THE CYNICS – Twelve Flights Üp (Get Hip)

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Il fogliame che copriva i binari di Blue Train Station cresce rigoglioso sul secondo disco della band di Pittsburgh ricco di infiorescenze folk-punk che ne fanno una delle perle della discografia garage anni Ottanta. La scrittura del quintetto si è affinata, infettandosi ulteriormente con la polvere dei padri e costruendo un disco in cui cover e originali si inseguono senza soluzione di continuità in una giostra di arpeggi jingle-jangle, piogge di maracas, escoriazioni di blues-harp e abrasioni fuzz dominate dalla voce sempre molto persuasiva di Michael Kastelic. 

Il clima è simile a quello del ciclone Stop! dei Chesterfield Kings e tutte le cover stavolta sono “risolte” in maniera egregia, raggiungendo l’apice nella ripresa di Abba dei Paragons, nella Nothin’ degli Ugly Ducklings e nella Gloria‘s Dream degli ex-Them Belfast Gypsies e confermando i Cynics come gruppo di punta dell’intera scena neogarage mondiale. Da lì a breve però Bill Von Hagen lascerà la band e la Get Hip che aveva messo su assieme a Michael e Gregg per dedicarsi alla sua nuova passione per i personal computer che lo porterà a diventare un’autorevole firma nel settore delle guide e dei manuali per i sistemi Linux, lasciando triturare i compagni dalle presse fuzz del disco che verrà.

   

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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TELEVISION – Adventure (Elektra)

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Fratellino povero di Marquee Moon, il secondogenito della discografia dei Television ha da sempre sofferto della sindrome d’inferiorità propria dei fratelli minori. Una competizione fratricida nel disperato (e fallito) tentativo di non disattendere le aspettative create da quel debutto folgorante.

Non un fratello incapace.

Solamente, un bambino cresciuto all’ombra di un fratello troppo grande.

Uno che ha già fatto tutto.

Uno che ha già portato i suoi bei voti a mamma e papà.

Che ha già vinto il campionato locale di football, la borsa di studio, la finale di volley, le gare nazionali di enduro e quelle internazionali di pattinaggio su ghiaccio. Che si è laureato col massimo dei voti e ha sposato la figlia del sindaco.

A tavola non si parla che di lui e dei suoi successi, tra rumori di stoviglie e i rumori del troppo-pieno intasato di papà.

Adventure sta seduto composto.

Azzarda qualche mossa imparata dal fratello. Per indole genetica ma anche per attirare un’attenzione che gli viene concessa solo di riflesso. 

Eppure lui, il fratellino, di cose buone ne ha fatte, e non poche.

“ehhhhh, ma il fratello” ricorda con uno slancio di orgoglio quasi sciovinistico il vecchio preside.

“Eh già, il fratello…!” rispondono gli altri belando tutti in coro.

E invece, a dispetto di una corsa che qualcuno vuole per forza ricordare impari, Adventure è un signor album, perfettamente coerente con quanto espresso su Marquee Moon, con i suoi cavalli di battaglia (uno su tutte: la straordinaria Foxhole) e gli intrecci delle chitarre su cui risuonano già tutti i R.E.M. (Days) e buona parte dei Violent Femmes e dei Commotions (Careful) che verranno.

C’è il rock che è già passato (Velvet, Stones, Moby Grape, Doors, Grateful Dead, Stooges, Byrds) e che i Television riscrivono più bello di prima perché nessuno dimentichi da dove è venuto, anche se le strade si sono divise e ognuno in quel 1978 sta andando dove cazzo gli pare.

Il fratellino piccolo torna a casa col suo fagotto di crostate di mele.

Mamma lo saluta con un cenno della mano, pensierosa.

“Sai, tuo fratello è ancora fuori” gli dice.

Lui sale le scale, addenta una crostata.

Si siede sul letto e guarda la sua ombra sul muro, così piccola, così nera.

