PAUL REVERE & THE RAIDERS – Evolution to Revolution: 5 Classic Albums (Raven)

Paul Revere e i suoi Raiders. Un’istituzione del beat americano degli anni Sessanta, al pari dei Monkees.

Sono loro ad aprire un varco al successo del Northwest Punk infilando in Top Ten classici come Hungry, Kicks, Good Thing, Him Or Me – What‘s It Gonna Be, Indian Reservation e, appena un po’ più in giù, I Had A Dream, Steppin’ Out, Just Like Me, The Great Airplane Strike.

Sono loro (o quello che di loro rimane, ovvero il solo Revere con altri cinque “Raiders”) a vestire ancora le uniformi da soldati statunitensi (giocando con l’omonimia del leader con il patriota della rivoluzione americana del tardo settecento, NdLYS) e portare in lungo e in largo il loro repertorio di gioielli pop.

Un’istituzione insomma. Che come tutte le istituzioni puzza un po’ di muffa. Musica di cui oggi, diciamocelo, non interessa più un cazzo a nessuno. Oppure davvero riuscite ad immaginare un pezzo come Gone, Wanting You o Little Girl In the 4th Row sull’I-pod® di qualcuno che conoscete?

Ma all’epoca, al giro di boa degli anni Sessanta, il gioioso ed energico beat di Paul Revere e Mark Lindsay sfidava il mondo intero. Vincendo. Qualche nostalgico troverà dunque diletto nello sbobinare in sequenza i cinque album-chiave della storia artistica della band americana.

Si comincia da Here They Come!, il disco che nel ’65 segna l’avvio del fortunato (per entrambi) ingaggio Columbia e si prosegue fino a Revolution!, il controverso ed elaborato disco in cui Mark Lindsay prende il sopravvento artistico sul compagno Paul, passando attraverso la fondamentale trilogia del 1966: Just Like Us!, Midnight Ride e The Spirit of ’67. Sono gli anni in cui i Raiders spopolano oltre che in radio, anche in tv, finendo addirittura dentro un episodio di Batman.

È l’ala gentile del Northwest-sound, quella più disposta al compromesso.

Quella che si compiace di essere gradita, anziché bearsi di mettere soggezione.

Una passeggiata nel parco. Magari soffermandosi davanti alla meraviglia della statua di Steppin’ Out che si erge tra i viali alberati.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

front-cover-copy

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