BILLY BRAGG – Talking With the Taxman About Poetry (Go! Discs)

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Quando un artista folk sale sul palco con la sua chitarra, può pensare di essere James Taylor o Bob Dylan. Quando ci salgo io, penso di essere i Clash”.

Fu questa la frase che mi fece innamorare di Billy Bragg, quando ero ancora un ragazzino con l’acne. Per un attimo temetti che quel preoccupante calo testosteronico potesse essere un allarmante campanello d’allarme di una omosessualità latente che pian pianino si faceva largo tra le prime seghe adolescenziali. Poi però, oltre alla dichiarazione riportata su non ricordo quale rivista, arrivarono le foto e decisamente no…non potevo innamorarmi di quel nasone che sembrava uscito da una puntata dei Monty Phyton. Pericolo schivato.

Ma quella frase, quella frase era la cosa più bella che avevo sentito dai tempi di 

Quando prenderanno a calci la tua porta
Come conti di uscirne?
Con le mani in alto
O sul grilletto della pistola?
”. Ed era una frase dei Clash.

Ne avevo le palle piene di tutti quei cantautori che scimmiottavano i cantanti di protesta americani. Ne avevo le palle piene quanto Billy.

Ci voleva qualcuno che tornasse a usare la chitarra come un’arma, non come uno scudo. Quell’uomo poteva essere Billy Bragg. Quell’uomo ERA Billy Bragg.

Soprattutto nel suo “difficile terzo album” dove Billy comincia a mostrarsi vulnerabile all’amore, alla nostalgia, al potere salvifico della musica, alla solitudine e in cui persiste nelle sue dichiarazioni ideologiche evitando di fare un comizio con la chitarra, come accadeva nei primi dischi.

I dialoghi col tassista cambiano dunque la prospettiva della poetica Braggiana che abbandona il monocromatismo degli esordi e si apre ai colori.

Billy apre il suo fortino e fa entrare un mucchio di gente: Johnny Marr, John Porter, Bobby Valentino, Kristy McCroll, Ken Craddock, Hang Wangford, George Shilling e ancora altri. Sono loro a portare i colori che mancavano sulla tavolozza dell’artista inglese anche se è ancora un disco con una forte impronta cantautorale ed acustica, nonostante lui pensi davvero di essere i Clash. E canzoni da trincea come There Is a Power in a Union o Help Save the Youth of America sembrano davvero tirate fuori da un disco come Give ‘em Enough Rope malgrado l’apertura affidata alla doppietta Greetings to the New Brunette/Train Train sia ingolfata di echi Smithsiani invocati dalla chitarra brillante di Marr. L’innesto dei fiati su The Marriage e di organo su The Warmest Room servono a dare peso e sfumature ad altre due perle del disco da annoverare tra i classici del cantautore rosso che appare più debole quando a coprire la sua nudità c’è il piano di Craddock come su Honey I‘m a Big Boy Now, dimostrando come sia ancora nella sua chitarra “ammazza-fascisti” che riesce a trovare il suo perno per lanciarsi alla carotide della Thatcher, dei conservatori e dei tirapiedi della Regina.

Tachimetro spento, quando a bordo c’è Mr. Bragg.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SIOUXSIE AND THE BANSHEES – The Scream (Polydor)

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Il primo gemito dei Banshees non è un vagito ma un urlo.

Del resto, in mezzo al frastuono del punk per farsi sentire lo si deve fare ad altissima voce.

Ma l’esordio dei Banshees riesce ugualmente a farsi sentire.

Un caos nel caos.

Un rogo medievale allestito nella Babilonia punk.

