TUXEDOMOON – Suite En Sous-Sol (Italian)

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La suite in cinque movimenti è il disco che iberna, cristallizzandola, la musica dei primi Tuxedomoon.

È l’apoteosi e la summa del Tuxedo-pensiero.

L’introduzione è affidata al sassofono di Steven Brown cui si affianca il basso di Peter Principle. Tra l’uno e l’altro, silenzi che sembrano enormi vuoti d’aria.

Quindi, ecco affacciarsi l’Allemande Bleue.

Lentissima e glaciale, piena di coriandoli argentei e di gabbiani straniti che piroettano fin dentro il pavimento, fino all’ assalto beefheartiano di Reininger che sembra volersi cibare di quelle carcasse schiantate al suolo.

Arrivano quindi le movenze mediorientali di Courante Marocaine, allietate da un basso funkeggiante e da un canto muezzin.

È quindi la volta degli incubi scomposti di Sarabande En Bas De L’Escalier e Polonaise Mécanique, salone degli specchi dove ogni sospiro, ogni smorfia, vengono allungate, distorte, alterate e stravolte. Rumorismo e musica da camera, sequenze di delitti, flashes incorporei e metafisici, sequenze disordinate di voci dall’aldilà, campane a morto, requiem incompiuti.

I Tuxedomoon diventano medium dell’assurdo. 

Il finale è affidato a uno dei classici immortali della new-wave americana e ad uno degli archetipi del sound dell’ensemble di San Francisco come L’Etranger. Arie da spy-story marocchina che fanno da sfondo a un ironico testo che potrebbe essere il manifesto del popolo sfigato dei nerd. Percussioni arabe, andamento zoppicante da teatro germanico, violino ondivago, basso avvolgente.

La luna in doppiopetto si affaccia e si specchia dentro l’acqua dell’hammam, si sfila il papillon e lo lascia libero di volare con le sue piccole ali nere.

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro      

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THE REPLACEMENTS – Let It Be (Twin/Tone)

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Sul tetto, come i Beatles.

Pronti a lasciarsi andare, come i Beatles.

Belli, (quasi) come i Beatles.

In fuga dalle folle, ancora come i Beatles.

Soffocati da una scena, quella hardcore/punk dei primi anni ’80, che esige più norme di quelle che prometteva di sovvertire, i ‘Mats decidono di allontanarsene il prima possibile.

Lo fanno andando a mescere nel calderone della musica americana, anche quella ritenuta, proprio dagli integralisti hardcore, oscena. Da un eroe perdente come Alex Chilton al teenager pop della DeFranco Family, dall’hard rock pacchiano dei Kiss a quello muscoloso dei Thin Lizzy passando per il country tradizionale di Hank Williams.  

Lo fanno soprattutto mettendo in piedi un disco giovane e imperfetto come Let It Be, pieno di rabbia, confusione, romanticismo, insoddisfazione e umorismo.

Il disco perfetto per i tuoi sedici anni. O per i tuoi diciassette. O per quelli a venire.

E lo riconosci subito, non appena parte I Will Dare col basso che pompa e traccia una linea che è ritmica e melodica allo stesso tempo e le chitarre che scintillano nella merda facendo posto alle dita di Peter Buck: perfetta.

Favorite Thing si accende i toni anthemici, come fossimo davanti a dei Clash di periferia.  

La prima e unica vera incursione nell’hardcore è quella di We‘re Comin’ Out che vomita rabbia e chitarre fumanti per il primo minuto. Poi, improvvisamente, pare fermarsi e invece riparte lentamente crescendo fino al nuovo assalto finale.

Tommy Gets His Tonsils Out è una previsione fugaziana del punk che verrà.

Androgynous è la prima delle due ballate che arricchiscono l’album.

Un sipario semi-improvvisato da Paul Westerberg al piano con tanto di finale errato.

A chiudere la prima facciata Black Diamond, direttamente dall’omonimo dei Kiss.

Come per la prima facciata, anche la seconda si apre con un capolavoro: una ballata amara intitolata Unsatisfied.

