PUBLIC IMAGE – First Issue (Virgin)

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Nel 1978, mentre Sid Vicious massacra a coltellate Nancy Spungen e Paul Anka uccidendo di fatto il punk, Johnny “il marcio” ridiventa Lydon e dà vita al dopo-punk: recluta il primo eroinomane chitarrista dei Clash (Keith Levene), un altro reduce dei gloriosi “Four Johns” (John Lydon, John Richtie aka Sid Vicious, John Gray e appunto John Wardle aka Jah Wobble amavano farsi chiamare così quando andavano in giro a contrarre epatiti nei giorni di fuoco del punk, NdLYS) e il batterista dei canadesi Furies (Jim Walker) per allestire una delle più alienanti formazioni del post-punk britannico. Perfetta prosecuzione ideologica del dissacrante breve sputo punk dei Sex Pistols, i Public Image Ltd. sono una camera da elettroshock sulle cui sbarre il ghigno da malato psichiatrico di Lydon può fracassarsi gli ultimi denti buoni rimasti.

First Issue è divorato dal di dentro.

Al di là del “facile” ma vincente assalto punk del manifesto Public Image, il primo album del gruppo inglese è un padellone ammorbato da un’ossessiva, angosciosa e maniacale ricerca del brutto. Dall’atmosfera greve e medievale dell’introduttiva Theme fino al dub nazista di Fodderstompf passando per l’arte oratoria e teologica resa manifesta in Religion I e per il marziale tormento di Annalisa, First Issue ci accoglie in una camera di tortura dove urla agonizzanti e maniacali, chitarre lancinanti e scomposte e ritmi ossessivi e pesi ci calano addosso come una condanna a morte. Ancora più nichilista di Never Mind the Bollocks, il primo album dei Public Image Ltd. ancora oggi fatica a passare per radio. Le conclusioni, per una volta, provate a trarle da voi.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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NEW RACE – The First and the Last (WEA)

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Passato il giro di boa degli anni Settanta il rock di Detroit scopre il piacere perverso dell’incesto. Le testate di Stooges ed MC5 esplodono lanciando tutt’intorno una serie di atomi impazziti che si fondono generando altri ordigni: New Order (Ron Asheton+Jimmy Recca+Scott Thurston+Dennis Thompson), Destroy All Monsters (Ron Asheton+Michael Davis) e Sonic‘s Rendezvous Band (Scott Asheton+Fred Smith) accendono le notti detroitiane al crepuscolo degli anni Settanta.

Ma non solo loro. E non solo Detroit: Deniz Tek è emigrato in Australia da Detroit molto tempo prima e ha messo su una band che ha il medesimo nocciolo atomico degli Stooges e degli MC5. Si chiamano Radio Birdman e anche loro sono arrivati al capolinea nonostante lui, Rob Younger e Warwick Gilbert abbiano ancora voglia di sporcarsi le mani col rock ‘n’ roll.

Decidono di farla grossa: invitare a Sydney i fratelli Asheton e organizzare un tour con loro.

Scott ha però diversi impegni con la sua band e declina l’invito. Ron ha sempre sognato di andare in Australia e così coinvolge il suo brother-in-arms Dennis Thompson a sostituire il fratello e imbarcarsi in questa nuova avventura cui Deniz ha già dato il nome di un vecchio pezzo che aveva scritto per i Birdman: New Race.

Hanno pochissimo tempo: Ron e Dennis lasciano Detroit l’1 Aprile del 1981.

Hanno cinque giorni per mandare a memoria 32 pezzi. I repertori sono quelli delle loro band di origine, più un pezzo totalmente inedito che Ron battezza Columbia, come lo shuttle che viene sparato in orbita proprio mentre sta lasciando il porto di Detroit. Passati quei primi cinque giorni la band si mette in moto per una quindicina di date lungo tutta l’Australia, tutte registrate per intero da Deniz Tek con l’intenzione di trarne un disco dal vivo. Quel disco, il primo e l’ultimo della super-band Detroitaustraliana, è The First and the Last: cinque cani randagi che aggrediscono la folla addentandola fino a toccare le ossa. Il disco, missato alla bell’e meglio, è purtroppo orfano delle due cover degli Stooges che compongono il set del gruppo (TV Eye e (I‘m) Loose) che tuttavia verranno pubblicate sul successivo e inferiore The First to Pay… Una versione di Loose troverà posto invece sulla successiva ristampa del disco a cura della Alive Records (occhio, se avete in casa la prima tiratura della ristampa custodite una vera chicca, visto che per un errore nell’invio dei master da parte della WEA contiene una versione in studio di Descent in the Maelstrom dei Radio Birdman infilata tra Alone in the Endzone e Lookin’ at You, NdLYS).

