UZEDA – “Waters” (A.V. Arts)

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Italia, primi anni Novanta:

la Lombardia aveva gli Afterhours e il Piemonte i Marlene Kuntz.

I più fortunati, una volta tanto, sono i Siciliani: loro hanno gli Uzeda.

Cinque ragazzoni catanesi che, per la stessa label e con la medesima dedica, hanno già registrato un disco un po’ anonimo un paio di anni prima e che ora cominciano a guardare sempre più lontano, verso quell’America prodiga di chitarre cariche di violenza, di impalcature ritmiche sempre più rigorose, di escursioni termiche tra rumore bianco e grigio silenzio.

Credono in quello che fanno, fino in fondo.

Fino a chiedere a Steve Albini di produrre il loro secondo disco.

Steve accetta e vola fino a Catania, per mettere mani e cervello dentro Waters”.

Nessun refuso di stampa.

Nessuna svista.

Proprio così: Albini va dagli Uzeda e non viceversa.

Non so cosa voglia dire, ma è giusto precisarlo.

“Waters” viene registrato a La Nuova Ciminiera di Catania e pubblicato per l’intraprendente e sfortunata A.V. Arts ed è un diavolo di disco.

Un suono carico di violenza trattenuta che esplode episodicamente in veri e propri tornado di decibel di cui Pushing All the Clouds rappresenta il manifesto più immediato, con questa massa di chitarre in perenne movimento.

Banalità geofisica a parte, sembra di guardare l’America dei Sonic Youth attraverso lo sfintere dell’Etna.

La voce di Giovanna Cacciola è totalmente immune dal morbo melodico/persuasivo tipico della tradizione culturale italiana così come dal terribile, forzato urlo finto-rock che tante signorine imbellettate portano sul palco nel tentativo di rovinarsi la reputazione. Dal canto suo tutta l’armatura strumentale e ritmica fa volentieri a meno della tradizionale verbosità tipica sia del noise più cerebrale che del rock più ortodosso, preferendo spesso lavorare sull’alternanza e sovrapposizione di elementi minimali: I‘m Getting Older, Roaming World o It Happened Here sono costruite proprio in questo modo.

Tied riduce il gioco a una versione portatile per solo basso e voce. 

“Waters” è disco di taglio e caratura mondiale, in grado di fare le scarpe anche al “vicino” Rid of Me della signorina Harvey e di infilare gli Uzeda prima nel vassoio di dolci italiani di Mr. John Peel (unico caso oltre a quello preistorico della PFM, NdLYS) e quindi versandone le gocce nel Sacro Graal del noise-rock universale.

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

 Waters

 

THE VELVET UNDERGROUND – The Velvet Underground (MGM)

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Nel Novembre del 1968 qualcuno entra nei TTG Studios di Hollywood mentre i Velvet Underground stanno registrando il loro terzo disco  e spegne tutti gli amplificatori.

Maureen Tucker crede sia semplicemente saltato il contatore e continua a picchiare sui tamburi.

Sterling Morrison pensa sia lo scherzo di Val Valentino, l’ingegnere del suono della TTG.

Doug Yule, il nuovo arrivato, crede sia il fantasma di John Cale arrivato a turbare le sessions. Poi guarda Lou Reed, ancora una volta, e anche lui continua a suonare.

Lou Reed, seduto al centro della sala, pensa semplicemente sia Gesù Cristo in persona.  Scrive una canzone in suo onore, e continua a suonare.

Non è stato esattamente così, ma è così che potete immaginarlo, il terzo album dell’ex band più rumorosa di New York. Dopo l’uscita di White Light/White Heat lo scontro di ego tra Reed e Cale ha passato ogni soglia di tolleranza e i Velvet sono una nave allo sbando con al timone due capitani. Lou Reed vira barra a dritta verso le acque quiete delle coste, John Cale quando può cerca di virare verso le onde anarchiche del grande oceano del rumore. La ciurma resta zitta, subendo ora gli ordini dell’uno, ora quelli dell’altro, limitandosi a vomitare a tribordo. Quando la nave approda sulle coste californiane il capitano Lou intima all’altro di scendere. Al porto di Long Beach c’è già qualcuno pronto a prendere il suo posto: un marinaio ventenne di Long Island che si è già imbarcato su alcuni mercantili al largo di Boston e che ora Lou Reed vuole ai suoi ordini. Lou non vuole ammutinati sulla sua nave. È stanco di fare il pirata. Vuole circondarsi di gente che lo adora. Di gente che non distolga lo sguardo da lui, come fanno Doug e Moe sulla copertina del terzo album dei “suoi” Velvet Underground.

