THE STOOGES – Vivere e morire a Detroit (con resurrezione)

Entri e hai subito paura.

Come in quelle case degli orrori dei grandi luna park dove appena hai varcato la soglia c’è una finta scure che ti passa a due centimetri dal naso.

Questa è una casa degli orrori. Una stupida, posticcia, abominevole casa degli orrori piena di specchi deformanti e fantasmi che singhiozzano.

Solo che qui la scure è vera: è la chitarra di Ron Asheton.

E il giro dura t-r-e-n-t-a-c-i-n-q-u-e minuti.

Dove sarete voi e le vostre paure, nessun altro.

Trentacinque minuti eterni.

Siete pronti?

Venite…entriamo…

The Stooges è la Soluzione Finale degli anni Sessanta.

È qui che il sogno del rock ‘n roll si trasforma in tormento, è qui che evapora, incenerendosi assieme a tutte le sue utopie.

È qui che viene pubblicamente deflorato.

Dopo ci saranno soltanto Altamont, galline sgozzate e morti. Tanti morti.

Il rock ‘n roll perde la sua verginità e si trasforma da un lato in tragedia, dall’altro in spettacolo: diventa merda, come ogni altra cosa.

The Stooges è l’urlo di Munch del rock ‘n roll. Una faccia deformata dalla paura:  

Camminavo lungo la strada con due amici
quando il sole tramonto’
il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue
mi fermai, mi appoggiai stanco morto a un recinto
sul fiordo nerazzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco
i miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura
e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura.

Così Edvard Munch descrisse la catarsi che generò quel dipinto.

Così potremmo immaginare di sentirci camminando dentro il disco di debutto degli Stooges. La visione apocalittica e lovecraftiana di una zattera che naviga su un abisso nero ed agghiacciante di accidia e di lussuria.

I giardini pensili della summer of love sono diventati una selva rinsecchita.

L’amore stesso, un rantolo di depravazione.

Perché tutti cantano l’amore, e anche Iggy lo fa.

Ma lui lo fa in una maniera così perversa che nessuno riesce neppure ad annusarlo, quel fiore d’amore immerso nel fango dell’immoralità.

C’è un malessere che è già in necrosi dentro questo disco, un malessere stordente, immenso, disgustoso e definitivo. Denudato della poetica bohemien che in qualche modo proteggeva le disperate preghiere doorsiane e reciso delle bacche zuccherine che addolcivano la grolla dentro cui ardeva il veleno velvettiano, privato dalla furia politica che accalorava e motivava l’altrettanto fumante rogo detroitiano degli MC5, il dolore degli Stooges diventava angoscia abissale e letale, la premonizione di un eterno presente di tedio che ha tutto l’aspetto di un castigo divino.

Il tempo dei profeti è finito.

Iggy porta con sé pochissime parole e le sistema dentro questi piccoli catorci di rumore, prima che la chitarra di Ron entri, su ogni pezzo, a segare a carne viva quei rottami o che la viola di John Cale ne buchi la ruggine con la grazia di un tornio, dentro quel lunghissimo epigramma zen di We Will Fall.

Forse è meglio non entrare, fanciulli.

Forse è meglio vomitare il pasto sulle montagne russe, piuttosto che rigurgitare la propria anima dentro queste pareti dove nessuno verrà a soccorrervi.


Benvenuti all’Inferno.

Benvenuti nel regno degli empi, nella rappresentazione gotica del mondo moderno.

Benvenuti alle porte di Fun House.

 

Guai a voi, anime prave!
Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ‘n gelo.

 

Fun House non è un comune disco di musica rock. Fun House è IL disco rock.

È un disco di una demenza paurosa e di una pericolosità inaudita.

È il disco che suona più forte di tutto quello che c’è stato prima di lui e di larga parte di quello che gli verrà dopo.

Marcio, decadente, scomposto, rumoroso, meccanico, malato, disperato, idiota, massacrante, spossante, sfatto, annichilente.

Fun House è lo schianto definitivo degli anni Sessanta e del suo sogno di far diventare la Terra un gigante Chupa Chups di amore e caramello.

Come i Velvet a New York, Iggy e gli Stooges ci preparano all’angoscia.

L’amore sognato si schianta con l’odio reale. E fa un rumore terrificante.

È quel rumore, quel frastuono di lamiere contorte e quel puzzo di carni bruciate che gli Stooges registrano dentro gli Elektra Sound Recorders studio, sulla Ciniega Boulevard di Los Angeles.

Gli Stooges la chiamano la casa del divertimento ma dentro non ride nessuno.

Sono i quindici giorni in cui si costruisce il disco rock definitivo.

