THE SAINTS – (I‘m) Stranded (EMI)

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Diceva Bob Geldof che il corso del rock negli anni Settanta venne deviato grazie a tre band: Sex Pistols, Ramones e Saints. E non aveva torto.

I Saints erano la fiamma punk accesa nel Queensland. 

Una minchiata, letta così.

Ma basta ricordare che l’“Australia” di quegli anni erano gli Skyhooks, Olivia Newton-John, Ross Ryan, Sister Janet Mead, Stevie Wright, Helen Reddy, la Bootleg Family Band, Jamie Redfern. Merda analoga a quella che copriva il mondo intero seppellito sotto i dischi di Carpenters, Roberta Flack, Bay City Rollers, Wings e 10CC insomma.

E a quella che la ricopre oggi, con nomi diversi.

I Saints sono lì per pisciare urina fumante sopra quella roba.

Lo fanno dapprima con un singolo che si stampano da soli e che da soli mandano a qualche radio. La EMI, che ha appena fiutato l’affare Sex Pistols e che non si è ancora beccata la pernacchia stereofonica di Johnny Rotten, decide di scritturarli per tre album da realizzare in un anno e mezzo. Perché il punk non durerà un minuto di più.  

Il primo esce nel Febbraio del 1977 e sapete tutti cos’è: uno dei VERTICI assoluti del punk ‘n roll, un innesto incestuoso di Missing Links, Rolling Stones, Flamin’ Groovies e Ramones. Ci sono distorsioni fulminanti come quelle di Erotic Neurotic e Nights In Venice e ballate suburbane come la stonesiana Messin’ With the Kid o Story of Love, deraglianti canzoni d’amore come Demolition Girl, una One Way Street che sembra colare dalla cappella di Iggy periodo Raw Power, una cover esplosiva di Wild About You e una altrettanto sporca di Kissin’ Cousins, c’è il glam assassino di No Time e, ovviamente, c’è (I‘m) Stranded che ti spettina fin dentro le mutande con la voce sfrontata e arrogante di Chris Bailey e la chitarra di Kuepper che si abbatte come una mannaia dentro la top ten australiana a decapitare i re e le regine della pop music.

Il 21 Febbraio del 1977 il punk ascende al cielo.

Da allora, quello è il giorno dei Santi. 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

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THE DAMNED – Damned Damned Damned (Stiff)

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Il 18 Febbraio del 1977 la vagina del punk inglese si apre per il suo primo parto.

Dietro la porta della sala parto dei Pathway Studios c’è un mucchio di gente che passeggia impaziente. Musicisti, squilibrati, teppisti, parenti, giornalisti, barboni, sgualdrine.

C’è pure la mamma di Brian James, venuta a fare a suo figlio gli auguri per il suo compleanno. Ventiduenne e papà lo stesso giorno.

L’ostetrica dà qualche pacca sulla schiena del neonato perché emetta il suo primo vagito.

E il bimbo piange.

Strepita e piange.

Scalcia e piange.

Dannato bambino.

Tre volte dannato.

Dal corridoio affollato giunge un urlo di giubilo.

Qualcuno telefona dal telefono di reparto.

Forse qualcuno si abbraccia.

Qualcuno sicuramente sputa.

Qualcun altro ha portato una crostata per festeggiare. Non appena Brian, Dave, Raymond e Rat aprono la porta per annunciare che tutto è andato come previsto, qualcuno la lancia sulla faccia di Raymond, il più sensibile dei quattro.

Lui ride, senza togliersi gli occhiali.

Gli altri non trovano di meglio che leccare e impiastricciarsi faccia e capelli in quella colata di zucchero grasso e iperproteico.

C’è confusione e gioia nel reparto. Qualcuno scatta qualche foto, ma alla fine nell’album fotografico, chissà come, ci finisce qualche foto sbagliata. Come quella con Eddie and The Hot Rods che si divertono a fare i coniglietti.

Damned Damned Damned è il disco che i Damned non riusciranno più a replicare.

Un disco che appena lo stappi ti sommerge con la schiuma effervescente di Neat Neat Neat e se lo rigiri fa anche peggio sputandoti addosso lo schizzo gassato di New Rose

Un disco illuminato da piccole torce decadenti come Fan Club, Feel the Pain, Born to Kill o 1 of the 2 e armato di proiettili come See Her Tonight o Stab Your Back.

Un disco ricco di promesse disattese.

I Damned avranno altri figli, anche in età senile.

Ma nessuno, proprio nessuno, sarà altrettanto bello e dannato come il loro primo.  

Out of my mind on Saturday night
1977 baby is rollin’ in sight.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

damned (1977-02-18)

THEE OOPS – Happy Charlie (Slovenly)

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Non so Charlie ma io sono felice si.

Finalmente un disco che fa incazzare i miei vicini e mi rende nuovamente fiero di accogliere le diserzioni quando indìco l’annuale riunione di condominio.

Happy Charlie è il disco che chiude a rapida ma decisa mandata (a fare in culo) il 2012, i suoi Lumineers, le sue Santigold, i suoi Of Monsters And Men, i suoi “ritorni d’oro” (Dylan, Springsteen, Walker, Byrne, Morrison, i Soundgarden, gli Stones, gli Aerosmith, Frusciante, Pinocchio, i maya, i pigmei, i Fratelli Grimm) e ti fa dimenticare per un quarto d’ora che le chiappe della Aguilera e le cosce di Rihanna sono le uniche cose buone che sono passate in tivù.

Happy Charlie è un dischetto di hardcore furente e fumante.

Tutto quello che l’emo ha cancellato, gli Oops lo hanno riscritto.

Velocità, strafottenza e tanto, tanto chiasso.

Un disco su come sfracellarsi le ossa senza neppure dover salire su un’auto.

Su come essere fieri di essere incazzati mentre tutt’intorno continuano a dirti che non ne vale più la pena. 

Registrato in una delle loro tante notti brave, a casa di un amico.

Tu porti l’alcol, loro portano l’accendino.

Il mondo va a rotoli, come la carta igienica.

Quindi, dategli fuoco.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro 

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LANGHORNE SLIM – When the Sun‘s Gone Down (Narnack)

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E così alla fine Malachi DeLorenzo è diventato suo padre.

Le sue bacchette, quelle che picchiano sotto la chitarra di Langhorne Slim, il banjo di Charles Butler e il basso di Paul Defiglia, sono le stesse di quelle di Victor DeLorenzo. Analogo beat ruzzolante da busker, così come per certi versi simile è il country del suo datore di lavoro a quello delle Violent Femmes.

Medesimo è l’impatto di queste canzoni acustiche, di questo emo-billy zotico, di queste ballate contadine allo strampalato folk delle regine di Milwaukee e vicine le corde vocali del cantautore ebreo alle adenoidi di Gordon Gano.

Ma c’è pure, soprattutto sulla parte conclusiva di questo suo album di debutto, qualcosa che rimanda al rogue-folk straccione ed alticcio dei Pogues.

Superfluo dire che l’impatto sovversivo di dischi come i primi di quelle band è qui del tutto disinnescato, When the Sun‘s Gone Down non apre nessuna via veramente nuova alla musica tradizionale quindi se cercate la novità ad ogni costo non è qui che dovete andare a cercare ma altrove così come non è in questo pozzo che troverete l’acqua che vi disseterà se ultimamente vi siete abbeverati con le ampolle di piscio distillato di Wilco o Yo La Tengo.

Chi vuole divertirsi però si avvicini al bancone.

Stasera paga Langhorne Slim. 

Voi pensate a bere.  

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro 

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