Lou ricambia l’adulazione di Yule riservandogli addirittura l’apertura dell’album.

L’anno successivo gli concederà addirittura di portare il suo giovane fratellino a sostituire temporaneamente Maureen dietro i tamburi.

Il terzo album dei Velvet è, in pratica, il primo album di Lou Reed. Orfana della visione anarchica di John Cale e con un totale abbattimento della soglia del rumore, la musica del quartetto rimane implume e vulnerabile. È un disco che affonda nella malinconia struggente di Pale Blue Eyes, nell’ordinarietà country di That‘s the Story of My Life, nell’invocazione gospel di Jesus, nel siparietto di After Hours e nella soporifera ballata di Candy Says con le sole Beginning to See the Light e The Murder Mystery a cercare di replicare, senza riuscirci, lo slancio di There She Goes Again e la follia di The Gift.

Nonostante sia considerato uno dei dischi più influenti della storia (molto più verosimilmente per l’irriproducibilità dei primi due, NdLYS) The Velvet Underground è disco che non riesce a penetrare la carne limitandosi ad accarezzare l’epidermide. A volte così teneramente da indurre a dolci sonni.

 

                                                                                           Franco “Lys” Dimauro

 

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THE SCREAMING TRIBESMEN – Date with a Vampyre (Grown Up Wrong!)

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Non sono mai stato un fan degli Screaming Tribesmen, nonostante tutto.

E questo a dispetto del fatto che avessero la miglior scaletta di cover che una band possa desiderare (Some Kinda Fun, Lookin’ at You, Good Times, I Can Only Give You Everything, See No Evil, Left in the Dark, I Wanna Be Your Dog, Psychotic Reaction, See the Way, I Can‘t Stand It, Baby Let’s Twist), che tra le loro fila siano transitati eroi del rock australiano come Ronald Peno, Brad Shepherd, Mark Kingsmill o Chris Masuak e che fossero finiti tra le mani di Rob Younger per la produzione del “tardo” Formaldehyde. Riascoltare dopo venticinque anni la ristampa dello storico EP pubblicato nel lontano 1985 non dissipa i miei dubbi di allora.

Aperto da una breve intro di piano che mette assieme la Joan Crawford dei Blue Öyster Cult e la Dragnet che già introduceva alla Jack the Ripper di Screaming Lord Sutch (richiamata anche dalla figura di copertina, NdLYS), l’EP licenziato nel Settembre dell’ 85 dalla benemerita Citadel mette in mostra sulla facciata A una band che cede volentieri al richiamo roboante di stupide chitarre da tamarri glam-rockers che li porteranno a svilirsi sul palco aprendo per band come Cult, Rose Tattoo o Sweet. Va meglio sull’altra side del disco, dove il suono si stempera in un jingle-jangle più luminoso che fa da preludio alle atmosfere del disco successivo, anch’esso incluso in questa ristampa: introdotto da una nefasta copertina ispirata alla già orribile cover di The Gift di Midge Ure (!!!) Top of the Town arriva nei negozi l’anno successivo su etichetta Rattlesnake. I pezzi stavolta sono sei, tutti firmati (in coppia come per la title track o in proprio) da Chris Masuak e Mick Medew.

Le perplessità rimangono, così come i “difetti” di produzione di Alan Thorne e Masuak con un orribile e “gonfio” suono di batteria e le chitarre che, non appena smarriscono le coordinate folk che accarezzano la bella Mess With You, si attaccano subito a spregevoli suoni da hard rock di bassa lega (come quelli che rendono indigesta la Infidel vicina al suono degli Hitmen, NdLYS)

Il resto della scaletta prevede due prove in studio (It May Be Love di Chris Masuak e la cover di Goin’ Out of My Mind) e sette brani registrati dal vivo tra Melbourne e Cabramatta. Il suono è schiacciato da una registrazione casereccia che tuttavia non ci impedisce di assistere inerti alla carneficina a colpi di gain di Two Headed Dog di Erikson e Good Times degli Easybeats. Altri sarebbero finiti sulla ghigliottina per molto meno. I Tribesmen si ritengano fortunati.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

DAVID BOWIE – Low (RCA)

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Low. Basso.

