THE MOJOMATICS – You Are the Reason for My Troubles (Outside Inside/Wild Honey)

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L’inizio è quasi Jumpin’ Jack Flash.

Poi, proprio quando Jack Saetta sta per toccare terra, i Mojomatics spostano il telone elastico. E Jack si schianta in un ballatone folk da cantina.

Mojomatics tornano a fare i Cochi e Renato del garage italiano.

Che, ovviamente, è tale solo per attitudine.

Quello che marcisce nelle canzoni dei Mojomatics è piuttosto una miscela di folk a volte strampalato (You Don‘t Give a Shit About Me), altre volte più contadino (You Are the Reason for My Troubles).

Roba che odora di merda. Ma di merda vera.

Poi ovviamente il duo sguazza nel pantano del country e del blues.

Musica del dolore e della fatica.

E anche della sfiga.

Un po’ le cose che hanno anche generato questo loro quarto album.

Ovvio lo immaginiate un po’ triste e curvo su se stesso. Perché è così che ce l’hanno dipinto per secoli, l’affanno di vivere.

E invece il gruppo veneto riesce a colorare questi “guai” di una vitalità quasi paradossale. Rain Is Diggin’ My Grave, Feet in the Hole o Her Sing ad esempio, con questi tripudi di colori byrdsiani o di baccanali kinksiani, sono l’esatta antitesi al concetto musicale di dolore che vi siete costruiti.

E se avete evitato la musica dei Mojomatics perché, come è successo a me, i gruppi chitarra/batteria vi hanno sfilacciato la pelle dei testicoli, ravvedetevi.

Il suono di You Are the Reason for My Troubles ha una sua densità, una sua fronda ricca e colorata, una sua fierezza cromatica, seppure sfoggi abiti fuori moda.  

Non abbiate timore di cantare, quando siete ammaccati e tristi.

I Mojomatics sono sempre pronti ad accompagnarvi. E a suonarvele.

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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ROKY ERICKSON AND THE ALIENS – Roky Erickson and The Aliens (Cherry Red)

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Dopo essere finito in un ospedale psichiatrico a vent’anni per evitare una pena per detenzione di stupefacenti ed esserne uscito dopo tre anni di elettroshock con le cellule del cervello in corto circuito, Roky Erickson telefona ai vecchi amici di ascensore per rimettere in piedi la vecchia band.

Ora che ha visioni marziane, promette di portarli oltre il tredicesimo piano.

I suoi amici credono stia ancora fingendo.

Recita bene, Roky.

Se è riuscito ad ingannare i boia dell’Austin State Hospital e del Rusk State Hospital, pensano, come deluderlo?

E così ci provano. Gli Elevators tornano assieme.

Però ci mettono poco a capire che qualcosa non funziona.

Roky non mente.

Roky è davvero ossessionato dagli alieni.

E non solo da loro.

Zombies, morti viventi, vampiri, demoni e bestie abominevoli abitano la sua mente.

Si crede la reincarnazione di Dio.

O il prescelto dal Diavolo, a seconda delle occasioni.

E stare con lui in quell’ascensore diventa pericoloso.

I “ragazzi” rimettono gli strumenti nelle custodie e scompaiono.

Ma Roky vuole provarci lo stesso.

A fatica tira su una band contando sull’appoggio di qualche altro vecchio amico come Doug Sahm, Stu Cook e John Oxendine che però, non credendoci fino in fondo, decide di mascherarsi dietro un criptico Fuzzy Furioso.

Il risultato di quelle travagliate sessions affollate dai demoni interiori di Roky esce nel 1980 per la CBS. Ma nemmeno le menti dell’etichetta ci credono del tutto, sicchè il disco esce solo per il mercato inglese e olandese con cinque simboli runici stampati sull’etichetta.

Cinque simboli che rappresentano la parola “alieno”.

Che però nel vecchio linguaggio germanico equivale a “solo”. 

Erickson è un uomo solo.