Look me in the eye then, tell me I’m satisfied.

Chiedimi se sono felice, insomma.

Seen Your Video è un riuscito quasi-strumentale che introduce a Gary‘s Got a Boner, dove i ‘Mats suonano come degli Aerosmith imbavagliati.

Sixteen Blue raddolcisce i toni. Alex Chilton è dietro l’angolo che li guarda soddisfatto, ci giurerei.

Paul chiude di nuovo da solo, stavolta alla chitarra elettrica, per Answering Machine. Con lui solo una segreteria telefonica che si inceppa sulla stessa frase.

If you’d like to make a call, please hang up and try again…
If you need help, if you need help, if you need help, if you need help…

Dal tetto della casa di Bob Stinson (dietro quelle finestre c’è la sala prove della band, NdLYS) i Replacements si lanciano all’assalto delle college radio americane. Più di quattrocento stazioni radiofoniche statunitensi ricevono la copia promo di Let It Be direttamente dallo staff della band e tutte spingono il disco fino a farlo diventare il disco indipendente più trasmesso a cavallo tra il 1984 e l’anno successivo. Qualcuno è ancora intrappolato in quella casa di legno, da oltre venticinque anni.

Young, are you?

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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ACME ROCKET QUARTET – Sound Camera (Lather)

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La Sound Camera Concord F-20 era un vecchio registratore a nastro che i meno sbarbatelli ricorderanno nella serie televisiva Mission:Impossible.

Ed è lo stesso usato dagli Acme Rocket per la registrazione di questo loro terzo album che continua a navigare nelle onde spumeggianti della musica “da intrattenimento” degli anni Sessanta tra morbidi jazz elettrici (Something Is Rotten In Denmark, Tracksuit Suite), rumbe tropicali (Nosegay), musiche da film di spionaggio (Inspirado), languide dilatazioni ambient (The Airboat Pilot), musichette da avanspettacolo parigino (Spoke French) e rock mariachi (Dance of the Seven Veils) in un piacevole pesto di musica da struscio, soundtracks vintage, Miles Davis, Deodato, Lalo Schifrin e Morricone.

Steve Edberg non siede più dietro ai tamburi, sostituito da Rusi Gustafson dei Curbfeelers, l’altra band del trombettista (e tastierista visto che è lui a suonare Rhodes e Farfisa su quest’album, NdLYS) John Killebrew dove occasionalmente trova rifugio Guy Kyser. Gli altri due sono i “soliti” Dave Thompson e Roger Kunkel, l’altro reduce della tempesta desertica dei Thin White Rope per lui (e per noi) ormai completamente dimenticata. Se avete bisogno di stendervi i nervi mentre preparate il vostro liquore casalingo, fateci un bagno.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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IGGY POP – Lust for Life (RCA)

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Lust for Life è il secondo frutto della prolifica collaborazione con David Bowie, il personal trainer che tira fuori Iggy dalla merda ogni volta che lui ci si va a ficcare. È il 1977 e Iggy non ha avuto disponibilità di denaro per anni. Il rischio più grosso è che adesso dissipi i guadagni delle vendite del primo disco solista e della tourneè appena terminata in droghe e che non gli resti nemmeno un dollaro per comprarsi la carta da culo.

Così David lo invita a prenotare gli Hansa Studios il prima possibile, una volta chiuso il tour di The Idiot.

Del resto ha in serbo ancora diversi pezzi per lui. Il più bello ha un riff incalzante ispirato al codice morse usato come sigla per i notiziari berlinesi della American Forces Network.

La batteria apre in parata.

Poi arriva il basso, il piano, le chitarre e infine la voce dell’Iguana.

Suonano tutti all’unisono.

Tutti la stessa nota.

Corrono tutti, inseguendo la vita. Anni dopo i Jet lo copieranno pari pari per Are You Gonna Be My Girl? e il pubblico credulone e romantico penserà sia frutto della loro verosimilmente esigua fantasia.

