YARD TRAUMA – Face to Face (Dionysus)

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Tra il 1987 e il 1989 Lee Joseph divide il suo amore per la musica degli anni Sessanta tra la reunion degli Unclaimed, lo sugar-pop degli Zebra Stripes a fianco della splendida moglie Zebra e la nuova line-up dei suoi Yard Trauma.

Il disco che segna il loro ritorno si intitola Face to Face e vede coinvolto il chitarrista dei Bad Religion Brett Gurewitz in quel periodo in pieno trip garage-punk e il vecchio amico Rich Coffee dei Fourgiven che pare trovarsi a suo agio in questa nuova linea sartoriale degli Yard Trauma dove, accanto a qualche vecchio vestito beat (I‘m a Man, Kick It In, See Your Face nello stile criptico e psichedelico caro al gruppo e, soprattutto, ai vecchi fan), viene esibito qualche sdrucito straccio punk (Fast Pace, Ave. 339), qualche lustrino glam raccolto dalla giacca di Alice Cooper (One Way Ticket, In My Head) e addirittura un giubbottino rockabilly come Your Trash, My Treasure. Il disco, nonostante la sua natura mutevole, ha ottimi spunti (belli il Diddley-sound innestato sul proto-punk di Creeps On T.V., il riff spiraloide di Kick It In, il pop caramelloso intinto nel fuzz di See Your Face, il sempliciotto monkee-time di I‘m a Man) ma, analogamente ad altri dischi del periodo, ci si rende conto che i vecchi capitani del jet garage-punk ci stanno indicando, ognuno a suo modo, le uscite di sicurezza e mostrando il giubbotto di salvataggio. Siamo a bordo di un aereo destinato ad affondare. O, come i più impavidi avranno modo di vedere, costretto ad un atterraggio di fortuna e ad un temporaneo riassestamento dei motori.

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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THE CHESTERFIELD KINGS – The Berlin Wall of Sound (Mirror)

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Il parziale allontanamento dal garage sound più canonico annunciato da Don‘t Open Til Doomsday diventa compiuto con la pubblicazione di The Berlin Wall of Sound del 1989, sfacciato tributo allo sleaze rock che grazie al successo planetario dei Guns n’ Roses è tornato in quegli anni prepotentemente alla ribalta.

Greg Prevost e Andy Babiuk assieme ai nuovi Paul Rocco e Brett Reynolds si trovano così a vestire i panni di nuovi New York Dolls e ad affidare il proprio nome a uno stupido stendardo con tanto di sciabole incrociate, scudo araldico e aquila imperiale nella più banale delle iconografie metallare.

Il disco mantiene le promesse della copertina. Rock ‘n’ roll maschio e stradaiolo prodotto da Richie Scarlet che proprio in quel periodo suona fianco a fianco con Ace Frehley dei Kiss per il suo debutto solista Trouble Walkin’ e che è uno che le chitarre sa come farle colare fuori dalle casse.

Dee Dee Ramone regala anche stavolta un brano ma Come Back Angeline non ha lo stesso tiro di Baby Doll, quanto piuttosto quello della celebre Walkin’ the Dog di Rufus Thomas ma ben si adatta al clima da rodeo metallico di tutto il disco che però, nonostante la pioggia di fuoco di chitarre e la batteria che pesta come non mai e malgrado non sia avaro di belle canzoni (Richard Speck, Who‘s to Blame e Love, Hate, Revenge su tutte), non riesce a reggere il confronto con i tre dischi precedenti. L’omaggio al suono dei New York Dolls (nella versione CD è aggiunta la cover di Pills resa pari pari a quella delle Dolls medesime) e agli Heartbreakers è sincero e, come nella tradizione della band, competente, ma si allinea su uno stereotipo un po’ troppo abusato finendo per rimanere schiacciato dal suo stesso peso.

Che poi io preferisca questo disco a quelli dei vari Dogs D’Amour, L. A. Guns, Little Caesar e agli stessi Hanoi Rocks è faccenda del tutto personale.

Ognuno è libero di di scegliersi i propri eroi.

E di liberare Barabba piuttosto che Gesù Cristo.        

