THE ROLLING STONES – Between the Buttons (Decca)

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Il 1967 è l’anno più sperimentale e visionario della storia degli Stones.

Un anno inaugurato con Between the Buttons e chiuso con Their Satanic Majesties Request, separati dal singolo più psichedelico della loro carriera: We Love You / Dandelion.

Between the Buttons, uscito proprio nel Gennaio di quell’anno, mette a frutto le sperimentazioni di arrangiamento già inaugurate con Aftermath, vestendole di colori leggermente più sgargianti, secondo la moda del momento. 

Il suono sporco e chitarristico per cui la band è famosa (e per il quale tornerà ad essere nuovamente acclamata per i dischi degli anni Settanta) è sacrificato in favore del pianoforte (ben tre i pianisti coinvolti: Nicky Hopkins, Jack Nitzche e Ian Stewart, oltre agli interventi interni di Jones) e delle innumerevoli trovate del solito Brian (theremin, armonica, tuba, trombone, kazoo, dulcimer, flauto, marimba).

L’unica apparente concessione al passato è la giungla diddleyana di Please Go Home appena stravolta dal theremin che emerge a metà del pezzo e dagli effetti d’eco sulla voce di Jagger.

Il resto è il tentativo di recuperare terreno sulla distanza che li separa dall’astronave Beatles. L’evoluzione in senso psichedelico ha tuttavia per gli Stones l’aria di essere niente più che un vezzo, un’eccentricità che il gruppo può concedersi grazie all’abilità strumentale di Brian Jones, cavalcando l’onda emotiva della stagione.

Un kaftano bizzarro e colorato indossato senza grossa convinzione, tanto che le canzoni più riuscite sono quelle alla fine più ordinarie (Connection, la dolce ballata Backstreet Girl che pur pareggiandola dose di miele di Lady Jane  la supera per gusto, lo shuffle di Miss Amanda Jones).

Il resto convince molto meno.

Anche perché quando si tratta di scrivere due parole su un ritmo da vaudeville (Cool, Calm and Connected, Something Happened to Me Yesterday) i Kinks dimostrano di avere molte più cose da dire.

 

                                                                                              Franco“Lys” Dimauro

Between the Buttons

HARD-ONS – Smell My Finger (Citadel)

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Doveva essere breve e fulminante come una barzelletta.

Invece è finita per essere una storia di successo, condita da tour a fianco di celebrità come Henry Rollins, Red Hot Chili Peppers e Ramones, centinaia di migliaia di copie vendute e una galleria di 17 numeri uno in classifica da mostrare agli amici. 

Ai nemici, proprio ad inizio carriera avevano invece mostrato il dito medio.

E gli aveva portato bene.

Velocità, melodia, scazzo e risate. Tante risate. Perché quando hai quindici anni e suoni una fottuta miscela di Ramones, Motörhead, Beach Boys e Bay City Rollers cos’altro cazzo vuoi fare se non ridere al mondo mostrando il tuo dito medio? Quando sali sul palco mentre qualcuno annuncia ad un pubblico di sedicenni in minigonna “ed ora, ragazze, ecco a voi Le Erezioni” e attacchi a suonare a velocità folle I‘ll Come Again dei Legends, It‘s Cold Outside dei Choir, By My Side degli Elois, Rock ‘n Roll All Nite dei Kiss o Like No Other Man dei Sonics, non ti senti di avere il mondo ai tuoi piedi, se non altrove?

La Citadel ristampa ora quel debutto, quelle otto canzoni, perdute dentro un totale di 60 (sessanta) tutte risalenti al periodo 1984/1987.

Loro erano minorenni, io pure.

E voi, invece, riuscite ancora ad avere un’erezione decente?

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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LED ZEPPELIN – Led Zeppelin III (Atlantic)

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Dopo aver scalzato i Baronetti dal primo posto in classifica, aver fatto infuriare la contessa Eva Von Zeppelin, lasciato a bocca asciutta i fans di Boston, aver registrato il tutto esaurito ovunque il loro dirigibile avesse toccato terra, aver ricevuto ogni onore e gratificazione artistica (tutti e quattro avrebbero vinto il premio come miglior musicista dell’anno, ognuno per la propria categoria), dopo che il mondo si è fatto da parte per far passare i nuovi dei del rock, i Led Zeppelin sentono il bisogno di ossigenarsi.

