SPAIN – The Blue Moods of Spain (Restless)

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Cantare dell’amore in un unico, lungo, interminabile blues.

La musica di The Blue Moods of Spain è una sequenza di lentissime e pigre canzoni di una staticità sfiancante e sconcertante quanto il dolore.

L’obiettivo, raggiunto alla perfezione su Ray of Light, è quello di creare un vuoto d’aria che evochi per analogia il languore affettivo dell’anima trascurata. La voce distaccata ed impassibile di Josh Haden accentua l’aria di rassegnata soggezione al dramma della propria vita che è peculiarità di chi ha ceduto le armi davanti al male oscuro sottolineata dalle sparute, macilente note che avanzano con una lentezza quasi disarticolata in un ralenti psicomotorio che rasenta l’astenia.

La musica degli Spain è un tuffo nel blu profondo della solitudine e dell’abbandono.

Un mare che ha smesso di agitarsi (World of Blue) e che sta lì solo per inghiottirci.

Senza neppure uno sciabordio d’onda che possa indicare la nostra presenza ad altre anime in pena su quello stesso mare. Haden non ci dà la possibilità di lanciare nessun SOS. Si limita ad ammirare il nostro e il suo naufragio e a imitare la nostra muta deriva con le note delle sue quattro corde fino ad intonare una elegia funebre che genera raccapriccio e scuote per la glaciale apatia con cui viene invocata: la letargica supplica di Spiritual è l’equivalente funebre della ninna nanna smithsiana di Asleep. È una implorazione priva di ogni intensità emotiva, schiacciata dalla percezione drammatica che nessuno verrà in nostro soccorso.

La certezza di una richiesta definitiva e della sua definitiva elisione.

Una richiesta d’aiuto accartocciata dentro una bottiglia destinata ad affondare nel nostro stesso mare di solitudine assoluta e risolutiva.

Una disperazione arida avvolge ogni parola trasformando l’eco di ogni nota nel rimbombo sordo della stanza deserta dove ha trovato alloggio il nostro cuore.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

Spain - The Blue Moods Of Spain -

LOOSE – Dodge This! (autoproduzione)

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La mia cassetta postale somiglia sempre più a una Ruota della Misericordia, ad un Tornio degli Innocenti. Come un vecchio istituto religioso accoglie spesso qualche orfanello bisognoso di cure e di affetto, abbandonato dalle case discografiche già durante la gestazione. Come questo neonato.

Loose…abbandonato, perduto…muove a pietà già dal nome.

Eppure pare non si trovasse una cazzo di ostetrica che volesse infilare il dito dentro la vagina del rock ‘n roll per tirarlo fuori. Si sa, ormai tutti parti assistiti, in cliniche private, con il ginecologo che passa ogni mezz’ora col guanto di lattice e le infermiere che ti portano il succo di pera con gin a temperatura controllata.

La band marchigiana ha quindi dovuto tirarselo fuori da solo, questo terzo lp, stringendo forte denti e ano. & © Loose dunque. Come dei carbonari.

E il rischio era (è) che ce lo perdessimo, questo terzogenito della miglior r ‘n r  band italiana in circolazione, doppiamente orfano ora che la scena rawk ‘n roll di ispirazione stoogesiana pare completamente evaporata. Sarà anche per quello che Dodge This! vagisce più forte di tutti gli altri e che al posto delle ammaccature da guantoni di Rock the Fuck On! adesso esibisce una cornata da corrida.

I Loose sono il toro, ovviamente. Voi siete il torero. 

Nonostante gli anni e le previsioni meteo la bufera Loose non si è ancora placata. Manco per niente. Dodge This! tramortisce col solito attacco frontale tipico dei Radio Birdman e che Max il Conte e il suo branco maneggiano con la solita sfrontata belligeranza, mirando altezza uomo.

Senza l’ombra di un sorriso, perché non c’è proprio un cazzo da ridere in questi tempi di merda.

Solo puzza di zolfo e ossido di carbonio.

Aerare il locale prima di soggiornarvi.

 

                                                                         Franco “Lys” Dimauro

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THE SONICS – The Sonics Boom (Etiquette)

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BOOOOM.

Il 1966 esplode il 12 Febbraio.

L’epicentro è la fogna di Tacoma, ma la deflagrazione si sente fino alle coste atlantiche europee, attraversando quindi tutta l’intera confederazione statunitense.

Tramortendo trecento milioni di americani, intontendo gli altri.