Solo e devastato.

A tenergli compagnia ci sono i suoi fantasmi.

Quelli che si stipano dentro la sua mente e che vengono fuori uno alla volta nelle canzoni di questo disco che della lievitazione psichedelica e della spiritualità visionaria dei dischi degli Elevators non conserva nulla: i pezzi del nuovo corso hanno tutti un corpo robusto, scolpito dai muscoli di Duane Aslaksen, il nuovo chitarrista di fiducia di Erickson (e che più tardi presterà i suoi servigi per Powell St. John che per gli Elevators aveva scritto pezzi come Slide Machine, Monkey Island, You Don‘t Know, You Gotta Take That Girl, NdLYS).

Una sorta di proiezione ortogonale del vecchio suono circolare degli Elevators.

O, se può sembrarvi più chiaro, una sua prospettiva NeilYoungiana.

La sua nuova versione curata dai tipi di Mojo esce adesso in edizione allungata a dodici pezzi e, malgrado si porti addosso trentadue anni, suona ancora con la stessa semplice efficacia di allora.

Gli alieni hanno sempre ragione.

Roky Erickson pure.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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RED CRAYOLA – Parable of Arable Land (International Artists)

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Al mio segnale scatenate l’Inferno.

Dev’essere stata questa, più o meno, l’incitazione rivolta dal gladiatore Ma(ss)y(m)o Thompson alle decine e decine di sballati reclutati da lui stesso e che affollano gli studi Andrus nel Marzo del 1967 durante la registrazione dell’album di debutto dei suoi Red Crayola.

E loro, che sono lì per sballarsi di acidi e rumore, lo scatenano.

Suonano tutto ciò che capita loro a tiro, stravolti dalle droghe e incitati dal loro guru. Un’orgia di rumori variopinti dentro l’anarchia più totale.

Ben oltre le visioni oniriche di una psichedelia che apre le porte della conoscenza, la musica dei Red Crayola spalanca un baratro verso l’ignoto inumano.  

Nessuna esplosione di colori. Nessun cromatismo.

Parable of Arable Land innalza una torre di Babele nel cuore del Texas e la popola di scoppiati hippie capelloni. Tutto qui dentro vibra di un’alienazione aberrante resa ancora più insopportabile dalla registrazione piatta e confusa, con gli strumenti (quelli “tradizionali” come la chitarra di Thompson, il basso di Steve Cunningham, la batteria di Rick Barthelme, l’organo e la blues-harp di Roky Erickson ma anche quelli non convenzionali come bottiglie, bidoni, ventilatori e rombi di chopper) registrati uno sull’altro, a formare un groviglio cacofonico, una rappresentazione alienante e dantesca di un viaggio dentro il cervello offuscato dalle droghe, una proiezione sciagurata e folle della psiche umana.

Le lunghe, oppressive marce funebri di Hurricane Fighter Plane, Transparent Radiation, Pink Stainless Tail, Former Reflections Enduring Doubt emergono e riaffondano tra i flutti delle allucinate free form freak out inscenate dalla Familiar Ugly, creando un angoscioso, inquietante, disumano approdo per menti devastate.

E pensare che c’è ancora qualcuno, tra i signori critici miei benemeriti colleghi, che vuole vendersi Sgt. Pepper‘s come il disco-manifesto della stagione psichedelica.

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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DINOSAUR JR. – Green Mind (Blanco Y Negro/Sire)

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Fatto fuori Lou Barlow, i Dinosaur Jr. diventano sempre più un affare privato per J Mascis. È lui a firmare sotto la voce “artista” in calce al nuovo contratto con la WEA ed è praticamente lui da solo a suonare su Green Mind, il disco che inaugura la seconda fase artistica della band del Massachusets, quella che ha il compito di replicare a iosa la formula sperimentata sui dischi targati SST e renderlo il nuovo prototipo per l’alternative rock del nuovo decennio.