Don Gallucci sistema dei tappeti persiani per insonorizzare lo studio e obbligarlo a resistere al torrente di watt che lo investiranno da lì a breve, poi esce, lasciando entrare le belve. Tutte, Iggy e Steven Mackay compresi.

Si sdraiano sui tappeti, fanno qualche foto, iniziano a mettersi a loro agio con alcol e droghe, quindi attaccano gli strumenti, sistemano i volumi fino a saturare l’aria e simulano il loro agghiacciante spettacolo.   

Non registrano le loro parti un po’ alla volta, come era accaduto per il disco d’esordio. Tutto viene registrato come un live-show, nell’ordine che poi le tracce occuperanno sul disco.

Dall’altro lato del vetro Don Gallucci ha raggiunto Brain Ross-Myring cercando di infilare quell’onda di energia animale dentro le bobine che girano sul gigantesco 8 tracce della 3M che occupa lo studio.

Sono davanti alla più potente rappresentazione del raccapriccio umano mai raffigurata. Gli Stooges sono animali chiusi dentro una gabbia di vetro ma fanno paura lo stesso.

Iggy grugnisce sul microfono, sputa sui vetri, delira, vomita schiuma di birra sui tappeti persiani.

Gli altri dietro disegnano la sagoma del rumore che hanno in testa.

Dentro la stanza girano erba, cocaina peruviana, psylocibina, anfetamine, eroina.

Il rumore prende forme sempre più malate fino a sfociare nel deragliante incubo free di L.A. Blues dove il jazz e il noise fanno per la prima volta l’amore.

La band ha deciso di imburrarsi nell’acido prima di partire per l’ultimo viaggio.

Il delirio è assoluto. Tutto trema, dentro gli studi Elektra.

Dalle mensole cade qualche nastro, si stacca qualche lastra di lana di roccia, le assi di legno fanno rumore di ossa spezzate.

Gallucci comincia ad avere paura davvero, decide di lasciare la band lì dentro anche dopo aver abbassato i cursori audio poco prima del quinto minuto, finchè non avranno smaltito gli effetti del loro stesso dolore. Dietro il vetro non vede più delle bestie ma dei mostri abominevoli che si mordono a sangue, l’uno avventandosi al collo o alla schiena dell’altro. In un abbraccio di morte e dolore.

 

Dopo questo, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse: “Ho sete”.

Vi era lì un vaso pieno d’aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. E dopo aver ricevuto l’aceto, Egli disse: “Tutto è compiuto!”. E, chinato il capo, spirò.

 

Dopo lo sfacelo dei concerti dei primi anni Settanta, Iggy ha le vene gonfie di eroina.

I capoccia della Elektra hanno gonfie le palle. Di lui e dei suoi Stooges.

Iggy stramazza sul palco, Dave Alexander a malapena riesce a ricordare di pigiare le corde del basso. Gli Stooges sono al collasso. Inaffidabili, tossici, pericolosi.

E la Elektra ha già pagato il proprio tributo al Club27, non ha bisogno di un altro Jim Morrison. Tantomeno se vende meno della metà.

L’etichetta li scarica e tira lo sciacquone.

“Se sono abbastanza stronzi come immaginiamo, galleggeranno comunque”, si dicono.

E difatti galleggiano. In un fiume di merda, alcol ed eroina ma galleggiano.

Nel 1971 gli Stooges affiancano una seconda chitarra a quella di Ron Asheton.

Iggy ama circondarsi di tossici e James Williamson, il suo nuovo amico di buco, è uno con un buon pedigree. Lo presenta agli altri ma Ron lo conosce già, dai tempi dei Chosen Few. James diventa il nuovo motore del gruppo. Ha un stile non in anticipo sui tempi come quello di Ron ma adatto ai tempi. Aggressivo, feroce e sporco di rock ‘n roll. Non ha l’ipnotismo di Ron ma ha groove.

Diventa il perno del nuovo suono degli Stooges che, su indicazione della nuova etichetta e di David Bowie, diventano la backing band di Iggy Pop: James Williamson alla chitarra, Ron Asheton supplente di Dave al basso e suo fratello Scott alla batteria.

Si è a lungo dibattuto su quale sia la versione “definitiva” e migliore di Raw Power, in una interminabile catena di ristampe, ri-missaggi, riedizioni che non accenna a spezzarsi. L’unica cosa certa è che comunque lo si ascolti, anche con una merdosa radio a transistor o con una testa di chiodo, Raw Power è un disco che azzanna il rock ‘n roll. Lo afferra coi denti e lo scuoia.