Non è passato neppure un anno dal debutto e i Sonics, da bravi Cristiani, dopo averci schiaffeggiato su una guancia, ci chiedono pure l’altra.

Boom è esattamente speculare al suo predecessore.

Stessa energia, identica forza espressiva, medesima tempesta ormonale.

Uguali sono pure i musicisti, il team di produttori e l’etichetta.

Pure qui dentro un braccio di ferro tra originali sfonda-timpani e cover laceranti di numeri rock ‘n roll e rhythm ‘n blues. Marvin Gaye, Little Richard, Bill Haley.

E poi la più degenere e volgare cover di Louie Louie a memoria d’uomo.

Gli originali, anche stavolta, verranno mandate letteralmente a memoria da ogni punk band nata da dopo di loro. Ogni volta che una nuova garage band metterà piede in una cantina, i Sonics sono lì. Coi Fuzztones, coi DMZ, coi Droogs, con gli Stooges, coi Fall, con i Gruesomes, con gli Horrors, con i Miracle Workers, con i Clash, con i Dead Boys, con gli Human Switchboard, con i Dogs, con i Brats, con i Sex Pistols, con i Nomads, con gli Outta Place, con i Mummies, con gli MC5, con i Mudhoney, con i Noise Conspiracy, con i Creeps, con i Black Keys, con i Nirvana, con la Blues Explosion, con gli Hives, con i Ramones. Ovunque.

Ancora una volta, nessuna canzone d’amore.

Gerry Roslie non sa scrivere canzoni d’amore. Quando una ragazzina gliene chiede una, gliene canta una di qualcun altro, facendo smorfie con la sua faccia da bravo ragazzo.

Qui ad esempio intona Since I Fell for You di Buddy Johnson.

You love me, then you snub me
But I don‘t know what to do.

You tell me that you love me

But what can I do?
I’m still in love with you

And I get the blues most every night

dice. E qualcuna gli crede. Pure quando si rialza gli slip dopo la serata al drive-in.

Prima di essere riaccompagnata a casa quando scocca la mezzanotte.

Hey Hey Hey Hey Hey Cinderella,

dove sei andata?

Ho una scarpina di vetro da farti provare…

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

DROOGS – Stone Cold World (Plug ‘n Socket)

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Una band anomala.

E un album altrettanto inconsueto.

Nati nei primi anni Settanta, i Droogs dei fratelli tedeschi Ric Albini e Roger Clay (all’anagrafe Richard e Roger Zumwalt, NdLYS) sono gli unici a suonare garage-punk nella zona di Los Angeles. Nel 1973 escono fuori con un singolo con dentro due riletture di due piccoli inni del più sboccato beat-punk del decennio precedente: He‘s Waitin’ dei Sonics e Light Bulb Blues degli Shadows of Knight. Un primato incontestato tra le uscite neo-garage che si sommeranno alla loro con qualche anno di distacco. Perché all’epoca dell’uscita, non c’è traccia degli Unclaimed, dei DMZ, dei Fleshtones, dei Crawdaddys, degli HYPSTRZ, dei Cramps, dei Chesterfield Kings, dei Last.

I Droogs sono i soli a parlare quella lingua lì.

Talmente soli che si stancano di parlarla.

Dovranno aspettare un decennio e l’evolversi di un sacco di eventi (il movimento neo-garage, la nascita del Paisley Underground, la febbre del revival psichedelico) prima di trovare il momento buono per pubblicare l’album di debutto.

Ma a quel punto il suono dei Droogs, ovviamente, non è più quello degli esordi.

L’album sfoggia il nuovo bassista Dave Provost che in quel periodo suona pure coi Dream Syndicate e, al banco di regia, Earle Mankey degli Sparks che pochi mesi prima ha prodotto 10/5/60 dei Long Ryders, Sixteen Tambourines dei Three O’Clock.

Il suono dei Droogs è nel frattempo, diventato altro. Meno sporco, meno devoto al suono gracchiante delle vecchie garage band, adesso riesce a fare suoi anche splendidi richiami al beat inglese e al power-pop (Set My Love on You, piccolo capolavoro del loro repertorio), alla ballata inacidita e fosca alla Jake Holmes (For These Remaining Days) andando curiosamente ad impattare con certe idee che un’ altra band bizzarra come gli Hoodoo Gurus sta tirando fuori dall’altra parte del mondo (Only Game in Town, Stone Cold World).