Dalle vendite del disco tuttavia i New Race non ricevono il becco di un quattrino a parte una ridicola parcella per i diritti d’autore. A Ron toccano 90 dollari.

Che è un po’ come se David Gilmour tornasse a casa da un tour con 100 Euro in tasca. Paradossale.

Il sogno di Ron di poter tornare in Australia e ridare fuoco alla miccia dei New Race rimarrà purtroppo irrealizzato: Deniz Tek si imbarcherà di lì a poco per diventare un medico della Marina. Lui a bordo, mentre i New Race vengono risucchiati per sempre nell’oceano australiano. Pardon, nel maelstrom.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

New Race - The First And The Last

AMY WINEHOUSE – Lioness: Hidden Treasures (Island)

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Mr. Wudy, il proprietario dello zoo, era più nervoso del solito.

Imprecava e sputava a terra.

Riuniva in sé tutte le caratteristiche fisiche delle bestie intontite che ospitava nel suo parco. A furia di lavorarci per una vita si era trasformato esso stesso in una sorta di superbestia. Capita a tutti, dagli impiegati di banca ai militari, dalle zucchine modificate geneticamente ai clienti del McDonald’s® di diventare del tutto uguali al posto dove abitano, come una moquette.

Ma lui faceva più impressione di tutti gli altri.

Aveva il collo allungato e contorto che ricordava quello della giraffa Sue e del cigno Mirna, il petto villico come il gorilla Zarba, le orecchie pelose come la lince Raffaella, il culo basso come l’ippopotamo Rudy, le gambe arcuate come il mandrillo Gonzo e le squame sulle braccia come il coccodrillo Fritz.

In più scoreggiava come la puzzola Suzi e grugniva come Goofy, il suino zoppo dell’area bambini del suo parco.

Era tutti i suoi animali insieme. E quel giorno lo era ancora di più.

C’era da ripulire la gabbia della leonessa Amy.

C’era da sgombrarla della sua carcassa.

Povera leonessa Amy.

Infelice regina dello zoo.

Eppure quando l’avevano portata lì qualcuno, nel chiudere a doppia mandata quelle sbarre d’acciaio, lo aveva pure sospettato.

“Questa leonessa ha il blues”.

Qualcuno aveva riso. Si ride sempre quando qualcuno dice qualcosa di simile.

Voi non ridereste? Si che ridereste. Anche voi che avete il blues e lo chiamate con un altro nome e pagate qualche strizzacervelli per cacciarlo via, come fosse un male incurabile.

Risero tutti infatti.

Ma la leonessa Amy aveva il blues.

Davvero.

Anche se la amavano tutti e le lanciavano i loro avanzi, lei aveva il blues.

Pure mentre i bambini ridevano della sua chioma e le lanciavano in faccia qualche bonbon di zucchero e coloranti, lei aveva il blues.

E quando le dicevano di mettersi in posa perché c’era una foto nuova da scattare, una ripresa da far vedere ai familiari spanzati che aspettavano sul salotto di casa, un ricordo da affiggere sul muro di una qualche cazzo di casa ben arredata di una famiglia borghese qualsiasi, lei aveva il blues.

Mr. Wudy chiamò a grandi gesti uno dei suoi operai, gli disse di mettersi guanti e mascherina e gli ordinò di tirare fuori quella carcassa maleodorante dalla gabbia.

Alle 10 avrebbero aperto i cancelli e centinaia di bambini intontiti dalla Playstation e di genitori danarosi avrebbero invaso il parco.

Non era proprio il caso di mostrarla così, la leonessa Amy.

