ALEX CHILTON – Free Again: the “1970” Sessions (Big Beat)

Il 1970 è l’anno del buco nero tra la fine dei Box Tops e la nascita dei Big Star.

L’anno in cui Alex Chilton, stufo di essere l’enfant prodige del blue-eyed soul americano, il ragazzino con la voce da grande che riesce a volare alto nelle classifiche dei singoli con pezzi come The Letter, Neon Rainbow, Cry Like a Baby, I Meet Her In Church, decide di mostrare al mondo di essere diventato adulto.

Quelle registrazioni, effettuate agli Ardent Studios con la complicità di Terry Manning busseranno alla porta di diverse etichette discografiche, prima di essere rinchiuse in un cassetto della sua casa di Memphis dal quale verranno disseppellite solo ventisei anni più tardi, a completamento della pubblicazione di Clichés e A Man Called Destruction, gli album del rientro tra le mura della Ardent.

Nonostante la ritrosia di Chilton che aveva in mente di arricchire quelli che erano poco più che dei provini con archi, fiati e l’aggiunta di un vero chitarrista, quel disco verrà pubblicato col titolo di 1970.

L’anno del buco nero.

Ora, dopo altri sedici anni, quello stesso disco, con l’aggiunta degli originali missaggi in mono e qualche demo inedito, esce per la Big Beat col titolo di Free Again.

Specchio fedele della lunatica complessità ispirativa di Chilton, Free Again è un perfetto preludio alle delizie pop dei Big Star pur senza tradire l’amore per la musica nera che fu dei Box Tops. C’è l’ombra lunga dei Beatles e dei Beach Boys ma si sente l’enorme influenza dello stile di Steve Cropper cui Alex guarda come modello per il suo neonato stile chitarristico. La scaletta si adagia su questi due modelli, giungendo a modelli di eccezione su The EMI Song (scritta al piano allo Studio One dove fu filmato All You Need Is Love, NdLYS) e nel country acustico di  The Happy Song nel primo caso e nelle vibrante e calda rendition di Jumpin’ Jack Flash, nel boogie di Just to See You e nel funky sporco di I Can Dig It nel secondo.

All’amore per la musica-spazzatura che sarà una costante della discografia solista dell’artista americano è invece riservato il cantuccio finale di Sugar Sugar/I Got the Feelin’, un umorista medley che nessuno si sente di ridicolizzare.

Non dopo aver ascoltato roba come Free Again, Something Deep Inside, I Can Dig It, All I Really Want Is Money, I Wish I Could Meet Elvis.

Voi pensate di poterlo fare?

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

RS150629-03

 

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