edmunds del 1972 (gli altri pezzi erano Get a Shot of R ‘n B, Little Queenie, Married Woman, Tallahassie Lassie e il fantastico inno anti-droga di Slow Death di cui abbiamo detto, registrati per l’abortito Bucket of Brains, NdLYS). Entrambe scritte dal team Jordan/Wilson mostrano un suono fortemente melodico e ricco di arpeggi folk-rock nella miglior tradizione californiana e costituiscono la chiave di lettura dei nuovi Groovies che abbandonano definitivamente il cazzuto suono dei primi anni Settanta per dedicarsi, nella trilogia che chiude il decennio, ad una innocua e tutto sommato abbastanza inutile parodia beatlesiana d’autore. Chi vi dice che questi sono i Flamin’ Groovies migliori, o mente o è un fan dei Beatles.

Siate scaltri.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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