SYD BARRETT – The Madcap Laughs (Harvest)

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Il 6 Aprile del 1968 i Pink Floyd licenziano Syd Barrett, colpevole di essersi spinto troppo oltre nel suo viaggio verso il paradiso artificiale.

Uno di quei divorzi che ingrossano le tasche degli avvocati e le pagine dei libri sul rock.

Niente di che.

La solita storia del palloncino rosa pieno di follia che prima ti porta in alto e poi, quando decidi di planare nell’aeroporto del successo, è diventato una zavorra di cui disfarsi.

Solo che stavolta qualcosa gira storto.

Non è un divorzio come tutti gli altri. È un divorzio pieno di fantasmi e di sensi di colpa. 

Lo spettro di Barrett continuerà ad ingombrare le notti di David Gilmour e Roger Waters per anni.

Stava lì come un corvo su un trespolo abbarbicato al bordo dei loro letti o accartocciato in un angolo buio della loro stanza e non appena chiudevano quel sipario di ciglia, eccolo lì pronto a svegliarli col suono matto della sua risata da picchiatello.

Rideva, il cappellaio matto.

E torturava i suoi amici costringendoli a fare i conti con la loro coscienza ogni volta mettessero i piedi in studio.

Loro affittavano lo Studio 2 di Abbey Road per registrare Ummagumma?

Lui noleggiava lo Studio 3.

Così vicino che potevano sentire il suo respiro.

Loro registravano Wish You Were Here e lui apriva la porta dello studio e allargava in una smorfia di risata quella bocca sempre più piccola ora che la sua faccia era diventata rotonda come quella luna a cui cantava le sue canzoni strambe.

E poi eccolo ancora lì, travestito da rimorso durante Dark Side of the Moon e The Wall.

Sempre più grande ed ingombrante.

Come un macigno coperto dai muschi.

Uno spiritello matto che si diverte ad ossessionare i suoi vecchi compagni di giochi e a lasciare messaggi a rovescio sui dischi degli amici del tempo felice.

Il cervello di Syd era andato in corto circuito e continuava a generare mostri.

Lui li accompagnava con la sua chitarra fuori dalla sua testa e lasciava prendessero il volo.

I primi presero quota il 13 Maggio del 1968.

In studio ci sono solo lui e Pete Jenner.

Poi arriva altra gente meno folle.

Alla fine arrivano pure David Gilmour e Roger Waters dallo Studio 2, richiamati dalle risate di quel fantasma.

Dai suoi respiri affannosi.

Dalle sue orbite vuote.

Sono loro a dare la forma finale al primo disco solista di Barrett, il 13 e 14 Giugno e il 26 Luglio di quel 1969.

Tredici canzoni folli e ubriache.

Syd illuminato dalla luna, scalzo e bello per l’ultima volta.

Syd che è poco più che un arredo della sua stanza.

Un vaso di fiori appassiti.

Una piantana dalla lampadina fulminata.

Un divano dalla stoffa scucita.

Un aeroplanino che non riesce a prendere quota.

Un acquario cui nessuno viene più a cambiare l’acqua.

Una tartaruga che cerca di liberarsi della corazza.

Un giradischi che suona le canzoni più strampalate della nostra vita. 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 Syd Barrett - The Madcap Laughs - Front

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THE DOGGS – Red Sessions (autoproduzione)

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The Doggs leccano l’orinale del Dio Iggy.

Luci rosse, puzzo di sborra.

Stomachevole e disgustoso gioco perverso di sottomissione.

La musica dei Doggs soffoca nella rivoltante fogna di scoli Ashetoniani, vittima compiaciuta (e al tempo stesso carnefice) di quelle attenzioni.

Red Sessions è un opificio di riff e pose stoogesiane, un nastro trasportatore alienante sul quale scorrono i pezzi di The Stooges, Fun House e Raw Power, pronti per essere riassemblati e riallocati su un nuovo motore.

Le otto canzoni di Red Sessions si muovono con quella stessa asfissiante e oppressiva ripetitività malata che si muoveva indolente e meccanica su pezzi come Ann, Dirt, I Need Somebody.

Marco, Christian e Grazia lasciano le finestre chiuse.

Non c’è ricambio d’aria dentro la loro musica.

Nessun raggio di sole filtra dalle pareti spesse di questa officina.

Le polveri sottili d’amianto e carbonio non lasceranno queste mura. 

L’amore è destinato ad appassire.   

E noi avremo nostalgia di qualcosa che non abbiamo mai avuto, come la terra ha nostalgia dell’acqua.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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PEARL JAM – Vs. (Epic)

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Dopo Ten a fare Eleven, ovvero una copia carbone di quel disco, ci avevano pensato gli Stone Temple Pilots di Core.

Ai Pearl Jam restava il compito più difficile: confermare il successo planetario del debutto senza andare in giro con una targa con scritto “svendita” appiccicata al culo.

Provare a fare meglio e di più.

Mettersi alla prova come artisti e come uomini.

Il risultato di questa sfida arriva nei negozi il 19 Settembre del 1993.

Annunciato col titolo di Five Against One, poi ufficializzato con la contrazione Vs. nonostante in alcune versioni il disco esca con un semplice sticker col nome della band e nessun’altra indicazione commerciale il secondo album dei Pearl Jam centra l’obiettivo con sorprendente efficacia ergendosi a capolavoro dell’intera discografia della band di Seattle riuscendo a miscelare tutte le caratteristiche mostrate sul debutto e che già dal disco successivo cominceranno a puzzare di stantio, soprattutto a causa dell’abbondare di catene di fast-food musicali (Brothercane, Staind, Nickelback e voi sapete quali altre nefandezze, NdLYS) che infesteranno il mondo seguendo pari-pari quel ricettario fino a rendercelo indigesto.

Ma Vs. è un disco che sfoggia una mascolinità feconda e abbagliante, un disco di canzoni da urlare mentre stai per essere sopraffatto dal dolore che la vita ti concede gratuitamente.

E il dolore arriva, bambini. 

Travestito o nudo, a seconda dei casi.

Sfoggerete il vostro sorriso migliore per illudervi di averlo gabbato.

Ma lui avrà già spento la fiamma e lasciato la cera.

Avrà disossato la carne.

Avrà svuotato i piatti.

Ora non resta che prendere in mano il detersivo e mostrarli agli amici più brillanti e puliti di prima.

Pronti per un’altra cena che ci tenga lontani dagli specchi.

Raccoglieremo il nostro sorriso di scorta e ne faremo uno zerbino di benvenuto.

Vs. è l’angolo dove decidiamo di lasciarci tormentare dalla vita e dalla morte, senza bisogno di rispondere ad un sorriso idiota con una smorfia di allegria posticcia.

Di quale dolore moriremo domani?

Che differenza fa?

                       

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

PearlJam-Vs