Robert Plant chiede ai genitori la chiave per la loro storica residenza estiva del Galles: un cottage del diciottesimo secolo battezzato Bron-Yr-Aur immerso nella campagna britannica, a un passo dal fiume Dovey.

Lì la band trasferisce armi, bagagli e famiglie (pare che Scarlet, figlia di Jimmy Page e Charlotte Martin sia stata concepita proprio lì, tra un pezzo e l’altro, NdLYS). 

Il clima bucolico in cui è avvolto il cottage penetra fin dentro le viscere del suono Zeppelin, calcando le influenze folk che avevano già fatto capolino sui due dischi precedenti. Ma, stavolta ben sei tracce su dieci vestono i panni della ballata folk, con tanto di banjo, mandolini, dulcimer, bassi fretless, nacchere, double bass, pedal steel e chitarre acustiche a dodici corde che fuggono dall’accordatura standard per rifugiarsi nelle accordature aperte della tradizione popolare.

Arie oniriche (That‘s the Way e quella sorta di prima stesura di Stairway to Heaven che è Tangerine), campestri (Bron-Yr-Aur Stomp) e surreali (il sinistro arrangiamento di viole che John Paul Jones userà per vestire Friends) hanno la meglio sulle consuete scorribande elettriche che stavolta prediligono alla sessualità sfrontata e agli ammiccamenti erotici di Whole Lotta Love un mood più ipnotico e straniante. Come la galoppata vichinga di Immigrant Song o le brucianti chitarre incrociate di Celebration Day da subito tra i classicissimi della band al pari del blues di Since I‘ve Been Loving You e del riff pneumatico di Out on the Tiles che nessuno riesce a fermare, malgrado qualcuno ci provi già dopo i primi ottantatre secondi.

Il 1970 segna anche l’inizio dell’interesse di Page per l’occultismo con l’acquisto della tristemente famosa villa sul lago di Lochness (e il tentativo fallito di acquisire l’abbazia maledetta di Cefalù, NdLYS) che sarà poi costretto a vendere a seguito della morte del figlio di Plant su sollecitazione dello stesso Robert e il famoso motto di Aleister Crowley “fa ciò che ti pare, così potrai essere” impressa sul lato A del vinile.

Sotto l’apparente e serafica tranquillità del terzo Zeppelin cova il fiore del male. Sotto le fronde di Hats Off to (Roy) Harper Page si addormenta già Charles Obscure per risvegliarsi con addosso il mantello sulfureo di Zoso.  

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro 

 

THE VINYL STITCHES – All Strapped Up (Death Pop)

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Non tutto è perduto.

I Vinyl Stitches sono qui a ricordarcelo.

Nonostante la scena rock si riempia di nerd barbuti che cercano di dire cose intelligenti, qualcuno in qualche garage continua a suonare due accordi scacciando la noia di una vita grigia senza altre pretese se non quella di fare casino.

All Strapped Up è bruciato da questa febbre, che è analoga a quella che si respirava sul primo dei Sonics, l’omonimo degli Stooges, Psychocandy di J&MC, il debutto di Link Wray, Psychedelic Jungle dei Cramps, il suono della confusione degli Spacemen 3 senza dimenticare altri cattivi maestri come Wailers, Chesterfield Kings, Roky Erickson, Alarm Clocks.

All Strapped Up è pervaso da quella stessa indolenza giovanile e da un’analoga, efficace economia sonora. Chitarra, basso, batteria.

Accordi minimali, embrioni di assoli, distorsioni vintage, ritmica essenziale.

Linguacce e coretti pop.

Capricci e carezze da quindicenni.

La malizia che comincia a devastare la purezza dell’età infantile.

Fuori dalla cantina qualcuno urla di farla finita con quel fracasso, agitando in mano un disco dei Fleet Foxes.

Da dentro non arriva nessun segno di resa.

Non tutto è perduto, come dicevo.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

vinyl stitches

U2 – Boy (Island)

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Ev’rywhere I hear the sound of marching, charging feet, Boy

‘Cause summer’s here and the time is right for fighting in the street, Boy

But what can a poor Boy do

Except to sing for a rock ‘n’ roll band?

Non cercatela nel songbook degli U2.

