THE GO-BETWEENS – Spring Hill Fair (Sire)

Essere una pop band perfetta e non riuscire a dimostrarlo al mondo.

Chissà.

Se anziché a Brisbane fossero nati a Glasgow. O a Manchester.

Chissà.

E invece no, il destino aveva scelto per loro il Queensland ed i Go-Betweens erano sprofondati in quell’abisso australiano.

La terra della regina. Lontane dalla Regina.

Lontani dagli Smiths, dagli Aztec Camera, da Lloyd Cole and The Commotions, da Jazz Butcher, dagli Orange Juice.

Però il loro cuore batteva lì, sotto le umide primavere inglesi.

Li immaginavo così, i Go-Betweens, nei miei sogni di ragazzino, quando le canzoni come per magia piovevano nella mia stanza prima delle riviste, prima delle fotografie, prima dei video in tv: quattro gentlemen sotto degli ombrelli issati come scudi sotto la pioggia inglese. Poi scoprì che invece i gentlemen erano tre e una era una donzella biondissima. E che la pioggia inglese ce l’avevano dentro l’anima e l’unico ombrello che poteva ripararla era la loro musica.

Persero un po’ di fascino, come succede sempre quando scopri troppo quello che nei tuoi sogni hai solo immaginato. Ma la bellezza della loro musica non ne venne intaccata. Soprattutto perché nel 1984 uscirono fuori con un disco come Spring Hill Fair dove tutto sembrava perfetto. Malinconico e perfetto. Strambo e perfetto.

Come quel vezzo grammaticale delle doppie elle che la band abbandonerà solo nel 2000, portandosi via un altro po’ di magia.

Spring Hill Fair fu la mia coperta di Charlie Brown.

Un disco che ti apre le braccia per accoglierti con una cosa romantica come Bachelor Kisses. Piedi, gambe, cuori, labbra, capelli che si corrono incontro su una spiaggia deserta per uccidersi d’amore vicendevolmente.

Un album che ti avvolge in un abbraccio di lana infeltrita come quello di Five Words, tutta fradicia di spazzole jazz. O che si diverte a farti delle boccacce da spastico come nella Slow Slow Music. Che ti mette seduto su uno sgabello di legno e ti obbliga ad ascoltare le promesse da marinaio di River of Money.

Ti porterò ad Hollywood, ti porterò in Messico.

Sotto, sembra di sentire i Dream Syndicate avanzare nel deserto australiano.

Ma i deserti provocano miraggi, come la calentura oceanica.

Come quando su Part Company ci era sembrato di sentire Johnny Marr, su Unkind and Unwise Lou Reed o su The Old Way Out Tom Verlaine.

Invece erano solo i Go-Betweens.

Qualcuno tiri fuori gli ombrelli. A forma di cuore. Con un buco al centro.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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