DEATH BY UNGA BUNGA – The Kids Are Up to No Good (Jansen Plateproduksjon)

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Cosa ci fanno cinque ragazzoni norvegesi immersi in una piscina vestiti di tutto punto ?

Mostrano il dito medio, un po’ per uno.

E ci regalano una delle copertine più brutte degli ultimi anni.

Ora non so voi, ma a me le cose che mi piacciono di più mi piace spogliarle, prima di gustarle, altrimenti godo la metà.

Vale per le donne, per i Baci© e per i dischi.

The Kids Are Up to No Good quindi è come un raduno dei Testimoni di Geova: supposto ci siano delle belle donne, devi lavorare molto di fantasia per immaginarle impegnate in altri tipi di incontri. Niente a che vedere con la semplicità iconografica del loro primo album, dunque.

Ma veniamo a questo nuovo disco del gruppo scandinavo che, per buona parte (Out of My Mynde, Jenny, Be Like You, Mary Jane, Tell Me No Lies), è una traversata a bordo del Mersey Ferry, il traghetto reso famoso da Gerry Marsden e i suoi Peacemakers nel lontano 1964 e che, in tempi di crisi di trasporti marittimi, ha evidentemente allargato il suo giro oltre la tratta urbana della baia di Liverpool.

Il vecchio garage punk è stato costretto a mettersi l’abito buono, come se dovesse presentarsi davanti al muso storto di Ed Sullivan. Raramente i cinque norvegesi si concedono la libertà di slacciarsi il bottone del colletto e fare qualche linguaccia in omaggio alla “giungla giovanile” (sul finale della title-track o durante lo yè-yè di Love Itch), preferendo addirittura concedersi un numero alla Spacemen 3 come Hallucination Generation pur di provare a tirare su qualche sottana rimasta ad aspettare la reunion dei Beatles come un Vietcong in agguato aspetta di sentire la puzza di uno yankee.

Lo dicevo io.

L’abito non fa il monaco.

Ma fa belle le donne, i Baci Perugina e i dischi.  

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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THE JEFFREY LEE PIERCE SESSIONS PROJECT – The Journey Is Long (Glitterhouse)

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Funziona come le Desert Sessions: un pugno di amici che si fa le pugnette.

Solo che stavolta il progetto ruota attorno alla figura di Jeffrey Lee Pierce.

The Journey Is Long è la seconda stazione di questa via crucis che porta a spasso l’effige di Jeffrey Lee.

In processione sfilano gli stessi nomi della prima fermata, più o meno.

Mancano i Raveonettes e i Sadies ad esempio ma abbiamo in aggiunta gli Amber Lights o le pantere di Tav Falco, non c’è più l’ex UDS Tres Manos ma c’è Thalia Zedek dei Come, manca Johnny Dowd ma c’è il supplente Tex Perkins dei Beasts of Bourbon.

Per il resto, i protagonisti principali ci sono tutti: gli ultimi amici di Jeffrey Lee Cypress Grove e Willie Love ovviamente, poi Nick Cave e gran parte dei suoi Bad Seeds, Mark Lanegan, Isobel Campbell, Debbie Harry e Chris Stein, Lydia Lunch, Spencer P. Jones. Ah, e Jeffrey Lee Pierce in spirito ma non solo.

Come avveniva sul primo volume è infatti spesso sui suoi ultimi riff che è stata “ricostruita” una parte delle canzoni presenti. È il caso della funkeggiante City In Pain, della The Breaking Hands cantata da Lanegan & Campbell, dalla From Death to Texas interpretata da Steve Wynn, della In My Room affidata alle voci di Tex Perkins e Lydia Lunch.

Chi volesse cercare qui dentro i Gun Club però, sappia che li troverà solo nell’ultimo minuto della The Jungle Book vestita dagli Amber Lights dove, come per magia, la voce di Kip Mowgli si trasforma in quella del Pierce che tutti abbiamo amato. E chi volesse trovare il Jeffrey Lee Pierce ubriaco di blues dell’ ultimo disco solista lo incontrerà nella L.A. County Blues che Cypress Grove rende rispettando più la versione solitaria che l’amico si portò in giro tra l’Olanda e Venezia nella primavera del ’92 che quella provata in coppia e mai pubblicata se non anni dopo sulla ristampa del loro disco, così come nella I’m Going Upstairs registrata da Hugo Race in compagnia del brillante dobro di Hellhound Brown.