Avrebbero dirottato tutti nell’angolo dei gadgets e avrebbero venduto le tazze di ceramica marcia con la sua foto sopra, i piattini da colazione con il suo fiocco stampigliato a caldo, come fossero quelli di Hello Kitty. C’erano un sacco di foto delle passate stagioni dove Amy sembrava una belva della giungla, anche se aveva sempre quel blues dentro e pure se nessuno sembrava accorgersene.

Avrebbero venduto quelli.

Amy non c’è, è stata trasferita altrove, era ammalata.

E sull’onda emozionale di quella frase avrebbero venduto piatti, tazzine e foto ritoccate.

L’operaio tornò dopo una buona mezz’oretta.

Disse che aveva rimosso la carcassa ma che la gabbia era da disinfettare perché era piena di merda.

Mr. Wudy gli disse di fare in fretta.

Il Natale era alle porte.

Venderemo anche quella! gli disse ghignando come la jena Buzz mentre l’operaio si infilava i suoi guanti di latex.

Addio, leonessa.

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro  

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THE FLESHTONES – Hexbreaker! / Speed Connection (Raven)

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Definiti con Roman Gods i canoni del Super-Rock, i Fleshtones si infilano nuovamente agli Skyline Studios in compagnia del solito Richard Mazda per replicare la formula di quel disco.

Se Roman Gods sono le ruote motrici, Hexbreaker!, solo di un pizzico inferiore, può degnamente rappresentare l’altro asse su cui poggia la vettura Fleshtones.

Una macchina che viaggia allegra e spedita come gli autoscontri dei Banana Split sulla pista ormai ben oleata del Fleshtones-sound: Farfisa, sax, armonica, chitarre col vibrato, coretti da surf-band e frattaglie rock ‘n roll in salsa americana.

Dopo i grigi soprabiti del post-punk e i cupi spolverini new-wave, ci voleva qualcuno che aprisse le falde del cappotto e mostrasse l’uccello, come i maniaci che affollano Central Park i giorni festivi. Quel qualcuno sono i Fleshtones.

Loro sono la band di cui il rock ‘n roll ha bisogno per tornare ad essere giovane, ed Hexbreaker! con uno strumentale demente come Wheelman, il garage rock di New Scene, l’organetto beat di Deep in My Heart, i cori in falsetto di Right Side of a Good Thing  torna ad appiccicare sorrisi sulle facce ingrigite dalle elezioni di Ronald Reagan crogiolandosi nel suo bagno ristoratore tra le acque sporche di Human Beinz, Paul Revere and The Raiders, Standells, Outsiders, Kingsmen e Sir Douglas Quintet. L’energia della band viene catturata dal vivo da Richard Gottehrer durante una esibizione al Gibus di Parigi. L’album viene all’epoca (1985) pubblicato solo in Francia e mostra una band a suo completo agio nel rivisitare pezzi propri e altrui sbattendosene delle logiche tecniche che hanno mummificato troppe band costrette a muoversi come dei pinguini su palchi sempre più ingolfati da pannelli semovibili, tende e luci all’americana.

La voglia di divertirsi regna sovrana, resa ancora più invincibile dall’inconsapevolezza che qualcuno stesse macchinando di tirarci fuori un disco dal vivo. I due album convivono adesso assieme su questa ristampa marchiata Raven.

Avete voglia di cantare o vi siete talmente impigriti che anche quello preferite qualcuno lo faccia per voi?

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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HUXTON CREEPERS – 12 Days to Paris (Fuse Group)

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La prima cosa che ricordo degli Huxton Creepers di Melbourne è King of the Road, una splendida roba alla Hoodoo Gurus-meets-Stems che uscì nel 1984 sulla raccolta Asleep at the Wheel. Furono quei due minuti infuocati e marziali che mi fecero innamorare di questa band di cui nessuno allora sapeva nulla in Italia.

Negli anni successivi non sarebbe cambiato molto: degli Huxton Creepers si sarebbe continuato a parlare tra pochi carbonari.

Io non ne avrei mai parlato con nessuno, che nella mia città anche i carbonari erano già stati seppelliti.

