THE GUN CLUB – Fire of Love (Ruby)

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Jeffrey Lee Pierce, ideatore, compositore e cantante della seminale band di swamp-blues e post-punk Gun Club è morto all’ età di 37 anni.

Pierce è morto Domenica a Salt Lake City di emorragia cerebrale. Il suo amico e collega musicista Keith Morris lo ha dichiarato lo scorso Lunedì.

Popolare in Europa così come nell’area di Los Angeles, Pierce aveva ricostituito il suo gruppo diverse volte, ha vissuto in Europa per un decennio e lì ha registrato il suo ultimo disco, In Exile, nel 1992.

L’annuncio scritto da Myrna Oliver sul Los Angeles Times del 2 Aprile 1996 è scarno e impreciso (In Exile è in realtà una raccolta, tra l’altro assemblata da un’ etichetta californiana. Gli ultimi dischi di Jeffrey sarebbero stati Lucky Jim e Ramblin’ Jeffrey Lee, NdLYS).

Nella città degli angeli, ogni tanto ne cade giù qualcuno.

Non c’è da meravigliarsi.

Soprattutto se ha l’epatite, se è malato di cuore, gonfio di alcol ed eroina e è sieropositivo. Non merita più di otto righe. E tante gliene toccano.

Diciassette anni prima aveva spiccato il volo proprio da qui, Jeffrey.

Già avvolto dalle fiamme. A picco sull’oceano.

Fuoco e acqua. Le sue ossessioni.

Fire of Love esce sull’etichetta dell’amico Chris D. (che produce metà del disco lasciando a Tito Larriva l’onere di produrre l’altra metà) quando la band ha già cominciato ad oliare sul palco la sua miscela di punk e Delta-blues.

Suonano spesso assieme ai Cramps.

Così spesso che Lux si innamora del tocco primitivo di Kid Powers e Jeff della culotte maculata di Poison Ivy. Così il primo si porta “Congo” a New York prima ancora che possa entrare in studio con il club di Lee Pierce. Jeffrey scrive una canzone per Miss Edera Velenosa: For the Love of Ivy.

Sembri un Elvis tornato dall’inferno, le dice. Mentre sotto di lui il blues cede il passo al rumore come se lo zenzero swamp dei Creedence Clearwater Revival venisse piantato sotto la palude limacciosa delle primordiali risaie garage.

Il veloce treno del punk sfreccia sopra Sex Beat, Ghost On the Highway e She‘s Like Heroin to Me.

Quello più lento e doloroso del blues su Promise Me e la Cool Drink of Waters di Tommy Johnson stirata fino a sei minuti.

Binari che spesso si intersecano e su cui passano treni neri e spiriti infuocati.

Ogni canzone, un flacone di veleno, proprio come raffigurato sul retro copertina.

Come per Gravest Hits dei Cramps, un rituale voodoo celebrato tra le cantine di una metropoli americana. Gli spiriti di Robert Johnson e Slim Harpo zoppicano tutt’intorno, pregando il blues

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

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THE WEDDING PRESENT – Bizarro (RCA)

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Nonostante suonassero dal 1933 e si fossero già sciolti nel 1969, nel 1989 i Pavement non li conosceva ancora nessuno, ve lo assicuro.

Eppure, malgrado non avessero ancora inciso nessun album e il loro singolo di debutto fosse stato appena stampato in 1000 copie carbonare, nell’Ottobre di quello stesso anno possono già vantare una cover oltreoceano. Un furto, più che una cover. Suggerito da Mr. Steve Albini. Il pezzo si intitola Box Elder, MO e porta la firma di Stephen Malkmus, anche se i Wedding Present dimenticano di citarlo in copertina. Li sfidano addirittura, visto che il pezzo esce solo nella versione americana del disco, quella con i quattro pezzi registrati con Albini: una nuova versione di Brassneck, Don‘t Talk Just Kiss, Gone e il pezzo dei Pavement che nessuno conosce, appunto. 

Chi cazzo vuoi che se ne accorga? Non se ne accorge nessuno, infatti.

Almeno finchè i Pavement non diventeranno la miglior indie band degli anni Novanta salendo piano piano dalla periferia di Stockton fino alla cima del rock indipendente americano. E anche allora, in pochi se ne accorgono. Perché nel frattempo i Wedding Present hanno fatto il percorso inverso passando dalla RCA ad etichette sempre più piccole, fino a diventare quasi invisibili.

Però all’epoca di Bizarro i Wedding Present sono una piccola/grande band che si nutre proprio delle stesse robe indigeste di cui si ciba Malkmus: Velvet Underground, Modern Lovers, Swell Maps e Fall in primis.

Come i Josef K, che a quel punto erano già seppelliti.

Scatti nervosi, strumming chitarristico impreciso, ripetitivo ed implacabile che la band decide di esasperare allungando la durata media dei loro brani (fino ai quasi dieci minuti di scompaginata babele sonica di Take Me!) fino a sfiorare i muri di suono dei Sonic Youth (la Thanks che sembra ricalcare la furia di Teenage Riot, Granadaland), batteria scoppiettante, cantato borioso, sfacciato e insolente: inglese.

Resta un mistero come la RCA abbia potuto investire su una band così poco ortodossa, su un disco così “Bizarro”.
Resta un mistero come quando parli di loro, ancora oggi tutti ti dicano “i Wedding chi?”.

Un regalo per la sposa rimasto invenduto, in una lista di nozze soppressa, dentro un negozio chiuso per fallimento, in una strada chiusa al traffico, in un paese senza entrate.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

TWPBizarro