THE OUT KEY HOLE – Dreams in Waking State (Teen Sound)

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Non è facile “sognare” gli anni Sessanta come li sognano gli Out Key Hole.

Dreams in Waking State è un viaggio concettuale, prima che musicale, dentro la psichedelia più sballata e surreale sei sixties e dei suoi visitatori più visionari e outsider degli anni Ottanta come Plan 9, Eyes of Mind, Melted Americans, Plasticland, Laughing Soup Dish. Non ci sono concessioni al facile giro beat. Tutto qui è risucchiato da un vortice di sonnolente ebbrezza post-trip, in un abile gioco cromatico che riesce ad evocare vecchi spettri psych che sembravano definitivamente stati ricacciati nell’oblio, soffocati da centinaia di dischi scolastici e senza un briciolo di inventiva. Out Key Hole percorrono strade malagevoli che solo i vecchi amanti dei prati LYSergici delle band pre-freak degli anni ’60 potranno praticare fino in fondo. Gli altri, quelli che si cibano di paccottiglia precotta, non ne traeranno benefici immediati. Il suono della band di Messina sceglie sagome dai contorni deformati, con un uso sapiente della strumentazione vintage ma soprattutto con grande equilibrio visionario nella fusione dei volumi e dei suoni che rende l’idea di una musica lievitante e multidimensionale. Fra le tante figurine doppioni che mi sono ritrovato quest’anno sull’album del campionato mondiale sixties-punk 2010-2011, finalmente una che mi mancava.

Quasi quasi non la appiccico nemmeno.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE STANDELLS – Try It (Tower)

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Nel 1967 gli Standells sono un gruppo allo sbando.

Dave Burke torna da dove era venuto e un nuovo cambio di bassista porta in formazione John Fleck (coautore della bella Can‘t Explain durante la sua precedente esperienza accanto ad Arthur Lee nei suoi Love, NdLYS) mentre Dick Dodd persegue il suo obiettivo di “diventare il nuovo Ray Charles” (come dichiarerà tempo dopo un risentito Valentino) affidando la musica del gruppo a Donald Bennett e Ethon McElroy con l’obiettivo di tingerla di nero, rifiutando i consigli di Ed Cobb e rigettando gran parte del materiale da lui scritto per il disco tenendo per loro soltanto la bella Barracuda scelta per aprire la B-side di quello che sarà destinato a diventare il loro ultimo album.

A creare interesse per l’uscita dell’album contribuisce in maniera determinante la decisione di Gordon McLendon, proprietario di un gran numero di stazioni radio americane, di bandire la messa in onda del singolo che anticipa il disco a causa delle sue forti allusioni sessuali. La censura radiofonica viene scelta per veicolare il lancio dell’album con tanto di dicitura “banned!” in bella vista ma suo malgrado non è sufficiente a far vendere quanto sperato. Try It tuttavia, nonostante il suo contenuto schizofrenico dove convivono soul music (Ninety Nine and a Half, Can‘t Help But Love You), sofisticata pop music da salotto (Trip to Paradise, Poor Shell of a Man), blues (St. James Infirmary), psichedelia (Did You Ever Have That Feeling, All Fall Down) e vecchie sporcizie punk (Barracuda, Try It che intanto esplode in America e Inghilterra nelle versioni di Ohio Express e Attack e soprattutto la bellissima Riot On Sunset Strip forse in assoluto la più bella canzone scritta dal gruppo) rimane a mio avviso un gran bel disco, certamente non inferiore a quel Dirty Water che aveva imposto i “nuovi” Standells all’attenzione del grande pubblico.

L’abbandono di Cobb e le velleità soliste di Dick Dodd nel Maggio del ’68 scriveranno tuttavia, dopo la pubblicazione di un ultimo singolo, la parola fine ad una delle più brucianti vicende del garage punk americano dei mid-sixties.

Tamblyn e Valentino cercheranno inutilmente di rimettere in piedi le travi di un solaio che gli sta franando in testa. Quando ci riusciranno, alla fine del 1999 e poi ancora dieci anni dopo, sarà solo per rimettere in piedi una casa di fantasmi.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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THE MAGGOTS – Get Hooked! (Low Impact)

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L’osso di dinosauro brandito come una clava non lascia spazio alla fantasia: i Maggots sono arrivati a portarci i resti della garage-scene scandinava seppellita più più di un decennio fa. Mans e Jens erano stati allora tra le fila di una delle più celebrate band della stagione, ovvero i Crimson Shadows.

La nascita dei Maggots li ha rivisti nuovamente vicini, anche se per poco.

Alla vigilia di Get Hooked! Jens ha già sbattuto la porta chiudendoci le dita del suo amico. Mans ha però ritirato su la maniglia e fatto entrare Jonas Lundberg e Stefan “Steffe” Hellström per completare questo disco di debutto dei Maggots.

Che è si bello feroce e degenere come i vecchi tempi ma pure libero dagli approcci troppo costrittivi di quegli anni, senza rimanere imbrigliato in canoni stilistici troppo precisi ma sbavagliando il rock ‘n roll più selvaggio e dissotterrando vecchi ritmi  diddleyani (Five Finger Shuffle), beat songs slabbrate (What You Really Need scritta ancora da Jens Lindberg), riverberi psychobilly (Cannibal Woman), barbari assalti garage (Never Had It, Clap Scratch Fever), yè-yè sotto anfetamina (Do the Maggot) e crepitanti ballate (High, Now You Say We‘re Through) come se stessero azzannando la carne di Jane Porter. Mettiamola così: i Maggots sono la prima grande garage band degli anni Zero. Il garage punk europeo riparte da qui.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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