SIMPLE MINDS – Sparkle in the Rain (Virgin)

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81-82-83-84. E infine, l’84 arriva. Bellissimo e terribile come quelli che l’hanno preceduto e come quelli che lo seguiranno, sempre carichi di promesse troppo facili da garantire e difficili da mantenere.

L’84 arriva, per tutti. Anche per i Simple Minds che lo avevano annunciato con tre anni di anticipo. E arriva al suono impettito di Sparkle in the Rain, disco-chiave che segna il passaggio dei Simple Minds da icone new-wave a rock band da arena.

Un album che si apre subito palesando una virilità muscolosa cui la band scozzese era fino a quel momento rimasta immune, crogiolandosi nell’asessualità di una musica dominata dai transistor più che dal testosterone.

I bicipiti di Mel Gaynor sono una macchina ritmica furiosa e prepotente e Steve Lillywhite l’uomo chiamato ad esaltarla.

Ne viene fuori un disco dall’impatto frontale prepotente, schiacciante. Una sorta di variante “scozzese” del combat-rock irlandese degli U2 di War, con un Jim Kerr pronto a diventare una nuova sorta di predicatore di massa, mosso da un nuovo impeto espressivo evangelizzante e sermonico (East at Easter, la cover decadente e quasi eucaristica di Street Hassle). La band è in forma smagliante e Steve li costringe a dare il massimo, fino a vederli sanguinare sui propri strumenti al termine della registrazione di The Kick Inside of Me. Sparkle in the Rain è il disco che scioglie i cosmetici dalle facce e dal suono dei Simple Minds preparandolo per la scommessa (infine perduta) con l’energia selvatica del rock. Vigoroso e ancora lontano dalla retorica che li soffocherà di lì a breve facendone un abbeveratoio di acqua stagnante nell’affollata prateria del rock inglese, in grado di brillare come una bella corona sulla testa di Kerr.

Una battigia battuta dal vento del Nord.

Noi dietro lo scudo di Up on the Catwalk, Speed Your Love to Me, Waterfront, White Hot Day, The Kick Inside of Me. Illudendoci di poter ridere della morte, della pioggia, della solitudine, del freddo. L’illusione dei quattordici anni. L’illusione di Sparkle in the Rain.

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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PREFAB SPROUT – Steve McQueen (Kitchenware)

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Da ragazzo amavo alla follia l’autunno.

Quell’odore di ozono che si libera l’aria, quella nebbia che ti avvolge come un mantello umido, quel crepitare di foglie gialle sotto le scarpe, quella malinconia di nuvole basse che ti ingolfa l’anima e ti nasconde l’orizzonte, quello pioggia che si arrende alla terra.

Tutta quella natura che sembra prepararsi a morire e invece si prepara a rinascere più bella di prima.

Insospettabilmente prodotto da Thomas Dolby (principe del synth pop e occasionale produttore di dischi di hip-hop e P-funk, NdLYS) Steve McQueen si sposa alla perfezione con i pomeriggi uggiosi dell’autunno più che con le solari e lunghe giornate estive di quel Giugno dell’85 in cui venne pubblicato toccando il picco creativo nella carriera di songwriter di Paddy McAloon, pallido ventottenne inglese alla ricerca della pop-song perfetta, come quelle di George Gershwin che il protagonista di Hallelujah si ostina ad ascoltare.  

Ostacolato in America proprio dai miti cui si era ispirato (Faron Young e Steve McQueen), il secondo album della formazione di Durham si avvicina a quel sogno fino quasi a raggiungerlo.

C’è una fragilità emotiva pronta a cadere giù come quella pioggia di cui vi parlavo in apertura o come quelle foglie che si spaccano sotto i vostri piedi nelle mattine di Ottobre. Avvolte in un romanticismo malinconico e una mestizia tutta autunnale, When Love Breaks Down, Goodbye Lucille # 1, Desire As, Hallelujah piovono sui vetri gonfie di amori trasformati troppo presto in un album fotografico in una casa troppo piena anche per accogliere i ricordi (“Ho sei cose in mente, e tu non sei più tra queste” recita Desire As).

Steve McQueen non è mai invadente, nonostante le mille piccole delizie nascoste. Non ostenta e si muove con garbo, sia quando ci porta nell’America del rodeo con Faron Young che quando si abbandona alla bossanova di Horsin’ Around, nella stucchevole e vanitosa When the Angels (vicina alla verve di Joe Jackson), nell’approdo Porteriano di Blueberry Pies o nell’esuberanza pop di Appetite. Vive di una schiva eleganza tipicamente britannica che lo rende un portento di dolore calibrato per ogni adolescente prigioniero di una “timidezza colpevolmente volgare”.

Sareste riusciti a immaginare qualcosa di più lontano da Steve McQueen?

O a pensare ad un Paddy McAloon barbuto e solitario come un Robert Wyatt?

Tutte le stagioni passano.

E dopo l’autunno viene sempre l’inverno.

E ogni tanto l’inverno pare non finire più.  

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE NEW CHRISTS – Distemper (Blue Mosque)

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Io me la ricordo l’attesa per l’album di debutto dei New Christs.

Dal 1981 al 1989 fu come l’attesa del Messia, imparando a memoria i salmi che ne annunciavano l’arrivo.

Sei singoli uno più bello dell’altro: come sgranare un rosario.

Poi alla fine arrivò Distemper, come i profeti avevano predetto.

Il Messia Younger aveva dovuto cambiare tutti gli apostoli.

Ora accanto a lui c’erano Charlie Owen, Jim Dickson, Nick Fischer.

Erano in quattro ed erano venuti a prendersi il mondo, i New Christs, come i quattro dell’oca selvaggia.

E potevano prenderselo per davvero.

Distemper era un disco roccioso e torbido.

Un rivolo di piscio che scorre tra i canyon delle Blue Mountains, a uno sputo da Sydney, capitale orientale dell’impero rock australe. La carica di dinamite dei Radio Birdman piazzata dentro i cunicoli più bui ed impervi di quelle montagne, pronte a saltare come il grisù.

Nonostante tutti si aspettino una Born Out of Time e nonostante Born Out of Time non ci sia, Distemper non fallisce un solo colpo.

I New Christs sparano senza alcun timore. 

E di cosa cazzo puoi avere paura quando hai un arsenale stracolmo di armi come Black Hole, Face a New God, Like a Curse, I Swear, Born out of Time, Dead Girl, Headin’ South o le nuove No Way On Earth, There’s No Time, The Burning of Rome, Bed of Nails, Afterburn? Un plotone d’esecuzione schierato davanti al vostro petto.

Nessuno lascerà vivo il deserto australiano, statene certi. Neppure voi e i vostri cari.

In ginocchio adesso. Preghiamo….

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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