Falde di rumore bianco stratificato e voce svogliata e ipotrofica.

Melodie vischiose e indolenti, come suggerite da un’incapacità quasi biologica di poter essere davvero felici.

È l’atrofizzazione della felicità peculiare dell’era del grunge quella che passa tra le mucose e i liquidi fisiologici del giovane rettile americano.

Green Mind si immerge fino al collo in questa liturgia al culto della noia, dell’appassimento delle emozioni, in questo torpore dei sentimenti che indugia a volte, laddove il campo si sgombra dalle tempeste di feedback (Thumb, Flying Cloud), in autentici sbadigli musicali o nei groppi in gola (Green Mind, Blowing It, Water, il funky assonnato di Muck) figli delle buffe smorfie di Robert Smith.

Laddove i Cure mascheravano il disagio provato davanti alla meraviglia della vita dietro chili di cerone, rossetto ed eyeliner, i Dinosaur Jr. lo tumulano sotto rabbiose tempeste di sabbia fuzz come quelle che soffiano su The Wagon, Puke + Cry o How‘d You Pin That One On Me, come dei Jesus & Mary Chain vestiti di flanella.

Provate a cantare le canzoni degli Hüsker Dü o di Neil Young mentre piangete a dirotto. Non dovreste essere molto lontani dalla pietra filosofale del rock del Piccolo Dinosauro. 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BIG COUNTRY – The Journey (Cherry Red)

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Alla fine la metamorfosi è completa: i Big Country sono riusciti a diventare i Bon Jovi inglesi. Un silenzio discografico lungo quattordici anni durante i quali la memoria di Stuart Adamson è stata oltraggiata con l’uscita di raccolte, box, antologie e collezioni che manco i Led Zeppelin.

E, adesso, il ritorno.

Assieme ad altri due reduci della stagione d’oro del rock passionale inglese degli anni Ottanta: Derek Forbes dei Simple Minds e Mike Peters degli Alarm.

The Journey non fa altro che allungare la lista di dischi inutili della band scozzese il cui altissimo potenziale venne bruciato nel giro di pochissimi anni e di un paio di album se non indispensabili, quantomeno dignitosi.

Poi, il tunnel della depressione inghiotte tutto.

L’ispirazione, il successo, la gloria.

Infine risucchia anche Stuart Adamson.

E la Grande Terra diventa un campo santo.

Però, visto che per la legge contrariamente a quello che l’etica del rock dovrebbe imporre le reunion non sono perseguibili, i Big Country si ributtano nella mischia. Una prima volta nel 2007, un’altra nel 2010, stavolta con Mike Peters alla voce.

E visto che un abbraccio ai superstiti non si nega mai, i loro tour hanno il successo che si aspettano.

L’idea di mettere su un disco di inediti arriva poco dopo, e il risultato è questo The Journey che echeggia di tutta l’enfasi del rock da stadio di cui i Big Country divennero portabandiera al fianco degli U2, dei Simple Minds di Once Upon a Time, dei Cult di Sonic Temple, di Bryan Adams, dei Bon Jovi.

Roba che alza il testosterone di qualcuno e a me invece ingrossa i testicoli.

Qualcuno troverà di che gioire e agiterà le sue palme salutando l’ingresso del nuovo Cristo in città.

Io rimango in disparte, aspettando che arrivi il prossimo.  

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro 

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AFTERHOURS – Padania (Germi)

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Notizia buona n. 1: Zio Xabier è tornato a casa. E si sente.

Notizia buona n. 2: gli Afterhours tornano ad essere un gruppo indipendente.

Notizia buona n. 3: Padania è un titolo attualissimo. La foto siberiana che lo rappresenta, uno scatto da antologia di un cancello aperto verso il nulla siderale.

La terra delle opportunità coperta dal gelo.

Il fuoco della linea gotica soffocato dalle nevi perenni.

Uccisa da Monti, dalla Lega, dalle tasse, dagli scandali politici e da se stessa.