Per il resto ognuno cerca di fare propri questi scampoli trovati sepolti tra i cassetti di casa dall’amico Cypress Grove adattandoli alla propria cifra stilistica (e così ecco il Nick Cave curvo sul piano ad accompagnare la musa di Jeffrey Deborah Harry, Jim Jones appiccare il fuoco della sua Revue ad Ain’t My Problem Baby, Thalia Zedek coprire di flanella grunge Zonar Roze o i Vertical Smile di Youth dei Killing Joke rivestire di lacca sleaze Book of Love) oppure immaginando come avrebbe potuto trasformali Jeffrey Lee se solo avesse avuto tempo di poter elaborare questi spermatozoi musicali fino a vederli crescere come lui sognava, in quegli ultimi anni dove il suo orologio si stava spaccando in due andando sempre più indietro alla ricerca del blues rurale e sempre più avanti verso le nuove contaminazioni con l’hip-hop e il groove urbano delle metropoli moderne.

Chissà se From Death to Texas e I Wanna Be You avrebbero suonato così sfrontate fino a sfiorare la cupidigia scintillante dei Black Grape di It’s Great When You‘re Straight o degli U2 dei Zooropa come nelle versioni di Wynn e Barry Adamson oppure se City In Pain avrebbe avuto questo taglio alla Pino Daniele che le ha riservato Nick Cave in apertura di disco e chi lo sa cosa ne avrebbe pensato Jeffrey Lee di una Body and Soul così intrinsecamente inglese come quella dipinta da Kris Needs e dalla di lui moglie Michelle. Lui che durante il suo periodo londinese aveva inseguito il sogno di coprire di tinte nuove le corde arrugginite della sua chitarra.

Nessuno lo saprà mai.

Perché il viaggio è lungo ma qualcuno è già sceso dal treno qualche stazione fa con la sua valigia di dolore e una chitarra sulle spalle, lasciandoci smarriti su un vagone affollato, lungo l’american railway. 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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THE PEAWEES – Leave It Behind (Railways Recordings)

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Fai un salto.

Fanne un altro.

Fai la giravolta.

Falla un’altra volta.

Così, di salto in salto, invecchiando senza neppure accorgersene, lasciandosi dietro i migliori anni della loro vita, dopo aver frequentato le elementari all’istituto Ramones, i Peawees hanno finito per scrivere e suonare il loro disco migliore. Strano? Nemmeno poi tanto.

Anche io scopo di più e meglio a quaranta anni che a venti. Chiedete in giro.

Leave It Behind è un album punk senza musica punk.

Come il primo disco di Elvis.

Un disco che infila un piede nella merda di James Brown e l’altro in quella di Pete Townshend e infila il muso dentro undici portate che abbondano di aromi soul, rockabilly, funky, R ‘n B, blues, power-pop e garage servite con contorno di piano Rhodes, fiati, armonica, cori, organo elettrico.

Un disco che ha una sua classe e una sua disciplina, come quei vecchi gruppi degli anni Cinquanta e Sessanta che suonavano in abito da sera la loro versione di Farmer John facendo brillare la loro dinamite dentro le serate danzanti del liceo della città.

Un disco che evita lo sdegno di questi anni e si rifugia nella forza ingenua di un riff azzeccato, di un gancio melodico da poter inseguire durante un viaggio in auto, di una felice combinazione di colori.

Leave It Behind è un disco lanciato contro l’imbrunire troppo repentino di un secolo che avevamo caricato di aspettative disattese prima ancora di poterne godere.

Un disco fermo nella piazzola di sosta di un motel aspettando di vederlo passare, questo Medioevo ultimo venuto, facendo finta di nulla.

Grazie per averci concesso mezz’ora di vita.

Nessuno tocchi Caino, nessuno tocchi i Peawees.

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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THE CHURCH – Heyday (Parlophone)

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Lo ammetto: dei Church mi piacevano soprattutto le camicie.

Su Heyday, il quinto album della loro discografia, le sfoggiavano per la prima volta pure in copertina. Abbottonate fino al collo e rigide di appretto, come se fossero state stirate per l’occasione. Davanti a quella magnifica sartoria Paisley anche la musica passava in secondo piano. E in quel periodo l’Australia per me offriva ben più turgide emozioni. New Christs, Hoodoo Gurus, Stems, Scientists, Nick Cave, Died Pretty, Beasts of Bourbon erano le vibrazioni più vicine al mio spirito inquieto. E al loro confronto i Church, pur nella loro classe pop infinita e con i dovuti distinguo, mi sembravano i China Crisis. E solo dopo scoprì il perché: Peter Walsh era l’uomo al banco regia dietro Heyday. Proprio colui che aveva “inventato” il suono di molta new-wave soft inglese: i China Crisis di Different Shapes & Passive Rhythms, il primo singolo degli Spandau Ballet, gli Heaven 17 di Penthouse & Pavement, i Simple Minds immensi di New Gold Dream ed Emotional Warfare dei loro epigoni Silent Running.