Un album che si bea della sua stessa sporcizia. Un maiale che sguazza nel fango.

Search and Destroy, Your Pretty Face Is Going to Hell, Raw Power, Shake Appeal e Death Trip sono già il prototipo di tutto lo street rock ‘n roll a venire.

I Need Somebody e Gimme Danger mostrano invece il lato torbido della faccenda: ballate percorse dal demone del blues. Nate cattive.

Penetration fa storia a se. E’ un siparietto porno che solo Iggy può recitare con tale esasperato, sfatto sudiciume. E infatti nessuno osa più toccarla, diventando l’unica robaccia degli Stooges con cui nessuno proverà a confrontarsi, per non coprirsi di ridicolo. La voce di Iggy è un rivolo di sperma, mentre sotto scorre il riff metallico di Williamson e le poche note del piano di Bob Scheff cui si sovrappongono, dopo il primo minuto e mezzo, i cori malati di Asheton.

Tutta l’immoralità del rock ‘n roll degli Stooges viene raccolta in una coppa e spartita al loro pubblico, perché nessuno dimentichi, anni dopo, che tutto era già stato detto. Tutto era già stato fatto. Tutto era già stato scritto.

Non era necessario dire di più, nemmeno per loro.

                                                                  

È fatto ormai noto, ma vale la pena ripeterlo: se c’è un album che può documentare gli eccessi tossici del rock’ n roll senza sprofondare nel travestitismo splatter del rev. Manson o nel gossip mediatico di un Pete Doherty qualunque ma mostrando invece con crudo raccapriccio il ciglio del baratro eroinomane, beh, signori miei, questo album è Metallic KO, ovvero la registrazione cruda e crudele dell’ultimo gig degli Stooges, il 9 Febbraio del 1974.

Un disco che scardina ogni classico e vetusto criterio di perizia critica e si impone per ciò che è: un abbacinante documento di una delle più furiose e vere discese agli inferi da parte di una rock ‘n roll band. Un disco dove la morte, quella stessa morte irragionevole e mutilante passata cinque anni prima per Altamont, incombe come un avvoltoio. Tutto il resto, scaletta e qualità di registrazione comprese, non conta. Questo per dire che il suono di Metallic KO e in tutte le sue successive ristampe, pur se rimasterizzate e “accelerate” (correggendo il master originale inquinato da un vizio di forma dovuto al registratore usato per catturare il gig, NdLYS), resta quella merda che era. Sono certo che anche tra i più sciatti indie-nerd ne circola qualche copia magari scaricata dalla rete solo per puro “completismo” e non è comunque a loro che mi rivolgo: Metallic KO resta la diapositiva più estrema della più grande r ‘n r band che sia mai passata sulla terra.

 

Dopo la pubblicazione di Raw Power e il tour distruttivo di Metallic KO, la storia degli Stooges giunge nuovamente al capolinea. La band fa ritorno in America ma cercando di percorrere strade che non permettano loro di incontrarsi. Ron Asheton dà vita ai New Order, Scott si unisce alla Sonic‘s Rendezvous Band, il vecchio amico Dave Alexander ci lascia le penne. James Williamson e Iggy Pop invece continuano a lavorare assieme cercando di tirare su un nuovo repertorio che garantisca loro un contratto discografico e qualche dollaro per i loro vizi.

A nessuno dei due interessa un disco da suonare davanti ad un pubblico che vomita birra e veleno, come nell’ultimo tour degli Stooges. Vogliono solo un contratto discografico. Vogliono un prodotto da vendere. 

Pop alterna momenti di lucidità e altri di profonda angoscia tossica.

Si iscrive ad un corso di riabilitazione neuropsichiatrica rinchiudendosi dentro un centro di recupero dal quale esce di tanto in tanto per ascoltare i provini di Williamson e provare a cantarci sopra.

Solo che a quel punto nessuno più crede nel tossico Iggy e tutti rifiutano la demo di Kill City. Proprio adesso che la sua musica non fa più paura e che la rabbia incontrollabile dei suoi dischi è adesso placata, spalmata in dieci canzoni dal suono metropolitano e decadente. C’è molto dei Rolling Stones dei primi anni Settanta così come del Lou Reed vizioso dei primi dischi solisti nei nuovi pezzi di James Williamson.

Ma sono pezzi che non servono a nessuno.

Nessuno sa cosa farsene.

Nessuno vuole tenere Iggy in casa.

Lo farà nuovamente David Bowie, trovandogli un posto-letto dentro la pensione RCA. Ma Kill City, nel frattempo, continua a girare, bussando alle porte delle etichette di Los Angeles. Finchè trova la porta della Bomp! Records di Greg Shaw.