Tuttavia, nonostante il discreto successo di critica, Stone Cold World rimane uno degli album minori del revival neo-sixties dell’epoca, incapace di fronteggiare la statura di dischi come Medicine Show, Gravity Talks, Native Sons, The Las Vegas Story, Reckoning su cui sono puntate le orecchie di tutti.

Attenzione migliore gli viene concessa dall’Europa e, in particolare dalla loro stessa madre patria grazie all’interesse della Music Maniac che con la raccolta dei loro primi singoli, impone i Droogs come band di assoluto interesse tra il pubblico che sta impazzando per il fenomeno neo-garage californiano.

Non sufficiente però, ancora una volta, per stanare Stone Cold World dal suo buco di disco di culto. Certe storie non si raccontano mai abbastanza.

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

 

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COME – Eleven:Eleven (Glitterhouse)

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Venti anni dal debutto dei Come.

Te ne accorgi anche da cose così che stai invecchiando.

Dal fatto che non ne abbia sentito la mancanza, che stai invecchiando male.

Perché la malinconia è la tenerezza dell’età senile.

La sua assenza, livore e malanimo.

Così che quando una copia in doppio cd di Eleven:Eleven bussa alla mia porta, in un 23 Maggio gonfio di antibiotici, suona come un monito, un intervento di soccorso, una puntura di adrenalina alla tua memoria che pare voler appassire.

I Come!

Cazzo, a me piacevano i Come!

Perché suonavano come gli Uzeda.

Perché alla voce c’era Thalia Zedek, la Lydia Lunch dell’alternative-rock americano degli anni Novanta. Una donna sfatta e divisa tra droghe, sesso, filmetti, musica e prostituzione.

Perché le loro canzoni avevano dentro questo vento sabbioso che ti bruciava gli occhi, come fossero state costruite dentro un ospedale da campo nello stesso deserto abitato prima dai Thin White Rope (l’attacco tremolante di Submerge, le chitarre striscianti di Off to One Side, il surf surreale e depresso di William).

Perché era il blues che non piaceva, non poteva piacere, a quelli che ascoltavano il blues.

Oggi che ritorna, con in aggiunta il singolo coevo Fast Piss Blues/I Got the Blues e l’esibizione al Festival Vermonstress organizzato dalla Sub Pop nell’Ottobre del 1992, Eleven:Eleven è ancora un disco imponente, ammalato, aggiacchiante e maestoso.

Ci sono queste progressioni di chitarra incolte, come cumuli di polvere pirica, come grovigli di conduttori di rame, come vorticose lame di un robot da cucina che amalgamano questa malta spuria rendendola catramosa e densa.

Ugualmente intenso il set vomitato sul pubblico di Burlington l’11 (ancora) Ottobre 1992 con le due facciate del primo singolo, la title track del secondo, la SVK dal terzo e quattro pezzi dall’album.

Per chiunque tra voi pensi che il blues sia il rigurgito del dolore, è ora di svegliarsi.

Sono già (di nuovo) le 11:11.

           

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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DIE HAUT AND NICK CAVE – Burnin’ the Ice (Illuminated)

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Berlino e il suo cielo di piombo. Berlino e il suo ghiaccio secco.

È da lì che vengono gli Haut anche se nessuno di loro viene esattamente da lì.

Christoph Dreher viene da Aachen, Remo Park da Stoccarda, Thomas Wydler da Zurigo, Martin Peter da Baden.

A Berlino, in quei giorni, è finito pure Nick Cave.

Come se tutto il veleno del mondo avesse deciso di darsi appuntamento in Alexanderplatz.

Gli Haut nascono qui, nella Berlino ancora divisa in due.

Prima che Remo entri come secondo chitarrista, la band tiene i suoi primi concerti come Die Mieter.

Già allora non hanno un cantante stabile. Non lo avranno mai, cosa che garantirà loro una parata di stelle maledette che comprende Lydia Lunch, Jeffrey Lee Pierce, Kim Gordon, Cristina Martinez, Arto Lindsay, Alan Vega.

Solo nel 1982 cambieranno nome in Die Haut, ispirandosi all’omonimo libro di Curzio Malaparte.

Gli Haut non sono una band convenzionale. Nessuna band nella Berlino di quegli anni lo è.

Malaria, Einstürzende Neubauten, Mania D., Din A Testblind, Sprung aus den Wolken, Die Haut sono band che si muovono tra il rumore delle macchine industriali, l’avanguardia e il Dadaismo.