Avrei però continuato a comprare i dischi degli Huxton Creepers.

A seguire il loro viaggio verso Parigi.

Le caravelle avrebbero lasciato il porto australiano, dopo aver messo in acqua una scialuppa costruita nelle officine nautiche del Trafalgar Studios con Rob Younger come supervisore e capo officina, nel 1986.

12 Days to Paris era un viaggio ricco di bei presagi per chi come me era innamorato perso della nuova musica australiana, non solo quella più brutalmente legata al punk dell’ asse Saints/Radio Birdman/Birthday Party ma anche di quella più sofficemente pop di band come Hoodoo Gurus, Church, Stems o Go-Betweens.

Il filone d’oro dove scorreva pure il suono degli Huxton Creepers di 12 Days to Paris che, grazie ai fini intrecci chitarristici di Paul Thomas e Rob Craw era capace di ritirare a lucido (si ascolti la competente cover di Shake Some Action presente nel secondo CD di questa grassa reissue, NdLYS) la magia del jangle-pop di Cyril Jordan e Chris Wilson (ma che, pure, nei momenti più accesi come Part the Seas o I Will Persuade You sembrava voler fare il verso al combat rock di Alarm o Lords of the New Church, NdLYS). Nemmeno una presenza ingombrante come quella di Chris Copping dei Procol Harum che si fa carico di colorare col suo Hammond l’aurora di Guilty e la laguna di I Swallowed My Pride riesce ad oscurare la grazia di un disco che all’ epoca ci consolò dalla delusione di Heyday dei Church, ci tenne compagnia tra la pubblicazione di Mars Needs Guitars! e Blow Your Cool! dei Gurus, ci addolcì l’attesa per il debutto degli Stems e finì, con Liberty Belle and the Black Diamonds Express dei Go-Betweens e il debutto degli “australiani di Svezia” Playmates tra i capolavori pop del 1986. Non scordatevi degli Huxton Creepers.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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THE NEW CHRISTS – Lower Yourself (Citadel)

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Tra Distemper e Lower Yourself passano nove anni.

I matrimoni spesso durano molto meno.

Quelli di Rob Younger con i suoi compagni non fanno eccezione: per il secondo album la formazione dei New Christs è completamente cambiata attorno a Rob, l’unico vero Cristo del rock australiano, nuovo e non.

Per Lower Yourself vengono assoldati Christian Houllemare già negli Happy Hate Me Nots e accanto a Dom Mariani nei Someloves al basso, Peter Kelly dei Vanilla Chainsaws alla batteria e Mark Wilkinson dei Lime Spiders alla chitarra.

John Hoey e Sunil De Silva si occupano di tastiere elettroniche e percussioni.

È il 1997 e Rob è disgustato dalla sua città e dalle poche attenzioni che riserva alla sua band che viene invece accolta sempre con grandissimo entusiasmo dai fans europei. Ed è proprio poco prima di imbarcarsi nell’ennesimo tour oltreoceano (che stavolta li porterà anche in Italia per ben tre date, NdLYS) che Rob decide di mettere su la nuova line-up e scrivere qualche nuovo pezzo da affiancare ai classici del gruppo. Il titolo è invece mirato a denigrare l’eccesso di autostima di cui i suoi conterranei fanno spesso sfoggio. Molto probabilmente tra i bersagli ci sono anche i vecchi compagni dei primi dischi, colpevoli di non aver avuto la tenacia di credere fino in fondo nel sogno rock ‘n roll dei New Christs sottraendosi al tavolo da gioco una volta realizzato che il banco era truccato e che le poche fiches con cui si erano seduti a giocare non si sarebbero forse mai trasformate in dollari veri.

Tutto il disgusto di Rob diventa nero catrame rock ‘n roll mostrando l’ennesima rivincita di Rob sul rock ‘n roll, la rivincita di chi, fedele al suo cognome, si rifiuta di invecchiare e gabba ancora una volta il tempo e le sue leggi, sputando veleno su pezzi come We Have Landed, Jenny, Here & Now, When, Words Fail We, Fuzz Expo, Annalise, I Come Cheap e Party Time capaci di tenere acceso il vecchio fuoco detroitiano dei Birdman grazie alla forte fisicità dell’ assalto chitarristico, alla ritmica potente e alla voce sempre sudicia e scura di Rob.