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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RED HOT CHILI PEPPERS – I‘m With You (Warner)

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John Frusciante è uscito dal gruppo.

Un’altra volta.

Lo comunica alla band e ai fans assieme agli auguri di Natale nel Dicembre del 2009.

Stavolta pare sia per sempre. Non fossimo smaliziati, ci crederemmo pure.

I‘m With You viene registrato con Josh Klinghoffer, intimo amico di John e di quasi vent’anni più giovane dal resto del gruppo, e ultimato in primavera.

Poi, una pioggia di notizie.

Lo stillicidio comincia il 7 Giugno.

Annunci, smentite, dettagli, scalette, anteprime blindate (per i giornalisti), contest sui social network per assistere al lancio ufficiale (per i fans), feste globali (per tutti gli altri).

Come vuole la tradizione strategica di casa Warner si lavora sull’evento, fino allo schiudersi dell’uovo previsto per il 30 Agosto.

Risultato: l’album è già stato piratato e reso disponibile in rete con un mese di anticipo. Perché i giornalisti scelti dalla Warner saranno pure pregiati ma non sono meno stronzi degli altri.

Fine del prologo.

Svolgimento:

i Red Hot Chili Peppers hanno realizzato 5 album tra il 1984 e il 1991.

Cinque dischi dove hanno lavorato su un concetto di fusione tra rock e musica nera che ha fatto storia e che, prima che si parlasse di crossover come di un genere codificato e popolare, si cagavano in pochi.

Stevie Wonder e Sly and The Family Stone erano, allora, la cosa più out che si potesse suonare e i Peperoncini, durante gli anni dell’ esistenzialismo tormentato, la band più sessista e irregolare del mondo.

Nel 1995 realizzano One Hot Minute, un disco figlio di un periodo difficile.

Proprio nel momento in cui tutti li vogliono, dal Lollapalooza a Woodstock, i RHCP sono sull’orlo del baratro.

La rinascita, non più creativa ma commerciale, è del 1999.

Da allora i RHCP battono cassa con quattro album che non hanno più un briciolo di innovazione, assestandosi su un banale rock da autostrada californiana con sempre meno nerbo. Insomma, i Peppers si sfilano il calzino dall’uccello e quel che mettono in mostra non è quello che ci si aspettava di vedere.

Il nuovo I‘m With You non cambia prospettiva. È un disco comodo, diviso tra le solite impassibili ballate (Brendon‘s Death Song, Police Station con un dolce ricamo al piano di Flea, Meet Me at the Corner, Annie Wants a Baby), qualche piccola eco del passato (Ethiopia che sembra una outtake da Uplift Mofo Party Plan, Goodbye Hooray con un virtuosissimo Flea), un funky ammiccante sempre più vicino alla pista d’atterraggio dell’aeroporto Jamiroquai (Monarchy of Roses) se non della piattaforma per elisoccorso dei Maroon Five (Even You, Brutus?) e tantissimi richiami ai Beatles adulti di Abbey Road e del doppio bianco.

Stavolta passando sulle strisce pedonali senza più il calzino sul pisello, come dicevamo. Se avete le orecchie allenate, li troverete un po’ ovunque, sparpagliati qui dentro come i pezzi di carne sulla butcher cover di The Beatles’ Yesterday and Today.  

Abissi di ordinarietà in cui si rischia di affogare e in cui probabilmente affogheremo una volta imposta l’heavy rotation a pezzi come The Adventures of Rain Dance Maggie o I Did Let You Know o Happiness Love Company.

Non ci sono più i peperoncini piccanti californiani.

Maledetto mercato globale. Maledetti marchi registrati.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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CRIME + THE CITY SOLUTION – The Bride Ship (Mute)

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Melodramma in forma noir.

The Bride Ship è uno dei velieri maledetti che hanno solcato gli oceani della musica del ventesimo secolo. Un vascello di condannati a morte.

Un Titanic destinato al macello, col suo carico di carne umana da trucidare che avanza tra le acque cremisi, schiacciato sotto una luna che è un truciolo di metallo cromato in un cielo purpureo.    

Vele sfilacciate come brandelli di carne spingono verso il crepuscolo questo bastimento che traghetta un amore appena vestito di bianco verso il naufragio.