E in effetti così si sentiva Bowie dopo anni di eccessi tra New York e Los Angeles.

Un nanismo psichico che lo schiaccia verso gli abissi dello spirito.

Sempre più in fondo. Fino a schiacciarlo.

Low

David vuole trovare riparo dalle piogge di cocaina che lo hanno inzuppato e reso ipocondriaco e vuoto. Magro e pallido come il lenzuolo di un fantasma. Così smagrito da poter contare ogni singolo osso del suo corpo. Così pieno di droga da non riuscire più a dormire.

Insonne e disperato, Bowie sceglie Berlino come rifugio per la sua inquietudine e come stimolo per la sua rinascita personale ed artistica.

Una vera e propria fuga dal centro mondiale della cocaina, della cui dipendenza David comincia ad avere una paura folle.

Una fuga dal successo, quello descritto appena due anni prima con John Lennon sulla Fame che chiudeva Young Americans e gli regalava il suo miglior risultato americano.

A Berlino, nell’immensità imponente e solenne di quelle strade infinitamente grandi, nell’austerità muta di quel muro che divide il mondo in due, Bowie può tornare ad essere il Signor Nessuno. Struccato e avvolto in un anonimo cappotto va ai funerali di Ziggy Stardust e di Halloween Jack. Poi, si reca agli studi Hansa di Berlino Ovest, dove ad attenderlo c’è Brian Eno, per il missaggio finale di Low e per scalfire assieme a lui quel gelido blocco di granito che è Warszawa. È il centro gravitazionale di un album che sarà una delle maggiori influenze sul piano estetico delle imminenti esplosioni new-wave, synth-pop e neo-romantica.

I Tubeway Army, gli Human League, i Duran Duran, gli Ultravox, i Freur, i Japan, i Tuxedomoon, i Simple Minds iniziano da qui.

Dai sibili decadenti di Weeping Wall, da Art Decade, da Subterraneans così come dalle fiamme fredde che avvolgono il funk di Speed of Life, dall’art-rock di What in the World, dalle autostrade di vetro che fanno da pista per Always Crashing in the Same Car.

Anche la visione neo-realista e filonazista dei primi Joy Division comincia dichiaratamente da qui.

Lontano dalle stanze dell’Hotel California, David Bowie reinventa se stesso, nella fredda notte berlinese.

Such a lowely place.

Such a lowely face. 

  

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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THE BEASTS OF BOURBON – Sour Mash (Red Eye)

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L’ultimo capolavoro della stagione d’oro del rock australiano si intitola Sour Mash ed è nero come il bitume. Proprio mentre Nick Cave guarisce gradatamente dal licantropismo della giovinezza e i Gun Club abdicano dal ruolo di leader del revisionismo roots degli anni Ottanta, i Beasts of Bourbon escono fuori con un disco che affonda i piedi nelle latrine del blues più orrido ed osceno.

Il canto di Tex Perkins è un gargarismo etilico che insudicia il già sconcio corpo di canzoni come Playground o These Are the Good Old Days.

Il ritorno delle Bestie, dopo la separazione che era seguita alla pubblicazione di The Axeman’s Jazz, si consuma in una giostra di blues sfigurati che rimandano alle gesta di un vecchio serial killer come Captain Beefheart. Analogo è il gusto per lo sfregio, per la deturpazione e per il vilipendio alla sacralità del blues.

Un oltraggio lungo 52 minuti e 15 canzoni.

Registrato in soli due giorni agli Electric Avenue Studios di Sydney con James Baker costretto a suonare nel pianerottolo per sfruttare l’eco naturale della tromba delle scale, Sour Mash trasforma l’hillbilly rinsecchito e il country disidratato del primo album in una catramosa poltiglia blues.

Una ghiandola gonfia di fiele che schizza il suo veleno bilioso.

Un’arteria recisa da cui sgorga sangue iniettato di bourbon.

Percorso da una perversione accidiosa e misantropa, Sour Mash è un decalogo sulla sepoltura del blues e sull’oltraggio necrofilo alla sua ultima, definitiva dimora.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

Sour+Mash