TELEVISION – Marquee Moon (Elektra)

Nel Marzo del 1974 qualcuno monta una televisione all’interno del CBGB‘s.

Sullo schermo quattro spilungoni con camicioni grigi con le Clarks ai piedi.

Sono Tom Verlaine, Richard Lloyd, Billy Ficca e Richard Hell.

Billy Cristal ammetterà anni dopo che quella sera nasce ufficialmente la new-wave.

E nessuno può dargli torto.

I Television sono una band fantastica.

Visionaria come le migliori band degli anni Sessanta ma percorsa da un nervosismo che è del tutto figlio del nuovo fermento che si respira in città, del mare che si agita di fronte al porto di New York e che vede montare la “nuova onda”.

Abortito il tentativo di firmare per la Island e di vedere stampato un album a cui ha messo mano un Brian Eno appena scappato dai Roxy Music e dopo aver sostituito Richard Hell con l’ex-Blondie Fred Smith i Television arrivano al primo album ad esplosione punk ormai avvenuta rappresentandone la sua più alta rappresentazione artistica. Marquee Moon è un album avventuroso e visionario, raffigurazione stilistica di una band che ha elaborato uno stile peculiare costruito con cura diamantina. Le chitarre di Verlaine e Lloyd si abbracciano in piccole spirali psichedeliche generando vortici cristallini dove arpeggi, glissati, fraseggi, fughe allucinate e assoli acidi cingono d’assedio anche i riff più diretti.

Fino alla resa.

Come accade sull’epocale See No Evil che apre l’album e che sfoggia da subito la caratura fuori norma del quartetto newyorkese. E non solo tra i contemporanei.

I Television creano il vuoto attorno a sé diventando fonte d’ispirazione per decine di band ma rimanendo, nei fatti, unici ed irriproducibili.

La tecnica personalissima di Verlaine è messa ulteriormente in mostra sulla successiva Venus, accesa da un chitarrismo luminoso come riflessi di acqua cristallina tra le gole di una scogliera ben sostenuto da una sezione ritmica fantasiosa, spalleggiato dalla sei corde altrettanto brillante di Lloyd e da un cantato distaccato, cinico e disincantato. Qualcun altro potrebbe cantare quell’ “Didja feel low? No! Not at all! Huh!” in quel modo e decidere di farne un ritornello?

Friction è invece un boogie spastico percorso da smorfie colate giù dal primo album di Captain Beefheart che nel ritornello pare allungarsi verso ombre stonesiane salvo poi essere sfregiato dalle lame di un assolo che pare sgorgare da una jam dei Grateful Dead.

La title track è un volo di gabbiano che si dipana per oltre dieci minuti sostenuto da un piccolo, ipnotico mulinello di note su cui si aprono, ampie come fossero le ali di Dio, le bizzarrie armoniche delle chitarre dei due leader.

La seconda facciata ha un tono più melodrammatico in cui emergono più che altrove i debiti nei confronti della poetica urbana di Lou Reed.

Soprattutto nel dolce tormento di Guiding Light che riaccende le luci spente dai Velvet nel 1969.

Più banale il giro di Prove It (che verrà poi ripreso qualche anno dopo dagli X per Adult Books, NdLYS) mentre Torn Curtain si stende oppressiva gravata da un velo di amarezza pesante come una tenda rococò.

Il blues stilla dalla sei corde di Tom come piccole lacrime cariche di nostalgia.

Il tintinnio del dolore segna gli ultimi sette minuti di uno dei più grandi capolavori del rock contemporaneo. Nel cielo la luna sembra essersi fatta più vicina.  

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

 

 Marquee_moon_album_cover

 

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