Siamo già nel 1979 e James e Iggy sono tornati a lavorare assieme per New Values quando Greg sforna finalmente Kill City, che non vende un cazzo, come ogni disco di Iggy Pop fino ad American Caesar.

Ancora una volta, non avendo altro da dire, l’unica cosa su cui molti scriveranno sarà riservata ai “difetti” di produzione. Come gli idioti che il lunedì mattina si improvvisano fantastici allenatori di calcio e non si sono accorti che le loro mogli non hanno affatto sofferto della loro assenza dal letto di casa mentre andava in onda il primo tempo del derby dell’a(n)no. Kill City è invece un album con una lussuria carnale molto anni Settanta, il primo dove Iggy può esibire il suo lato più torbidamente sensuale per anni offuscato dalle droghe e dagli eccessi, in cui la sua voce non è più un urlo disperato e solitario e il suono alle sue spalle non è un muro assordante di rumore che lo spinge giù dal palco afferrandolo per le spalle come la carcassa di un cane rosolato sull’asfalto.

Una linguaccia di rock urbano infilata tra gli Stones di Goats Head Soup e i Saints di Eternally Yours.

Una piccola striscia di bitume tra i mattoni rossi di una città che uccide.  


Poi, all’improvviso, la bestia riappare, sommergendo il mercato di dischi di cui avremmo fatto volentieri a meno.

Telluric Chaos! celebra dunque il rientro in scena degli Stooges vecchia maniera (Pop+Asheton+Asheton), in uno stordente concerto del 22 Marzo 2004 in quel di Tokyo a supportare l’uscita di Skull Rings. E’ la celebrazione del suono Stoogesiano teso e nichilista dei primi due dischi, con i fratelli Asheton al meglio delle loro capacità, il sassofono infuocato di Steve Mackay a massacrare di ecchimosi il corpo di monumenti come 1970 e Fun House e Mike Watt a reggere il peso del basso, senza essere ingombrante o cedere a tentazioni prog (come quelle che invece ammorbano il suo recente rientro solista) che sarebbero risultate fuori luogo. È la celebrazione del mito. Gli Stooges che vendono se stessi per quello che sono: i detentori del suono più erotico e brutale del rock di sempre. Tra le nuove hit, ecco Electric Chair ad ergersi a nuovo stendardo del Stooges-sound.

 

Dello stesso periodo è il cofanetto Heavy Liquid, licenziato dalla Easy Action Records. Liquido pesante. Come lo sperma di Iggy Pop. Iggy e i suoi Stooges. Odiati e sbeffeggiati in vita, risorti come icona sacra a 30 anni dal loro martirio. Ogni cosa che il Dio Iggy abbia toccato mentre si saturava le vene tra Detroit, Berlino, Londra e L.A è diventata oggetto di riscoperta. Ecco ora la Easy Action a documentare lo sfinimento creativo d’epoca Raw Power. Gli Stooges sono tutt’altro che una carcassa di un malato terminale e lavorano al nuovo repertorio, rinsaldando le cerniere con il r ‘n r di base e ponendo le basi per il suono pre-punk. Sono ore e ore di provini, abbozzi, studio e live versions di classici dei nuovi Stooges quelli che affollano questi 6 CD, con un corredo fotografico (curato da Mick Rock in persona) e biografico di tutto rispetto. Davvero chi è un fan sperticato degli Stooges dovrebbe pensare a ipotecare casa di questi tempi. O vendere il 70% dell’immondezzaio che tiene nella propria discoteca.


Il ritorno in studio, un po’ a sorpresa e un po’ no, è del 2007.

Per default non mi fido di nessuno. Nemmeno di me stesso.

Quindi è colpa mia, solo colpa mia, se sono caduto nel tranello teso dagli Stooges.

Caduto nella tentazione, come Adamo davanti alla sorca di Eva.

Non era facile sottrarsi, del resto, pur conoscendo la mia ritrosia nei confronti di ogni reunion, anche quella dei Re Magi.

Così, incalzato dall’ufficiale rimpatriata degli Stooges del 2003 celebrata su Skull Ring e immortalata su Telluric Chaos mi sono lasciato convincere a mettermi prono, pronto a ricevere una iniezione di sperma stoogesiano.

I wanna be your dog, ancora una volta.

Ma stavolta non c’è alcun rischio di beccarsi qualche malattia venerea.

E stavolta, per la prima volta, si apre la cavità orale per sbadigliare anziché per pigliarlo in bocca. 