Chitarre sbrindellate e metalliche che accompagnano la strega Siouxsie verso il patibolo mentre dalla fortezza risuona un’intera marcia trionfale (Overground). The Scream suona sinistro e sanguinario, ispirato alla violenza atroce più che al macabro, dalla rivisitazione dell’Helter Skelter beatlesiano che ispirò la furia assassina di Charles Manson alla Suburban Relapse che rielabora lo stridore dei violini durante la scena della doccia di Psycho, dalla Mittageisen ispirata al criminale nazista Hermann Göring fino al testo nauseabondo di Carcass, è un avvicendarsi di immagini destabilizzanti di un mondo destinato al tormento, all’autoflagellazione, alla mutilazione. La chitarra di McKay squarcia il buio come fossero le unghie di Freddy Krueger mentre Siouxsie geme ed implora come un suino scotennato vivo. Dai torrioni del castello le streghe lanciano bestemmie e roventi sfere d’acciaio per cacciare via gli empi che hanno sottratto la loro regina nera.         

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE STANDELLS – Why Pick On Me – Sometimes Good Guys Don’t Wear White (Tower)

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Seguendo l’adagio che il ferro va battuto finchè è caldo, Ed Cobb e la Tower approntano a ridosso di Dirty Water un nuovo album costruito sulla stessa falsariga. A fare da sutura tra il primo e il secondo Sometimes Good Guys Don’t Wear White, il pezzo uscito tre mesi prima su singolo e accanto al quale ruota la solita giostra di cover (gli immancabili Stones ma pure My Little Red Book di Bacharach alla maniera dei Love), interpretazioni (le belle Black Hearted Woman di Glen Houle e Mainline di Thomas W. Chellis e un altro paio di curiose composizioni di Ed Cobb) e qualche discutibile originale.

Se Larry Tamblyn riscatta infatti la banale Girl and the Moon con la bellissima Mr. Nobody (un brillante classico garage punk screziato di folk come avrebbero potuto suonarlo i Music Machine, NdLYS), Tony Valentino si immerge fino al collo nei ricordi della sua terra d’origine con una terribile Mi hai fatto innamorare cantata in italiano maccheronico su un raccapricciante numero da balera paesana.

La bella foto di copertina con i quattro Standells (adesso al posto di Gary Lane c’é il prestante Dave Burke proveniente dalla Florida dove si era fatto le ossa tra le fila dei Tropics di Charlie Souza, NdLYS) in classica posa e tenuta da selvaggia beat band non mantiene insomma quanto promesso bruciando al prezzo di un raffazzonato mucchio di canzoni quanto invece avrebbe potuto essere concesso da una delle più preparate garage band in circolazione lungo la costa ovest americana.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

Front Cover copy

THE INMATES – First Offence (Radar)

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Archiviata la breve esperienza con i Count Bishops, Mike Spenser forma i Flying Tigers e quindi i Cannibals, piccola ma tenace istituzione del trash-rock europeo.

La prima tribù cannibale vede, accanto al capotribù Mike, Dino alla batteria, Tony Oliver alla chitarra ritmica, Ben Donnelly al basso e Peter “Gunn” Staines alla chitarra solista.

Con questa line-up i Cannibals registrano il primo 45giri, con una grezza versione di Sometimes Good Guys Don‘t Wear White degli Standells sul lato A e Nothing Takes the Place of You, una delle ballate preferite da John Peel in quel lontano 1976, sul retro. Quando il disco esce dagli uffici della Big Cock Records però quei Cannibals non esistono più: Bill, Peter e Tony hanno lasciato Mike per mettere su un’altra band assieme al singer Bill Hurley e al batterista John Bull, subito rilevato da John Edwards dei Vibrators. Si chiamano Inmates e debuttano anche loro con una cover degli Standells. Un altro pezzo firmato Ed Cobb intitolato Dirty Water e che la band inglese riporta in classifica quindici anni dopo, non prima di aver sostituito Boston con Londra e il Fiume Charles con il Tamigi.

