THE DOMNICKS – Super Real (Citadel)

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L’avviso per i trendisti all’ultimo stadio è che i Domnicks proseguono il loro viaggio tra i prati del già sentito. Di quello che troverete qui dentro non c’è una sola armonia, un solo accordo, un solo soffio di trombone o un solo assolo di chitarra che non abbiate già trovato altrove. Insomma, se volete fare colpo con qualche gnocca non è questo il disco da mettere sul piatto. Se volete fare colpo con gli amici, fingendo di essere ancora giovani pure se puzzate di ammoniaca come me, neppure.

Super Real è un disco di benemerita e rozza solitudine. Uno di quelli che puoi mettere su per imprecare contro questa vita bastarda e tuttavia realizzare che alla fine quello che importa a tutti, uomini e donne, sono sempre le tre solite cose.

L’appuntamento col capolavoro annunciato da una banale ma melodicamente ineccepibile Cool Runnings che pare il bordo piscina coperto da baldracche bionde della villa privata di Rod Stewart e bissato subito dopo dall’asso calato dalla metà australiana dei Domnicks è però rimandato a data da definirsi. Perché Super Real vira spesso verso un blue-eyed soul di marca Box Tops che non convince granchè e purtroppo altrettanto spesso in direzione di un blues/rock che sa tanto di pignoccata Gallagheriana e Thorogoodiana. Cosa farcene di pezzi come I Don‘t Wanna Live Like That, Too Late, I Wouldn‘t Treat a Dog, Miracle o Super Real?   

Li terremo sull’autoradio mentre andiamo a sentire la solita cover band dei Blues Brothers per scaldarci con l’air-guitar sognando di fare le smorfie da chitarrista virtuoso come B.B. King? E davvero non conoscete posto migliore dove scaldare le dita, fratelli e sorelle?

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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SIXTEEN HORSEPOWER – Yours, Truly. (Glitterhouse)

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Un doppio libro nero sul folk americano, questa doppia antologia sui Sixteen Horsepower.

Venticinque modi di stringere un nodo scorsoio al collo della musica tradizionale americana, dodici suggeriti dai fans di vecchia data (People‘s choice) e tredici da mr. David Eugene Edwards in persona.

Un manuale delle Giovani Marmotte scritto col sangue.

Il primo disco ovviamente non riserva sorprese per quanti hanno frequentato il mondo della band americana: tre estratti da Sackcloth‘s Ashes, cinque da Secret South, uno da Folklore, due da Low Estate e uno dall’omonimo EP d’ esordio che ascoltati così in sequenza palesano una coesione musicale e climatica sbalorditiva.

Una scatola di cioccolatini che una volta scartati rivelano il loro spregevole e disgustoso ripieno di vermi.

Non c’era ombra di sorriso, nemmeno uno, nella musica del terzetto americano.

Per questo suonavano le canzoni dei Joy Division e dei Gun Club, perché sono le uniche che puoi permetterti di cantare quando suoni con le lacrime agli occhi.

I cioccolatini del secondo disco sono ancora più avariati del primo.

Come la triste ghironda di Worry che non è difficile immaginare come una Black Angel‘s Death Song dei Velvet cantata da una tribù navajo oppure la versione di The Partisan dolorosa come un Nick Cave curvato sul pianoforte, la Bad Moon Rising davvero cattiva tratta dal retro di For Heaven‘s Sake, la luce vacillante di American Wheeze, la rendition paurosamente vicina alla sua statura originaria della Fire Spirit di Jeffrey Lee Pierce o quella simile ad una versione rinsecchita dei Depeche Mode dei primi anni Novanta sulla De-Railed di Rainer.

Per chi ama annegare nelle voragini emotive di Black Heart Procession o Mark Lanegan, un irresistibile, inevitabile, piacevole tormento.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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JULIAN COPE – World Shut Your Mouth (Mercury)

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L’avventura dei Teardrop Explodes non era finita nel migliore dei modi. Troy Tate era stato estromesso dalla band in malo modo e Dave Balfe aveva deciso di prendere in mani le redini del gruppo non fidandosi della schizofrenia di Julian Cope e dirottando il suono di Kilimanjaro e Wilder verso una inconcludente accozzaglia di suoni elettronici, loop e sintetizzatori che avrebbero dovuto costituire l’ossatura del fantomatico terzo album. Cope dal canto suo era abbastanza incapace di reggersi in piedi per potersi preoccupare di tenere in piedi le sorti di una band in cui non crede più.

Dopo alcune disastrose date di supporto ai Queen dove la band viene derisa e confusa per un divertente e grottesco bersaglio mobile e un ultimo ancora più  terribile tour improvvisato malamente su basi registrate più precarie della già precaria condizione fisica dei tre sopravvissuti con nastri che si spezzano durante le esibizioni come accadde nella data di Manchester durante The Culture Bunker e Julian che sbaglia l’ingresso su ogni pezzo mandando la band nel pallone, i Teardrop Explodes cessano di respirare il 15 Novembre del 1982.

Julian Cope indossa il gilet di pelle nera forato da un proiettile durante gli scontri dello sbarco in Normandia regalatogli da un capitano reduce della sanguinosa battaglia, come un guerriero, e decide di farselo da solo, il terzo album dei Teardrop Explodes.

