DIE HAUT AND NICK CAVE – Burnin’ the Ice (Illuminated)

Berlino e il suo cielo di piombo. Berlino e il suo ghiaccio secco.

È da lì che vengono gli Haut anche se nessuno di loro viene esattamente da lì.

Christoph Dreher viene da Aachen, Remo Park da Stoccarda, Thomas Wydler da Zurigo, Martin Peter da Baden.

A Berlino, in quei giorni, è finito pure Nick Cave.

Come se tutto il veleno del mondo avesse deciso di darsi appuntamento in Alexanderplatz.

Gli Haut nascono qui, nella Berlino ancora divisa in due.

Prima che Remo entri come secondo chitarrista, la band tiene i suoi primi concerti come Die Mieter.

Già allora non hanno un cantante stabile. Non lo avranno mai, cosa che garantirà loro una parata di stelle maledette che comprende Lydia Lunch, Jeffrey Lee Pierce, Kim Gordon, Cristina Martinez, Arto Lindsay, Alan Vega.

Solo nel 1982 cambieranno nome in Die Haut, ispirandosi all’omonimo libro di Curzio Malaparte.

Gli Haut non sono una band convenzionale. Nessuna band nella Berlino di quegli anni lo è.

Malaria, Einstürzende Neubauten, Mania D., Din A Testblind, Sprung aus den Wolken, Die Haut sono band che si muovono tra il rumore delle macchine industriali, l’avanguardia e il Dadaismo.

Geniali dilettanti in selvaggia parata” che riscrivono il post-punk come se si trattasse di un documento sonoro sull’era post-bellica. E in fondo lo è.

La Germania evoca vecchi fantasmi.

Ancora più difficili da cacciare quando ti si presenta il suono noir ossessivo e distorto degli Haut, soprattutto se a rappresentarlo in copertina c’è un ologramma rubato ai fumetti giapponesi collezionati da Dreher in cui qualcuno legge una stilizzazione del vecchio emblema nazista.

C’è una drammaticità incombente e ossessiva nel suono del quartetto Berlinese, nell’immobilità pesante del basso che ruota come una macina su Stow-a-Way, nelle voci marce di Truck Love, nella marcia epilettica di The Victory.

Una drammaticità che la voce di Nick Cave, invitato a prestare la sua voce lacerata su quattro dei sette brani, esalta fino alla parodia gotica di Dumb Europe.

Il suono di Burnin’ the Ice è una incalzante avanzata di cingoli metallici sul ciottolato di un Unter den Linden ancora pieno di macerie. Provate ad attraversare la strada.

 

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro  

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