Una regata nuziale per una luna di miele funesta: è la nave che trasporta la sposa di Marry Me dei These Immortal Souls e la lascia sprofondare nel nero abissale e immenso delle acque profonde facendone riemergere lo spirito biancovestito che comparirà come visione insieme angelica e maledetta nella Lucy dei Bad Seeds.

La musica dei City Solution avanza su questi grappoli di dolore rappreso, denso come sanguinaccio. Lo stesso mare infestato e putrescente su cui mesi prima era stata avvistata la corvetta del Capitano Nick Cave prima che si inabissasse nei mari brasiliani per riemergere ancora più terribile e crudele di prima, come un vorace mostro di Loch Ness.

The Bride Ship conserva e protegge, rinnovandolo, il ricordo del passo inquieto e malfermo del Cave paranoico e allucinato dei primi dischi. Una catarsi emotiva di uncini e argani arrugginiti che sembrano scavare fin dentro le budella dei naviganti stremati dallo stridere onirico di un violino stregato (Stone, The Dangling Man, New World) o dal delirio etilico di qualche sorso di rum (The Bride Ship).

Berlino non ha nessun porto. Eppure il veliero fatato della sposa salpa proprio da lì il 17 Aprile del 1989. Pare che nelle notti di nebbia si senta ancora la sua prua cigolante falciare le onde del Mare Artico facendo rotta verso i ghiacci polari.

Una sagoma di sposa scende talune volte per immergersi nei flutti gelidi dell’oceano. Appesa ad una forca.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE BEATLES – The Beatles (Apple)

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Nel 1968 i mille colori della stagione psichedelica inglese sprofondano nel bianco assoluto dell’omonimo disco doppio dei Beatles, così come quelli della psichedelia americana erano stati inghiottiti dal nero del secondo disco dei Velvet Underground. La stagione dei sogni è finita, come quella dell’amore. Quella dei Beatles si è appena conclusa in India, dove la meditazione mistica è finita in un tentato stupro da parte del loro guru Maharishi Mahesh Yogi ai danni di Prudence Farrow.

Cara Prudence, non vuoi uscire fuori a giocare?”  le sussurrano da dietro l’uscio del suo bungalow, mentre dentro il santone cerca di tirarle fuori l’anima usando il suo uncino di carne. “Piccolo stronzo, chi cazzo ti credi di essere?” diranno invece a lui, una volta aperta quella porta, salvo poi glissare in un meno violento “Hai coperto tutti di ridicolo, per quanto grande tu creda di essere” una volta ribattezzato il maestro con l’appellativo grottesco e ridicolo di Sexy Sadie.

The Beatles è un disco sulla disillusione, sul “ritorno all’età adulta”.

Sono i Beatles che rivedono se stessi attraverso la boccia dei ricordi di Glass Onion (“Ti ho narrato di campi di fragole […], ti ho narrato di me e il tricheco […], ti ho narrato dello scemo sulla collina […], bene, eccoti un altro posto dove puoi stare”), i Beatles che ingannano il loro desiderio di casa con la divertente presa in giro ai Beach Boys di Back in the U.S.S.R. e lo nascondono quasi in chiusura dell’opera con una sperduta implorazione “Puoi riportarmi indietro da dove sono venuto, fratello puoi riportarmi indietro?” nascosta tra Cry Baby Cry e Revolution 9.

Un enorme bagaglio. Ecco cosa è The Beatles.

Un enorme, ingombrante bagaglio dove la band, nella sua febbre di rientro, infila tutta la prima metà del Secolo e lo porta via con sé. Ecco così spuntare arie western, musica d’avanguardia, sperimentazione, country, raga psichedelici, musiche da operetta, hard-rock, filastrocche da scuola dell’obbligo, scale flamenco, siparietti da avanspettacolo, musica da intrattenimento, nebbiose arie folk, coretti surf, rock’ n roll, esercizi di fingerpickin’, blues, uccellini cinguettanti e porci che sguazzano nel fango, clavicembali in abito da sera, sassofoni violentati dalla distorsione, violini e campane da slitta che annunciano l’arrivo di un amore fantasma. Andato via anche lui, affondato assieme alle illusioni della gioventù, agli amici, al sottomarino giallo e alle divise dell’esercito del Sergente Pepe. 