È l’attacco di Street Figthing Man dei Rolling Stones.

Un’immagine che ho sempre associato agli U2 del primo album:

gli U2 ragazzini, gli U2 ventenni di Boy.

Gli U2 che hanno ancora addosso l’odore dell’adolescenza con quel carico di rabbia e virilità che rompe l’incanto asessuato della fanciullezza, rappresentata in copertina dalla foto di un giovanissimo Peter Rowen (finito quindici anni dopo dall’altro lato dell’obiettivo ad inaugurare una prolifica attività di fotografo freelance, NdLYS).

Peter aveva solo sei anni allora.

Ma ne aveva addirittura cinque quando il suo volto era stato immortalato la prima volta per l’EP di debutto degli allora sconosciutissimi U2 del compagno di quartiere Bono Vox.

Ora il suo viso era di nuovo lì, a rappresentare con l’asciutta innocenza dei suoi occhi queste “storie per ragazzi”.

A produrre il disco era stato confermato Martin Hannett, già mani preziose dietro 11 O’Clock Tick Tock ma proprio cinque giorni prima che quel singolo arrivi nei negozi, Ian Curtis distrugge se stesso, i Joy Division e il cuore di Martin. Devastato da quell’evento Hannett si rifiuta di mettere mano all’album e la band deve correre ai ripari.

Gli U2 rammentano che, oltre ai Joy Division, c’è un’altra band le cui canzoni giravano costantemente nel radione sistemato accanto al divano della loro cantina: Siouxsie and The Banshees. Bono ricorda a The Edge quanto tempo fossero rimasti incantati ad ascoltare lo xilofono che apriva Hong Kong Garden, proprio mentre prendevano forma le prime canzoni del loro gruppo. Vogliono che il loro disco si apra alla stessa maniera, con uno glockenspiel che suoni come un servizio di bicchieri di cristallo che va in frantumi sotto il peso delle loro chitarre.

Di più: vogliono che siano proprio le dita di Steve Lillywhite a picchiare su quell’orchestra di cristallo. Steve viene dunque scelto per occuparsi dell’intera produzione del disco e per intervenire, all’occorrenza, col suo vibrafono (I Will Follow, An Cath Dub, Into the Heart, Stories For Boys). Assieme ai ragazzi irlandesi Steve mette a fuoco il suo stile da barricata fatto di chitarre incalzanti ed epiche di cui A Day Without Me, Twilight, Another Time, Another Place e The Electric Co. rappresentano il primo archetipo del suono trionfale che verrà poi sfruttato a regime nella trilogia War (U2)/Steeltown(Big Country)/Sparkle in the Rain (Simple Minds).

Boy, a parte qualche momento noioso (Into the Heart, Shadows and Tall Trees) e la grana grossa di ogni debutto, è un esordio convincente, di quelli che mostrano talento e idee. Di quelli in grado di poter, se non cambiare le sorti del rock, tentare di cambiare almeno la propria.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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AA. VV. – Victims of Circumstances (Stop It Baby)

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Nata inizialmente come officina discografica della fanzine francese Tant Qu’il y Aura Du Rock, la Stop It Baby acquistò una sua indipendenza come divisione della Bondage Records, distribuita dalla storica New Rose. Un catalogo di una dozzina di titoli inaugurato da Girl dei Playboys e chiuso nel 1990 da 69 dei Maniacs.

Esattamente in centro sta questa fantastica Victims of Circumstances, una delle migliori raccolte di oscure garage songs tra le tante assemblate durante gli anni Ottanta. Una “ugly side” e una “wild side” entrambe generose di pezzi eccellenti:

I‘m Going dei Quantrill Raiders, Bad Apple dei Pilgrimage, She‘s a Grabber di Red Shepard & The Flock, Mr. Man dei Lyrics, I Can Beat Your Drums dei Fever Tree sono i miei preferiti ma davvero niente va buttato in questa catastrofica e monolitica raccolta di nuggets americane amatoriali dove è l’essenza stessa della giovinezza ad essere rimasta intrappolata, come fosse l’elisir di lunga vita. 