Quel suono di chitarre, aperto e arioso, sofficemente poggiate su suoni arpeggiati e rese vaporose da un sapiente uso dei microfoni e dei canali del banco mixer è esattamente il suono di Walsh. Ed anche il suono che i Church, in quel periodo, stanno inseguendo. Qualcosa che abbia l’incanto dei Byrds ma che sia allo stesso tempo moderno, pomposo e decadente. Più vicino ai Felt (qualcuno si è accorto di quanto Felt ci sia dentro lo strumentale Happy Hunting Ground o la conclusiva Trance Endings? No? Fate un ripasso…NdLYS) che ai Long Ryders, tanto per dirne una. Manca, nei Church in generale e su Heyday in particolare quella ruralità bastarda che in quegli anni si associa al concetto di revival. La loro musica ha un dinamismo figlio degli anni Ottanta più spietati (basti ascoltare l’incalzare di una Tantalized tutta gonfia di fiati e glockenspiel sintetici, la dolcezza anorak di Night of Light o l’atmosfera gotica di Roman per sincerarsene).

Non fosse stato per quelle dannate camicie probabilmente li avrei messi sullo scaffale dove stavano Gene Loves Jezebel, Pale Fountains, The The e pure i Mission. Invece sono finiti su quello del paisley underground.

L’abito non fa il monaco. Quattro monaci vestiti così fanno una Chiesa.     

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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THE WAILERS – Out of Our Tree (Etiquette)

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Dopo aver incassato il colpo delle defezioni di Mark Marush, Rich Dangel e Mike Burk, i Wailers si apprestano a diventare la band di punta del northwest americano, aprendo per ogni band inglese che atterra all’aeroporto di Seattle, dai Kinks ai Rolling Stones. Nell’anno d’oro del garage punk si infilano in studio per registrare il loro sesto disco, l’ultimo per la locale Etiquette.

Il disco non abbandona del tutto l’abitudine dell’epoca di confrontarsi con gli standard ballabili del periodo infilando ad esempio delle versioni trascurabili di Unchained Melody, Hang On Sloopy o Summertime o accese interpretazioni dai cataloghi di Beatles, Little Richard, Hank Ballard, Don Covay, Marvin Gaye.

Il meglio viene fuori però nei quattro originali scritti dal gruppo: I‘ve Got Me, Dirty Robber, Hang Up e Out of Our Tree sono destinati sin da subito a fondare i canoni del suono punk. In particolare le ultime due grazie ad un uso del Sunn Buzz assolutamente devastante tanto da sovvertire quasi del tutto la stesura originale della prima versione uscita su singolo pochissimi mesi prima come retro di Dirty Robber e di fare di Out of Our Tree un totem per le più crude e abrasive garage band di venti anni dopo, dai DMZ ai Moviees passando per Gruesomes e Mummies.

Fosse stato tutto su quei livelli, saremmo qui a parlare di Out of Our Tree come del disco definitivo del garage rock, probabilmente con addosso delle tute d’amianto e una maschera antigas stretta sul mento come una museruola.

Non lo è purtroppo. Perché spesso la voglia di vendere supera quella di rischiare.

Finendo per alternare urla di paura a sbadigli di noia.

 

                                                                        Franco “Lys” Dimauro

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PINK FLOYD – The Piper at the Gates of Dawn (Columbia)

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Il 1967 è l’anno in cui la musica inglese in un impeto di orgoglio nazionalista ammaina le vele delle musiche americane, alza l’Union Jack e prende il largo esportando al mondo la sua identità. Sgt Pepper‘s Lonely Hearts Club Band, We Are Ever So Clean, We Are Paintermen, Mellow Yellow, The 5000 Spirits Or the Layers of the Onion, Tangerine Dream, The Piper at the Gates of Dawn, Their Satanic Majesties Request, Something Else, Sell Out, Procol Harum, Gorilla, It‘s Smoke Time, tutti usciti in quel clamoroso anno, affrancano definitivamente la musica inglese dalla pesante eredità di quella americana che aveva generato l’esplosione delle scene beat (il rock ‘n roll) e mod (il soul) e circoscrivono definitivamente la “visione” inglese del fenomeno psichedelico. Una separazione che avviene sia sul piano estetico sia su quello del contenuto. Se sull’esplosione del fenomeno acid-rock statunitense incomberà infatti, greve come uno spettro, il dramma del Vietnam costringendo ad adottare rapidamente una presa di posizione politica, in Gran Bretagna le nuove frontiere della musica giovane scelgono di disgiungersi dalla realtà dipingendo un mondo arcano che preservi la perduta innocenza e la smarrita meraviglia fanciullesca distrutta dal mondo adulto. I moderni gruppi e cantautori inglesi sono la reincarnazione hippie del mito di Peter Pan, i pirati in rotta verso l’isola che non c’è, eccitati dalle droghe e stimolati dalle modalità espressive offerte dalle moderne sale di registrazione e dalle nuove ricerche nel campo della musica elettronica.