Dylan, Chuck Berry, Donovan in spirito.

I Radiohead in embrione (il giro di piano di Sexy Sadie, anche se in pochi se ne sono accorti, sarà poi rimaneggiato per la famosa intro di Karma Police, per tacere della claustrofobia “amnesiaca” di una Long, Long, Long NdLYS).

Gli Stereophonics per intero in un peto qualsiasi di Lennon.

Ed Eric Clapton in carne ed ossa, col primo guest “importante” in un disco della band più inviolabile della storia.

Un disco dove la canzone più stupida della storia dei Beatles (Ob-La-Di, Ob-La-Da) si guarda occhi negli occhi con quella più ardita (Helter Skelter).

Indovinate voi qual’è quella più cantata.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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SWANS – The Seer (Young God)

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L’Apocalisse secondo Michael.

The Seer è un lunghissimo, tormentato viaggio nel delirio.

È una giga sulfurea che segnala l’apertura dei sigilli che liberano le fiere avide e ingorde. È il respiro di quelle fiere. È l’affanno delle loro vittime, il rantolo della loro corsa.

The Seer scoperchia il vaso di Pandora delle nostre paure e dei nostri peccati e ci lascia divorare da essi.

Your Childhood Is Over (Is Over) ripete perentorio e inquietante Michael Gira mentre scivola lungo il fianco del primo girone del disco, ammonendoci a riflettere che quel che verrà lì in avanti non potrà riservarci più alcuna gioia. E infatti quel che viene dopo è una eterna, aberrante, perversa fustigazione, una pioggia incessante di scudisciate assassine, una sequenza asfissiante di figure agonizzanti in posa medievale che assume contorni grotteschi, abnormi, assurdi ed epici nei dieci minuti di Mother of the World e lungo i trentadue minuti della title-track dove ogni nostro senso di colpa sembra montare fino a materializzarsi in immense creature mutanti di fango e letame sotto la cui ombra il peccato pare moltiplicarsi e partorire nuovo peccato, come branchi di maiali che fecondano branchi di scrofe grugnendo e defecando in una palude di melma impestata di zolfo.   

The Seer è un disco che innalza il tormento ad opera d’arte. Non più musa ispiratrice, non più fecondo lato oscuro della nostra mente, ma esso stesso soggetto e protagonista, esso stesso padrone inquisitorio e severo che ci insegue fino a crocifiggerci su un qualsiasi palo elettrico della 93 Avenue B, stesi al sole come pelli di canguro.

Un disco che sublima, congiungendoli carnalmente, l’istinto suicida di Leonard Cohen, la poetica ossianica dei Banshees, il folk apocalittico di Douglas Pearce, i tentacoli di rumore di LaMonte Young.

Una delle poche opere pop essenziali di questo nuovo secolo.

E voi? Cosa direte quando uscirete dalla vostra stanza dopo averlo ascoltato? Cosa inventerete per nascondere lacrime ed ecchimosi?

Che vi si è rovesciata addosso la cera della vostra candela orientale?

Che vi eravate assopiti e avete fatto un brutto sogno?

Che eravate in cerca del paradiso e il vostro tom-tom vi ha spedito altrove? E perché siete entrati, se ne avevate paura? E perché avete addentato del frutto del sapere se vi era stato proibito? Perché avete paura del lupo e nonostante questo avete scelto di vivere come pecore? Perché?

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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RADIOHEAD – Kid A (Parlophone)

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All’alba del nuovo millennio la musica dei Radiohead si polverizza.

C’è qualcosa di intimamente mistico dietro la genesi del Ragazzo A, qualcosa che ha a che fare con i gradini buddisti della saggezza e della rinascita, strettamente legato al concetto del samsara orientale.

All’indomani di Ok Computer i Radiohead si guardano allo specchio e non si piacciono. In particolare Thom, come sempre. Al disgusto per se stesso si è adesso aggiunto il disgusto per la musica pop.

Il rinnovamento stilistico passa ancora una volta attraverso il dolore.