Benvenuti in Australia, la seconda terra promessa del rock ‘n roll.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro  

The New Christs - Lower Yourself (front)

THE CRAWDADDYS – Crawdaddy Express (Voxx)

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Flashback. 1978. California.
San Diego, come tutto il resto della Terra del Sole e dell’America intera, è dilaniata dal morbo del punk. Anzi, bruciata velocemente quella devastante stagione, i protagonisti di quel vascello in fiamme cercano nuove vie di fuga dal rogo che ne ha bruciato il ponte.
Cominciano così le sperimentazioni elettroniche e dada della Ralph di San Francisco e la conquista della Silicon Valley mentre dall’altra parte la centrifuga violenta dell’hardcore trancia tutti i fili che legano il punk al rock ‘n’ roll delle radici per ingabbiarlo nelle ideologie politico-sociali che sfoceranno nell’oi! e nell’ortodossia straight-edge.
Questo è il desolante panorama che si para dinanzi agli occhi di Ron Silva e Steve Potterf all’indomani dello schianto della meteora Hitmakers e che dà ai due l’idea di fondare un gruppo capace di riprendere in mano le redini del passato riappropriandosi del linguaggio nero di Jimmy Reed e Slim Harpo già rimasticato da Yardbirds, Pretty Things e Downliners Sect nell’Inghilterra dei sixties. E già il nome scelto dal quartetto, che rendeva omaggio al celebre locale gestito da Giorgio Gomelski a Richmond e vero e proprio centro fitness per gli artigiani del r ‘n b bianco inglese, era più che un manifesto programmatico.
L’importanza dei Crawdaddys per la salvaguardia della musica delle radici è paragonabile a quella di pochi loro contemporanei: Fleshtones, Gun Club, DMZ, Hypstrz, Cramps e davvero pochi altri.
Un opificio dove è il vecchio suono di bands perdute come Phantom Bros. e Beat Merchants ad essere riassemblato sui nastri trasportatori della catena di montaggio. Usando gli stessi bulloni, le stesse ruote dentate dei modelli originali. Un falso d’autore. Un grandissimo falso d’autore.
Ad accorgersi di quanto stava succedendo dentro quelle officine è innanzitutto Greg Shaw, all’epoca editore della fanzine Bomp! e patron dell’omonima label che inaugurerà proprio con loro il catalogo della sua nuova etichetta.
Nata proprio come filiazione della Bomp! Records, la Voxx sarebbe divenuta nel decennio seguente l’Etichetta per eccellenza del rinascimento garage a stelle e strisce.
La nuova bandiera americana, per tutti i maniaci del suono garage.
Crawdaddy Express, documento che sanciva e celebrava quel matrimonio artistico, è il treno su cui sale la musica degli anni Sessanta per scendere alla stazione degli Eighties, il convoglio che preserva e salvaguarda l’urgenza primordiale del beat e del blues urbano per consegnarlo sano e salvo nelle mani dei nuovi revisionisti del rock ‘n roll, un espresso che lancia sibili d’armonica blues al suo passaggio mentre pesta sulle traverse di rovere della vecchia railway statunitense.

Quindici canzoni, quasi tutte covers di vecchi classici blues e rock ‘n roll che tornavano a vestire abiti sfavillanti grazie alla grinta dei quattro californiani che, unita ad una intransigenza filologica maniacale nella ricerca di strumentazione vintage e nell’approccio al plasma sonoro, avvicinava le dimensioni di quel disco ai debut albums di Stones, Them e Pretty Things.
Rhythm ‘n blues intransigente suonato con una fisicità degenere e selvaggia.
Beatle boots e zazzere, i Crawdaddys erano sul serio una macchina del tempo impazzita e devastante. Quattro bighelloni che accolgono il blues nella loro cantina e lo sbranano come gli Yardbirds, i Pretty Things, gli Shadows of Knight e gli Stones dei tempi migliori. Take the “C” Train!!!!

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE LORDS OF THE NEW CHURCH – The Method to Our Madness (I.R.S.)

