THE CRAWDADDYS – Crawdaddy Express (Voxx)

Flashback. 1978. California.
San Diego, come tutto il resto della Terra del Sole e dell’America intera, è dilaniata dal morbo del punk. Anzi, bruciata velocemente quella devastante stagione, i protagonisti di quel vascello in fiamme cercano nuove vie di fuga dal rogo che ne ha bruciato il ponte.
Cominciano così le sperimentazioni elettroniche e dada della Ralph di San Francisco e la conquista della Silicon Valley mentre dall’altra parte la centrifuga violenta dell’hardcore trancia tutti i fili che legano il punk al rock ‘n’ roll delle radici per ingabbiarlo nelle ideologie politico-sociali che sfoceranno nell’oi! e nell’ortodossia straight-edge.
Questo è il desolante panorama che si para dinanzi agli occhi di Ron Silva e Steve Potterf all’indomani dello schianto della meteora Hitmakers e che dà ai due l’idea di fondare un gruppo capace di riprendere in mano le redini del passato riappropriandosi del linguaggio nero di Jimmy Reed e Slim Harpo già rimasticato da Yardbirds, Pretty Things e Downliners Sect nell’Inghilterra dei sixties. E già il nome scelto dal quartetto, che rendeva omaggio al celebre locale gestito da Giorgio Gomelski a Richmond e vero e proprio centro fitness per gli artigiani del r ‘n b bianco inglese, era più che un manifesto programmatico.
L’importanza dei Crawdaddys per la salvaguardia della musica delle radici è paragonabile a quella di pochi loro contemporanei: Fleshtones, Gun Club, DMZ, Hypstrz, Cramps e davvero pochi altri.
Un opificio dove è il vecchio suono di bands perdute come Phantom Bros. e Beat Merchants ad essere riassemblato sui nastri trasportatori della catena di montaggio. Usando gli stessi bulloni, le stesse ruote dentate dei modelli originali. Un falso d’autore. Un grandissimo falso d’autore.
Ad accorgersi di quanto stava succedendo dentro quelle officine è innanzitutto Greg Shaw, all’epoca editore della fanzine Bomp! e patron dell’omonima label che inaugurerà proprio con loro il catalogo della sua nuova etichetta.
Nata proprio come filiazione della Bomp! Records, la Voxx sarebbe divenuta nel decennio seguente l’Etichetta per eccellenza del rinascimento garage a stelle e strisce.
La nuova bandiera americana, per tutti i maniaci del suono garage.
Crawdaddy Express, documento che sanciva e celebrava quel matrimonio artistico, è il treno su cui sale la musica degli anni Sessanta per scendere alla stazione degli Eighties, il convoglio che preserva e salvaguarda l’urgenza primordiale del beat e del blues urbano per consegnarlo sano e salvo nelle mani dei nuovi revisionisti del rock ‘n roll, un espresso che lancia sibili d’armonica blues al suo passaggio mentre pesta sulle traverse di rovere della vecchia railway statunitense.

Quindici canzoni, quasi tutte covers di vecchi classici blues e rock ‘n roll che tornavano a vestire abiti sfavillanti grazie alla grinta dei quattro californiani che, unita ad una intransigenza filologica maniacale nella ricerca di strumentazione vintage e nell’approccio al plasma sonoro, avvicinava le dimensioni di quel disco ai debut albums di Stones, Them e Pretty Things.
Rhythm ‘n blues intransigente suonato con una fisicità degenere e selvaggia.
Beatle boots e zazzere, i Crawdaddys erano sul serio una macchina del tempo impazzita e devastante. Quattro bighelloni che accolgono il blues nella loro cantina e lo sbranano come gli Yardbirds, i Pretty Things, gli Shadows of Knight e gli Stones dei tempi migliori. Take the “C” Train!!!!

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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