Il suono di The Weirdness ha poco a che spartire con l’aria malata dei vecchi dischi degli Stooges. I nuovi pezzi sono una paccottiglia di rock ‘n roll che vorrebbe essere perverso e che invece sfiora spesso il ridicolo (She Took My Money e l’orrida title-track ne sono forse gli esempi più bassi, ma non gli unici, NdLYS), con un Iggy Pop che, nonostante l’invidiabile fisico, sembra costretto a parodiare i suoi anni peggiori (Passing Cloud, You Can‘t Have Friends).

In passato, quando se miravi agli Stooges non ti era permesso sbagliare, i Miracle Workers, i Nebula e pure i Velvet Revolver vennero bacchettati per molto, molto meno.

Non si tratta di chiedere agli Stooges di suonare come gli Stooges, perché sarebbero ancora più ridicoli. Però pretendere che se torni sulla scena abbia qualcosa da dire, credo sia il minimo sindacale. Qui dentro l’unica cosa da salvare, se avete il coraggio di sucarvi la prima mezz’ ora di banalità, è la Mexican Guy sistemata quasi in chiusura con la sua lunga lingua che spazzola il clitoride ancora gonfio di Ann

Mi rialzo da terra e torno alle mie occupazioni.

Non devo nemmeno pulire il pavimento.

Poteva andarmi peggio.

E forse lo avrei preferito.

E adesso una domanda:

Qual’è stato il regalo per la vostra pensione?

Non l’avete ancora avuto. Ma vi posso anticipare quale sarà: un estratto conto previdenziale con cui vi comunicano che avrete i soldi necessari per comprarvi del pane ma assolutamente insufficienti per pagarvi la protesi dentaria che vi permetterà di masticarlo. A Iggy è andata meglio (sicuramente meglio di Ron Asheton che schiatta a 61 anni nel 2009) permettendogli di poter celebrare l’ingresso nella Rock ‘n Roll Hall of Fame, lo scorso 15 Marzo 2010: è l’occasione per rimettere in vetrina Raw Power e portarlo a spasso per il mondo con data conclusiva a New York. Sul palco ci sono Iggy, James, Scott, Mike Watt e Steve Mackay che parodiano se stessi, come Roger Waters con The Wall. La scaletta è quella del terzo album con supplemento di I Got a Right, il suono quello psicotico e stradaiolo del disco farcito col sax di Mackay, con la slide di Williamson (I Need Somebody ora più blues che mai) e gli addominali sfatti di un sessantenne che non smette di muoversi come una scimmia.

Nessun pizzico di perversione.

Sperma e sangue sono andati via per sempre.

Rimane solo il sudore. Gli Stooges non fanno più paura.

In The Hand of the Fans, il disco che lo documenta è il loro Demential Ko.

Iggy è di nuovo dietro il culo di James Williamson, o viceversa. Così, danno fondo alle loro ultime energie pubblicando nel 2013 l’infame Ready to Die.

Dio Cristo che spreco.

È Domenica, c’è il sole, la figa si sveste.

E io sono in casa in compagnia di un disco qualunque.

Diverso dagli altri solo perché è firmato Iggy and The Stooges.

Con l’illusione che potesse vagamente somigliare a quelle domeniche di tanti anni fa in cui stavo in compagnia di Raw Power.

E invece è cambiato tutto, come nelle memorie di Paolo Conte.

Io sono invecchiato.

E Iggy, nonostante la corazza di rettile che sfoggia sul ventre, pure.

Attorno a noi due, è cambiato pure tutto il resto.

Il mio Technics SL-BD20 tace, al suo posto gracchia il pc.

E la musica degli Stooges, quella che prima riusciva a far esplodere casa anche sotto un chiodo, pure. Si è immiserita, assottigliata, dissanguata. 

Il mio pc, che è lento come quella tartaruga che spadroneggia sulla pancia settantenne di Iggy, ogni tanto si inceppa, sfiata come una balenottera che sta per morire, poi riprende, si blocca, riparte.

Un’agonia indolore.

Finestre di vuoto spalancate su una mattinata già orfana di emozioni.

Pop riabbraccia Williamson, Williamson riabbraccia Iggy.

Ma non succede null’altro.

Si dichiarano pronti a morire, a riaccendere il napalm di quarant’anni prima.

E non sanno più per cosa.

Per una quinta di reggiseno (Dd‘s) ?

Per dei colleghi di lavoro troppo imbecilli (Job) ?

Perché vogliono ancora più sesso, ancora più denaro (Sex and Money) ?

Perché io mi rifiuto di cantare queste canzonette idiote anziché genuflettermi a Dio Iggy?

L’America ha già avuto il suo Rambo.

Ed anche allora puzzava più di merda che di sudore.

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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