Aveva già un mucchietto di canzoni destinate a quel lavoro tutte bocciate da un Balfe sempre più disgustato dal suono delle chitarre. Bandy‘s First Jump, Pussyface, Greatness & Perfection of Love, Metranil Vavin erano state tutte rifiutate con sdegno o rielaborate in un funky sintetico da Dave Balfe. Ora, Cope aveva deciso di riappropriarsene e di suonarle così come le sognava: un tuffo nel mare di pailettes del glam anni ’70. Era la sua vendetta contro tutti quelli che avevano accusato gli Explodes di essere una ammuffita cartolina del beat psichedelico degli anni Sessanta. Bowie, Mott the Hoople, Brian Eno, Todd Rundgren, Roxy Music erano i suoi nuovi punti di riferimento, la sua Illuminazione Glam da sommare al suo amore per gli svitati della stagione psichedelica: Brian Jones, Syd Barrett, Roky Erikson.

Proprio come i suoi vecchi e nuovi eroi Cope elabora infantili filastrocche in un precipitato di immagini psichedeliche. Canzoni come Sunshine Playroom, Head Hang Low o An Elegant Chaos non sono molto distanti dalla struttura oniricamente fabiesca di una Arnold Layne, di una See Emily Play, di una Bike, di una She‘s a Rainbow, di una Dandelion, di una Splash One, di una Moonage Daydream.

Nelle sale insonorizzate dei Point Studios di Londra Julian elabora in modo naif una nuova forma di pop acido sovrapponendo suoni di oboe, archi, chitarre power-rock, tastiere vintage e pulsanti ritmi percussivi. Come quando crea la base di Kolly Kibber‘s Birthday tenendo attaccati con del nastro adesivo i tasti dell’accordo di Do della Casio MT40 imprestatagli da Dave Balfe e aggiungendogli sopra un tappeto incalzante di grancassa o come, su suggerimento di Paul Buckmaster (colui che aveva arrangiato tra gli altri Space Oddity di Bowie e l’intero Tumbleweed Connection di Elton John) aveva ingrassato la ridicola Sunshine Playroom nata come parodia drogata di Elvis Presley fino a introdurre un’ orchestra di venti ottoni e ventiquattro violini e un trans giapponese per rendere la canzone un melodramma degno di Jimmy Webb. Un album confuso e frammentario ma assolutamente geniale che tuttavia non riesce ad ammansire una critica musicale britannica completamente inferocita nei confronti di Cope. Sono gli anni in cui NME o Sounds non si scompongono davanti al gay-pop dei Lotus Eaters, al soul da cullina termica di Paul Young e Culture Club, alla disco HI-NRG dei Frankie Goes to Hollywood o al pop sintetico dei Simple Minds, osanna gli Smiths, Echo and The Bunnymen e le chitarre auliche dei Big Country ma non perdona a Julian Cope di essere un tossicomane che cerca di rifarsi una carriera rovistando tra dischi vecchi di dieci o quindici anni per trovare ispirazione. Insomma, la stampa che gli aveva riservato decine di copertine solo due anni prima (nel 1981 Cope appare sulle copertine di Melody Maker, Sounds, NME, Record Mirror, Smash Hits, The Face) e che gli aveva improvvisamente girato le spalle appena un anno dopo, continuava a mostrarsi sdegnata davanti al Cope solista dissuadendo il pubblico britannico ad acquistare il disco e a presiedere alle date promozionali di supporto al disco.

Avvolto in una copertina con uno splendido scatto di Anton Corbjin che vede Cope a capo chino immortalato all’alba nel Monastero di Alvecote, World Shut Your Mouth resta invece un piccolo, egocentrico, capolavoro di pop caramellato intriso di zuccheri psichedelici che inaugura una carriera divisa tra genialità, follia e cadute di stile. 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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TALKING HEADS – More Songs About Buildings and Food (Sire)

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Di More Songs About Buildings and Food colpisce subito l’apertura sfacciata di Thank You For Sending Me An Angel: un fiume in piena che sembra travolgere tutto, una marcia funky che anni dopo i Talking Heads avrebbero replicato con Road to Nowhere quando erano già un’istituzione.

Ma nel ’78 la reputazione della band newyorkese è ancora tutta da costruire, nonostante l’impatto sulla scena locale sia già stato destabilizzante.

Brian Eno, inghiottito allora dalla pazzoide scena funky della metropoli americana, è il primo a credere nelle vere potenzialità della band, l’unica del giro che potrebbe ambire a delle reali velleità commerciali. Brian si mette al servizio del gruppo per la produzione di questo secondo album tirando fuori quello che sull’esordio restava latente.

Senza rinnegare la fantasiosa e ironica follia dell’esordio, More Songs About Buildings and Food infatti enfatizza la trascinante forza ritmica del gruppo.

Gli stacchi spastici della chitarra, gli allucinati spasmi vocali, il galoppante basso funky, le tastiere disco e le sincopi di batteria creano una singhiozzante e paradossale messinscena della babele musicale del dopo-punk, in cui le nevrosi ordinarie stanno per essere canalizzate tra le luci stroboscopiche delle sale da ballo per essere spurgate nel rituale collettivo della danza. Che nelle mani dei Talking Heads diventa epilessia corale e catartica, come nei quattro minuti e mezzo di I‘m Not In Love o sulla frenetica With Our Love, due dei capolavori della band. 

L’isterismo si stempera solo alla fine, nella cover di Take Me to the River e nella conclusiva The Big Country, presagio dei Talking Heads adulti di Little Creatures e True Stories. Tutto il resto è una caricatura straordinariamente attuale delle nostre angosce quotidiane, talmente familiari da conoscerne il profilo, come per i palazzi che soffocano l’orizzonte dalle finestre di casa nostra. O da riconoscerne il sapore, come il cibo che ingombra i nostri tavoli di benestanti uomini occidentali. 

Altre canzoni sui palazzi e sul cibo al tavolo quattro, per favore!!!! 

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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