De Profundis

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Lunedì 6 Maggio 2012, ore 12, 25: Andreotti, simbolo della Prima e di tutte le analoghe repubbliche italiane che sono seguite, schiatta.

Lunedì 6 Maggio 2012, ore 12, 26: il mondo, quello vero e quello finto, quello che non avendo occupazione bighellona tra i bar e i social network, si riscopre buono. Ricorda, si commuove, perdona, dimentica.

La strage Moro, l’assassinio di Pecorelli, la loggia P2, Gladio, i processi per mafia, le assoluzioni con “formula dubitativa”, tutto.

La morte, per chi vive come una pugnetta, lavora come una spugnetta.

La cosa mi rincuora: da morto diventerò buono anche io.

Non prima però. Non prima.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE BEASTS OF BOURBON – The Axeman‘s Jazz (Green)

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Wolloomooloo, Sydney.

È il 2 Ottobre del 1983.

Una stanca domenica pomeriggio di quelle buone per slogarti le mascelle sul divano di casa sgranocchiano popcorn o sorseggiando acqua canarina per smaltire la sbornia della sera prima.

Cinque alcolizzati decidono però che magari potrebbero affittare uno studio e registrare qualche canzone, prima che i fumi dell’alcol siano del tutto evaporati.

Chiamano l’amico Tony Cohen chiedendogli se per 100 dollari sarebbe stato disponibile ad aprire le porte e i microfoni dei Paradise Studios.

Detto, fatto.

All’una e mezza James Baker è già in studio a sistemare la sua batteria. Nel giro di mezz’ora arrivano Kim Salmon, Tex Perkins e Boris Sujdovic.

Spencer P. Jones arriverà ubriaco e per ultimo, come sempre.

Alle 6 di pomeriggio, dopo quattro ore scarse di registrazioni, The Axeman‘s Jazz è pronto, bagnato da tre casse di Victoria Bitter.

Nessuna sovrincisione, nessun ripensamento.

Dai microfoni dritto dentro le bobine.

Nove brani di country & western per cowboy macilenti e cirrotici che cavalcano dentro un cimitero piuttosto che sotto il sole del deserto australiano.

Ci sono ossa e tumuli ovunque, lungo The Axeman‘s Jazz

Un hillybilly rattrappito sbranato da una necrofilia crampsiana che si snoda tra una mortifera cover di Psycho di Eddie Noak, un hoedown ubriaco come Ten Wheels for Jesus, una Evil Ruby che sarebbe piaciuta ai tanti eroi del country-punk americano di quel periodo (Giant Sand, Naked Prey, Long Ryders), una Graveyard Train dei Creedence suonata come Lux & Ivy quando intonavano Primitive dei Groupies.

Solo la Drop Out messa a metà disco sembra ambire a un suono più virulento e tossico, con le chitarre di Salmon e Spencer che si guardano occhi negli occhi, pupilla dentro pupilla, come in un close-up di Sergio Leone, finendo per scannarsi a vicenda.

Prima di rientrare a casa le bestie si fermano a comprare una bottiglia di buon bourbon per festeggiare il loro primo album, come dei papà che alzino i calici per l’arrivo del primo bambino.    

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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DREG MACHINE – UH! (Area Pirata)

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B-Back Are Back!

Cambiano nome e batterista ma non etichetta ne’ tantomeno musica i senesi B-Back, qui al debutto come Dreg Machine.

UH! è un dischetto snello di garage sound velatamente psichedelico che detto così sa molto di blog finto-alternativo e fa anche un po’ cagare.

Invece no. Sebbene siamo lontani dal disco irrinunciabile, l’esordio del combo toscano ha i requisiti per piacere, puttaneggiando nel beat più elementare e spruzzandolo all’occorrenza con piccolissime dosi di psichedelia all’interno di un contesto che rimane volutamente primitivo per spirito, istinto ed inclinazione. 

L’attitudine, che è quello che conta in dischi come questi, è del tutto salva.