Poi si gira verso la finestra e sorride. La luna là fuori è un cerchio di luce che ingannerebbe anche i più scaltri. Dalle scale si sentono dei passi: il fratello è rincasato.

Mamma e papà possono dormire tranquilli.

Voi pure.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE WHO – My Generation (Brunswick)

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Pete Townshend spera di poter morire giovane.

Il tempo gli darà l’opportunità di potersi smentire.

Lui per primo sa che sta mentendo.

Eppure è proprio così: l’età uccide. Le idee, i sogni, le ambizioni, la rabbia.

Uccide tutto quello che loro rappresentano nel 1965.

Loro CHI? Gli Who. Piccoli “vandali vestiti da chierichetti” (come li definirà Kit Lambert, l’uomo che assieme a Chris Stamp si occupa di creare l’immagine del gruppo, NdLYS) costretti a suonare in locali così piccoli che faticano a muoversi sul palco con gli strumenti addosso. Locali che sono taverne. Come quella del Railway Hotel di Harrow. Un buco dove i Who nel Settembre del 1964 suonano di malavoglia, sfiancati dal caldo e con le teste piegate.

E fanno la loro fortuna.

Perchè è qui che Pete Townshend, in un maldestro movimento, fora con la paletta della sua Rickenbacker 360 il solaio posticcio che copre il palco suscitando l’ilarità dei presenti, compresa quella di alcuni compagni dell’Art School contro la quale lui sta combattendo per via della sua proboscide. Pete non può lasciare che accada di nuovo, non mentre suona con la sua band. Così afferra il toro per le corna e trasforma l’incidente in un’arte, riducendo a brandelli il suo strumento.

Jerry Lee Lewis lo aveva già fatto. Ma nessuno prima d’ora lo aveva fatto con una chitarra elettrica.

Il pubblico è in delirio. Gli Who sono appena nati e sono già entrati nella storia, passando per l’ufficio dello sfasciacarrozze.

È sempre là che Kit Lambert lì nota mentre sta girando alla ricerca di un gruppo sconosciuto ma con una identità forte e guerriera per un film pop che vuole documentare il fermento della scena musicale della Capitale.

Il film non uscirà mai. Ma alla fine dell’anno successivo, quando la band ha già licenziato e riassunto Roger Daltrey a causa del suo temperamento incandescente, esce My Generation, l’album-manifesto della generazione mod inglese. Poi ne verranno tanti altri, Quadrophenia su tutti, ma-ma-ma-My Generation è quello che forgia il movimento e ne legittima l’esistenza.

L’idea iniziale è quella di mettere su un disco con la collezione northern soul che i ragazzi portano nei club sin dai tempi in cui si chiamavano Detours e High Numbers: Ooh Poo Pah Doo, Leavin’ Here, Anytime You Want Me, I‘m a Man, Please Please Please, Daddy Rolling Stone, Got Love If You Want It ma il repertorio che Townshend sta mettendo su è così convincente che Shel Talmy, il produttore dei Kinks che Pete convince a produrre il gruppo dopo avergli fatto ascoltare esattamente un anno prima il riff di I Can‘t Explain per telefono, decide di gettare via gran parte delle covers e riaggiornare la scaletta con i pezzi del gruppo.

In cinque giorni il disco è già pronto.

Settimana corta, per gli impiegati del rock ‘n roll, che possono concedersi il loro fine settimana a base di zuffe, anfetamine e feste da ballo.

My Generation è un disco scoppiettante, come i candelotti di dinamite che sono una delle passioni di Keith Moon, il matto giocoliere seduto dietro la batteria che di tanto in tanto si diverte a riempire di esplosivo, a completare le coreografie distruttive che fanno il successo del gruppo e lasciano sgomenti pubblico e presentatori televisivi.

Keith, come Pete, ha uno stile tutto suo. A differenza di tutti gli altri batteristi girati verso il rullante, Keith suona “frontale”, così da percuotere con agilità e scioltezza tutto quello che il suo kit gli offre. E lui picchia ovunque. Tamburi e piatti. È un polipo con le bacchette in mano e un sorriso da eterno bambino in faccia.