Al rigetto per quanto si è creato si sposa la scoperta di nuovi mondi artistici paralleli. Più spaziosi ma ugualmente claustrofobici.

Immensi cieli privi di ossigeno. 

Aphex Twin, Talking Heads (ancora una volta), la Warp, la Mo’ Wax, Mingus, i Faust, Coltrane, Merzbow sono i nomi che girano attorno alla sagoma evanescente di Yorke e dei suoi amici, adesso.

È l’esosfera rarefatta della musica sintetica ad avvolgere adesso il pianeta Radiohead. Freddo ed inospitale, come si mostra dalla copertina del disco.

I nomi dei musicisti scompaiono. Svaniscono i loro strumenti.

Ad ognuno viene impedito di suonare come suonava prima.

Programmazione e sampling sono le parole chiave per entrare adesso nella musica dei Radiohead. Le chitarre sono messe al rogo, probabilmente date in pasto a quei vulcani che vomitano vapore caldo sulla copertina.

Nessun suono terreno abita su queste guglie di cristallo fatta eccezione per il National Anthem suonato con l’Orchestra di St. John. Il free-jazz è dunque l’unica cosa a salvarsi dallo schianto galattico. Charles Mingus uomo destinato a calpestare per ultimo il Pianeta Terra.

Tutto il resto è destinato a “scomparire definitivamente”, a scivolare nel ghiaccio.

Come i fans del gruppo al primo ascolto del nuovo disco: un universo di pinguini che scivolano sul ghiaccio, dopo un’attesa spasmodica pilotata ad hoc dal reparto strategico della EMI e che si ritrovano ora tra le mani questo disco, questa copertina così avara di parole (solo chi avrà veramente fiuto riuscirà a scovare un secondo libretto pieno zeppo di scritte nascosto sotto il supporto del disco, NdLYS).

Un disco che, i più avventurosi scopriranno, può generare altri dischi. Basta averne in casa un paio di copie e riuscire a farle suonare alla giusta distanza uno dall’altro. 

Non è impresa semplice. Come non lo è stato per chi lo ha creato.

Kid A è il primo manufatto alieno a ficcarsi nelle classifiche degli esseri umani.

Molto più verosimilmente è il tentativo coraggioso di cinque ragazzi di Oxford che sono andati oltre ogni loro ambizione lanciando la loro musica oltre i confini conosciuti, avventurandosi nel nulla assoluto come giovani argonauti dell’ignoto, abbattendo il muro che separa i musicisti di successo dai musicisti coraggiosi.

Ciao, ragazzo A, ci vedremo nella prossima vita.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE PAINKILLERS – Feel the Pain (Off the Hip)

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James Baker dovreste conoscerlo da almeno trent’anni. Hoodoo Gurus, Beasts of Bourbon, Scientists e Victims sono nomi che parlano da sé.

Joe Bludge forse lo conoscete meno ma in Australia è un folk man urbano rispettato come Lou Reed a Manhattan. Insieme, al riparo dalle riviste occidentali troppo impegnate a leccare il sedere solo a chi incide per le finte etichette indipendenti del gruppo Beggars, hanno da qualche anno messo su i Painkillers.

Che altri non sono che Bludge e Baker.

Nessun altro tra i coglioni.

Insieme hanno tirato su tre dischi, di cui questo Feel the Pain rappresenta l’ultimo in ordine di tempo. Un immondezzaio folk per chitarra e voce che diverte come succede sempre più raramente, un po’ ovunque.

Joe sputa parole come un Lou Reed ubriaco e suona tutto sghembo come i Black Lips dei tempi migliori (che NON sono quelli di Arabia Moutains, NdLYS). Ogni tanto sembra alzare un calice in onore di Langhorne Slim (Lipstick), di Richman (l’altra cover del disco Gamblin’ Bar Room Blues) o di Elliott Murphy (Memories), poi lo rimette giù per stringere meglio il collo alla sua chitarra acustica. Baker dietro di lui picchia come se avesse ancora vent’ anni.

Sveglia, James! Il treno è già passato e tu non eri alla stazione.

Grazie per essere restato,

Lys  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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