Geniali dilettanti in selvaggia parata” che riscrivono il post-punk come se si trattasse di un documento sonoro sull’era post-bellica. E in fondo lo è.

La Germania evoca vecchi fantasmi.

Ancora più difficili da cacciare quando ti si presenta il suono noir ossessivo e distorto degli Haut, soprattutto se a rappresentarlo in copertina c’è un ologramma rubato ai fumetti giapponesi collezionati da Dreher in cui qualcuno legge una stilizzazione del vecchio emblema nazista.

C’è una drammaticità incombente e ossessiva nel suono del quartetto Berlinese, nell’immobilità pesante del basso che ruota come una macina su Stow-a-Way, nelle voci marce di Truck Love, nella marcia epilettica di The Victory.

Una drammaticità che la voce di Nick Cave, invitato a prestare la sua voce lacerata su quattro dei sette brani, esalta fino alla parodia gotica di Dumb Europe.

Il suono di Burnin’ the Ice è una incalzante avanzata di cingoli metallici sul ciottolato di un Unter den Linden ancora pieno di macerie. Provate ad attraversare la strada.

 

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro  

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FRANÇOIS REGIS CAMBUZAT – Notre Dame des Naufragée (St Malô Perdono) (Stile libero)

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Chiusa l’esperienza dei Kim Squad, François Cambuzat imbraccia la sua chitarra acustica e si rifugia tra gli scogli di Ostia a registrare tra lo scrosciare delle onde il suo primo disco solista. Con lui ci sono Paolo Modugno e Massimo Terracini, Roberta Possamai e Bruno Consoli ma Notre Dame des Naufragée è un album dove la solitudine rode le viscere come sale.  

Un disco che scava nella memoria maledetta dei chansonnier francesi di cui Cambuzat diventa all’epoca l’erede più credibile.

Metà Pasolini e metà Ferrè, François ci conduce nel suo piccolo mondo di imprecazioni, di Galois fumate a metà e di bottiglie di Jack Daniel’s vuote come conchiglie marine. Attorno a lui Modugno ha lasciato i microfoni aperti, a catturare il rumore del vento e del triste sciabordio delle onde. Il naufrago Cambuzat è un’anima apolide  lasciata a marcire su una zattera in balia delle correnti, dimenticata dal resto del mondo.

L’urlo primordiale che chiude Vents du Monde, il pianoforte parigino che risuona su La Foule e le dita che pizzicano le corde di A L’Ete, Que Lui As-tu Donc Fait? e l’invocazione di Sante Marie des Ondes sono le prime prove della recita del Gran Teatro Amaro. Si spengano le luci, si va in scena.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE PSYCHEDELIC FURS – The Psychedelic Furs (CBS)

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L’inizio era stato We Love You, nel 1979.

Ed era stato come ascoltare i Sex Pistols nel club più chic della città.

Sono innamorato di Frank Sinatra,

sono innamorato delle Supremes,

sono innamorato di Sophia Loren,

sono innamorato di Brigitte Bardot,

sono innamorato della Factory,

sono innamorato della BBC.

Una dichiarazione d’amore universale come quella degli Stones del ’67 ma con molte, molte meno luci accese.

Poi a ridosso del nuovo anno era arrivato l’intero album ad inaugurare un contratto decennale con la CBS, sei anime dannate che ballavano sotto delle luci al neon.

Le nove canzoni di The Psychedelic Furs mostravano una elegante via di fuga dalla rogna del punk attraverso un estetismo che rielaborava il rock decadente di Roxy Music e Bowie accentuandone il fascino e la sensualità grazie soprattutto al timbro vocale di Richard Butler, forse assieme a Ian McCulloch il cantante più carnale dell’intera scena post-punk britannica.

Gli inserti di sax che doppiano la voce di Richard ne esaltano talvolta il carattere morbosamente voluttuoso, mentre altre volte (Fall) colorano il suono di esuberanza pop o si sostituiscono alla viola di John Cale negli episodi costruiti attorno alla rumorosa arte noise dei Velvet Underground (Flowers o la parte centrale di Blacks/Radio) ma è soprattutto per il pop claustrofobico del trittico iniziale (India/Sister Europe/Imitation of Christ) e per le smorfie punk di We Love You che il debutto delle pellicce psichedeliche si lascia ricordare, inaugurando una via personale malgrado per niente inedita, alla svolta del dopo-punk.   

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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