L’album tiene però il freno innestato sull’irruenza live del quartetto concentrandosi più sull’eleganza melodica dei pezzi (con grande lavoro sulle voci, caratteristica costante di tutti i dischi degli Who, NdLYS) che sulla loro forza esplosiva. Ma siamo in un’epoca in cui sono ancora i singoli a dettare le leggi di mercato, ed è in questa direzione che Talmy, Stamp e Lambert guardano: canzoni brevi ed efficaci, messe una di fianco all’ altra pur mettendo in luce nature spesso diverse, mostrando la mutazione in atto nel gruppo che sta lentamente abbandonando le marcate tinte soul e doo-wop degli esordi (qui ben rappresentate dalle due cover di James Brown) e le dure offensive kinksiane (The Kids Are Alright, My Generation, Out in the Streets, A Legal Matter) in favore di un suono più elaborato e sfuggente (The Good‘s Gone, Circles, Much Too Much, The Ox) che si apre alle contaminazioni con la psichedelia, la musica da circo, il proto-hard che troveranno forma compiuta nei dischi successivi e soprattutto, una omogeneità concettuale che creerà i piccoli (Sell Out), grandi (Quadrophenia, Tommy, A Quick One) e impossibili (Lifehouse) capolavori su cui Pete Townshend spenderà notti insonni. My Generation buca l’appuntamento con l’eccellenza, ma ci mostra una band che non ha ancora fatto i conti con l’auto indulgenza e la prosopopea solenne che ne incrineranno l’urgenza espressiva dei primi incredibili singoli e di quel balbettio molesto che ancora oggi rimane il manifesto di ogni scontro ideologico tra il vecchio che puzza di muffa e il nuovo che spinge da sotto. Why don’t you all f-f-fade away?

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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PSYCHOTIC TURNBUCKLES – Destroy Dull City (Citadel)

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Durante gli anni Ottanta l’Australia registrò, accanto all’affermazione internazionale di band come Hoodoo Gurus, Church, Midnight Oil, Go-Betweens, Died Pretty, Triffids, Stems, New Christs, Beasts of Bourbon la nascita di numerose formazioni dedite al recupero “sporco” del garage punk degli anni Sessanta. Si trattò perlopiù di band dal suono impreciso, arruffato e sozzo che assimilava la tradizione, locale e non, dei gruppi beat-punk legandola ad un’attitudine mutuata dal punk, dall’hard rock, dal glam. Una scena che è storicamente generatrice di quel crossover trasversale che verrà enciclopedizzato anni dopo come grunge ma che di fatto nasce proprio qui grazie a formazioni come Proton Energy Pills, Grong Grong, Kryptonics, Cosmic Psychos, Exploding White Mice, Trilobites e quella bizzarra accolita degli Psychotic Turnbuckles.

Una storia bizzarra incuneata tra mito e leggenda la loro, che ricorda vagamente quella dei Dictators.

Una storia che inizia in California all’interno della Pismo Beach Wrestling Alliance dove Jessie The Intruder, The Grand Wizard, El Sicodelico e The Spoiler esercitano la loro professione di wrestlers e di surfisti e continua a Sydney, dove i quattro ripiegano dopo essere stati cacciati dalla Federazione e dagli interi Stati Uniti per la loro condotta stravagante e pericolosa in seguito all’incidente dell’estate del 1984 durante il quale Jessie sfasciò pubblicamente il soundsystem allocato sulla spiaggia durante la gara di surf di quel Giugno, colpevole di trasmettere una irritante ed inadatta colonna sonora a base di Lionel Richie, Hall & Oates, Boy George, Wham! e Bryan Adams (e come dargli torto?).

 

L’arrivo in Australia coincide con l’uscita dei primi singoli su Vi-Nil Records e quindi col veloce approdo presso la Rattlesnake Records sotto l’egida di Rob Younger che decreta il successo nazionale del mini Destroy Dull City e dell’album di debutto Beyond the Flipout.