Il successo del singolo richiama l’attenzione di Graham Parker che cede volentieri la sua sezione fiati per arricchire alcune tracce dell’imminente album di debutto della formazione londinese. Registrato tra il Luglio e l’Agosto del 1979 ai Jacksons Studio sotto la supervisione di Vic Maile (che non è un dominio di posta elettronica aziendale ma è uno che ha lavorato, nei suoi 46 anni di vita, accanto a Jimi Hendrix, Who, Animals, Motörhead, Guns ‘n Roses, Tom Robinson Band, Hawkwind, Kinks, Small Faces, Girlschool, Dr. Feelgood, Led Zeppelin, Godfathers, tanto per citarne alcuni, NdLYS), First Offence è un piccolo capolavoro di pub-rock scattante ed energico troppo spesso a torto oscurato dal cono d’ombra dei classici britannici del periodo (Costello, Lowe, Parker, Dury, Feelgood, Wreckless Eric, Robinson) e invece pregno di belle vibrazioni, dalle covers di Standells e Pretty Things alla parodia del rock ‘n’ roll di Little Richard di Jeanie, Jeanie, Jeanie, dal lentaccio alla Otis Redding di If Time Could Turn Backwards al rockabilly di You‘re the One That Done It e Back in History fino al nervoso R’ n B di Love Got Me passando per due capolavori come Mr. Unreliable e I Can‘t Sleep che non sfigurerebbero, oggi, nel repertorio torbido dei Cubical. Ogni tanto, tra le tante minchiate che affollano i vostri ascolti, concedetevi un po’ d’aria tornando a far scorrere la puntina su questo disco degli Inmates. Vi si potrebbe drizzare, oltre alla giornata, anche altro.

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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THE SHADOWS OF KNIGHT – Gloria (Dunwich)

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Il 1966 è l’anno chiave del garage punk americano.

L’intero continente, dalla costa Ovest a quella Est è invaso da migliaia e migliaia di capelloni che vogliono mettere il loro nome nella storia della musica giovane. Centinaia di loro realizzano l’unico singolo della loro vita.

Altri il loro album. Spesso il solo, altre volte semplicemente il migliore.

Alcuni di loro però ne registrano e pubblicano addirittura due.

A Los Angeles ad esempio lo fanno i Seeds e gli Standells.

Gli Shadows of Knight lo fanno a Chicago.

Chicago, signori. La terra del blues.

È da lì che vengono Warren Rogers, Jim Sohns, Joe Kelley, Tom Schiffaur e Jerry McGeorge, 96 anni in cinque. L’età di un bluesman con l’energia di cinque giovani teppisti.

Vengono da Arlington Heights, per la precisione, zona nord-ovest della capitale del blues urbano.

E infatti dentro questo loro primo disco si agitano gli spiriti di Willie Dixon e Muddy Waters. Lo registrano in fretta nel Marzo del 1966, una sola take per canzone, per preservare lo spirito selvaggio che divora la band dalle viscere.

A Gennaio, per il singolo di debutto, avevano fatto qualche registrazione in più ma il pezzo era comunque pronto in un pomeriggio.

Ad Aprile l’album che porta come titolo quel nome di donna che aveva fatto guadagnare loro il decimo posto nelle classifiche di vendita, arriva sul mercato.

È il primo disco punk con copertina rosa della storia.

E, ironia beffarda, porta come numero di catalogo il 666. La musica del diavolo, no?

La storia del blues-punk americano comincia da qui, tra una versione fumante di Gloria dei Them, qualche standard blues suonato con la schiuma alla bocca (Hootchie Cootchie Man, I Got My Mojo Working, I Just Wanna Make Love to You, Boom Boom, You Can‘t Judge a Book, Oh Yeah) e due o tre originali col pepe al culo: Light Bulb Blues è un fantastico numero alla Yardbirds che pare voler esplodere da un momento all’altro in un compulsivo Diddley-sound, Dark Side è una sporchissima ballata dove Jim Sohns mette ancora una volta mano alla sua perversione vocale e morale (Jim è ossessionato dal sesso orale e da altre pratiche sessuali) disegnando con lascivia una linea melodica che altri avrebbero risolto in una tenera dichiarazione d’amore, It Always Happens That Way infine è un pezzo dal più classico tiro garage. Fuzz sugli scudi e Jim che immerge la sua linguaccia dentro uno slip rosa, spingendola fin dentro delle labbra che non sono più le sue.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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IGGY AND THE STOOGES – Ready to Die (Fat Possum)

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Dio Cristo che spreco.

