THE CHURCH – Heyday (Parlophone)

Lo ammetto: dei Church mi piacevano soprattutto le camicie.

Su Heyday, il quinto album della loro discografia, le sfoggiavano per la prima volta pure in copertina. Abbottonate fino al collo e rigide di appretto, come se fossero state stirate per l’occasione. Davanti a quella magnifica sartoria Paisley anche la musica passava in secondo piano. E in quel periodo l’Australia per me offriva ben più turgide emozioni. New Christs, Hoodoo Gurus, Stems, Scientists, Nick Cave, Died Pretty, Beasts Of Bourbon erano le vibrazioni più vicine al mio spirito inquieto. E al loro confronto i Church, pur nella loro classe pop infinita e con i dovuti distinguo, mi sembravano i China Crisis. E solo dopo scoprì il perché: Peter Walsh era l’uomo al banco regia dietro Heyday. Proprio colui che aveva “inventato” il suono di molta new-wave soft inglese: i China Crisis di Different Shapes & Passive Rhythms, il primo singolo degli Spandau Ballet, gli Heaven 17 di Penthouse & Pavement, i Simple Minds immensi di New Gold Dream ed Emotional Warfare dei loro epigoni Silent Running.

Quel suono di chitarre, aperto e arioso, sofficemente poggiate su suoni arpeggiati e rese vaporose da un sapiente uso dei microfoni e dei canali del banco mixer è esattamente il suono di Walsh. Ed anche il suono che i Church, in quel periodo, stanno inseguendo. Qualcosa che abbia l’incanto dei Byrds ma che sia allo stesso tempo moderno, pomposo e decadente. Più vicino ai Felt (qualcuno si è accorto di quanto Felt ci sia dentro lo strumentale Happy Hunting Ground o la conclusiva Trance Endings? No? Fate un ripasso…NdLYS) che ai Long Ryders, tanto per dirne una. Manca, nei Church in generale e su Heyday in particolare quella ruralità bastarda che in quegli anni si associa al concetto di revival. La loro musica ha un dinamismo figlio degli anni Ottanta più spietati (basti ascoltare l’incalzare di una Tantalized tutta gonfia di fiati e glockenspiel sintetici, la dolcezza anorak di Night of Light o l’atmosfera gotica di Roman per sincerarsene).

Non fosse stato per quelle dannate camicie probabilmente li avrei messi sullo scaffale dove stavano Gene Loves Jezebel, Pale Fountains, The The e pure i Mission. Invece sono finiti su quello del paisley underground.

L’abito non fa il monaco. Quattro monaci vestiti così fanno una Chiesa.     

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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