Chi parte oggi per la Padania, parte per la terra del nulla.

E gli Afterhours lo sanno bene, come dimostra questo coraggioso viaggio verso l’ignoto. Rigoglioso di soluzioni melodiche inusuali e rumorose, Padania conferma gli Afterhours come avamposto brillante ed intelligente del rock fatto in Italia.

Ops. In Padania.

Perfettamente in bilico tra voglia di sperimentare e di rimettersi in discussione (Io so chi sonoGiù nei tuoi occhi), richiami colti alla tradizione dell’Italia antagonista (lo Stratos che fa capolino su Meditazione o Ci sarà una bella luce), virilità rock (La tempesta è in arrivoFosforo e Blu), Lennon (La terra promessa si scioglie di nuovo) e Lou Reed (Terra di nessuno), Padania persevera nella scelta del gruppo milanese di zittire la sua folla sputandole addosso parole impossibili da cantare, cancellando la memoria di pelli splendide e mali di miele.

E me li voglio vedere i giovani d’oggi cantare su Fosforo e bluSpreca una vita, Meditazione o Giù nei tuoi occhi.

Me li voglio vedere i vostri Primo Maggio.

Me le voglio vedere le vostre seconde nozze.

Me la voglio vedere la vostra terza età.

Intanto, aspetto.

Perché

aspetti qualcosa

lo aspetti una vita

e poi quel qualcosa

era proprio l’attesa.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MUDHONEY – SuperFuzz BigMuff (Glitterhouse)

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Me ne fotto che non sappiano suonare. Nemmeno io so farlo eppure se imbraccio la chitarra mi sento Odino. È la forza del rock ‘n’ roll.

Malmsteen non sarà mai felice finchè si dannerà l’anima per aver sbagliato di un decimo di tono una delle sue scale minori armoniche.

Io lo sarò sempre di più finchè potrò alzare il volume appena entra il riff di Touch Me, I‘m Sick.

Prima del ciclone Smells Like Teen Spirit è questo l’inno di Seattle: un riff di chitarra devastato dal fuzz e voce depravata.

Lo sgorgare sempiterno dell’umore vaginale del rock ‘n’ roll.

Una donna che si agita sotto la spinta dei tuoi addominali.

Miele e spazzatura.

Sono loro, i Mudhoney i veri eredi del grunge originale, quello coniato qualche anno prima in Australia da mostri mutanti come Cosmic Psychos o Grong Grong: chitarre furiose cotte nell’acido stagnante delle officine di Detroit, canto sguaiato e aria carica di ioni. Sulla stampa americana del loro EP di debutto (quella marcata Sub Pop per intenderci) Touch Me, I‘m Sick però non c’è. Ed è per questo che SuperFuzz BigMuff lo preferisco nella sua versione europea, quella targata Glitterhouse. Perché è con questa roba così che un disco deve cominciare se vuoi che ti condanni a morte, così come Raw Power doveva aprirsi con Search and Destroy, Kick Out the Jams con Ramblin’ Rose e Vincebus Eruptum con Summertime Blues

Il resto sono cinque brani che convogliano il rumore dentro convulse garage songs per serial killer come Chain That Door o No One Has, lo fanno montare in lentacci malati come If I Think o Mud Ride o lo lasciano colare dentro una coppa di riff e assoli rubati ai Blue Cheer come In ‘n Out of Grace lungo la quale i quattro di Seattle se la spassano a riprendere il ponte di batteria e le code di feedback di Second Time Around. L’adolescenza ai tempi dell’AIDS.  

Seattle, il Northwest Punk, Hendrix, i Sonics, i Mudhoney.

Tutto torna.

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

 

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TELEVISION – Marquee Moon (Elektra)

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Nel Marzo del 1974 qualcuno monta una televisione all’interno del CBGB‘s.

Sullo schermo quattro spilungoni con camicioni grigi con le Clarks ai piedi.