È Domenica, c’è il sole, la figa si sveste.

E io sono in casa in compagnia di un disco qualunque.

Diverso dagli altri solo perché è firmato Iggy and The Stooges.

Con l’illusione che potesse vagamente somigliare a quelle domeniche di tanti anni fa in cui stavo in compagnia di Raw Power.

E invece è cambiato tutto, come nelle memorie di Paolo Conte.

Io sono invecchiato.

E Iggy, nonostante la corazza di rettile che sfoggia sul ventre, pure.

Attorno a noi due, è cambiato pure tutto il resto.

Il mio Technics SL-BD20 tace, al suo posto gracchia il pc.

E la musica degli Stooges, quella che prima riusciva a far esplodere casa anche sotto un chiodo, pure. Si è immiserita, assottigliata, dissanguata. 

Il mio pc, che è lento come quella tartaruga che spadroneggia sulla pancia settantenne di Iggy, ogni tanto si inceppa, sfiata come una balenottera che sta per morire, poi riprende, si blocca, riparte.

Un’agonia indolore.

Finestre di vuoto spalancate su una mattinata già orfana di emozioni.

Pop riabbraccia Williamson, Williamson riabbraccia Iggy.

Ma non succede null’altro.

Si dichiarano pronti a morire, a riaccendere il napalm di quarant’anni prima.

E non sanno più per cosa.

Per una quinta di reggiseno (Dd‘s) ?

Per dei colleghi di lavoro troppo imbecilli (Job) ?

Perché vogliono ancora più sesso, ancora più denaro (Sex and Money) ?

Perché io mi rifiuto di cantare queste canzonette idiote anziché genuflettermi a Dio Iggy?

L’America ha già avuto il suo Rambo.

Ed anche allora puzzava più di merda che di sudore.

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

Iggy Pop & The Stooges - Ready To Die

TALKING HEADS – Sp eak in gi n to ngu es (Sire)

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Dopo la trilogia More Songs/Fear of Music/Remain in Light i Talking Heads si svincolano da Brian Eno e licenziano il quinto album in studio della loro carriera.

Il titolo balbuziente ben si adatta alla dislessia nevrotica di David Byrne, deciso ad addomesticare da solo la furia funky della sua band. Sp eak in gi n to ngu es riesce nel tentativo di trasportare la musica dei suoi Talking Heads fuori dai circoli intellettuali e di conquistare le stesse platee sudate dei concerti dei Funkadelic.

È proprio a loro che pensa quando scrive Burning Down the House, facendo propria l’istigazione a buttare giù il locale con cui la folla accoglie l’ingresso sul palco di George Clinton e della sua ciurma funky. Ed è sempre ai Funkadelic e ai Parliament che pensa quando decide di aggiungere qualche suono di MiniMoog alle sue canzoni, proprio come quelli che si sentono su Mothership Connection o Funkentelechy Vs. the Placebo Syndrome, i dischi che lui, Chris, Tina e Jerry hanno consumato sul van che li ha portati in giro in America ed Europa nei tre anni precedenti. La navicella spaziale Parliament si è appena disintegrata, così David decide di fare posto a Bernie Warrell dentro la sua, mandando l’ambasciatore Jerry a chiedere udienza. Ricordate l’assolo demente di synth esattamente a metà di Burning Down the House e che torna come un fantasma al carbonio sul finale del pezzo? Ecco, quello è Bernie dietro il suo Prophet 5 collegato a un pedale T-Wah della Boss.