È un riadattamento moderno e sintetico del mondo fiabesco, un assemblaggio in vitro dei vecchi paradisi celtici popolati da elfi, nani e giganti che culturalmente darà il via alla nuova epica-popolare della musica prog.

Ma fermiamoci per ora al 1967. Dopo due singoli di rara bellezza, il 4 Agosto i Pink Floyd danno alle stampe il loro capolavoro, manifesto estetico della nuova musica underground della Londra della stagione freakbeat. The Piper at the Gates of Dawn riassume in quarantadue minuti tutto il concetto fondante della psichedelia inglese, con un occhio tra le stelle (Astronomy Domine, Interstellar Overdrive, Take Up Thy Stethoscope and Walk, Chapter 24) e uno tra le pagine incantate di qualche vecchia favola fatata, perso dietro le figure matte di quei personaggi stravaganti (Scarecrow, Bike, Lucifer Sam, The Gnome), in una sorta di circo surreale dove il tempo è scandito da orologi a pendolo scordati (Flaming) e dal planare molle e cedevole di mille cavalli alati (Matilda Mother). Una giostra eccentrica che brama di girare tra le stelle, portandosi dietro i cocci di un’infanzia che non vuole essere sconfitta.

Derive cosmiche e filastrocche infantili illuminate dal genio di Barrett che inseguirà il suo folle gioco fino in fondo, fino alla segregazione totale e assoluta dal mondo reale, fino ad uno sconvolgimento psichiatrico allucinato e senza vie di ritorno, fino a svuotare le orbite oculari di ogni sogno colorato. Restando per sempre dietro quel cancello, in attesa di un alba che non sarebbe mai arrivata.

Su un piede solo, con un calumet di incenso tra le sue piccole labbra viola.    

                                                                                             

                                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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DRUG FREE YOUTH – A Message From Now (Nowhere Street Music)

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C’è un mostro psichedelico che si muove qui dentro.

Un mostro spiraliforme che si nutre delle cervella più visionarie della cultura psichedelica degli anni Sessanta.

Cervelli bruciati dalle droghe, partiti per viaggi spesso senza ritorno. 

I Seeds, gli Elevators, gli Electric Prunes ma anche certe derive mistiche della musica indiana, fumi drogatissimi di surf music dallo spazio profondo.

Chitarre e tastiere oniriche che forano il leggero strato che avvolge il nostro momento rem per infiocinarsi nella nostro mondo tangibile facendocelo osservare attraverso una lente deformata. Quello che passa attraverso i vetri di Visions of a Gypsy Queen o (There Are Faces) Under My Pillow sono plastiche facciali deturpate che si agitano come spettri del nostro inconscio a ricordarci della mostruosità che coltiviamo dentro e che troppo spesso ricopriamo di stucco e fondotinta per donarla al mondo senza che questo se ne accorga.

Wah wah liquidi, fuzz guitars che appaiono e si ritraggono come ectoplasmi impertinenti, liquidi tappeti di tastiere che si muovono come fiumi di inchiostro color petrolio. Oltre l’abisso del mare Greco, la giovane scuola psichedelica cerca il suo varco per le porte di Atlantide.

 

 

                                                                                Franco “Lys” Dimauro

 

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LOS EXPLOSIVOS – Primeras Grabaciones (Boss Hoss)

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Se non avete paura di imbrattarvi col punk sporco e strafottente che mesce nel torbido dei primi New Bomb Turks, dei Mighty Caesars e dei Kingsmen, Los Explosivos potrebbero fare per voi.

La band messicana suona come se avesse una muta di dobermann attaccata al culo.

Roba che raramente supera i due minuti di durata.

Una eiaculazione precoce dentro la vagina del garage rock.

Primeras Grabaciones è una parziale riedizione dell’omonimo album su Get Hip di due anni fa con ben sei brani su dieci che vantano quella medesima provenienza.

Il resto è costituito da tre cover (Boys delle Shirelles, Boss Hoss dei Sonics e The Crusher dei Novas) e la strumentale Witron che stava sul carbonaro Ensayando con El “Hugo”. Suono scassatissimo e deragliante come un vagone della metro che si infila a tutta velocità nello sfintere del punk dopo essere partito da una stazione qualsiasi della provincia messicana.

Punk e garage come lo intendevano i Supercharger, i Mummies e Nardwuar the Human Serviette: una betoniera che impasta e macina merda.

Se siete abituati agli intonaci a grana fine o alle carte da parati, meglio che rimaniate al sicuro dentro le vostre case di cartapesta.

 

                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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