Sono Tom Verlaine, Richard Lloyd, Billy Ficca e Richard Hell.

Billy Cristal ammetterà anni dopo che quella sera nasce ufficialmente la new-wave.

E nessuno può dargli torto.

I Television sono una band fantastica.

Visionaria come le migliori band degli anni Sessanta ma percorsa da un nervosismo che è del tutto figlio del nuovo fermento che si respira in città, del mare che si agita di fronte al porto di New York e che vede montare la “nuova onda”.

Abortito il tentativo di firmare per la Island e di vedere stampato un album a cui ha messo mano un Brian Eno appena scappato dai Roxy Music e dopo aver sostituito Richard Hell con l’ex-Blondie Fred Smith i Television arrivano al primo album ad esplosione punk ormai avvenuta rappresentandone la sua più alta rappresentazione artistica. Marquee Moon è un album avventuroso e visionario, raffigurazione stilistica di una band che ha elaborato uno stile peculiare costruito con cura diamantina. Le chitarre di Verlaine e Lloyd si abbracciano in piccole spirali psichedeliche generando vortici cristallini dove arpeggi, glissati, fraseggi, fughe allucinate e assoli acidi cingono d’assedio anche i riff più diretti.

Fino alla resa.

Come accade sull’epocale See No Evil che apre l’album e che sfoggia da subito la caratura fuori norma del quartetto newyorkese. E non solo tra i contemporanei.

I Television creano il vuoto attorno a sé diventando fonte d’ispirazione per decine di band ma rimanendo, nei fatti, unici ed irriproducibili.

La tecnica personalissima di Verlaine è messa ulteriormente in mostra sulla successiva Venus, accesa da un chitarrismo luminoso come riflessi di acqua cristallina tra le gole di una scogliera ben sostenuto da una sezione ritmica fantasiosa, spalleggiato dalla sei corde altrettanto brillante di Lloyd e da un cantato distaccato, cinico e disincantato. Qualcun altro potrebbe cantare quell’ “Didja feel low? No! Not at all! Huh!” in quel modo e decidere di farne un ritornello?

Friction è invece un boogie spastico percorso da smorfie colate giù dal primo album di Captain Beefheart che nel ritornello pare allungarsi verso ombre stonesiane salvo poi essere sfregiato dalle lame di un assolo che pare sgorgare da una jam dei Grateful Dead.

La title track è un volo di gabbiano che si dipana per oltre dieci minuti sostenuto da un piccolo, ipnotico mulinello di note su cui si aprono, ampie come fossero le ali di Dio, le bizzarrie armoniche delle chitarre dei due leader.

La seconda facciata ha un tono più melodrammatico in cui emergono più che altrove i debiti nei confronti della poetica urbana di Lou Reed.

Soprattutto nel dolce tormento di Guiding Light che riaccende le luci spente dai Velvet nel 1969.

Più banale il giro di Prove It (che verrà poi ripreso qualche anno dopo dagli X per Adult Books, NdLYS) mentre Torn Curtain si stende oppressiva gravata da un velo di amarezza pesante come una tenda rococò.

Il blues stilla dalla sei corde di Tom come piccole lacrime cariche di nostalgia.

Il tintinnio del dolore segna gli ultimi sette minuti di uno dei più grandi capolavori del rock contemporaneo. Nel cielo la luna sembra essersi fatta più vicina.  

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

 

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THE GO-BETWEENS – Spring Hill Fair (Sire)

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Essere una pop band perfetta e non riuscire a dimostrarlo al mondo.

Chissà.

Se anziché a Brisbane fossero nati a Glasgow. O a Manchester.

Chissà.

E invece no, il destino aveva scelto per loro il Queensland ed i Go-Betweens erano sprofondati in quell’abisso australiano.

La terra della regina. Lontane dalla Regina.

Lontani dagli Smiths, dagli Aztec Camera, da Lloyd Cole and The Commotions, da Jazz Butcher, dagli Orange Juice.