Nota di Lys. Mandateglielo pure a dire.

Ziggy & Iggy lo piazzano in apertura dell’album, perché quello è il messaggio: correre per la vita.

Iggy ha rischiato troppe volte di perderla e ora ha capito che non ne ha una di scorta.

Lust For Life è carico di energia positiva.

Iggy sorride in copertina.

Iggy sorride per la prima volta.

Ricorda i tempi bui in Turn Blue sputando parole che gli fanno ancora tanto male da evitare di stamparle sulla busta del disco (Gesù, questo è Iggy […] c’è freddo in questa stanza, troppo freddo […] accettami, non rifiutarmi, non scordarti di me).

Non è più il ghepardo che morde la strada col cuore gonfio di napalm.

Adesso è un viaggiatore che guarda le stelle splendenti dal finestrino della sua auto. Lo racconta su The Passenger, costruita su un elementare giro di chitarra ideato da Ricky Gardimer di getto, ispirato dal profumo di mele del giardino di casa dove si rifugia nella primavera del ’77, al rientro dal tour di The Idiot.

Una sequenza tanto semplice quanto efficace di accordi su cui le voci di Iggy e di Bowie cantano un banale ritornello da asilo nido.

Ti si stampa subito in testa, senza nemmeno dovergli leccare il culo come fai coi francobolli, diventando uno dei pezzi simbolo della nuova vita dell’Iguana.

Di tutte le vite successive alle prime dieci che ha già vissuto, intendo.

L’imprimatur del pierrot Bowie si sente forte sui due pezzi successivi: Tonight e Success. La prima verrà reincisa dallo stesso Bowie anni dopo, con il clitoride di Tina Turner in bocca.

L’altra è uno svagato bubblegum rock con tanto di handclapping e controcanto. Neighborhood Threat è invece una cavalcata elettrica con un bel lavoro di Gardiner e Carlos Alomar che pare adeguare i toni del Dylan di Blonde on Blonde alla depravata realtà urbana degli anni ’70.

Unico pezzo scritto interamente da Pop è la Sixteen dove torna a parlare d’amore nell’unico modo che conosce, quello dell’umiliazione carnale “I must be hungry ‘Cause I go crazy over your leather boots”.Ovunque io vada, sono solo” aggiunge amaro alla fine. Ma Bowie ha già abbassato i volumi e non riuscirete a sentirlo.

Forte e brillante di glam è pure Some Weird Sin col basso di Tony Sales gonfio come una pustola, un Bowie su di giri seduto al piano e un assolo sbracato di chitarra lungo appena dieci secondi.     

Per la prima volta attorno ad Iggy si respirano buone vibrazioni, energia positiva e non solo decadenza e puzza di marcio. Alla fine del disco, la band si concede pure un divertito cambio-mansioni facendo sedere Gardimer alla batteria, Bowie al piano e facendo impugnare a Tony Sales la chitarra di Ricky e ad Hunt il basso del fratello. 

Ti hanno mai detto che hai un bel sorriso? dice Andrew Kent a Iggy dopo aver sviluppato la foto di copertina.

No, però una volta mi hanno detto che non sarei campato tanto a lungo da sentirmelo dire risponde lui.

Ridono entrambi.

Poi salgono in macchina guidando verso quel muro che spacca in due la città.

Guardando il cielo splendido e vuoto, cantano ancora una volta.

Oh, let’s ride and ride and ride and ride. Singin’ la-la-la-la-lalalala.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE STANDELLS – Dirty Water (Tower)

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L’effetto più immediato della Beatlemania fu quello di trasformare, in tutto il mondo, innocui gruppi di intrattenimento in piccole gang di teppisti.

Successe anche agli Standells. Anzi, a loro più che a tutti gli altri.