Lo metti, lo ascolti, alzi il volume, picchi il vicino, sbarelli mentre fai lo yè-yè, lo rimetti e sai già canticchiare le canzoni.

Se hai una chitarra a casa magari le sai già suonare.

Se non sai farlo puoi sempre rimettere su il disco.

E spegnere internet.

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro    

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THE ELECTRIC MESS – Falling Off the Edge of the Earth (Groovie)

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Il secondo album della band di New York conferma le buone impressioni del debutto: organo a manetta, ritmica serrata, chitarre strapazzate e un’attitudine che se da un lato evoca l’irruenza del garage punk dei sixties (senza tuttavia nessuna voglia di restare imprigionata dalla sua essenzialità, soprattutto nell’utilizzo delle chitarre), dall’altra è innegabilmente influenzata dal power-pop dei tardi anni settanta sia per quanto riguarda l’efficacia melodica delle strutture sia per i toni sempre parecchio buffi e disimpegnati delle loro canzoni (provate a dare un’occhiata a titoli come The Girl with the Exploding Dress, I Didn‘t Miss You at All, Elevator to Later, Nice Guys Finish Last).

Quello che manca dentro Falling Off the Face of the Earth è però il pezzo vincente.

La canzone che appena la metti su, l’amica al tuo fianco alza per istinto la gonna, con tutto quello che ne consegue.

Cosa dite?

Che sono troppo carnale?

Che penso troppo alla figa?

E a cosa dovrei pensare quando parlo di rock ‘n’ roll?

Al cuneo fiscale?

Alla recessione?

E secondo voi perché i dischi hanno un buco al centro e le banconote la forma di un foglio di carta igienica?

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

 

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BLACK BANANAS – Rad Times Xpress IV (Drag City)

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Siete abbastanza matusa per ricordarvi dei flipper?

Io si.

Ne ricordo di fantastici.

Quello degli Stones con il Jagger seminudo, quello degli ACϟDC con l’Angus diabolico di Highway to Hell, quello di Ted Nugent con il chitarrista di Detroit sorpreso in una delle sue storiche pose da guitar-hero.

Ma il più fico di tutti era il flipper con le quattro facce truccate dei Kiss.

Se ci sapevi fare, e davi il colpo pelvico al momento giusto, ti imbottivi di rumore e ti stonavi di luci lampeggianti fino allo stordimento. E quando non ce la facevi più e la pallina andava in buca, venivi comunque premiato col riff di Shout It Out Loud.

Il disco “di debutto” dei Black Bananas (ovvero il nuovo album degli RTX, NdLYS) suona come quel flipper lì.

Un intricatissimo groviglio di elastici, molle e lampadine dove la vostra biglia rimbalza azionando lamelle e contatti, generando una giungla di suoni. 

Una massa di luci che si accendono e spengono su Babilonia.

La palla che corre su e giù per il piano da gioco azionando un grasso giro di Joan Jett, un visionario spruzzo dei Funkadelic, un torrido riff dei Metallica, uno zozzo groove di Prince, un ritmo porno-disco di Lady Gaga, un greve alito dei Black Sabbath, un reggae figlio degli Stones di Black and Blue fino a prendere la scivola che innesta l’astronave Hawkwind.

Tutto sotto un pannello di stelle cadenti che sfrecciano accanto alla sagoma di Ziggy e ai suoi occhi marziani.

Disco eccessivo, come da tradizione della Herrema.

Una dose di eroina che avvelena le vene e intontisce i sensi.

Glamour e immondizia abbracciati nell’ultima notte del mondo.

La nostra ultima notte.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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PARAMOUNT STYLES – Failure American Style* (Cycle)

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Scott McCloud è diventato uno dei tanti eroi dimenticati della musica degli anni Novanta. Eppure, ricordate? Ai tempi di Cruise Yourself qualcuno ne parlava come del nuovo Kurt Cobain.

La sua band di allora, i Girls Against Boys, dei nuovi Nirvana.

Poi si sa, gli entusiasmi, anche quelli della critica, si placano.

