JULIAN COPE – World Shut Your Mouth (Mercury)

L’avventura dei Teardrop Explodes non era finita nel migliore dei modi. Troy Tate era stato estromesso dalla band in malo modo e Dave Balfe aveva deciso di prendere in mani le redini del gruppo non fidandosi della schizofrenia di Julian Cope e dirottando il suono di Kilimanjaro e Wilder verso una inconcludente accozzaglia di suoni elettronici, loop e sintetizzatori che avrebbero dovuto costituire l’ossatura del fantomatico terzo album. Cope dal canto suo era abbastanza incapace di reggersi in piedi per potersi preoccupare di tenere in piedi le sorti di una band in cui non crede più.

Dopo alcune disastrose date di supporto ai Queen dove la band viene derisa e confusa per un divertente e grottesco bersaglio mobile e un ultimo ancora più  terribile tour improvvisato malamente su basi registrate più precarie della già precaria condizione fisica dei tre sopravvissuti con nastri che si spezzano durante le esibizioni come accadde nella data di Manchester durante The Culture Bunker e Julian che sbaglia l’ingresso su ogni pezzo mandando la band nel pallone, i Teardrop Explodes cessano di respirare il 15 Novembre del 1982.

Julian Cope indossa il gilet di pelle nera forato da un proiettile durante gli scontri dello sbarco in Normandia regalatogli da un capitano reduce della sanguinosa battaglia, come un guerriero, e decide di farselo da solo, il terzo album dei Teardrop Explodes.

Aveva già un mucchietto di canzoni destinate a quel lavoro tutte bocciate da un Balfe sempre più disgustato dal suono delle chitarre. Bandy‘s First Jump, Pussyface, Greatness & Perfection of Love, Metranil Vavin erano state tutte rifiutate con sdegno o rielaborate in un funky sintetico da Dave Balfe. Ora, Cope aveva deciso di riappropriarsene e di suonarle così come le sognava: un tuffo nel mare di pailettes del glam anni ’70. Era la sua vendetta contro tutti quelli che avevano accusato gli Explodes di essere una ammuffita cartolina del beat psichedelico degli anni Sessanta. Bowie, Mott the Hoople, Brian Eno, Todd Rundgren, Roxy Music erano i suoi nuovi punti di riferimento, la sua Illuminazione Glam da sommare al suo amore per gli svitati della stagione psichedelica: Brian Jones, Syd Barrett, Roky Erikson.

Proprio come i suoi vecchi e nuovi eroi Cope elabora infantili filastrocche in un precipitato di immagini psichedeliche. Canzoni come Sunshine Playroom, Head Hang Low o An Elegant Chaos non sono molto distanti dalla struttura oniricamente fabiesca di una Arnold Layne, di una See Emily Play, di una Bike, di una She‘s a Rainbow, di una Dandelion, di una Splash One, di una Moonage Daydream.

Nelle sale insonorizzate dei Point Studios di Londra Julian elabora in modo naif una nuova forma di pop acido sovrapponendo suoni di oboe, archi, chitarre power-rock, tastiere vintage e pulsanti ritmi percussivi. Come quando crea la base di Kolly Kibber‘s Birthday tenendo attaccati con del nastro adesivo i tasti dell’ accordo di Do della Casio MT40 imprestatagli da Dave Balfe e aggiungendogli sopra un tappeto incalzante di grancassa o come, su suggerimento di Paul Buckmaster (colui che aveva arrangiato tra gli altri Space Oddity di Bowie e l’intero Tumbleweed Connection di Elton John) aveva ingrassato la ridicola Sunshine Playroom nata come parodia drogata di Elvis Presley fino a introdurre un’ orchestra di venti ottoni e ventiquattro violini e un trans giapponese per rendere la canzone un melodramma

degno di Jimmy Webb. Un album confuso e frammentario ma assolutamente geniale che tuttavia non riesce ad ammansire una critica musicale britannica completamente inferocita nei confronti di Cope. Sono gli anni in cui NME o Sounds non si scompongono davanti al gay-pop dei Lotus Eaters, al soul da cullina termica di Paul Young e Culture Club, alla disco HI-NRG dei Frankie Goes to Hollywood o al pop sintetico dei Simple Minds, osanna gli Smiths, Echo and The Bunnymen e le chitarre auliche dei Big Country ma non perdona a Julian Cope di essere un tossicomane che cerca di rifarsi una carriera rovistando tra dischi vecchi di dieci o quindici anni per trovare ispirazione. Insomma, la stampa che gli aveva riservato decine di copertine solo due anni prima (nel 1981 Cope appare sulle copertine di Melody Maker, Sounds, NME, Record Mirror, Smash Hits, The Face) e che gli aveva improvvisamente girato le spalle appena un anno dopo, continuava a mostrarsi sdegnata davanti al Cope solista dissuadendo il pubblico britannico ad acquistare il disco e a presiedere alle date promozionali di supporto al disco.

Avvolto in una copertina con uno splendido scatto di Anton Corbjin che vede Cope a capo chino immortalato all’alba nel Monastero di Alvecote, World Shut Your Mouth resta invece un piccolo, egocentrico, capolavoro di pop caramellato intriso di zuccheri psichedelici che inaugura una carriera divisa tra genialità, follia e cadute di stile. 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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