Nati nel 1962 a Los Angeles dall’incontro artistico tra Larry Tamblyn (fratello di Russ, il Riff di West Side Story e il Tony Baker di High School Confidential, tra gli altri, NdLYS) e Tony Valentino (al secolo Emilio Bellissimo, giovane emigrante siciliano finito a Los Angeles ad inseguire il sogno americano dopo un’infanzia vissuta a Cleveland, NdLYS), gli Standells (come dire, i disoccupati) sbarcano il lunario suonando musica da ballo nei club di Hollywood e delle Hawaii.

Con loro ci sono Jody Rich e Benny King, presto rilevati rispettivamente da Gary Lane e Gary Leeds. Una band tra le tante che girano nel circuito dei night-club con un repertorio di standard dell’epoca. L’ingresso di Dick Dodd alla batteria e l’interesse dell’impresario Burt Jacobs frutta una serie interminabile di cameo cine-televisivi e temi musicali per svariate pellicole del periodo, da Get Yourself a College Girl ai mitici Munsters passando per Zebra in the Kitchen, Follow the Boys, When Boys Meet the Girls, Riot On Sunset Strip.

L’anno della svolta è il 1966.

La scoperta di Beatles e Rolling Stones e in generale di una via torbida al beat, unita alla creativa penna del produttore Ed Cobb fa degli Standells i nuovi “bad boys”.

È proprio Ed a portare alla band il primo pezzo del nuovo corso.

Si intitola Dirty Water. Un titolo buono per un blues.

Parla delle acque sporche di un fiume che si trova dalla parte opposta dell’America.

Un posto dove nessuno degli Standells è mai stato: il Massachusetts.

Ciò che è improbabile su carta diventa invece efficace su spartito: l’indimenticabile riff della chitarra di Valentino e la voce insolente di Dodd, assurto nel frattempo al ruolo di lead vocalist pur restando seduto dietro il drum kit della band, ne fanno un immediato inno pre-punk.

Uno di quelli destinati a fare la storia della musica moderna.

Sull’album che, secondo il costume dell’epoca, porta lo stesso titolo del brano-aratro, gli Standells mettono mano ad un repertorio che alterna pezzi originali scritti dalla band o da Ed Cobb a qualche cover sfrontata (19th Nervous Breakdown degli Stones, Hey Joe alla maniera dei Leaves e una Little Sally Tease reduce dalle vecchie notti al PJ‘s di Hollywood).

L’apertura è affidata a una delle cose migliori degli Standells Mark II, ovvero quella Medication che verrà poi traslocata da Cobb nel repertorio degli altri suoi super-protetti californiani Chocolate Watch Band. Avvolta da un basso rotolante, da un perpetuo e immobile suono d’organo e da un tremolo imparentato con l’effettistica cara agli Electric Prunes, Medication è un ottimo incipit ad un album mutevole per atmosfere e contenuti. There Is a Storm Comin’ ad esempio si muove in prossimità della musica nera che la band ha consumato in dosi massicce nei primi anni di vita e che tornerà a frequentare negli album dell‘anno seguente.

Rari, altro numero di Cobb, è un’espansa ballata psichedelica che vive del bell’arrangiamento di Lincoln Mayorga (compagno di avventura di Ed ai tempi dei Four Preps, NdLYS) mentre Sometimes Good Guys Don‘t Wear White, ancora di Cobb, è un altro incalzante beat da trincea che diventerà una delle palestre più frequentate dai punk di tutto il mondo, dai Vacants ai Minor Threat passando per Sex Pistols e Count Bishops, in parte replicata pochi minuti dopo con Why Did You Hurt Me? scritta da Valentino e Dodd. Pride and Devotion scritta invece da Larry Tamblyn si muove in un più consueto vestito folk-rock vicino alle armoniose piogge dei Byrds.

L’esperienza maturata negli anni passati nelle sale da ballo a far muovere il culo alle sedicenni o ai militari di leva, permette agli Standells di Dirty Water di sfruttare la natura disomogenea della track-list per farne il proprio cavallo di troia per sfondare le porte delle charts. 

Bravi ragazzi che non vestono in camicia. Capelloni tra una folla di colletti bianchi.

If you don’t dig this long hair, get yourself a crew cut, baby!

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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