Dopo il P-Funk, ecco il T-Funk. Esattamente a metà strada tra la nevrosi della città più caotica del mondo occidentale ed il tribalismo delle culture primitive del continente nero. Killer seriali e cannibali a passo di funky sotto un cielo marziano.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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THE WHO – The Who Sell Out (Track)

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A due anni dal debutto gli Who sono già una band completamente diversa da quella di My Generation, I Can‘t Explain, Anyway Anyhow Anywhere e Substitute.  

Più articolata e complessa, la musica del quartetto si fa sempre più ambiziosa e smaltata.

La furia punk dei primi lavori appare addomesticata.

O quanto meno rieducata e incanalata in una forma più elaborata e progettuale di musica rock, un po’ come sta accadendo per i Beatles e come accadrà di lì a breve per gli Stones. Sell Out spinge dunque avanti la musica degli Who, verso i territori non ancora esplorati del concept-album, nuova ossessione di Pete Townshend.

Il pretesto però è apparentemente una roba piccola piccola: il mondo dei jingle, della propaganda, dei caroselli, della pubblicità.

È la visione in chiave musicale della pop-art e dell’iconografia consumistica a venire rappresentata con un’ironia (e una autoironia ben messa in mostra dalle foto di copertina o dalla scelta di alternarsi ai microfoni abbandonando la classica iconografia della rock band, NdLYS) sferzante e una denuncia sottile della mercificazione della cultura. Anche della sua frangia più sovversiva, quella del rock ‘n roll.

Gli Who si mettono dunque in gioco e tirano fuori un disco che, se da un lato ha una forza d’urto ben inferiore a quella dei due dischi precedenti, dall’altro può fare sfoggio di piccole perle umorali come I Can See For Miles, Sunrise, Armenia City in the Sky (scritta da John Keen), I Can‘t Reach You, Our Love Was.

Episodi dove la sfrontatezza adolescenziale viene messa in quarantena, soggiogata dalla voglia di esplorare territori nuovi.

The Who Sell Out è un disco controverso, certamente più cerebrale che carnale ma ancora libero da quel misticismo hippie che appesantirà il successivo Tommy, trionfo della nuova visione concettuale del Townshend “adulto”.   

 

                                                                                              Franco“Lys” Dimauro

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YARD TRAUMA – Must‘ve Been Something I Took Last Night (Dionysus)

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Ultimi in ordine alfabetico sul registro di classe del neogarage anni ’80, gli Yard Trauma chiusero l’anno accademico ‘84/’85 in maniera egregia: dopo gli ottimi voti raccolti col “red album” e nonostante Lee Joseph abbia di fatto già sciolto la band e abbandonato Tucson per Los Angeles finendo nell’ultima line-up degli Unclaimed, gli Yard Trauma decidono di dare un seguito al loro disco di debutto: Must‘ve Been Something I Took Last Night è un piccolo classico del genere col suo Farfisa invadente pestato sia dal titolare Lance Kaufman che (I‘m Invisible, Situations) dall’ospite Rich Coffee e il criptico mulinello delle chitarre che forgiano il perfetto anello di congiunzione tra il suono degli Unclaimed e quello più spettrale dei Fourgiven e Plan 9, perfettamente equilibrato tra beat energici (You Don‘t Tell Me, la Situations vicina allo spirito degli Untold Fables, la cover di I‘ve Got a Girl dei Dearly Beloved, Only Mistakes) e una psichedelia avvolta da fosche tinte dark (Must‘ve Been Something I Took Last Night, Black and White, I‘ve Seen You Walking) e spaccato a metà da un fatato folk-rock come Dreamt in Color.

Colpevolmente snobbato allora anche da chi si limitava a comprare le uscite-chiave del fenomeno neo-garage, Must‘ve Been Something I Took Last Night è invece un ottimo campionario beat-punk in grado all’epoca di confrontarsi con i piccoli riconosciuti capolavori del genere (un bel gradino sopra il debutto dei Cynics o il secondo dei Lyres, una spanna sopra Stop Pretending delle Pandoras, tanto per dire, NdLYS) e che ancora oggi si scrolla con abilità dalla polvere del tempo.

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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