Però il loro cuore batteva lì, sotto le umide primavere inglesi.

Li immaginavo così, i Go-Betweens, nei miei sogni di ragazzino, quando le canzoni come per magia piovevano nella mia stanza prima delle riviste, prima delle fotografie, prima dei video in tv: quattro gentlemen sotto degli ombrelli issati come scudi sotto la pioggia inglese. Poi scoprì che invece i gentlemen erano tre e una era una donzella biondissima. E che la pioggia inglese ce l’avevano dentro l’anima e l’unico ombrello che poteva ripararla era la loro musica.

Persero un po’ di fascino, come succede sempre quando scopri troppo quello che nei tuoi sogni hai solo immaginato. Ma la bellezza della loro musica non ne venne intaccata. Soprattutto perché nel 1984 uscirono fuori con un disco come Spring Hill Fair dove tutto sembrava perfetto. Malinconico e perfetto. Strambo e perfetto.

Come quel vezzo grammaticale delle doppie elle che la band abbandonerà solo nel 2000, portandosi via un altro po’ di magia.

Spring Hill Fair fu la mia coperta di Charlie Brown.

Un disco che ti apre le braccia per accoglierti con una cosa romantica come Bachelor Kisses. Piedi, gambe, cuori, labbra, capelli che si corrono incontro su una spiaggia deserta per uccidersi d’amore vicendevolmente.

Un album che ti avvolge in un abbraccio di lana infeltrita come quello di Five Words, tutta fradicia di spazzole jazz. O che si diverte a farti delle boccacce da spastico come nella Slow Slow Music. Che ti mette seduto su uno sgabello di legno e ti obbliga ad ascoltare le promesse da marinaio di River of Money.

Ti porterò ad Hollywood, ti porterò in Messico.

Sotto, sembra di sentire i Dream Syndicate avanzare nel deserto australiano.

Ma i deserti provocano miraggi, come la calentura oceanica.

Come quando su Part Company ci era sembrato di sentire Johnny Marr, su Unkind and Unwise Lou Reed o su The Old Way Out Tom Verlaine.

Invece erano solo i Go-Betweens.

Qualcuno tiri fuori gli ombrelli. A forma di cuore. Con un buco al centro.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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SONIC YOUTH – diRty (DGC)

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L’album di nozze tra il noise e il grunge si intitola diRty ed esce nel Luglio del 1992, sotto la supervisione di Butch Vig e Andy Wallace, la premiata ditta dietro il successo di Nevermind. Tuttavia, nonostante i fantocci di flanella sventolati in copertina, non si tratta della svendita della griffe Sonic Youth che molti, autori ed etichetta in primis, vorrebbero far credere.

Si tratta semmai di un incontro a metà strada tra una band che sta rendendo il suo suono sempre meno cespuglioso e aggrovigliato (volontà evidenziata dalla scelta fino a quel momento inedita di separare i suoni delle due chitarre sui due canali stereo, NdLYS) e il gusto del grosso pubblico educato e scosso dal pop chiassoso di band come Nirvana, Dinosaur Jr. e Pixies.

Ad entrambi basta un solo passo per trovarsi faccia a faccia.

Quel passo si intitola appunto, diRty.

Un album dall’impalcatura solidissima, un disco da cui il suono dei Sonic Youth esce frontale, denso, sfacciato e godibile, evirato da quelle sperimentazioni avanguardistiche che non siano funzionali al risultato.

Purr, 100%, Drunken Butterfly, Sugar Kane, Youth Against Fascism sono inni militanti, impetuose rock songs tetragonali lontane anni luce dalle giungle rumoriste e dall’espressionismo disarticolato degli esordi. Piccole sculture di granito intagliate nel muro elettrico alzato dalle chitarre di Ranaldo e Moore e dai loro movimenti circolari e spiraliformi.   

Un album che è stesso figlio dei suoi tempi pur senza rinunciare al suo fatale fascino patriarcale.

 

                                                           

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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