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Prodotto da Chris Tsangarides come se si trattasse di una metal band qualsiasi, il terzo album dei Signori della Nuova Chiesa è il disco deputato a far fare il grande salto al supergruppo inglese. Su loro Miles Copeland investe gran parte del guadagno di Talk Show delle Go-Go‘s garantendo una serie di turnisti di lusso (Mike Hugg, Matt Irving, Simon Lloyd, Vicki e Samantha Brown, Rudi Thomson, Jacques Loussier) e un produttore di grido perché crede nell’enorme potenziale del gruppo e perché The Method to Our Madness, nei suoi piani, “deve vendere” (come lui stesso intima al gruppo sul pezzo che intitola l’album, NdLYS) anche a costo di riciclare vecchie idee (When Blood Runs Cold è, nei fatti, una versione Thundersiana della On Interstate 15 pubblicata solo un paio di anni prima dai compagni di etichetta Wall of Voodoo, ma chi vuoi che se ne accorga? NdLYS) e, soprattutto, enfatizzando il volume e il gain della chitarra di Brian James e la presenza della batteria di Nick Turner come vuole la strategia produttiva degli anni Ottanta fin quasi a seppellire il basso di Dave Tregunna e alternando pezzi dalla chiara impronta porno/gotica dei Lords come Fresh Flesh, Kiss of Death, I Never Believed, Do What You Wilt e Pretty Baby Screams ad alcune discutibili fetenzie pop come Murder Style o The Seducer. Intrappolata in questa macchina lanciata per bucare le classifiche, la musica del quartetto finirà per diventare una parodia dark del metal pop di Hanoi Rocks e Mötley Crüe dissipando il fascino macabro delle loro cose migliori.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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FUNKADELIC – Maggot Brain (Westbound)

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Dopo la scomparsa di Jimi Hendrix, George Clinton si ritrova nella band il miglior chitarrista nero sulla piazza. E Clinton, che non è uno sprovveduto, lo sa.

Quell’uomo si chiama Eddie Hazel.

A lui George “P-Funk” Clinton offre uno spazio che nessun altro può pretendere, sui dischi targati Parliament e Funkadelic. Maggot Brain, ad esempio, il primo disco dei Funkadelic ad essere pubblicato dopo la morte di Hendrix, è il trionfo di Eddie Hazel.

L’apertura del disco è affidata alla lunghissima traccia strumentale che dà il nome all’intero lavoro e in cui Eddie può dare sfoggio di tutta la sua acida e visionaria creatività chitarristica, stimolato dalle droghe e dal suo magnate che gli suggerisce di suonarla mentre immagina la morte di sua madre.

Anche l’apertura dell’altra side è affidata a lui, con uno dei pezzi più incredibili del repertorio funkadelico: Super Stupid è un‘urticante miscela di Hendrix, Stooges, Chamber Brothers, Led Zeppelin e Moving Sidewalks in un turgidissimo hard-rock che anni dopo verrà ripreso dai Morlocks e dagli Audioslave e la cui linea vocale (sempre di Hazel) contiene tutti i primi cinque album di Lenny Kravitz. Tutti per intero.

Un pezzo che uccide e che se finora vi hanno tenuto nascosto, è solo perché la fiaccola del rock duro, in mano ai neri, diventa ancora più pericolosa.

E i padroni lo sanno.

Le restanti cinque tracce si muovono dentro gli abiti glitter del più “consueto” P-funk psichedelico e allucinato di Clinton come nel finale apocalittico di Wars of Armageddon dove le tastiere di Bernie Worrell devono difendersi dagli attacchi insistenti di basso e percussioni in un orgia tribale e psichedelica figlia delle visioni mistiche e LYSergiche di Woodstock che sculetta funky tra orologi a cucù e rumori da fattoria come un orrendo monster magnet zappiano. Clinton è il maestro di cerimonia di questa comune che vive in maniera smodata ogni eccesso sessuale e tossico fino a venirne disintegrata, fino a diventare essa stessa una cricca di cervelli bacati e a dover invertire l’immagine dell’urlo primordiale della copertina con quella ben più angosciosa del suo retro. 

  

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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