ATTILA AND THE HUNS – Under the Bodhi Tree (Music Maniac)

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La prima cosa che puzzava di marcio era che avessero cambiato nome: gli Unclaimed diventavano gli Unni e Attila il loro tiranno.

La seconda era che il loro disco usciva con quindici pezzi su CD e tredici soltanto su vinile. Orfano quindi, e non di due pezzi minori ma di una cosa assolutamente pregevole come It‘s Raining Now e lo stravagante surf di The Gull. Del resto niente è prescindibile degli Unclaimed, è quindi è un doppio sfregio.

Ma come, caro Shelley (Ganz, Kidd o come diavolo vuoi farti chiamare), vivi chiuso nella tua gabbia dorata rinnovando il culto perpetuo degli anni Sessanta, aborrisci la tecnologia e decidi di delegittimare il vinile?

La terza cosa era la copertina decisamente orribile.

La quarta, il nome di Lee Joseph scritto a rovescio.

Niente di satanico ma comunque un presagio di sventura.

Però chi se ne frega. Quando esce Under the Bodhi Tree, dopo cinque lunghi anni di attesa, gli Unni sono già polverizzati, come i loro antenati nei pressi del fiume Nedao più di un secolo e mezzo prima.

Uccisi da loro stessi, stavolta.

Divorati dal loro stesso capitano.

Questo disco resta quindi a testamento della più enigmatica garage band degli anni Ottanta, in grado di mettere su un circo dove uno psicotico beat come Hard to Find riesce a convivere fianco a fianco con gli arabeschi sognanti di Well It‘s True, i serpenti a sonagli di The Creep con l’eccezionale cavalcata country di Bodhi Tree, il gentile scampanellio di Betty Crooper con il passo ciclopico di Valley of the Giants, la copia carbone di Teeny Bopper, Teeny Bopper  con la mortifera Haunted. Un disco totalmente avvolto nelle maglie degli anni Sessanta (il dark-folk dei Music Machine, la musica strumentale e cinematografica, la cruda energia dei Count Five, il suono ribelle degli Standells, il jangle-beat dei Syndicate of Sound, il punk psichedelico della Chocolate Watch Band) ma capace di sprigionare un aroma tutto suo, l’aroma della più stilosa retro-band di tutto l’underground garage.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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SYD BARRETT – Barrett (Harvest)

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Se c’è un disco che più di ogni altro è capace di rappresentare la spossatezza, l’astenia muscolare che la depressione porta in dono alla follia più disperata, questo è senz’altro Barrett, il disco che che Syd disegna al posto dei quadri che racconta, mentendo al mondo e a se stesso, di star dipingendo.

È il 1970.

Syd giace sfatto e folle sul suo materasso, gli occhi straniti, le mani appiccicose.

Non è il bed-in con cui Lennon annunciava l’anno precedente una nuova forma di misticismo pacifista ed intellettuale.

È una camera da ospedale psichiatrico oltre la quale, bussando, Syd può sentire la mamma accorrere in suo aiuto mentre lui dipinge di elefanti effervescenti, di topi sdraiati sul pavimento, di zie gigolò, di branchi di lupi in agguato, di infinite ed interminabili partite al domino, di bambine che profumano di limonata.

Schizzi infantili, ancora una volta. Quadri da aggiungere alla galleria affollata dai ritratti di Arnold Layne, Lucy Leave, Vegetable Man, See Emily Play, Scarecrow, Matilda Mother, Lucifer Sam, Apples and Oranges, The Gnome, Candy and a Current Bun, Octopus.

Ma Syd sente i colori scivolargli dalle dita. Non riesce a dar luce a quell’arcobaleno tossico che gli si scioglie davanti. Il suo rifugio è pieno di ombre e di paure.

Sono tele senza cornice. Appese storte. Appiccicate alle pareti su qualche chiodo appuntato al muro con le ciabatte, per non svegliare mamma. Per evitare di svegliarsi egli stesso da quel torpore mesto che sembra averlo imprigionato.

Sono i vecchi amici Gilmour e Wright a dare un contesto più dignitoso, una parvenza di organizzazione a quelle tele appese un po’ a casaccio. Una spruzzata cremisi di organo, un rintocco violaceo di basso, qualche piccolo tocco di batteria a simboleggiare un cuore che dovrebbe battere dentro un petto che non riesce più neppure a tenere il tempo, ad accorgersi del suo fluire, in una atrofia cardiaca che è destinata a prendersi tutto il Barrett migliore.

Malinconia e dolcezza.

E un senso di abbandono che è il trionfo onirico della poesia barrettiana. Senza più gnomi, senza più folletti, senza più i vestiti sgargianti di una fanciullezza bruciata mentre si cercava il buco che doveva condurre al di là delle nuvole.

Alla mamma che bussa alla sua porta muta, Barrett risponde che sta dipingendo.

“Come quando ero bambino, mamma”.

Poi apre la porta e le mostra una tela bianca con dodici insetti. 

Come in quel già lontano 1965 dove tutto era iniziato: I‘m a King Bee, Butterfly.

Insetti.

Syd la tranquillizza. “Visto? Va tutto bene mamma, il tuo figlio disegna gli apostoli, come quando era al catechismo. Hai ancora di quella marmellata di arance che mi davi da bambino?”      

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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