Assolutamente necessaria.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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dEUS – Worst Case Scenario (Island)

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Gruppo rivelazione di questo 1994, i dEUS arrivano dal Belgio con la loro orchestra-spettacolo a spargere polvere da sparo in una scena troppo ammansita dai venti brit-pop che soffiano sul Vecchio Continente e dalle tormente stoner nate dal crepuscolo del grunge che arrivano dall’America.

Arrivano in sordina, quasi in punta di piedi, annunciati da una iniziale minuscola che sembra messa lì quasi per non recare disturbo, indossata come una pattina pronta a scivolare su un parquet appena oleato e che invece picchia e rumoreggia come uno zoccolo sulle travi di legno del palco del rock mutante di questi anni Novanta in cerca di identità.

Orchestra-spettacolo dicevamo: campionamenti, violini, pianoforti, timpani, chitarre, metallofoni e viole d’acciaio a mettere su una irresistibile catena di microclimi cangianti e mutevoli che iniziano dal tormento di Suds & Soda dove tutto è amplificato fino alla distorsione ingigantendo a dismisura lo straniante ripetersi delle note di viola e del martellante e serrato ritmo di questo piccolo miracolo di rap rumoroso che incrocia la catarsi rumorosa dei Velvet del secondo album con il crossover moderno degli Urban Dance Squad.

Worst Case Scenario (First Draft) è un contorto numero jazz-noir figlio delle intuizioni dei Morphine che esplode spegnendosi nella splendida e breve Jigsaw You che piomba dalle parti degli Smashing Pumpkins acustici e nell’insolenza notturna dei Pavement.

Morticiachair è un piccolo haiku acustico che si muove felino prima di lanciarsi nel violento attacco dell’inciso e poi attorcigliarsi su una linea di basso assassina e chitarre che si annodano e poi via, persi nell’elettricità chiassosa che deraglia nel finale spaccaossa sotto le urla di Tom Barman.

Via sembra riaprire un varco nel muro di rumore prima di partire in una raga di bicordi metallici bilanciati da uno straniante uso del violino.

La vera pausa arriva con Right as Rain, bucolico incanto di poesia autunnale bagnata da piogge che ammuffiscono l’anima.

La seconda parte del disco prosegue in questa schizofrenica alternanza tra scariche di rumore e dissolvenza, all’occorrenza banale (Shake Your Hip) o desueta (The Great American Nude, Divebomb Djingle), inconsistente (Secret Hell) o paradossale (Mute), dolorosa (Let‘s Get Lost) e notturna (la ciondolante cantilena di Hotellounge potrebbe sorridere dai balconi illuminati delle classifiche di fine anno prima di lanciarsi nel vuoto e spiaccicare il suo muso storto sul lunotto di qualche auto parcheggiata per strada). Worst Case Scenario è disco sghembo che ci riappacifica con l’arte di poter dire le cose in modo fuori dall’ordinario. Disco-spettacolo.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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KURT BAKER – Got It Covered (Oglio)

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Di un tizio col cravattino sottile so che posso fidarmi, in genere.

Non è la norma ma funziona quasi sempre.

E, il più delle volte, funziona alla grande.

Kurt Baker è un giovanissimo musicista di Portland che non ricordavo di aver già incrociato sui dischi dei Leftlovers, una onesta ma anonima band in cui suona pure il batterista dei Queers. Questo invece dovrebbe essere il suo debutto da solista. Una presentazione, per meglio dire. Del tipo: “io ascolto e suono sta roba qui. Prova, e dimmi se ti piace”.

E sta roba qui è: Elvis Costello, Joe Jackson, Nick Love, Nerves, Knack, Rick Springfield, Vapors.

Minchia se mi piace.

Sette cover del miglior power-pop degli anni Settanta, suonate e cantate come Dio comanda. Assolutamente sopra la media, se Kurt saprà confermare anche in sede di songwriting le qualità che qui mette in mostra come interprete, ha tutte le carte in regola per diventare il nuovo idolo del pop-caramella degli anni ’10.

Se avete dimestichezza con questa roba qui, Got It Covered diventerà un ottimo hamburger per riempire lo stomaco della vostra autoradio. Se invece non possedete neppure questa ma un più moderno e banale fessura USB, molto probabilmente non saprete che farvene, nonostante ci suoni, con una precisione e uno stile davvero invidiabili, il batterista di Katy Perry.

Del resto ognuno si merita la sua, di fessura. E di riempirla come meglio può. 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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