ROKY ERICKSON AND THE ALIENS – Roky Erickson and The Aliens (Cherry Red)

Dopo essere finito in un ospedale psichiatrico a vent’anni per evitare una pena per detenzione di stupefacenti ed esserne uscito dopo tre anni di elettroshock con le cellule del cervello in corto circuito, Roky Erickson telefona ai vecchi amici di ascensore per rimettere in piedi la vecchia band.

Ora che ha visioni marziane, promette di portarli oltre il tredicesimo piano.

I suoi amici credono stia ancora fingendo.

Recita bene, Roky.

Se è riuscito ad ingannare i boia dell’Austin State Hospital e del Rusk State Hospital, pensano, come deluderlo?

E così ci provano. Gli Elevators tornano assieme.

Però ci mettono poco a capire che qualcosa non funziona.

Roky non mente.

Roky è davvero ossessionato dagli alieni.

E non solo da loro.

Zombies, morti viventi, vampiri, demoni e bestie abominevoli abitano la sua mente.

Si crede la reincarnazione di Dio.

O il prescelto dal Diavolo, a seconda delle occasioni.

E stare con lui in quell’ascensore diventa pericoloso.

I “ragazzi” rimettono gli strumenti nelle custodie e scompaiono.

Ma Roky vuole provarci lo stesso.

A fatica tira su una band contando sull’appoggio di qualche altro vecchio amico come Doug Sahm, Stu Cook e John Oxendine che però, non credendoci fino in fondo, decide di mascherarsi dietro un criptico Fuzzy Furioso.

Il risultato di quelle travagliate sessions affollate dai demoni interiori di Roky esce nel 1980 per la CBS. Ma nemmeno le menti dell’etichetta ci credono del tutto, sicchè il disco esce solo per il mercato inglese e olandese con cinque simboli runici stampati sull’etichetta.

Cinque simboli che rappresentano la parola “alieno”.

Che però nel vecchio linguaggio germanico equivale a “solo”. 

Erickson è un uomo solo.

Solo e devastato.

A tenergli compagnia ci sono i suoi fantasmi.

Quelli che si stipano dentro la sua mente e che vengono fuori uno alla volta nelle canzoni di questo disco che della lievitazione psichedelica e della spiritualità visionaria dei dischi degli Elevators non conserva nulla: i pezzi del nuovo corso hanno tutti un corpo robusto, scolpito dai muscoli di Duane Aslaksen, il nuovo chitarrista di fiducia di Erickson (e che più tardi presterà i suoi servigi per Powell St. John che per gli Elevators aveva scritto pezzi come Slide Machine, Monkey Island, You Don‘t Know, You Gotta Take That Girl, NdLYS).

Una sorta di proiezione ortogonale del vecchio suono circolare degli Elevators.

O, se può sembrarvi più chiaro, una sua prospettiva NeilYoungiana.

La sua nuova versione curata dai tipi di Mojo esce adesso in edizione allungata a dodici pezzi e, malgrado si porti addosso trentadue anni, suona ancora con la stessa semplice efficacia di allora.

Gli alieni hanno sempre ragione.

Roky Erickson pure.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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