E Scott è tornato nell’anonimato in cui era prima che ogni disco della Touch & Go venisse recensito col massimo dei voti.

Non ricordo ad esempio, in un’italietta che recensisce delle cose abominevoli solo perché spinte dall’agenzia X o dal distributore Y, di aver letto recensioni della sua nuova band. Con lui c’è ancora Alexis Fleising, fido compagno sin dai tempi gloriosi dei Soulside. Uno che, a differenza dei giornalisti e del pubblico indie, non l’ha mai tradito e che continua a picchiare i suoi tamburi ogni volta che sente Scott cantare. Anche quando, come in questo disco di debutto dei Paramount Styles, pare farlo più sottovoce che in passato.

Perché la musica nel frattempo si è caricata della malinconia tipica dell’età di mezzo. Lagnosa e interminabile come la serata con un vecchio amico che ti tormenta coi suoi problemi da quarantenne.

Anche qui, concessi i primi venti minuti di pacche sulle spalle, cominci a rimpiangere di aver aperto la porta al caro compagno.

Il fallimento dello stile americano, e non solo di quello.  

 

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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THE ROLLING STONES – Aftermath (Decca)

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Spronati ancora una volta dalla guerra (più mediatica che reale) con i Beatles, i Rolling Stones danno alle stampe il 15 Aprile del 1966 il loro primo disco interamente composto da pezzi propri, come i baronetti hanno fatto qualche mese prima con Rubber Soul. La band era in realtà entrata in studio lo stesso giorno dell’uscita di Rubber Soul, il 3 Dicembre del 1965, per uscirne cinque giorni dopo con un disco che verrà rifiutato dalla Decca per il titolo e l’immagine di copertina (Keith Richards “crocefisso” mentre galleggia sull’acqua) ritenute blasfeme, costringendo la band a rivedere titolo e, parzialmente, scaletta.

Aftermath in realtà, più che essere un trionfo per Mick Jagger e Keith Richards che si prendono la briga di scrivere le quattordici tracce che lo compongono, è l’apoteosi di Brian Jones. È lui l’ideatore degli arrangiamenti di lievitazione e straniamento psichedelico che percorrono tutto l’album, dal finto sitar che porge il blister di anfetamine di Mother‘s Little Helper allo storico dulcimer che tratteggia l’ennesimo omaggio alla marijuana camuffato dall’equivoca dolcezza di Lady Jane, dall’armonica che scorre lungo le cosce lunghissime di Goin’ Home al sassofono scorreggione di Flight 505, dal clavicembalo elisabettiano di I Am Waiting alle marimba di Out of Time. È lui il vero cappellaio matto della musica della band. Fisicamente distrutto dall’alcol e dalle droghe e psicologicamente schiacciato tra l’ego dei suoi due compagni, alterna momenti di lucidità ad altri di completo buio creativo, trovate fantasiose a disinteresse e svogliatezze assolute e devastanti. Uno sdoppiamento acuito dal fatto che sente gli Stones sempre più lontani dagli intenti blues iniziali e, di contro, dai sensi di colpa per essere stato lui medesimo il responsabile primo di quella ricerca del nuovo che sente montare dopo aver sentito i progressi dei rivali Beatles.

Musicalmente il disco “soffre” forse di questa medesima ambivalenza, oscillando dal numero molto Motown di Out of Time al Delta blues di Doncha Bother Me (quasi un preludio ad Exile on Main St.), dal country di High and Dry all’immancabile riff di zio Chuck nascosto sotto It‘s Not Easy, da pezzi imprescindibili (Under My Thumb, Mother‘s Little Helper, Think, l’estenuante jam di Goin’ Home) ad altri di cui nessuno avrebbe sentito la mancanza (What to Do, I Am Waiting, Take It or Leave It).

Un’incertezza che si ripercuote, commercialmente ed artisticamente, sui due album più intrinsecamente psichedelici dell’anno successivo, prima che i Rolling Stones si trasformino dalla miglior alternativa ai Beatles nella miglior rock ‘n roll band del pianeta.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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