Sono queste le uscite principali raccolte su questa doppia antologia della Citadel, con il consueto corollario di inediti, out-takes, estratti da compilation d’epoca, rarità e una buona selezione dai singoli successivi (anche se l’aggettivo “complete A+B Sides” può trarre in inganno, essendoci alcuni ammanchi più o meno rilevanti).

Non ci sono dentro le canzoni che hanno fatto grande la storia del rock della terra di Oz perché alla fatta dei conti i Turnbuckles di pezzi eccezionali in scaletta ne avevano pochini e, in genere, scritti da altri (Rock ‘n’ Roll Wrestling di Chris Masuak, American Ruse degli MC5, 1969 degli Stooges, City of People degli Illusions, Slow Death dei Flamin’ Groovies, Going All the Way degli Squires) ma è ovviamente una valutazione del tutto personale e quindi banale.

Tuttavia penso che se all’epoca eravate dalla parte di George Michael e Bryan Adams oggi non potete essere dalla parte dei Turnbuckles.    

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro   

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BEASTIE BOYS – Licenced to Ill (Def Jam)

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La critica snob dell’epoca lo bocciò come un’abile strategia di marketing messa su per vendere ai neri la musica bianca e far digerire ai bianchi la musica nera.

Che per i Beastie Boys, tamarri ventenni cresciuti a New York ad hot-dog e salsa tartara, significava squadrati riff hard rock, ritmo funky e rime hip-hop.

Con assortimento vario di idiozie e volgarità.

Del resto se non le dici a quell’età quando vorresti dirle?

Licenced to Ill è un mare di Led Zeppelin (When the Levee Breaks, The Ocean, Good Times Bad Times, Custard Pie), ACϟDC (Flick of the Switch), Black Sabbath (Sweet Leaf) e chitarre killer (quella di Kerry degli Slayer su No Sleep Til Brooklyn) che si infilano dentro i ritmi di Cerrone, B-Boys, Schooly D, Barry White, Stevie Wonder, Bob James e Kool & The Gang.

Un copia/incolla nemmeno troppo intelligente di rumore bianco e ritmo nero.

Un abile quanto ancora grezzo tentativo di mettere in rima una serie di parolacce su un beat.

Non c’è ancora la bulimia di Paul‘s Boutique (23 i pezzi campionati su Licenced to Ill, contro i ben 109 del suo successore, NdLYS) e neppure il tentativo di voler rendere complesso e sfaccettato il proprio suono.I Beastie Boys con licenza di ammalarsi sono una macchina essenziale: tre microfoni, due piatti, un campionatore.

Sanno fare poco, anzi pochissimo. E non se ne fanno un problema. In questo i Beastie Boys sono ancora molto punk. Se ne fregano di essere considerati degli sbruffoni in Adidas e cappellino con visiera: sono tre idioti che sputano birra, offendono tua madre e dal vivo si muovono con la stesso ciondolare sgraziato del nostro Jovanotti e, dietro di loro, le grandi mani di Rick Rubin.

Questo sono i Beastie Boys di Licenced to Ill, dopo la furia hardcore delle “vecchie balle” degli esordi su Rat Cage. Le cose più stilose si intitolano Rhymin’ & Stealin’ (su un riff catacombale di Tony Iommi e batteria pestata da John Bonham), Brass Monkey (costruita su Bring It Here dei Wild Sugar, NdLYS) e lo scioglilingua scemo di Girls ma quelle che spaccano le classifiche del 1987 sono Fight For Your Right to Party e No Sleep Til Brooklyn, sormontate da due riff di chitarra enormi sui quali TUTTI, quell’anno, si divertono a fare l’air guitar.

Passata la febbre, tutti li danno per morti da lì a breve finendo invece per mangiarsi la tuba come Rockerduck per quasi trent’anni.

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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